Loredana De Pace. Uscire dal proprio recinto.

Abbiamo ricevuto la visita di Loredana De Pace bravissima curatrice e giornalista.

È a Milano per la presentazione del suo libro “Tutto per una ragione” che contiene dieci riflessioni sulla fotografia, estremamente interessanti e stimolanti.

La potrete incontrare questo pomeriggio alle 18:30 alle Officine Fotografiche.

Organizzeremo presto alcune serie di incontri serali con Loredana e dedicati alla crescita e allo sviluppo del proprio lavoro o della propria passione per la fotografia.

Infine, ringraziamo l’amico Alberto Procacciante per questo splendido incontro.

 

 

 

 

NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia. Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti. Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori. NOC SENSEI è un progetto di New Old Camera srl

7 Comments

  1. Walter Reply

    In un passaggio di questo video c’è una frase: “… cerchiamo di ragionare sul senso di fare fotografia… che cosa voglio dire con la fotografia” (che viene usata spesso anche da altri curatori), che sembra tracciare una condizione imprescindibile per fare fotografia:
    {Per fare fotografia devi avere qualcosa da dire…o da raccontare…se non hai una storia, allora non hai niente e non vai da nessuna parte}
    Ma non è affatto così…
    Quei passaggi del video tendono a voler rendere “universale” qualcosa che, al contrario, è soggettivo e personale.

    …si può benissimo fare fotografia senza per forza voler dire o comunicare alcunché…si può studiare arte, si può studiare fotografia, si può uscire dal recinto per documentarsi, per vedere mostre, convegni, incontri con l’autore, conferenze…senza per forza usare la propria fotografia, soprattutto se la propria fotografia non nasce con lo scopo di dire o comunicare qualcosa.

  2. Loredana De Pace Reply

    Gentile Walter grazie del suo commento. A dire il vero suggerire ai fotografi di avere qualcosa da dire con le proprie fotografie ha esattamente lo scopo di stimolare il fotografo (a qualsiasi livello) a porsi delle domande, fare delle immagini più consapevoli. Il ché significa avere una storia da raccontare, anche in un tramonto, in un semplice scatto di promemoria, in un’immagine che non vedrà mai nessuno. L’universalità di questa proposta sta proprio nella sua possibilità di diversificazione nell’applicazione. Ciascun autore, fotografo, appassionato potrà declinare la ricerca della propria “storia” nelle immagini che produce in modo personale e consapevole.
    La fotografia è uno strumenti di comunicazione quindi anche senza la precisa intenzione dell’autore, la fotografia dice qualcosa, sempre. Anche fosse solo della scelta di un’inquadratura piuttosto che di una luce o di un’ora del giorno in cui si fotografa. Perché la fotografia è frutto di una serie di scelte dell’autore. L’accezione della parola “storia” è molto ampia. Per questo ogni fotografia “parla”. E allora il mio suggerimento nel video era: facciamola “parlare” bene, qualunque sia il livello dell’autore!

