Riprende dalla prima parte

 

 

Questo zoom 35-70mm utilizzava il caratteristico schema ottico a 2 soli gruppi mobili, sistema introdotto nella categoria dal Canon FD 35-70mm 1:2,8-3.5 S.S.C. del 1973 e largamente impiegato per la sua semplicità meccanica; in questi zoom standard da leggero grandangolare a leggero tele alla focale minima i 2 moduli nei quali lo schema ottico è idealmente diviso si trovano alla massima distanza fra loro, con quello posteriore nella posizione di massimo arretramento; passando alla focale più lunga (in questo caso da 35 a 70mm) i 2 moduli principali si vengono incontro, con quello anteriore che arretra e quello posteriore che avanza, fino all’assetto finale con i moduli raggruppati a metà strada e quasi a contatto, in una configurazione più compatta e meno rispetto a quella di 35mm che richiede anche un minore allungamento del barilotto.

Nella terza versione dello zoom in versione Minolta la posizione macro parte da questa seconda configurazione da 70mm e la rotazione supplementare della ghiera avanza nuovamente il modulo anteriore (mentre quello posteriore rimane statico) fino a generare una spaziatura analoga a quella presente con lo zoom settato a 50mm, tuttavia con un tiraggio meccanico superiore perché tutto è iniziato dalla posizione avanzata di 70mm, mentre con lo zoom regolato a 50mm e a distanze normali lo stesso assetto del gruppo ottico visibile in macro avrebbe sfruttato un tiraggio posteriore più ridotto, consentendo appunto di arrivare a infinito.

Invece nella posizione macro il fatto di configurare lo zoom come un 50mm mantenendo il tiraggio meccanico originale di 70mm consente una messa a fuoco più ravvicinata, dal momento che tale distanza si riduce quando utilizziamo lo stesso tiraggio con una focale inferiore (infatti, per arrivare allo stesso rapporto di riproduzione, ad un 100m macro convenzionale serve un tiraggio posteriore doppio rispetto ad un macro da 50mm, e così via).

Lo schema ottico del 35-70mm 1:3,5 Minolta / Leitz venne sviluppato da un team di tecnici che comprendeva Mitsuaki Horimoto, Masaichi Shimomura e Shiyuji Ogino ed ora andremo ad analizzare l’interessante brevetto originale nipponico, peraltro l’unico presentato e disponibile.

 

 

Questo documento venne depositato il 6 Luglio 1977 ed è estremamente interessante perché le sezioni proposte mostrano come la posizione macro, finalizzata come già visto avanzando il gruppo ottico anteriore partendo dalla configurazione standard di focale massima, era già prevista fin dall’origine, sebbene per vederla in un esemplare di produzione sia stato invece necessario attendere un lustro, fino alla terza versione del 1983; le mie ricerche a tappeto sui brevetti Minolta anni ’70 hanno infatti rivelato come intorno al 1975 l’azienda abbia dedicato improvvisamente molte risorse allo studio della posizione macro applicata agli zoom, con numerosi brevetti focalizzati sull’argomento e presentati in rapida successione: è mia opinione personale che si trattasse di un effetto domino innescato dalla presentazione nel 1973 del primo zoom con tali caratteristiche ad ottenere un notevole successo commerciale, il Vivitar Series 1 70-210mm 1:3,5, gradimento di pubblico che forse ha indotto il management di Osaka a indirizzare le ricerche su quella strada.

Un altro dettaglio estremamente significativo riguarda una raffinatezza tecnica che non venne poi trasferita nella serie; se osserviamo la terza serie di grafiche, evidenziate in rosso, osserviamo lo zoom in posizione macro al massimo rapporto di riproduzione 1:4 e messa a fuoco a 0,33m, con il modulo posteriore in posizione avanzata “da 70mm” e quello anteriore ulteriormente distanziato dall’altro: se osserviamo tuttavia l’ultima lente dello schema notiamo come i progettisti avessero previsto anche per quest’ultima un flottaggio infinitesimale durante il passaggio alla posizione macro, avanzandola di appena 0,0267mm rispetto al suo assetto nell’impiego standard.

