Curiosità assortite dell’universo fotografico (#10)

Continua dalla parte 9

 

 

L’idea originale Carl Zeiss Jena (“Tessar, the eagle eye of your camera”) venne poi ripresa nel 1952 anche da Exakta, che peraltro nel Dopoguerra utilizzava obiettivi prodotti dallo stesso brand nella DDR, abbinando un occhio d’aquila con grafica rinnovata alla sua fotocamera VX e ai relativi obiettivi Carl Zeiss Jena, un modo di agganciare il sistema Exakta all’indiscusso allure Zeiss.

 

 

Il tema dell’occhio, in questo caso di gatto, venne sfruttato non solo per gli obiettivi ma anche per reclamizzare esposimetri, nella fattispecie abbinando l’elevata sensibilità in basse luci del modello statunitense FR dotato di booster aggiuntivo al selenio all’ottima visione notturna del felino, definita appunto night vision; la FR Corporation aveva sede a New York e in un’altra rèclame dedicata ad un suo avanzato lampeggiatore elettronico a torcia non manca di premere l’acceleratore sul senso patriottico di appartenenza, mettendo addirittura il prodotto in mano alla statua della Libertà al posto della classica fiaccola…

Proseguo dedicando un paio di note all’azienda statunitense Graflex Inc. di Rochester, nota per gli apparecchi press di grande formato utilizzati anche dal celeberrimo reporter di cronaca Weegee.

 

 

Il primo esempio, dedicato alla fotocamera a telemetro Graphic 35, idealmente si ricollega ad alcuni modelli Fujica descritti in precedenza: ad accomunarli è l’insolita proceduta per la messa a fuoco, e se le versioni nipponiche sfruttavano una ghiera girevole sul dorso, nella Graflex la messa a fuoco è gestita da un pulsante ergonomicamente posizionato sul frontale; premendo o rilasciando tale comando e osservando il relativo sdoppiamento telemetrico nel mirino si poteva finalizzare la messa a fuoco senza intervenire su ghiere girevoli nell’obiettivo, mentre su quest’ultimo si impostavano solamente le aperture di diaframma e i tempi di posa dell’otturatore centrale.

 

 

Un altro interessante prodotto Graflex di inizio anni ’50 è il kit di conversione Graflarger che permetteva di trasformare il proprio apparecchio 4×5” in un ingranditore per stampare i relativi negativi, risparmiando il costo e i notevoli ingombri di un modello specificamente dedicato (una soluzione sfruttata anche dalla tedesca Linhof per i suoi apparecchi).

Questa è una delle prime pubblicità dedicate a tale dispositivo, diffusa nel Gennaio 1951, è mostra l’apparecchio col dorso Graflarger munito di luce fredda “Aristo Cold Light” e relativi accessori, ovvero il piano di stampa con robusta colonna, un sistema intelligente per stampare lastre di grande formato senza acquistare né l’ingranditore né uno specifico obiettivo da stampa, dal momento che in questo caso si sfruttava il classico “normale” da ripresa, più che idoneo alle esigenze se utilizzato prevedendo un paio di f/stop di chiusura per il diaframma.

 

 

Successivamente (questo annuncio è del Gennaio 1955) la Graflex Inc. ha iniziato anche a vendere un set completo per il formato 6x9cm (2 ¼” x 3 ¼”)  che comprendeva sia la fotocamera (una Century Graphic press con obiettivo 1:4,5 e dorso porta-pellicola Grafmatic) che il dispositivo Graflarger a luce fredda con relativa colonna e base di stampa; il tutto era fornito in una singola confezione a quasi 200 Dollari dell’epoca, una cifra non irrilevante che tuttavia consentiva di portare a casa un valido apparecchio 6x9cm di qualità e tutto il necessario per stampare i relativi negativi.

Lasciamo Rochester per una doverosa visita in casa Zeiss; in questo caso concentrandomi su 2 famosi marchi utilizzati dall’azienda.