  3. Walter Reply

    Gentilissima Loredana, nel leggere la sua graditissima risposta, mi rendo conto che, pur ragionando su una stessa “logica” del potenziale della Fotografia, ci riferiamo a due differenti “sfumature” di tale logica, che partono da stimoli, motivazioni e scopi diversi.
    Quando lei scrive “…stimolare il fotografo a porsi delle domande, fare delle immagini più consapevoli… il che significa avere delle storie da raccontare, anche in un tramonto, in un semplice scatto di promemoria, in un’immagine che non vedrà mai nessuno…”
    …io le rispondo che è bene chiarirsi meglio:
    Sono certissimo che in ogni immagine c’è (potenzialmente) una storia da raccontare, lei sfonda una porta già aperta in questo… figuriamoci in un’intera “ricerca visiva”, composta da circa 60 fotografie selezionate da più di 400 stampate, a loro volta selezionate da più di 3000 immagini con il “lentino” e i “provini” da un archivio di 46 anni di Fotografia… e in questi 46 anni di “ricerche visive” così ne ho realizzate almeno una ventina.
    Il problema, anzi non il “problema” ma lo “scarto” di pensiero NON è sul fatto che la Fotografia è comunicazione (ma attenzione, può essere anche altre cose…) o se abbia il potenziale per raccontare una storia, su questo siamo d’accordo… lo “scarto” tra i pensieri è sul perché si fa Fotografia… si quali siano gli stimoli per farla, le motivazioni per farla…
    Tendenzialmente vedo che i curatori (magari non tutti, ma certamente moltissimi) danno per scontato che un autore faccia Fotografia per comunicare, per raccontare, per trasmettere ecc. e spesso i curatori devono “mediare”, selezionare ogni sorta di proposta, tra le quali moltissime sono fatte con lo scopo principale delle autori di “apparire” più che “comunicare”…
    … parallelamente, tuttavia, non sempre i curatori pensano che ci possano essere autori che, pur producendo fotografia che “parla”, racconta, trasmette storie ed emozioni… non lo fanno “con” quello scopo, né “per” quello scopo.
    Per questo io NON le ho scritto (nella parte finale del mio primo messaggio) che si può fare benissimo Fotografia che non dice e non comunica… NO, io le ho scritto (cito testualmente) “si può benissimo fare Fotografia senza per forza voler dire o comunicare alcunché”.
    Questo in generale… e, per chiudere con il mio pensiero personale sulla mia fotografia, le faccio un esempio:
    Io faccio fotografia da 46 anni (Febbraio 1977), fotografo ancora a pellicola (bianco e nero) e sviluppo e stampo ancora personalmente in camera oscura… tra i vari generi, lo sviluppo principale della mia fotografia è stato quello della “Street Photography”, un genere che ho portato fino all’essenza… operando una “condensazione” della “matrice”, scindendo tale matrice da “variabili” diverse, come il “reportage sociale”, il “reportage urbano”, il “ritratto di strada” ecc… separandole in “ricerche visive” differenti per arrivare, appunto, all’essenza.
    Quindi non ho alcun dubbio che questa fotografia (per citarla nel suo ultimo passaggio) “parla”… né alcun dubbio (per seguirla nella fine del sua risposta) che “parli bene”…il punto è che a me non interessa quell’aspetto, non mi interessa “farla parlare”.
    Nel mio messaggio precedente le ho riportato una frase che Denis Curti ha detto più volte, anche sulle “pillole” di presentazione del suo libro (Capire la Fotografia contemporanea…):
    { Per fare Fotografia devi avere qualcosa da dire…o da raccontare…se non hai una storia allora non hai niente, e non vai da nessuna parte…}
    …come vede, anche lui parte da un concetto “unidirezionale” che non contempla altre logiche, possibilità, pensieri, stimoli, motivazioni ecc. (Ha scritto un gran bel libro che ho apprezzato al 90% ma che per un paio di concetti esposti da lui come “assolutismi”, e questo è uno dei due, non mi trova d’accordo per quel 10% rimasto).
    Io, per esempio, non voglio “andare da nessuna parte” (mi sarei mosso in altre direzioni se fosse stato così…), e non ho alcun bisogno di una “storia da raccontare”… perché ho la “Vita” da fotografare e la storia non mi serve…
    …poi, nella vita ci sono infinite storie (che potrebbero essere comunicate, trasmesse e raccontate) ma la spinta per fare Fotografia non parte da lì e nemmeno mi interessa.
    Per chiudere infine con la sua di frase, Loredana: “cerchiamo di ragionare sul senso di fare fotografia… che cosa voglio dire con la fotografia…” ribadisco il mio pensiero già scritto:

    “si può benissimo fare fotografia senza per forza voler dire o comunicare alcunché”

    Spero che a valle di questo mio messaggio, le sia più chiaro il mio pensiero…non so se lei lo condividerà, ma spero almeno che lo abbia capito.

