Intervista a Joe Oppedisano

Joe Oppedisano nasce a Gioiosa Ionica nel 1954.

All’ età di otto anni si trasferisce con tutta la famiglia a New York.

La sua formazione è quella di un ragazzo, figlio di immigrati, nella Grande Mela degli anni ’60.

Da li inizia una carriera come fotografo professionista che lo porta a collaborare con aziende del calibro di American Express, Fiat, Kodak, Polaroid, Panasonic, Adidas solo per citarne alcune.

Attualmente risiede a Monzambano, un piccolo paese tra le colline moreniche a sud del lago di Garda, nell’Alto Mantovano, e dai cui bellissimi paesaggi viene costantemente ispirato.

Hai iniziato a fotografare da bambino, ma qual è stato l’evento che ti ha fatto innamorare della fotografia?

Si, fotografavo già a 13 anni, incoscientemente e senza conoscenza della tecnica. In seguito, durante il terzo anno di università, mi sono iscritto ad un corso base e la camera oscura mi ha fatto innamorare della fotografia. Era per me una magia.. Così ho lasciato l’università e mi sono iscritto alla School of Visual Arts per studiare fotografia.

E cosa ti ha fatto capire che avresti potuto fare il fotografo di professione?

Durante l’università non avevo le idee chiare di cosa fare nella vita. Sapevo che volevo viaggiare e vedere il mondo, desiderio che avevo già da bambino. Durante le lezioni di storia alle elementari (era la mia materia preferita) sognavo ad occhi aperti. Anche il viaggio in nave, durato otto giorni sulla Leonardo da Vinci, quando partimmo per l’America, credo abbia avuto su di me una forte influenza.

Nella mia vita ho viaggiato molto. L’unico continente che non ho visitato è l’Australia. Spero di riuscire a viaggiare ancora anche se e un po’ difficile ultimamente, Ma la decisione di diventare Fotografo Professionista è nata solo dopo, durante l’università e il corso di fotografia base. All’inizio volevo fare il fotoreporter, anche perché così avrei potuto viaggiare e vedere il mondo, Durante il corso fotografavo le strade di NY, le manifestazioni e la vita di strada e cercavo di vendere le immagini ai giornali locali.

Il mio primo lavoro da professionista fu per Alitalia a New York. Avevo 21 anni e frequentavo S.V.A. e sono stato incaricato come fotografo ufficiale di un gruppo di cinquanta giornalisti di varie riviste e quotidiani invitati a promuovere la Toscana in USA. L’ospite d’onore era Joe di Maggio, il famoso giocatore di baseball e uno dei mariti di Marylin Monroe.

Durante questo viaggio, nel maggio del 1976, succede il devastante terremoto in Friuli e due giornalisti del quotidiano Philadelphia Herald mi chiesero di prolungare il viaggio ed accompagnarli nelle zone terremotate. Ne fui entusiasta ed accettai. Accadde però che quello che vidi mi emozionò moltissimo tanto che avevo più voglia di aiutare la gente anziché fotografare. In una settimana ho scattato quattro rullini di foto ed alcuni scatti furono pubblicati dal quotidiano, ma li capii che non potevo fare il vero fotogiornalista, anche se mi avrebbe permesso di viaggiare come desideravo fare sin da piccolo, perché sono di sangue caldo e non di sangue freddo e non riuscivo ad essere indifferente di fronte a tutto quel dolore e distruzione. Così al mio ritorno a NY cambiai indirizzo fotografico e decisi di lavorare nella pubblicità, che era un lavoro creativo e mi permetteva comunque di esprimere la mia passione per la fotografia.

Tornato in Italia iniziasti a collaborare quasi subito con Polaroid. Come nacque la collaborazione e cosa ti affascinò della fotografia a sviluppo immediato?

Mi sono avvicinato a Polaroid verso la fine degli anni 70, in particolare alla SX-70 appena uscita. Sembrava una magia vedere un’immagine svilupparsi nella tua mano senza bisogno di una camera oscura con colore vibrante. Durante la mia esperienza come Tutor a Venezia 79, una grande manifestazione rimasta nella storia della fotografia ed organizzata da International Center of Photography, sotto la direzione di Cornell Capa. Durante il workshop tenuto da Christian Vogt, un fotografo concettuale Svizzero, tutti i lavori si svolsero con l’utilizzo di Polaroid SX-70.