 

 

Questa illustrazione risale al Luglio 1936 e mostra come il moderno logo ZEISS cubitale abbia in realtà origini lontane e venisse già impiegato prima del conflitto per identificare prodotti particolari come microscopi, endoscopi, apparecchi fotogrammetrici, etc., mentre il classico marchio Carl Zeiss Jena nel doppietto acromatico era destinato ai prodotti fotografici consumer più convenzionali.

Il logo ZEISS cubitale non è stata quindi un’invenzione relativamente recente della Carl Zeiss Oberkochen ma si tratta della semplice rivisitazione di una grafica già esistente da molti anni.

Fra i prodotti Carl Zeiss Oberkochen più significativi del primo Dopoguerra annoveriamo sicuramente il celebre supergrandangolare Biogon 21mm 1:4,5 per Contax, un obiettivo che per la prima volta offriva nel formato 35 un angolo di campo da ben 90° con distorsione trascurabile ed eccellente nitidezza sul campo.

 

 

Quest’obiettivo, del quale ammiriamo un paio di pubblicità del tempo, utilizzava un nuovissimo e complesso schema semisimmetrico a 8 lenti che poteva costituire un valido biglietto da visita nelle inserzioni, e infatti è noto un esemplare schnitt della primissima ora, sacrificato all’epoca probabilmente per documentare l’aspetto della sua sezione e quindi utilizzarlo in queste illustrazioni pubblicitarie dell’obiettivo.

 

 

Un’ulteriore inserzione dedicata al Biogon 21mm 1:4,5 mostra sempre e invariabilmente un’immagine tecnica con l’obiettivo parzialmente sezionato per mettere in mostra il relativo schema ottico, un messaggio efficace che sottolinea la sofisticazione del prodotto.

 

 

Risulta invece molto meno riuscita questa doppia pagina diffusa dall’importatore americano di Zeiss Ikon Stuttgart e pubblicata nel Maggio 1956; in questo caso, onestamente, l’accoppiamento dei vari modelli di fotocamere Zeiss Ikon con piatti da minestrina non ha alcun valore induttivo su di me, tuttavia lo registro debitamente in quanto documento storico.

 

 

Un breve accenno anche alla leggendaria Nikon F; il suo lancio sul mercato venne recepito dai concorrenti nipponici come un evento importante e tale modello divenne immediatamente un esempio di riferimento.

 

 

Infatti, a stretto giro la nuova reflex di Konishiroku venne a sua volta battezzata Konica F, con l’aggiunta di un pentaprisma piramidale appuntito con lettera F frontale che costituisce una smaccata citazione della regina di Nikkon Kogaku.

Passiamo ora a parlare di una celeberrima “subminiature” italiana, la GaMi 16, e del relativo importatore statunitense.

 

 

Nel primo paio d’anni di produzione, la GaMi 16 venne distribuita in America dal rappresentante Buttafarri, poi quest’ultimo assieme a Galileo Corporation fondò la GaMi Corporation, società con sede a New York nella prestigiosa Fifth Avenue; questa rara pubblicità d’epoca comparve su riviste fotografiche statunitensi e mostra la strategia scelta dalla GaMi Corporation, cioè abbinare all’apparecchio un testimonial come il Colonnello indiano Gyan Singh, capo dell’Himalayan  Mountaineering Institute di Darjeeling (Bengala), che asseritamente aveva utilizzato la fotocamera sull’Himalaya fino a 5.200 metri di altitudine rimanendo molto soddisfatto per le sue caratteristiche, con relative note positive inserite nell’annuncio.

In realtà la GaMi 16 vantava caratteristiche tali che bastavano da sole a promuoverla, sebbene il prezzo richiesto negli States a quel tempo, quasi 300 Dollari, fosse decisamente elevato per la categoria.

Restiamo ora negli States per introdurre qualche curiosità nel settore fotografico legata  all’azienda General Electric; quest’ultima al lettore nostrano può sembrare un nome come tanti ma tale brand è una realtà industriale di proporzioni colossali e ha realizzato molti prodotti di grande sofisticazione, da centrali nucleari complete a turbine a gas per la propulsione navale a motori per velivoli e relativi sistemi di sovralimentazione (sono GE quelli del famoso Pratt&Whitney R4360 a 28 cilindri su 4 ordini stellari da 7, il più grande motore aeronautico a pistoni mai realizzato); negli anni ’50 e ’60 alcuni suoi dipartimenti si occuparono anche di articoli per la fotografia, ed ecco i relativi esempi.

