Un cordiale saluto a tutti i followers di Nocsensei; gli obiettivi per il sistema Leicaflex, introdotto a metà anni ’60, hanno perpetrato la tradizione di elevata qualità ottica per la quale erano famosi i corrispondenti modelli per Leica M a telemetro, tuttavia dovevano anche confrontarsi sul mercato con i prodotti dell’agguerrita concorrenza nipponica che abbracciava le nuove tecnologie del settore e, in special modo, stava commercializzando obiettivi a focale variabile, modelli che calamitarono immediatamente l’attenzione dei fotografi per la loro grande versatilità e trasportabilità.
Il brand Leitz, per natura conservativo e votato alla qualità senza compromessi, non sprecò risorse interne per sviluppare zoom che all’epoca, con la tecnologia del tempo, non potevano offrire lo stesso rendimento di un pregiato Summicron o Elmarit, e per i clienti irrinunciabilmente progressisti si rivolse allo specialista Angenieux di St. Heand, azienda famosa per i suoi zoom cinematografici, che sviluppò per il brand di Wetzlar un 45-90mm 1:2,8 presentato nel 1968.
Quest’obiettivo, estremamente costoso e con un complesso schema a 15 lenti, offriva le focali dal leggero grandangolare al medio tele con elevata apertura massima costante 1:2,8 e copriva quindi le esigenze più comuni della fotografia generalista, pertanto Leitz si ritenne soddisfatta di questa aggiunta al sistema Leicaflex e non procedette oltre nel settore.
Nei primi anni ’70 la situazione complessiva suggerì di allacciare rapporti con un partner giapponese per scambio di tecnologie ma, soprattutto, alla ricerca di una produzione a costi inferiori, e nacque la famosa join-venture Leitz-Minolta che diede vita ad interessanti interscambi, uno dei quali fu la trasposizione di uno zoom grandangolare e di zoom tele dal sistema reflex di Osaka a quello Leicaflex e poi Leica R; questo articolo è dedicato proprio a questi modelli che, per anni, consentirono a Leitz di offrire un minimo assortimento di ottiche a focale variabile senza sobbarcarsi gli oneri dello sviluppo dal foglio bianco.
Minolta, a fine anni ’60, stava a sua volta lavorando su una focale variabile tuttofare con escursione analoga a quella del modello Angenieux (studi poi confluiti nello Zoom Rokkor 40-80mm 1:2,8 del 1972), quando Nippon Kogaku – nel Dicembre 1969 – commercializzò il suo zoom-Nikkor 80-200mm 1:4,5, il primo zoom tele con dimensioni e peso così contenuti da utilizzarlo facilmente a mano libera e trasportarlo senza impicci in una borsa corredo assieme al resto dell’attrezzatura; quest’obiettivo ebbe un immediato successo perché copriva importanti settori professionali nella foto di moda, cronaca o sportiva e i concorrenti, fra i quali ovviamente Minolta, compresero rapidamente che per definire il proprio sistema come professionale sarebbe stato necessario offrire un prodotto di analoghe caratteristiche.
I tecnici di Osaka si misero al lavoro e nel Marzo 1973 arrivò la risposta Minolta sotto le sembianze dell’MC Zoom Rokkor X 80-200mm 1:4,5 (dove MC definisce una style policy e non il trattamento antiriflesso), un obiettivo chiaramente ispirato allo Zoom-Nikkor anche nell’estetica e funzionalità complessiva, con la stessa configurazione push-pull a ghiera singola per gestire la variazione di focale.
Osservando gli schemi ottici a confronto, troviamo la stessa configurazione a 4 gruppi principali, con primo modulo focalizzatore, secondo modulo trasfocatore, terzo modulo compensatore del fuoco e quarto modulo in funzione di relay lens, e anche in questo settore lo Zoom Rokkor mostra analogie evidenti col precursore Nikon.
Questo MC Zoom Rokkor X 80-200mm 1:4,5 arrtivò agli esordi dell’accordo Leitz-Minolta e interessò immediatamente l’azienda di Wetzlar, che lo vedeva come un naturale complemento del preesistente Angenieux 45-90mm 1:2,8, pertanto venne deciso di produrre in Giappone una versione in attacco Leicaflex, ovviamente con estetica adeguata allo standard Leitz.