La mia collaborazione con Polaroid Italia nasce nel 1986 quando a Milano per circa un mese nello studio 117 fu portata la grande Polaroid 50 x 60 nota come la Big One, all’epoca la più grande macchina fotografica istantanea nel mondo. Esistevano tre esemplari nel mondo, uno in Europa e due in Usa. Furono invitati vari fotografi ad utilizzarla per creare immagini personali e Renato Broglia e Abramo Saporiti fecero richiesta al reparto marketing della Polaroid al epoca per potere utilizzarla. Visionarono il mio portfolio e fui scelto. Per me era un enorme privilegio usare la più grande macchina al mondo a sviluppo immediato, e così mi misi il giorno stesso a pensare cosa creare. Volevo fare qualcosa di particolare, infatti all’epoca sperimentavo con le proiezioni, con le doppie esposizioni ed utilizzavo spesso una finta finestra per creare immagini surreali. Il surrealismo mi ha sempre affascinato ed ispirato, e mi ispira ancora oggi, da quando per la prima volta da ragazzino vidi i capolavori di Dali, Picasso, Bosch al MoMa di NY. A volte ci vuole anche un pò di fortuna ed infatti il giorno in cui stavo lavorando con la Big One era presente Barbara Hitchcock, la direttrice della collezione Polaroid di Cambridge USA e le piacquero molto le immagini che avevo creato. Così qualche tempo dopo mi arrivò una lettera in cui mi comunicavano che le mie immagini erano state scelte per la Collezione Internazionale della Polaroid ed ovviamente ne fu molto contento.

Dal quel momento ogni anno proponevo progetti per utilizzare la Big One e la maggior parte furono accolti con entusiasmo. Nel 1989 la portai al Circo Americano e lì feci una seria di ritratti di artisti e animali che quell’anno furono esposti al Festival di Arles.

Così 1990 la portai in Piazza Duomo a Milano durante il Carnevale Ambrosiano, nel 1991 feci una serie con le finestre ad Arles, nel 1992 al Palazzo di Esposizione a Roma dove ho iniziato il mio progetto sui Buskers, nel 1994 al Ferrara Buskers Festival. Fino a quando la Polaroid decise di non sponsorizzare più la Big One che divenne solo a Noleggio con un costo proibitivo. Ogni foglio costava 200,000 mila lire e la macchina circa 1,500,000 di lire al giorno escluso i costi per il trasporto e quelli per il tecnico che la accompagnava.

© Gaetano Mansi. In piedi, appoggiato allo stipite, Joe Oppedisano.

Joe e la manipolazione. Da dove nasce il desiderio di manipolare ciò che tutti noi ci limiteremmo a riprendere così come ci appare?

Io non la chiamerei “manipolazione”, che è invece un procedimento a posteriori, bensì “sperimentazione” perché si crea in diretta sulla pellicola oppure oggi sul Sensore. La sperimentazione mi è sempre interessata così come la doppia esposizione che nella storia della fotografia vede i suoi inizi con gli Spiritualisti, che utilizzavano la doppia esposizione principalmente per ingannare il pubblico. Per me la sperimentazione è come un gioco da bambino. Creare immagini che ti sorprendano alla prima visione, che ti fanno pensare, e quando trovo la soluzione che mi piace diventa un gioco serio con cui si cerca di comunicare qualcosa attraverso essa. Io penso ci sia un mondo immaginario da scoprire dentro di noi, piuttosto che catturarlo come ci appare. Vede, io ho un grande difetto che forse è anche un pregio: che sono molto curioso e mi piace quasi tutto del mondo della fotografia, ad iniziare dalla sua storia. Quando studiavo fotografia alla School of Visual Arts a NY, fui molto colpito da una frase che Laszlo Moholy-Nagy scrisse nel 1921: “il nemico della Fotografia è la convenzione, le regole fisse di ‘come fare’. La salvezza della fotografia arriva dall’esperimento.