 

 

Con il suo enorme know-how in campo elettrico l’azienda decise di realizzare una serie di esposimetri esterni, come il compatto modello PR-1 qui illustrato in 2 differenti annunci statunitensi; in questo caso il focus è sulla fotografia a colori, perché la ridotta latitudine di posa di questi materiali non consentiva un’esposizione approssimativa eseguita a stima, richiedendo una misurazione accurata e l’impiego di un esposimetro.

Nei 2 annunci sono pubblicate ottime immagini a colori con una breve scheda del relativo autore, tuttavia nel secondo caso il gradevole effetto col cielo saturo non è dovuto ad una misurazione esposimetrica molto precisa ma ad un’esposizione calibrata sulle alte luci aggiungendo un fill-in di flash nel primo piano per schiarire le ombre, quindi si tratta un po’ di una forzatura nell’annuncio per un esposimetro (e peraltro una foto simile all’epoca si poteva realizzare solo con fotocamere ad otturatore centrale, sfruttando la sua possibilità di sincronizzare il lampo anche con tempi molto brevi).

 

 

Il richiamo al lampeggiatore non è casuale perché gran parte del core business di General Electric nel settore fotografico riguardò proprio lampadine flash a combustione, consumate in gran numero finchè i nuovi lampeggiatori elettronici a scarica di condensatore non le resero irrimediabilmente obsolete; in questo caso la contestualizzazione fotografica è analoga all’immagine precedente, con un’esposizione scarsa che preserva le alte luci e un riempimento di flash nel primo piano per aprire le ombre ed attenuare i contrasti, il tutto grazie ad un apparecchio ad otturatore centrale con sincronizzazione totale dei tempi (Linhof con lastre 4×5”).

Il documento permette anche di notare come esistesse un dipartimento autonomo di General Electric specificamente dedicato a questo tipo di prodotto, con sede a Cleveland, Ohio.

 

 

Un leit motiv caratteristico legato alle lampadine flash di General Electric fu l’attenzione all’affidabilità e alla riuscita dello scatto; probabilmente all’epoca i “lampi mancati” per lampadine difettose di scarsa qualità o batterie di attivazione scariche erano un evento non infrequente, pertanto l’azienda cercò di dirottare la clientela sfruttando proprio questi diffusi timori.

Infatti General Electric non soltanto confermava l’elevata qualità delle sue lampadine flash, promettendone il funzionamento, ma forniva anche una garanzia che prevedeva la consegna di 4 pezzi in omaggio per ogni lampadina difettosa che avesse mancato l’accensione; in un altro contesto offre invece in omaggio una lampada-test per verificare la carica della batteria prima di eseguire la ripresa con lampo, evitando quindi mancate accensioni in caso di unità scarica; questo gadget veniva fornito acquistando almeno 12 lampadine flash General Electric.

Risulta sicuramente lodevole l’impegno della grande azienda per assicurare la funzionalità del prodotto e buoni risultati ai clienti.

 

 

General Electric diede anche vita ad un progetto ben più ambizioso per pubblicizzare le sue lampade flash a combustione, sponsorizzando una celebre serie televisiva americana con 29 puntate andate in onda dal 1958 al 1960 sull’emittente ABC; in questa serie il fotografo free-lance Mike Kovac, interpretato da un atletico Charles Bronson, svolge la sua attività impugnando una fotocamera Leica M3 con Summicron-M 50mm 1:2 ed equipaggiata con una parabola per lampade flash a combustione; la General Electric supportò la produzione e nell’inserzione a sinistra, datata Novembre 1959, cita in chiaro la serie, il protagonista e addirittura il titolo come “GE Flashbulbs’ Man with a camera”, palesando quindi tali prodotti come sponsor principali della serie, nella quale peraltro erano anche effettivamente utilizzati da Mike Kovac-Charles Bronson sulla sua Leica.