Questo minimo flottaggio supplementare, stando a quanto si osserva nel brevetto, avrebbe dovuto neutralizzare la presenza di astigmatismo nell’esercizio macro; infatti la quarta e ultima sequenza, evidenziata in verde, definisce invece la posizione macro senza il flottaggio supplementare dell’ultima lente, configurazione poi utilizzata nei modelli di serie, e se osserviamo il diagramma centrale delle aberrazioni di entrambe le sequenze, evidenziato rispettivamente in rosso e verde, notiamo come in entrambi i casi sia presente la leggera curvatura di campo che troviamo anche a 70mm nell’uso tradizionale, tuttavia nell’opzione con flottaggio della lente posteriore i 2 piani con giacitura in orientamento sagittale (linea continua) e tangenziale (linea tratteggiata) sono praticamente sovrapposti come usando l’obiettivo a 70mm e infinito, indicando un ottimo controllo dell’astigmatismo, mentre nel diagramma sotto, riferito alla posizione macro ottenuta solo avanzando il modulo anteriore dalla posizione di 70mm, il piano in orientamento tangenziale (linea tratteggiata) diverge in modo marcato dall’altro, evidenziando la comparsa di evidente astigmatismo.

Quest’ultima configurazione, sebbene più aberrata dal punto di vista ottico, fu invece quella scelta per la serie e probabilmente la decisione era suggerita da considerazioni legate al costo di produzione, da mantenere il più possibile contenuto in un obiettivo tuttofare da proporre anche a utenti non specializzati, considerazioni che peraltro giustificano anche il lungo ritardo prima dell’effettiva implementazione con la posizione macro, quantunque con l’assetto più semplice e meno performante ma anche più economico da produrre.

Riguardo alla scelta di configurare lo schema con l’assetto da focale media per ottenere la messa a fuoco macro (possibile perché, come detto, tutto il gruppo sfrutta un tiraggio maggiore), la sua giustificazione emerge osservando il diagramma della distorsione: quest’ultima infatti esordisce a 35mm con un andamento a barilotto per passare poi a cuscinetto alla focale 70mm, definendo un “passaggio a zero” nella regolazione intermedia in cui tale aberrazione è praticamente assente: proprio questo “sweet spot” è stato scelto per la configurazione macro, garantendo quindi riprese ravvicinate senza deformazioni geometriche che renderebbero praticabile anche la riproduzione di originali piani come piccole opere d’arte, schemi o documenti, se non fosse per il residuo vistoso di astigmatismo e curvatura di campo che non sono l’ideale in un campo bidimensionale piatto.

 

 

Le focali effettive previste dal progetto originale spaziano da 36,0 a 68,2mm e per confezionare l’obiettivo i progettisti hanno utilizzato 5 famiglie di vetri ottici, che ora osserveremo; nella scheda ho indicato la tipologia di vetro secondo uno standard Schott, con l’eccezione della quarta lente per la quale è stato utilizzato un vetro proprietario Minolta le cui caratteristiche esatte non sono replicate da altri vetri della concorrenza.

Partendo dalla lente frontale troviamo un Crown Flint tipo KF5 in L1, un Lanthanum Flint tipo LAF2 in L2 ed L8, un Dense Flint tipo SF6 in L3, un Dense Crown tipo Minolta 621613 (analogo ma non identico all’SK16) in L4, un Dense Flint tipo SF3 in L5, un Lanthanum Crown tipo LAK10 in L6 e un Dense Flint tipo SF15 in L7; si tratta di una dotazione standard e analoga a quella di altri zoom simili dell’epoca che mostra la necessità di barcamenarsi fra l’esigenza tecnica di vetri moderni e costosi e limiti imposti al relativo budget: infatti l’ascensione al glorioso rango di Vario-Elmar-R ha forse caricato questo modello di allure ed aspettative persino eccessive ma non va invece dimenticato che nei propositi iniziali doveva essere un obiettivo da produrre e vendere in grandi numeri in sostituzione del classico 50mm e proponendolo ad un prezzo aggressivo ed abbordabile, quindi non nasceva come uno zoom professionale delle prestazioni stellari realizzato senza compromessi.

