Curiosità assortite dell’universo fotografico (#11)

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; proseguo nella descrizione di pezzi o episodi curiosi legati al mondo della fotografia, corroborato dall’apprezzamento ottenuto con articoli precedenti di analogo tenore.

Iniziamo con alcune curiosità legate al brand Minolta, e in particolare ad un incidente legale che riguardò il gigante di Osaka ai tempi in cui stava commercializzando le sue prime reflex 35mm autofocus, metà anni ’80.

 

 

Com’era accaduto in altre occasioni (Minolta XM docet), l’azienda aveva deciso di commercializzare la nova linea AF utilizzando una denominazione differente in vari continenti, per cui quella che per noi era distribuita come Minolta Dynax 7000 AF, e in Giappone come a7000, nel continente Nordamericano era nota col nome aggiuntivo Maxxum; proprio quest’ultimo, o meglio la relativa grafica, fu causa di una vertenza legale con una colossale azienda petrolifera statunitense, la Exxon Oil.

 

 

Questo advertising statunitense del 1985 introduce la Minolta Maxxum 7000 AF, presentata nel Febbraio di tale anno, e il relativo ed omonimo sistema; la macchina, seppure con un design “wedge-shaped” in voga all’epoca, presentava caratteristiche molto interessanti ed avanzate per l’epoca, con autofocus, vari automatismi di esposizione e motore integrato, tuttavia l’elemento che oggi ci interessa maggiormente è la grafica del logo ufficiale Maxxum, con la caratteristica di prevedere le due “X” integrate assieme; il risultato è sicuramente accattivante ma proprio tale dettaglio innescò il domino di eventi.

 

 

Infatti la Exxon Oil utilizzava un logo che prevedeva a sua volta la doppia “X” interlacciata, e presumibilmente l’azienda aveva registrato l’opzione di impiegare tale tipo di grafica in esclusiva, come elemento connotante del suo brand.

 

 

I due marchi affiancati palesano in modo evidente la congruenza grafica di tale elemento, e peraltro Minolta aveva scelto di utilizzare il nome Maxxum proprio negli States, dove l’azienda Exxon aveva sede.

 

 

Pertanto, non appena alla Exxon presero visione del nuovo marchio Minolta, a sua volta registrato, avviarono un’azione legale contro il brand nipponico; In realtà si trattò di un procedimento soft, senza prese di posizione rigide, perché ad Osaka accettarono di buon grado di modificale la grafica del marchio, ed Exxon dal canto suo apprezzò la pacifica collaborazione lasciando a Minolta il tempo e la facoltà di smaltire le scorte di corpi macchina già completati e non disorientare la clientela U.S.A. che era appena stata bombardata da inserzioni pubblicitarie col marchio incriminato, richiedendo di modificare il logo solamente nella produzione posteriore all’accordo fra le parti; si trattò quindi di un gentleman agreement senza scosse.

All’epoca ricordo che la stampa specializzata non mancò di fare un po’ d’ironia su questa vertenza, ritenendola eccessiva dal momento che sicuramente nessuno avrebbe confuso commercialmente una lattina di olio motore con una fotocamera reflex autofocus, tuttavia Exxon aveva tutti i diritti legali di reclamare l’applicazione esclusiva di quella particolare grafica, e così fece.

 

 

La Minolta 7000 AF in versione statunitense Maxxum appartenente al primo anno di produzione, 1985, è quindi interessante perché rappresenta l’elemento scatenante di tale questione dal momento che esibisce il logo originale contestato.

 

 

Infatti, se osserviamo la grafica della denominazione Maxxum relativa agli anni 1985 e 1986 possiamo osservare il rapido dietro-front di Minolta e l’introduzione di una versione con le “X” distinte, forse graficamente meno eccitante ma almeno al sicuro da contestazioni.