L’obiettivo comparve nei cataloghi Leicaflex l’anno successivo, 1974, e per questi nuovi zoom di apertura modesta fu coniata ex-novo la denominazione Vario-Elmar; l’obiettivo venne rubricato col codice interno 11224 e la montatura meccanica, pur mantenendo giocoforza l’impostazione generale del Rokkor, si differenziava per vari dettagli: il riferimento ad iperbole per la correzione di fuoco ad infrarosso era assente, la ghiera non utilizzava un settore in gomma con rilievi geometrici ma un pad con texture analoga al rivestimento della Leicaflex SL2 e l’intera montatura appariva più ingombrante, dal momento che si optò per un paraluce telescopico incorporato in luogo del modello separato; siccome l’ingombro del gruppo di lenti non lasciava spazio sia per la ghiera che per il paraluce, operando a focale minima era necessario estrarre completamente quest’ultimo, mentre collassandolo dopo l’uso per applicare il tappo anteriore e renderlo il più compatto possibile era invece necessario far scorrere la ghiera su una focale intermedia per far nuovamente posto al paraluce, una scelta che non condivido dal momento che ad ogni ciclo le camme dello zoom erano obbligate a svolgere un lavoro supplementare e inutile.
Il Vario-Elmar 80-200mm 1:4,5 era costruito con molta cura e secondo specifiche concordate con Leitz, tuttavia si trattava pur sempre di un obiettivo made in Japan, dettaglio che all’epoca molti Leicisti faticarono a digerire, anche considerando il prezzo di listino.
Purtroppo non esiste un brevetto relativo al gruppo ottico di questo primo Zoom Rokkor tele e nemmeno del successivo; cercando la documentazione per questo articolo ho analizzato personalmente tutti i brevetti depositati da Minolta da fine anni ’60 a inizio anni ’80, svariate migliaia, tuttavia non è stato possibile trovare documenti che corrispondano esattamente a tali obiettivi di serie.
Dopo il primo zoom tele del 1973 Minolta sviluppò il suo schema ottico con l’intenzione di espandere leggermente l’intervallo di focali e renderlo quindi più appetibile rispetto agli 80-200mm standard.
Questo secondo modello arrivò sul mercato nel 1978 ed era l’MD Zoom Rokkor 75-200mm 1:4,5, un obiettivo che approdava alla style policy MD, la più famosa del sistema Minolta reflex manual-focus, ed estendeva appunto la focale minima fino a 75mm, sia pure mantenendo l’apertura massima originale di 1:4,5, valore che comportava qualche difficoltà coi vetri di messa a fuoco standard e in condizioni di luce non ottimali; questo avvicendamento obbligò di fatto al passaggio anche il partner Leitz, visto che il precedente 80-200mm 1:4,5 usciva di scena, e pertanto venne rapidamente approntata una montatura in attacco Leica R (operazione ora più veloce, dopo averne definito tutti i protocolli col modello precedente); il corrispondente Leitz Vario-Elmar 75-200mm 1:4,5 fu disponibile nello stesso anno del Minolta, 1978, e venne identificato dal codice interno 11226.
Questo modello replica integralmente la montatura del predecessore, con gli stessi pregi ed idiosincrasie, in primis il citato paraluce telescopico che obbliga lo zoom a lavorare ogni volta che le posizioni degli elementi vadano ad interferire.
Lo schema ottico del 75-200mm 1:4,5 risulta chiaramente derivato dal precedente, e le principali differenze consistono nell’aggiunta di un paio di lenti singole nel terzo gruppo compensatore di fuoco, davanti al doppietto cementato, e all’eliminazione della prima lente del relay lens posteriore, subito dietro il diaframma, portando complessivamente gli elementi a 15 contro i 14 del modello 80-200mm 1:4,5.
Come anticipato non esiste un brevetto che descriva direttamente le caratteristiche dello schema utilizzato nel 75-200mm 1:4,5, tuttavia ho individuato un documento nipponico depositato da Minolta il 27 Maggio 1976 e firmato da Haruo Abe e Mitsuo Yasukuni che descrive la struttura di uno zoom 75-200mm 1:4 con chiare analogie rispetto allo schema finale del 75-200mm 1:4,5.