Per completare l’organigramma degli zoom standard e tele di origine nipponica proposti da Leitz-Leica per le sue reflex 35mm occorre anche ribadire che dopo questi modelli di origine Minolta vennero introdotti 2 ulteriori esemplari, tecnicamente più moderni ma sempre assemblati in Giappone da un fabbricante non dichiarato esplicitamente.

 

 

Questi obiettivi sono i Leica Vario-Elmar-R 35-70mm 1:4 (lanciato nel 1997 col codice 11277) e Leica Vario-Elmar-R 80-200mm 1:4 (introdotto nel 1996 con codice 11280), modelli concepiti quando era ormai chiaro da tempo che Minolta non sarebbe più stata in grado e intenzionata a supportare Leitz in questo specifico campo; questi modelli presentano un’estetica più moderna, in entrambi i casi configurata su doppia ghiera rotante con settore gommato a listelli lineari e barilotto cilindrico, senza strombature.

Il 35-70mm accetta una riduzione dell’apertura massima ad 1:4 ma ritorna al passo filtri E60 e, finalmente, accede alla posizione macro che dalla distanza minima standard di 0,6m consente di scendere fino a 0,26m; curiosamente, quest’obiettivo include una superficie asferica ma tale prestigiosa specifica non viene reclamizzata dalla classica dicitura “Asph.” presente in altri modelli Leica.

L’80-200mm adotta invece una gamma di focali leggermente ridimensionata rispetto al precedente 70-210mm e manteneva la distanza minima di fuoco fino a 1,1m anche a 200mm, offrendo di fatto una messa a fuoco macro che tuttavia non è esplicitamente dichiarata, forse perché non è inclusa una specifica posizione su una ghiera ma veniva finalizzata semplicemente estendendo la scala di fuoco convenzionale.

Come anticipato, questi zoom erano prodotti in Giappone da un fabbricante non meglio precisato, tuttavia li accludo a questo articolo perché i relativi schemi ottici continuano a mantenere vistose similitudini proprio con i corrispondenti modelli disegnati da Minolta e offerti in precedenza.

 

 

Infatti, se affianchiamo lo schema ottico del Minolta / Leitz 70-210mm 1:4 a quello del nuovo Leica Vario-Elmar-R  80-200mm 1:4 troviamo una configurazione praticamente identica, con l’unica differenza apprezzabile costituita dal doppietto del gruppo correttore di fuoco, spaziato nel 70-210mm e cementato nell’80-200mm; quest’ultimo vanta prestazioni chiaramente superiori ma il vantaggio è probabilmente dovuto all’adozione di vetri a dispersione molto ridotta/anomala, mentre la configurazione generale mostra una chiara continuità con il modello precedente.

 

 

Veniamo ora al confronto nella focale 35-70mm; nel caso precedente le palesi similitudini si potrebbero giustificare con fatto che a inizio anni ’80 quella specifica configurazione a 4 gruppi principali con 12 elementi e relay lens a 4 lenti si era praticamente affermata come standard ottimale, mentre negli zoom grandangolari si sono differenziate varie ipotesi; vediamo pertanto la struttura del nuovo Vario-Elmar-R 35-70mm 1:4 confrontata col predecessore disegnato da Minolta.

 

 

Sorprendentemente, anche in questo modello troviamo la configurazione generale del primo 35-70mm 1:3,5 e addirittura un modulo posteriore praticamente identico; nel nuovo Leitz abbiamo modifiche al modulo anteriore (la prima lente da convergente passa a divergente e la seconda diviene asferica) ma anche in questo caso il family feeling è evidente.