 

 

La corrispondente inserzione pubblicitaria per l’anno 1986 riporta a sua volta il marchio corretto, applicato anche sulla nuova versione di fotocamera; in realtà per Minolta questo inciampo non ebbe ripercussioni economiche (modificare un logo su una calotta è ben poca cosa) ma a livello di immagine creò sicuramente qualche imbarazzo anche per la visibilità che ebbe la questione, resa curiosa dai suoi assurdi dettagli.

In realtà la nuova linea autofocus portò all’azienda di Osaka una seconda serie di grattacapi, questa volta meno sbandierati pubblicamente ma molto più funesti per le casse del brand; tali problemi erano legati a dettagli del sistema AF e alla relativa proprietà intellettuale brevettata, e in questo caso chiamarono in causa un secondo colosso statunitense, la Honeywell.

Infatti Honeywell non produceva direttamente apparecchi fotografici (anche se la sua divisione Honeywell Photographic di Denver distribuiva sul mercato statunitense le fotocamere Rolleflex TLR o i corpi macchina Asahi sotto la denominazione Honeywell Pentax), tuttavia a metà anni ’70 aveva messo a punto il primo sistema autofocus applicabile a fotocamere, il Visitronic presentato a fine del 1975, e questo apparato includeva principi teorici che in qualche modo vennero poi utilizzati da molti fabbricanti di reflex autofocus della prima ora; l’antequem introdotto dal Visitronic Honeywell introdusse quindi presupposti che entravano in gioco anche in sistemi AF tecnicamente differenti.

Trattandosi di un elemento storico nell’evoluzione tecnologica del mezzo fotografico propongo a seguire gli stralci salienti e tutte le illustrazioni tecniche di 2 brevetti Honeywell legati al Visitronic, il primo e fondamentale del 1975 e un secondo del 1976.

 

 

Il padre del sistema autofocus Visitronic fu Norman Stauffer e il relativo brevetto a nome di Honey well Incorporated venne depositato negli States il 31 Ottobre 1975, basandosi tutta via su applicazioni precedenti che regredivano nel tempo fino al 9 Luglio 1973; è interessante osservare che Norman Stauffer a quel tempo risiedeva ad Englewood (Colorado), ad appena 10 km da Denver dove invece aveva sede la divisione Honeywell Photographic, pertanto è lecito inferire che lo sviluppo del nuovo sistema AF sia stato gestito da quest’ultima in modo autonomo.

Si può anche osservare come la struttura ottica sia simile a quella di un sistema fotografico stereo applicabile ad una fotocamera convenzionale, con la coppia di immagini inviate su 2 sensori affiancati.

A seguire trovate tutte le illustrazioni tecniche previste da questo complesso brevetto di 26 pagine.

 

 

Vediamo ora lo stralcio di testo che introduce la discussione.

 

 

Il documento dichiara la presentazione di un sistema che consente di focalizzare automaticamente l’immagine di un soggetto su un piano predefinito; gli obiettivi del brevetto sono proporre un sistema autofocus per fotocamere migliorato, di complessione ed utilizzo semplici, compatto e in grado di superare le limitazioni insite nelle proposte precedenti.

In sintesi il testo poi descrive la presenza di elementi che focalizzano 2 immagini dello stesso elemento su una coppia di sensori in grado di analizzarne pattern e distribuzione luminosa; il sistema è in grado di comparare i valori ottenuti e basandosi su essi sposta il fuoco di uno dei due recettori, a sua volta collegato al servomotore che focheggia l’obiettivo primario, in modo che la congruenza delle 2 immagini comparate dal Visitronic vada a coincidere con una perfetta messa a fuoco del soggetto ritratto; per evitare anche il minimo errore di posizione si prevede che i 2 elementi sensibili siano applicati allo stesso supporto, garantendone la complanarità.

 

 

Questo progetto venne poi rifinito da Wildwerding, sempre domiciliato in Colorado vicino alla sede di Honeywell Photographic, arrivando a questo brevetto consegnato per la registrazione il 7 Ottobre 1976, quando tuttavia il Visitronic era già una realtà da circa un anno.