In questa illustrazione ho accostato lo schema definitivo di produzione con quello presente in tale brevetto; il modulo focalizzatore (ciano), quello transfocatore (arancio) e il relay lens (magenta) sono estremamente simili, mentre nel terzo modulo compensatore di fuoco ho diviso le lenti in 2 sottogruppi, colorati in rosso e verde: come si può osservare, in entrambi gli schemi è presente un doppietto cementato più 2 lenti singole, tuttavia nell’obiettivo definitivo di produzione la loro posizione risulta scambiata rispetto al brevetto del 1976, ed anche il valore rifrangente delle 2 lenti che costituiscono il doppietto cementato è differente.
In ogni caso i 2 schemi sono molto simili e probabilmente lo Zoom Rokkor di serie nasce da un’ulteriore rifinitura del modello presente in questo brevetto.
Procedendo oltre nel processo di affinamento, il brand Minolta sviluppò ulteriormente questo zoom tele, espandendo ulteriormente il range di focali ed incrementando anche l’apertura massima, che nel frattempo i principali concorrenti avevano ridefinito al valore 1:4.
Nel 1983 vide quindi la luce una terza versione, il Minolta MD Zoom 70-210mm 1:4 (notate come, nel frattempo, la denominazione Rokkor fosse stata soppressa); quest’obiettivo, pur mantenendo la compattezza dei predecessori, espandeva l’escursione dello zoom ad entrambe le estremità e portava l’apertura massima ad 1:4, valore allineato alla concorrenza e utile per facilitare la messa a fuoco ed evitare foto mosse con luce scarsa; questo ulteriore aggiornamento impose nuovamente la creazione di un corrispondente modello destinato a Leitz, obiettivo che arriverà nel 1984 con la denominazione Vario-Elmar 70-210mm 1:4 e codice interno 11246; anche in questo caso l’estetica del barilotto resta la stessa introdotta 10 anni prima con l’80-200mm, tuttavia la ghiera abbandona il rivestimento precedente per passare ad un pad in gomma con sottili nervature longitudinali in rilievo, una soluzione che troveremo poi, ad esempio, anche nell’Apo-Macro-Elmarit-R 100mm 1:2,8; anche in questo caso rimane il citato problema del paraluce che, rientrando, obbliga la ghiera a scorrere su focali più lunghe, se inizialmente posizionata a 70mm.
Evidentemente Leitz considerava gli indici iperbolici per l’indicazione della profondità di campo alle varie focali creati da Nikon una soluzione chiassosa e poco elegante, perché nulla di tutto ciò venne mai applicato a zoom commercializzati nei suoi corredi, anche quando utilizzavano la stessa soluzione “one touch” tipica degli Zoom-Nikkor; tali indici comparivano invece negli zoom Rokkor originali fin dal 75-200mm 1:4,5 del 1978.
Per quanto riguarda lo schema ottico, fortunatamente la terza versione 70-210mm 1:4 è coperta da un brevetto specifico, sebbene esista solo la versione nipponica, ovviamente in Giapponese; tale documento venne consegnato il 25 Giugno 1981 e Firmato da Tomikazu Yamaguchi; in questo brevetto è presente un refuso nella tabella che definisce gli spazi fra gruppi mobili alle focali minima, intermedia e massima: infatti Minolta era solita indicare l’escursione di focale al contrario, partendo dalla focale massima e andando a quella minima, mentre chi aveva compilato tale tabella ha definito in alto le focali con la sequenza convenzionale (72mm, 121mm, 204mm) riportando poi i parametri delle distanze fra gruppi di lenti con la sequenza invertita; in questa grafica riassuntiva ho già provveduto a correggere l’errore, inserendo le focali nella sequenza corrispondente ai parametri riportati sotto (204mm, 121mm, 72mm).
Qui osserviamo invece la tabella come si presenta nel brevetto originale; ovviamente basta un minimo di esperienza e alla prima occhiata si comprende subito che qualcosa non va, visto che, ad esempio, lo spazio D5 fra il primo gruppo focalizzatore e il secondo gruppo transfocatore sarebbe massimo a 72mm e minimo a 204mm, mentre è esattamente il contrario.
osservando lo schema presentato si nota come Yahaguchi-San avesse fatto tesoro degli ultimi schemi utilizzati negli Zoom-NIkkor 80-200mm più recenti, ovvero il modello 1:4,5 secondo tipo e il nuovo 1:4, che ormai avevano definito uno standard più semplificato con appena 12 lenti e un relay lens posteriore costituito da 4 elementi, col terzo dei quali caratterizzato da una vistosa curvatura negativa.