Nella seconda inserzione, risalente al Febbraio 1960, il famoso fotografo Pete Samerjan coglie al volo Mike Kovac in azione immortalandolo proprio con una lampadina flash General Electric… In realtà dubito che durante le effettive riprese di una scena avessero tollerato un flash indebitamente sparato nel corso dell’azione, quindi suppongo che si tratti di una messinscena sempre a vantaggio del main sponsor General Electric.

Anche in questa occasione la serie è descritta come “General Electric flashbulbs’ Man with a camera show” mentre risulta evidente l’elevato livello tecnico previsto per il lettore, chiamato a comprendere il senso delle specificazioni tecniche aggiuntive.

Parlando di flash, una curiosità è rappresentata anche dai lampeggiatori prodotti negli anni ‘50 dalla tedesca Braun con relativo importatore statunitense.

 

 

Infatti la Braun, quando la sua sede era ancora a Francoforte, dal 1952 iniziò a produrre lampeggiatori e ben presto lanciò modelli elettronici all’avanguardia, sia per specifiche tecniche che per design, concretizzando una gamma di prodotti amatoriali o professionali che riscossero un buon successo; all’epoca di questo annuncio pubblicitario americano la linea era sicuramente già completa e molto interessante, tuttavia quello che suscita la maggiore attenzione è in realtà l’importatore: infatti a quel tempo i prodotti Braun erano distribuiti negli States nientemeno che da Ernst Leitz Inc., New York, probabilmente dopo accordi intercorsi in Germania fra la Braun stessa e i “vicini” di Wetzlar.

E’ quindi sicuramente curioso apprendere che la celebre Leitz New York a quel tempo si dedicava anche alla distribuzione dei lampeggiatori elettronici della Braun di Francoforte.

 

 

Un’altra azienda tedesca a quei tempi all’avanguardia nell’elettronica applicata alla fotografia, e in particolare agli esposimetri. era la Gossen di Giessen, brand che per molti anni fu leader del settore e non soltanto fornì componenti interne destinate a fotocamere per i principali fabbricanti tedeschi ma produsse anche alcuni degli esposimetri manuali più famosi, efficaci ed iconici della storia, il più celebre di tutti lanciato nel 1961 e chiamato Lunasix (poi anche Luna-PRO negli States), che con la successiva evoluzione Lunasix 3 è stato per anni lo standard per innumerevoli fotografi e professionisti del settore; l’esemplare personale illustrato con aggiuntivo spot a puntamento da 15°/7,5° lo acquistai nel lontano 1981 ed è sopravvissuto indenne e senza malfunzionamenti persino ad una rapida trasferta nelle acque del mare di Calabria.

 

 

Queste pubblicità anni ’60 mostrano a sinistra la denominazione americana Luna-PRO adottata dopo un lustro di produzione del modello, mentre a destra abbiamo una versione pubblicata nel 1964 con il brand name Lunasix, e sottolineano immediatamente l’eccezionalità dello strumento, già allora in grado di leggere in un intervallo compreso fra -8 e +24 EV (oppure da 0,16 a 32.000 footcandles), accoppiando tempi da 8 ore a 1/4.000”, aperture da 1:1 ad 1:90 e valori ASA da da 6 a 25.000, prestazioni impressionanti ancora oggi a 60 anni di distanza; il Lunasix – Luna-PRO di Gossen non aveva praticamente limiti quanto a range di lettura e l’unico inconveniente in fase di utilizzo consisteva nell’angolo di lettura riflessa da 30° che era difficile da correlare esattamente al soggetto; fortunatamente fra le prerogative del modello c’era anche una serie di accessori da applicare davanti al fotoresistore frontale, fra i quali un raccordo per microscopio, un sistema di lettura sul piano di stampa per ingranditori, un dispositivo con fibra ottica flessibile per il vetro smerigliato degli apparecchi di grande formato e, appunto, un mirino con specchio reflex e selettore che consentiva una lettura stretta su 15° o 7,5° con visione diretta dell’area di misurazione, proprio il complemento che superava la citata limitazione operativa rendendo questo modello della Gossen uno strumento molto efficace, fatta la tara all’effetto memoria del suo elemento al solfuro di cadmio e alla necessità di farlo stabilizzare per un po’ di tempo misurando in luce molto scarsa.