I 3 schemi grafici che seguono introducono piccole novità di dettaglio ma il principio informatore rimale largamente invariato.

 

 

Anche per questo secondo brevetto possiamo analizzare lo stralcio introduttivo della sezione di testo.

 

 

Le finalità di questo brevetto riguardano nuovamente la possibilità di mettere a fuoco automaticamente una fotocamera, movimentando il gruppo ottico dell’obiettivo per mantenere l’immagine costantemente focalizzata sul relativo piano; a detta del progettista il sistema garantirebbe prestazioni affidabili utilizzando la minima quantità di componenti.

Come anticipato, la Honeywell non utilizzò direttamente questa primizia perché non produceva in proprio fotocamere e i relativi contenuti tecnologici vennero invece condivisi con aziende per le quali Honeywell garantiva la distribuzione dei relativi prodotti negli states, come Asahi Pentax o Franke & Heidecke (Rollei).

 

 

Infatti, a ribadire la collaborazione fra il fabbricante nipponico e il distributore americano, i corpi macchina Asahi commercializzati negli U.S.A. prevedevano sul frontale l’aggiunta del marchio Honeywell ed è noto questo prototipo di SMC Pentax Zoom 35-70mm 1:2,8 autofocus che sfrutta proprio il sistema Visitronic; questo speciale obiettivo venne presentato nel 1976 e incorpora tutti i componenti AF nel proprio scafo, rendendolo funzionale su qualsiasi corpo macchina con attacco a baionetta K (infatti nell’illustrazione appare accoppiato ad una obsoleta Pentax K2 DMD), e non va quindi confuso con l’omonimo ed omologo zoom 35-70mm 1:2,8 presentato da Asahi nel 1981 e destinato al funzionamento AF esclusivamente sulla speciale reflex Pentax ME-F.

 

 

Come detto, anche le fotocamere Rollei erano distribuite da Honeywell, e infatti il sistema Visitronic venne condiviso anche con Franke & Heidecke che lo utilizzò nella compatta autofocus Rolleimat AF prodotta nel 1980-81.

Tornando invece al sistema Minolta AF, l’azienda di Osaka non prese invece alcun accordo con Honeywell per sfruttare il brevetto Visitronic, tuttavia apparentemente alcuni elementi tecnici presenti in quella nuova linea di corpi macchina autofocus andava ad infrangere i relativi brevetti, pertanto Minolta, per finalizzare l’introduzione di tale serie, dovette prima risolvere la querelle con Hexxon Oil legata al nome Maxxum e quindi affrontare un lungo contenzioso legale con Honeywell che si risolse solamente alcuni anni dopo a favore di quest’ultima, pertanto Minolta fu costretta a pagare complessivamente 127,5 milioni di Dollari dell’epoca, una cifra iperbolica anche per un’azienda primaria, come penale e anche per continuare a produrre apparecchi AF che sfruttavano tali principi brevettati.

Per Minolta il nuovo corso autofocus risultò quindi sicuramente ansiogeno e molto, molto costoso, mentre curiosamente il brevetto Visitronic del 1975 di Norman Stauffer non portò ad un impiego pratico diffuso del sistema ma fruttò comunque ad Honeywell circa 300 milioni di Dollari complessivi in penali pagate ob torto collo da diverse aziende fotografiche che ne avevano utilizzato elementi tecnici senza autorizzazione, quindi a buon diritto Stauffer meriterebbe una statua in qualche sito aziendale!

Tornando ai prodotti  di casa Honeywell, la grande azienda statunitense aveva deciso di non entrare direttamente nell’affollato e competitivo mercato di fotocamere ed obiettivi ma il suo dipartimento dedicato al settore progettò e mise in  produzione vari articoli di contorno, come ad esempio proiettori per diapositive.