Mi è rimasta come impronta e per fortuna ho avuto insegnanti e maestri sperimentatori che mi hanno stimolato a cercare altre vie e ad interpretare con l’immagine cercando tra le porte della percezione e scavando “in the rabbit hole” (nella tana del coniglio). Mi tuffo nella mia immaginazione e cerco di darle una forma. Uno dei pochi che ha capito la mia curiosità è stato Lanfranco Colombo, che ho avuto la fortuna di conoscere appena tornato in Italia, Una persona che meriterebbe più attenzione nella storia della fotografia italiana. Feci la mia prima mostra alla Diaframma nel 1984 e lui mi scrisse in una introduzione. “C’è un filo sottile che lega la trama con cui Joe Oppedisano disegna i propri personalissimi progetti sull’ordito di un’attività professionale quotidianamente volta all’advertising e alla fotografia industriale e la sorprendente capacità di inventare, scorrazzando con grande e felice libertà all’interno del vastissimo territorio della fotografia; nel cimentarsi in un’impresa impossibile ( fare del cinema all’interno di un’immagine statica) coniuga la fantasia del Sud mediterraneo, dove e nato, con pragmatismo dell’Occidente americano dove si e formato”

Da molto tempo coloro che lavorano intorno al mondo della fotografia amano catalogare i fotografi come photo giornalisti, documentaristi, pubblicitari, still life isti, fotografi di moda, ritrattisti etc, ma io mi sento solo un fotografo a cui piace esplorare altre mondi che mi circondano nella realtà e nell’immaginario.

Secondo me i fotografi si possono però suddividere in due categorie, I Cacciatori ed i Contadini. Il cacciatore va a caccia di immagini, e con questo mi riferisco alla scuola di Cartier Bresson con “Il Momento Decisivo”, o Robert Frank con “Americans” oppure William Klein con “New York” e ci sarebbero tanti altri da elencare che hanno influenzato tanti generazione di fotografi con il concetto della cattura di quella frazione di secondo nella realtà che spesso fugge all’occhio umano, e come questa poi rimanga sospesa per l’ eternità.

I contadino oppure Stage Photographer, ha un’idea e la pianta come un seme nel territorio dell’immaginario, e poi la coltiva con tutto ciò che serve per farla crescere e poi raccogliere il frutto della sua immaginazione con un’immagine che lo soddisfa.

Quali e quante sono le manipolazioni che sperimenti e a quale sei più affezionato?

La sperimentazione è sempre in evoluzione.

All’inizio fu l’esposizione multipla, poi l’uso dei Filtri RGB, l’Estensione, I Collage o Decostruzioni, Cyclorama, Innerself la foto Stenopeica, e negli ultimi anni la Stratificazione (Stratz).

Non sono affezionato ad una in particolare.

Le utilizzo ancora tutte.

Dipende poi dal soggetto e cosa voglio comunicare con esso, e comunque mi vengono sempre in mente nuove idee da esplorare.

Nell’ottica della manipolazione, l’avvento della fotografia digitale ti ha agevolato?

In un certo senso sì. Grazie alla digitalizzazione si può fare post-produzione autonomamente mentre con l’analogico era necessario avvalersi di artigiani dell’immagine per eseguire lo stesso lavoro. Io tuttavia non amo particolarmente la post produzione e mi limito ad usare la mia digitale come se fosse una macchina analogica: imposto ISO, prendo l’esposizione, imposto i parametri diaframma-tempo che mi interessano e scatto. Utilizzo Photoshop come camera chiara visto che con il digitale non serve la camera oscura sebbene un file digitale debba essere preparato per stampare quindi è inevitabile l’uso di Photoshop.

Una cosa molta comoda del digitale, a parte l’immediata visione dell’immagine, è la possibilità di cambiare ISO da un scatto all’ altro mentre con l’analogico serve un altro corpo macchina con pellicola diversa ed è possibile cambiare temperatura colore per affrontare vari tipi di illuminazione quando si lavora a colore.

Allo stesso tempo però l’analogico ha un suo fascino perché necessitando del buio totale per caricare il materiale sensibile e svilupparlo e della luce per impressionare l’immagine diventa come un Ying & Yang, oscurità e luce che necessitano l’uno dell’altra.

Mentre ciò che non amo del digitale è che sino a quando non fai una stampa non hai nulla di tangibile. Con l’analogica avevi un negativo e un provino, e visto la continua evoluzione del digitale alcuni immagini archiviate una volta su i CD non sono più leggibile e comunque devi avere multiple back-up incassò per qualche strana cosa le hard disk e immagini spariscono.