La principale differenza fra lo Zoom-Nikkor 80-200mm 1:4,5 secondo tipo del Luglio 1977 e il successivo e definitivo Zoom-Nikkor 80-200mm 1:4 dell’Agosto 1981 è lo spostamento del doppietto acromatico frontale in prima posizione, e la struttura dello zoom Rokkor 70-210mm 1:4 ricalca abbastanza fedelmente quella del Nikkor 1:4, limitandosi a spaziare ad aria il doppietto del terzo gruppo compensatore di fuoco e a cementare invece le prime 2 lenti del relay lens posteriore.
Il movimento dei moduli per la variazione di focale nel 70-210mm 1:4 Rokkor / Leitz sono praticamente gli stessi sfruttati anche dalle versioni precedenti, col gruppo transfocatore (arancio) che arretra progressivamente da 72mm a 204mm effettivi, mentre il gruppo compensatore di fuoco (verde) inizialmente arretra, poi intorno a 120mm inverte la corsa e avanza nuovamente fin quasi ad incontrare il gruppo transfocatore a 204mm; questa soluzione a compensazione ottica del fuoco è estremamente diffusa negli zoom di questa categoria e in pratica la troviamo in tutti i modelli proposti dai vari fabbricanti.
Per quanto riguarda i materiali utilizzati, nello schema troviamo 5 famiglie di vetri ottici e appena 6 tipi di vetro specifici, dal momento che 5 di essi sono utilizzati più volte in lenti diverse (accanto al tipo di vetro utilizzato ho abbinato una numerazione da 1 a 6 per evidenziare questo dettaglio); procedendo come di consueto dalla lente anteriore (a sinistra), troviamo un Dense Flint tipo SF6 il L1, L6 ed L8, un Dense Crown tipo SK 14 in L2 ed L7, un Borosilicate Crown tipo BK7 in L3 ed L9, un Lanthanum Crown tipo LAK14 in L4 ed L5, un Lanthanum Flint tipo LAF13 in L10 ed L11 e un Dense Flint tipo SF9 in L12.
Sono quindi presenti 4 lenti con vetri agli ossidi delle Terre Rare (2 il Dense Crown e 2 in Dense Flint) ma nessuna con materiali a bassissima dispersione, e l’acromatizzazione del sistema è affidata a vetri SK14 o BK7 che prevedono una dispersione contenuta in senso generale ma ben lontana, per valori assoluti e distribuzione della dispersione parziale anomala, a quella dei vetri ED o dei Fluor Crown FK5; all’epoca i materiali Extra-low Dispersion, poi ribattezzati dalla casa vetri AD, stavano giusto entrando nel catalogo della vetreria Minolta e teoricamente i progettisti di questo 70-210mm 1:4 ne avrebbero avuto la disponibilità già al momento del relativo calcolo (il primo brevetto Minolta con un obiettivo dotato di vetri AD, il 300mm 1:2,8, è datato del 6 Aprile 1981 mentre il brevetto di questo zoom 70-210mm 1:4 fu consegnato il 25 Giugno 1981), tuttavia all’epoca tali materiali erano ancora costosi e probabilmente i tecnici decisero che la correzione cromatica ottenuta con i vetri comuni sarebbe stata sufficiente.
La prima fornitura di zoom per Leitz da parte di Minolta riguardò quindi la versione tele, e le progressive evoluzioni del modello originale portarono all’avvicendamento di ben 3 differenti Vario-Elmar con schemi, focali e aperture differenti, un turnover dinamico e ravvicinato che costituiva una novità per la casa di Wetzlar, i cui modelli spesso si sedimentavano nel tempo e restavano a catalogo per decenni.
Questa vista d’insieme ricapitola la sequenza di modelli Minolta e dei corrispondenti derivati Leitz; in tutti i casi la reazione fu rapida, lanciando il Vario-Elmar l’anno successivo o addirittura in quello in corso, come nel caso del secondo esemplare; come detto, all’introduzione di questi zoom un po’ atipici dichiaratamente di origine Minolta e made in Japan, più di un Leicista ha storto il naso davanti a quella che probabilmente vedeva come una deriva indesiderata; credo che un fattore determinante fosse anche il prezzo di listino, spropositatamente superiore nella versione Leitz: un maligno avrebbe potuto argomentare che al prezzo del Vario-Elmar si poteva acquistare l’originale nipponico con identico schema ottico, un bel corpo macchina Minolta nuovo fiammante per utilizzarlo e ne restava d’avanzo, senza necessità di prenderlo brandizzato Leitz e quindi sfruttarlo su Leicaflex o Leica R.