 

 

Proprio il proiettore Honeywell Rondelle 100 protagonista di questa doppia pagina del Dicembre 1965 ha suscitato la mia curiosità perché tale modello non condivide assolutamente i tradizionali attributi estetici dei comuni concorrenti ma stravolge la configurazione e a prima vista sembra quasi più simile ad una grossa radio dell’epoca con grande sintonizzatore frontale; quello che sembra una grande finestra di sintonizzazione si palesa essere invece un caricatore circolare per 100 diapositive 5x5cm, e la réclame sottolinea la presenza di un sistema autofocus (evidentemente un leit motiv del dipartimento fotografico Honeywell) e anche un esclusivo sistema magnetico per estrarre la diapositive dal caricatore e metterle mella finestra di proiezione che non ha eguali nel settore; infatti ricerche specifiche hanno evidenziato come questo specifico dettaglio fosse stato brevettato già nel 1960, e quello che segue è uno stralcio riassuntivo del relativo documento.

 

 

Il brevetto venne firmato da Robert McCammon per Minneapolis-Honeywell Regulator Company, branca della grande azienda, e depositato il primo Novembre 1960 (notate come anche McCammon abitasse a Denver, nei pressi della sede di Honeywell Photographic); nei proiettori Honeywell le diapositive passano sotto il piano di proiezione e vengono sollevate di volta in volta verso l’alto per visionarle, lasciando poi alla gravità il compito di rimetterle in sede; ai tempi di questo brevetto il modello Rondelle con caricatore circolare da 100 telaietti non era ancora in produzione e quindi gli schemi mostrano una meccanica con caricatore in linea convenzionale, tuttavia il dettaglio chiave del brevetto è proprio questo rullo magnetico girevole che provvede a sollevare dolcemente la diapositiva selezionata per la proiezione, elemento esclusivo che viene descritto anche nell’inserzione pubblicitaria vista in precedenza.

 

 

Un’altra réclame d’epoca del dipartimento fotografico Honeywell pubblicizza invece torce flash Strobonar a funzionamento asservito tramite servocellula di sua produzione, e una pubblicazione del genere oggi sarebbe sicuramente accompagnata da vibranti polemiche per l’utilizzo becero dell’immagine femminile, puntando su un gioco di parole dove slave convenzionalmente indica un flash pilotato dall’unità principale ma anche, in senso più generico, schiava, il tutto condito dall’eloquente immagine di un uomo seduto soddisfatto accanto a 2 odalische in adorazione; sicuramente altri tempi!

Facciamo ora tappa in casa della svedese Hasselblad per riecheggiare le sue fotocamere dei primi anni ’50 e un testimonial d’eccezione che si prestò ad impiegarle e sponsorizzarle.

 

 

Infatti questa uscita pubblicitaria su Modern Photography creata dal distributore newyorkese Willoughbys abbina la Hasselblad 1600F, il primo modello commercializzato, ad una fotografia del celeberrimo artista del bianconero Ansel Adams e realizzata nella Yosemite valley utilizzando proprio questo tipo di fotocamera; in realtà chi conosce Adams sa che tipicamente utilizzava grandi lastre piane, fino all’8×10”, anche per fotografare i soggetti più umili e banali, pertanto un improvviso “colpo di fulmine” per la svedese limitata a 6x6cm sembra poco credibile, tuttavia il leggendario fotografo sembra che abbia effettivamente apprezzato la maggiore trasportabilità di tale sistema e in seguito venne ripetutamente immortalato mentre utilizzava uno di questi apparecchi, anche in età avanzata, mentre una delle immagini che ritengo più belle fra quelle da lui prodotte, Moon and Half Dome, la creò proprio con un’Hasselblad munita di ottica Zeiss Sonnar 250mm e filtro di contrasto.

Penso quindi che inizialmente sia stata solo un’operazione promozionale dietro compenso, però l’utilizzo pratico deve aver convinto il Maestro che oltre al fumo c’erano anche contenuti concreti.

(prosegue nella parte 12)

 

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