 

 

Queste inaspettate similitudini fanno supporre come eventualmente gli schemi ottici siano stati sviluppati da Leica, basandosi appunto sull’esperienza dei Vario-Elmar precedenti by Minolta, delegando poi la produzione effettiva in Giappone per contenere i costi, anche se in questo settore l’utenza finale non ebbe particolari benefici, visti comunque i prezzi di questi modelli tardi.

Questa pagina di brochure è peraltro storicamente interessante perché mostra la prima versione di zoom Minolta 35-70mm 1:3,5 del 1978 assieme allo zoom tele che era stato presentato contestualmente, il 75-200mm 1:4,5; quest’ultimo naturalmente utilizzava ancora uno schema derivato dal precedente 80-200mm 1:4,5 e le analogie con il nuovo 80-200mm Leica sono riferite al successivo Minolta / Leitz 70-210mm 1:4.

Vediamo ora qualche test d’epoca riferito agli zoom standard e tele disegnati da Minolta e commercializzati anche da Leitz; curiosamente le testate si concentrarono sul 35-70mm, disdegnando un po’ le versioni tele, pertanto proporrò 3 differenti prove legate allo zoom di focale più corta.

 

 

Il Vario-Elmar 35-70mm 1:3,5 prima versione venne sottoposto a test dal Centro Studi Progresso Fotografico che all’epoca realizzava prove estremamente tecniche e complete, basate anche su misurazioni MTF medie con numerose letture; in questo caso, trattandosi della prova su uno zoom, anziché la qualità media a tutte le aperture del diaframma le curve mostrano invece la qualità ottenibile alle varie focali con diaframma completamente aperto ad 1:3,5 e chiuso al valore ottimale di 1:8.

Questa prova mostrò valori medi progressivamente crescenti da 35mm fino a 70mm soprattutto perché a focale minima, grandangolare, esisteva una fisiologica perdita di qualità dall’asse ai bordi (visibile nel riquadro QUALITA’ DI ASSE Z. MEDIA BORDI), mentre arrivando a 70mm i valori erano elevati e praticamente identici su tutto il campo, prestazione promossa anche da curvatura di campo e astigmatismo moderati, e a 70mm con 1:8 le curve MTF e i valori medi sono analoghi a quelli di un 50mm di elevata qualità.

L’aberrazione cromatica longitudinale è sempre buona a 70mm, che appare la focale più corretta, mentre a 35mm lo spostamento di fuoco fra le varie frequenze dello spettro visibile assomma a oltre 250 micron, valore elevato per un 35mm.

Infine, la distorsione segue l’andamento già visto nel brevetto, con un barilotto più avvertibile a 35mm, una deformazione a cuscinetto più leggera a 70mm e aberrazione praticamente inesistente a 50mm.

Complessivamente si trattava di uno zoom di elevata qualità e la costruzione meccanica molto accurata, secondo lo standard Leitz, è inferibile anche dal ridottissimo spostamento di fuoco in asse passando da 35mm a 70mm (riquadro CURVATURA DI CAMPO), appena 20 micron, valore trascurabile che garantiva la parafocalità (mantenimento del piano di fuoco scelto cambiando focale) e suggerisce un’elevata precisione nei movimenti delle camme.

 

 

Anche la testata “Il Fotografo – Mondadori”, uscita di scena circa 40 anni fa, mise alla prova il Vario-Sonnar 35-70mm 1:3,5 E60 con la sua consueta metodologia che prevedeva la ripresa di mire ottiche piane e la misurazione del potere risolutivo massimo leggibile sui negativi in 4 zone del campo, da centro a bordi.