Tra tutti i formati e apparecchi fotografici che hai usato nella tua carriera, quale ti ha soddisfatto maggiormente?

Nella mia carriera ho lavorato un po’ con tutti i vari formati, dalle macchine usa e getta di plastica alla 50 x 60 Polaroid e devo dire che tutti mi hanno soddisfatto.

\Considero la macchina un mezzo e ognuna ha il suo utilizzo, ma devo dire che quella che ho usato di più è stata il 35mm, per la sua compattezza e agilità d’uso, e aggiungo che, per alcuni anni, durante i quali ho utilizzato spesso le usa e getta, avevi la sensazione di essere invisibile perché erano piccole come un pacchetto di sigarette e bastava alzarla e scattare, non era necessario impostare nulla e nessuno ti prendeva sul serio.

Ovviamente si doveva conoscere i suoi limiti. Ho prodotto due libri con foto scattate da una “usa e getta”: “New York” nel 1997 e “On the Road” nel 1999 per l’Imation 3M la nostra x Ferrania.

Attualmente utilizzi una Canon EOS 7D quasi sempre con un’ottica fissa. Quanto è importante il mezzo, rispetto all’idea e alla capacità di realizzarla?

Penso di avere risposto a questa domanda in quella precedente. Ma perdonami se ti correggo: la mia Canon 7D è con un zoom 15-85 mm e non ottica fissa ed è l’unica ottica che ho per la Canon.

Certo una volta nel mondo analogico il formato della macchina dipendeva dall’uso che avresti fatto dell’immagine. Quando lavoravo per la FIAT in studio si usava un banco ottico 20×25 che serviva la massima nitidezza a quell’immagine che spesso diventava un manifesto di 6 metri x 3, mentre in location era sufficiente un formato

6 x 7 cm perché le immagini servivano per brochure o bilanci annuali. Un fotoreporter invece utilizza il 35mm, e spesso più di una, con varie ottiche, per la sua agilità. Per i ritratti è preferibile il medio formato 6×6 se si lavora con il quadrato oppure un 6×7 per avere un negativo o una diapositiva stampabile più grande del 35mm, ma quello che veramente conta in una macchina è la qualità dell’ottica per una maggior qualità del immagine.

Ritratto, paesaggio, manipolazioni… Esiste un tipo di fotografia con il quale non ti sei mai cimentato e che vorresti sperimentare?

Ho sperimentato tutto ma vorrei riprendere la fotografia subacquea. Possiedo due Nikonos, una dagli anni 80 e una degli anni 90, e mi piace fare nudi surreali nell’acqua anche se negli anni ne ho fatti pochi.

Devo ammettere che da quando ho lasciato Milano e vivo a Monzambano, mi sono lasciato prendere dai suoi bellissimi paesaggi e mi piace documentarli nella metamorfosi del cambiamento climatico concentrandomi sulle formazione di nuvole tempestose.

Quando ti trasferisci a New York avevi 8 anni, pochi ma non così pochi da non conservarne ancora qualche ricordo. Cosa è rimasto (se è rimasto) di quel Joe nell’Oppedisano fotografo di oggi?

Un forte ricordo. Andare a NY da ragazzino è stato come andare su un altro pianeta e come viaggiare nel tempo, da un piccolo paese, Gioiosa Ionica in Calabria, che all’epoca non era molto diverso dal 19° secolo, catapultato nel 20° secolo di New York, una città multietnica, praticamente un piccolo mondo, con i suoi grattacieli ed i suoi grandi ponti, che connettono l’isola di Manhattan al resto della città, Brooklyn, Queens, Bronx, Staten Island, e lo sviluppo industriale futurista della Grande Metro che ti porta più o meno ovunque.

Appena arrivato ero timoroso, non parlavo la lingua e non uscivo di casa. Eravamo l’unica famiglia di immigrati nell’ isolato dove abitavamo. I bambini a scuola, appartenenti a varie etnie, mi sembravano un po’ alieni.

Mi è rimasto è la curiosità di un bambino di cercare di capire esplorando quello che mi circonda, e la fotografia mi ha aiutato a documentarla con una mia personale visione e cultura bi continentale.

Posso dire che sono stato fortunato di aver avuto la possibilità di vivere tra due continenti.

NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia. Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti. Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori. NOC SENSEI è un progetto di New Old Camera srl

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