 

 

Un’altra pubblicità statunitense ribadisce nuovamente l’eccezionale intervallo di luminanza coperto dalla lettura, addirittura 1:2.000.000, prestazioni che all’epoca effettivamente avevano ben pochi rivali, come suggerito dalla stessa inserzione; la sua efficacia e la possibilità di calibrare rapidamente a zero il galvanometro lo renderebbero perfettamente utilizzabile ancora oggi, se non fosse per l’alimentazione con batterie al mercurio da 1,35v.

 

 

Il Lunasix è un prodotto celeberrimo e noto a tutti, tuttavia svariati decenni fa la Gossen mise a listino anche un altro modello denominato Sixti e che era molto compatto e concepito soprattutto per apparecchi 35mm a telemetro (come le Leica) che erano privi di esposimetro.

Il Gossen Sixti si affidava ancora ad una serie di elementi al selenio, che non necessitavano di alimentazione tramite batteria, e poteva tranquillamente sostituire il classico Leicameter, sia pure con la limitazione dei tempi di posa non accoppiati direttamente allo strumento; è un modello curioso e oggi difficile da incontrare.

Restiamo in Germania per un’altra curiosità, questa volta legata al famoso brand Schneider Kreuznach e al suo celebre grandangolare per grandi formati Super-Angulon.

 

 

La prima versione di Schneider Super-Angulon, con apertura 1:8 e schema ottico simmetrico a 6 lenti, venne disegnata da Günther Klemt e il brevetto prioritario tedesco fu depositato il 31 Agosto 1954; quest’obiettivo consentiva di raggiungere e superare (a diaframma chiuso) i 100° di campo, rappresentando un netto superamento del precedente e datato Angulon 1:6,8, pertanto entrò in produzione per l’anno 1956.

 

 

Tuttavia, cosa nota a pochi, le prime serie di Super-Angulon 1:8 prodotte dal 1956 vennero a loro volta denominate Angulon come le versioni a campo inferiore ed apertura 1:6,8 commercializzate fino ad allora, creando di fatto una linea più obsoleta di Angulon 1:6,8 e una moderna di Angulon 1:8 e circa 20° di copertura in più.

Infatti questa pubblicità del Giugno 1956 mostra proprio il nuovo obiettivo nella versione da 90mm 1:8, tuttavia la denominazione riportata e confermata anche nella fotografia dell’esemplare è ancora Angulon.

 

 

Poco dopo in azienda si resero conto che questa scelta creava confusione e fraintendimenti nella clientela e penalizzava anche le vendite del nuovo e performante modello, pertanto si decise di intervenire e ribattezzare Super-Angulon i nuovi modelli 1:8 con schema derivato dal progetto di Klemt, continuando a chiamare Angulon le precedenti versioni 1:6,8, mantenute a listino come opzione economica per chi non richiedesse una copertura angolare estrema.

Questo catalogo del 1963 rimette infatti le cose a posto, presentando la nuova linea 1:8 con focali da 47mm a 210mm associata la denominazione Super-Angulon con la quale è universalmente nota.

 

 

Vorrei quindi concludere questa tornata con qualcosa di particolare che ci porti contestualmente anche a riflettere; l’arte della calligrafia giapponese ha tradizioni millenarie ed è ben nota a tutti; in questo caso stiamo osservando la parola “fotografia” scritta dal Dr. Takeshi Mitarai, che a suo tempo era il Presidente della JCIA (Japan Camera Industry Association), mentre il testo sulla sinistra di formato inferiore è la sua firma autografa.

Faccio notare che io ho tradotto per comodità “fotografia” ma la corrispondente espressione giapponese che stiamo osservando significa propriamente “riflessione del vero” o “specchio della verità”; proprio questo dettaglio ci porta a pensare ai recenti sviluppi delle immagini generate da sistemi AI, i cui “soggetti” effettivamente non esistono e quindi non propongono alcuna “riflessione del vero”; l’esercizio di calligrafia del Dr. Mitarai è quindi anche un utile spunto per qualche riflessione, e con questa considerazione finale vi lascio.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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