Anche in questo caso lo zoom si comportò molto bene, mostrando nuovamente i valori più modesti a 35mm mentre a 70mm l’ottima concentrazione intorno a 60-55 l/mm ai diaframmi centrali vide i bordi rimanere su livelli inferiori, probabilmente per residuo di curvatura di campo (i valori identici mostrati nel test di Centro Studi Progresso Fotografico sono dovuti al fatto che venivano misurati correggendo di volta in volta la messa a fuoco, indicando quindi il valore massimo teorico senza che la curvatura di campo lo inficiasse); notate come l’obiettivo costasse ben 1.300.000 Lire a inizio anni ’80, una cifra decisamente elevata e superiore di un buon 40% rispetto ai migliori concorrenti nipponici come Canon e Nikon.

E’ interessante come, in questa prova, le zone a 1/3 di campo siano sempre leggermente superiori rispetto al centro, comportamento esacerbato a 50mm con l’area a 2/3 di campo che sovrasta tutte le altre zone; questo comportamento è apprezzabile perché da un lato l’asse del fotogramma è un’area di piccole dimensioni (quindi un picco isolato in tale zona non fornisce vantaggi concreti) e dall’altro le aree importanti della composizione si trovano spesso fuori asse, quindi un obiettivo che privilegi quei settori garantisce immagini soddisfacenti.

 

 

Infine, anche la testata “Fotografare” provò un esemplare della prima serie con una metodologia analoga, riprendendo mire piane e quantificando la risolvenza trovata sui negativi in asse, zone mediane e bordi; questi sistemi (e le considerazioni valgono anche per la prova vista in precedenza) presentavano alcune limitazioni perché facevano affidamento su fotografie riprese utilizzando una fotocamera del sistema caricata a pellicola, quindi con tutte le incognite legate a disallineamenti, planeità del film e relativo trattamento e corretto registro del piano focale rispetto al vetro di messa a fuoco, oltre all’accuratezza della focalizzazione stessa affidata all’occhio dell’operatore; inoltre i risultati sono influenzati dalla curvatura di campo dell’obiettivo più di quanto essa non risulti deleteria con normali soggetti tridimensionali e i risultati definiscono la risoluzione massima visibile ma non dicono con quale contrasto (eventualmente debolissimo) le mire più piccole risultino ancora leggibili, mentre un ipotetico obiettivo che risolva mire più grandi ma con contrasto ben superiore fornirà immagini soggettivamente più gratificanti e maggiore impressione di qualità generale.

Tornando al test, nuovamente a 35mm abbiamo i risultati più scarsi, con bordi meno incisivi, mentre alle altre focali i valori sono superiori e più uniformi (i risultati sembrano modesti ma il fondo scala nei diagrammi di questi test era solo teorico, solo occasionalmente un obiettivo anche ottimo raggiungeva il valore 56,1 o 63,0 l/mm); anche in questo caso le zone mediane risultano mediamente superiori rispetto all’asse del fotogramma.

 

 

Lo zoom standard 35-70mm 1:3,5 e le versioni tele 80-200mm 1:4,5, 75-200mm 1.4,5 e 70-210mm 1:4 disegnati da Minolta dai primi anni ’70 ai primi anni ’80 sono obiettivi di indubbio interesse storico perchĂ© furono fra i protagonisti della join venture fra il brand di Osaka e la prestigiosa Leitz Wetzlar, quest’ultima bisognosa di ottiche a focale variabile per mantenere il proprio corredo reflex al passo coi tempi senza impegnare risorse preziose in modelli per i quali non era prevista una serie rilevante, necessitĂ  appunto soddisfatta da Minolta fornendo i suoi modelli in montatura e attacco Leitz; l’operazione diede vita ad una serie di zoom Vario-Elmar il cui prezzo molto elevato creava aspettative forse eccessive sul piano della qualitĂ  d’immagine, tuttavia l’endorsement di Leitz che marchiò tali obiettivi col proprio blasone e li commercializzò nel relativo corredo testimonia come questi modelli garantissero effettivamente una qualitĂ  ottica molto soddisfacente per la loro epoca, e considerando il listino originale Minolta vantavano anche un interessante rapporto qualitĂ  – prezzo che fatalmente venne annullato passando in montatura Leitz con i relativi e vertiginosi listini.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here