  4. Loredana De Pace Reply

    Grazie Walter della sua replica.
    Ho perfettamente compreso quanto dice sin dalla sua prima parola.
    Continuo a non condividere, perdonerà una differente opinione dalla sua.
    Mi lasci dire però che “spero che almeno lo abbia capito” non è un espressione felice.
    La saluto cordialmente e ogni bene per la sua fotografia.

  5. Walter Reply

    Gentilissima Loredana,
    non vorrei che avesse interpretato male la mia ultima frase…: “spero che almeno lo abbia capito”.
    Questa frase si riferisce solo ed esclusivamente al mio pensiero non ad altro.
    Da come ha chiuso la sua risposta, mi è sembrata “risentita” per qualcosa che ha interpretato su quella frase ma che non era assolutamente nel senso del significato né nelle mie intenzioni. Se si è risentita per qualcosa, mi dispiace sinceramente, e le assicuro che non era mia intenzione scrivere qualcosa che potesse, anche minimamente, infastidirla.

    Da come mi ha risposto al primo commento, mi era sembrato che lei non avesse capito il mio punto di vista o, comunque, che non avesse capito il senso del pensiero espresso con il passaggio chiave del commento: “si può benissimo fare fotografia senza per forza voler dire o comunicare alcunché”.

    Ora lei mi scrive che ha capito perfettamente tale pensiero e sono lieto per questo…
    …poi mi scrive anche che non lo condivide e va benissimo.

    Non c’è niente da perdonare a chi la pensa in modo diverso, sarebbe estremamente monotono tutto se tutti la pensassero allo stesso modo su tutto…e, certamente, sarebbe tutto meno interessante e stimolante.

    La differenza tra i nostri pensieri sull’argomento, è probabilmente derivata dalle motivazioni con le quali ci si è avvicinati alla Fotografia, ed al rapporto che abbiamo con essa.
    Se sei fa la curatrice, se organizza mostre, convegni, conferenze, letture portfolio ecc… è normale, e direi anche logico che lei pensi alla Fotografia soprattutto come veicolo di informazioni, racconti, esperienze, storie, memorie ecc.
    Se oltre a tutto questo, anche lei fa Fotografia… probabilmente il suo punto di spinta nel farla e le sue motivazioni, la portano a utilizzarla come mezzo per esprimersi e, con questo, per comunicare, raccontare, trasmettere ecc.

    Quello che volevo dirle, con il mio primo messaggio, poi spiegato e integrato con esempi nel secondo, è che non esiste SOLO quel punto di vista (cosa si vuol dire con la fotografia…), ce ne sono altri… punti di vista che affermano che si può fare fotografia senza per forza voler comunicare qualcosa.

    Per me (ma le assicuro che siamo in parecchi a pensarla così) che faccio fotografia da decenni con una spinta e con motivazioni diverse (pur andando a visitare mostre, partecipare a convegni, conferenze ecc.), trovo un pochino limitante mettere un accento “assoluto” (virgolette d’obbligo) sul fatto che per fare Fotografia bisogna per forza “voler” dire qualcosa, o “dover” dire qualcosa…
    … può essere così (per moltissimi casi) ma può anche non essere per forza così.

    Un po’ come succede per tante altre forme d’arte, prenda la poesia, per esempio… si può benissimo scrivere poesie senza per forza voler dire o comunicare qualcosa ad altri o al mondo…

    Lei questo non lo condivide, va benissimo lo stesso, non ho alcuna intenzione di farle cambiare idea.

    Un cordiale saluto anche da parte mia.

  6. Walter Reply

    Ah, un ultima cosa. Prima le ho fatto l’esempio della poesia ma quel pensiero vale per tutte le forme d’arte…
    …se prendiamo la musica, per esempio… si può certamente imparare, in anni ed anni di studio e di pratica, a suonare uno strumento, ed anche a comporre musica propria…ma non per questo bisogna per forza esternare o comunicare la propria musica al mondo.
    …si può imparare a suonare e comporre dando tanto alla musica e, a nostra volta, ricevendo altrettanto (e anche di più) dalla musica, senza per forza dover suonare in “piano bar”, in “jam session” o in “grandi concerti”…
    …non è così?

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