Lo zoom della categoria 80-200mm fu quindi la prima tipologia sviluppata da Minolta e condivisa con Leitz, tuttavia dall’utenza la richiesta di modelli grandangolari si faceva sempre più accorata (non dimentichiamo che a metà anni ’70 Nikon e Canon avevano già proposto un 28-45mm e un 28-50mm), pertanto a Osaka si misero all’opera e il 6 Luglio 1977 venne depositato il brevetto per un obiettivo tuttofare 35-70mm 1:3,5 che poteva fungere da perfetto partner per la versione tele già sul mercato.
Quest’obiettivo arrivò sugli scaffali nel 1978 come Minolta MD Zoom Rokkor 35-70mm 1:3,5 e nel quinquennio successivo, pur mantenendo il gruppo ottico originale, fu oggetto di 2 ulteriori revisioni di meccanica e style policy: nel 1981 l’obiettivo divenne Minolta MD Zoom 35-70mm 1:3,5 (la storica e gloriosa denominazione Rokkor era stata abolita) e subì evidenti modifiche al barilotto, con il settore gommato della ghiera principale esteso fino alla parte frontale, il blocco del diaframma a massima chiusura implementato e la ghiera secondaria delle focali ampiamente rimaneggiata, eliminando il rivestimento gommato in favore di godronature lineari sul metallo, mettendo in maggiore evidenza gli indici con le focali e applicando anche il pallino rosso di allineamento, probabilmente ispirato alle ottiche Leitz; su questa versione compare anche il promemoria per la focale dell’obiettivo, nella parte inferiore, e lo smalto verde lascia il posto ad indici gialli.
La terza versione proposta nel 1983 manteneva il gruppo ottico e l’estetica complessiva della precedente ma introduceva la notevole miglioria della posizione macro, ottenuta con un flottaggio particolare del gruppo ottico già utilizzato in precedenza; in questo modello la ghiera per la variazione di focale prevedeva un pulsante di sblocco che prolungava la corsa oltre l’indice di 70mm e consentiva di accedere ad una messa a fuoco ravvicinata fino al rapporto di riproduzione 1:4; in virtù di tale caratteristica il modello venne ribattezzato Minolta MD Zoom 35-70mm 1:3,5 Macro.
Fino a questo punto Leitz era rimasta alla finestra perché nella sua gamma era ancora presente lo zoom Angenieux 45-90mm 1:2,8 tipo 98000 (all’epoca aggiornato con la terza camma per Leica R), modello che copriva le focali più corte affiancato al modello tele di origine Minolta, tuttavia l’obiettivo francese, progettato negli anni ’60 pur offrendo un’elevata apertura massima costante, iniziava ad essere obsoleto e ad offrire il fianco quanto a prestazioni, specie alla focale più corta; peraltro gli ultimi esemplari di questo modello risultano prodotti nel 1982 (con gli stock di magazzino poi smaltiti lentamente fino ad esaurimento), quindi si rese finalmente necessario un sostituto e lo zoom 35-70mm 1:3,5 Minolta risultava il candidato ideale.
Seguendo una prassi ormai collaudata venne quindi disegnata ed allestita una versione Vario-Elmar-R 35-70mm 1:3,5, presentata nel 1983 e rubricata col codice 11244; estetica e specifiche meccaniche vennero concordate con Leitz, e nonostante a quel tempo fosse già disponibile la versione con messa a fuoco macro a Wetzlar decisero di rinunciare a tale opzione, accontentandosi di una messa a fuoco convenzionale fino ad 1m; le ragioni di tale rinuncia non sono note ma si può ipotizzare che lo standard Leitz definisse la qualità d’immagine offerta in macro non all’altezza del blasone o forse, più semplicemente, si temeva che l’opzione avrebbe inficiato le vendite dei “veri” e ottimi macro prodotti dalla casa.
Questo primo modello adottava il caratteristico attacco filtri anteriore Leitz E60 e si distingueva dal capostipite Minolta anche per il rivestimento della ghiera con un settore gommato a listelli longitudinali paralleli, più elegante.
Questa versione rimase a catalogo per 5 anni, tuttavia nel frattempo i piani Minolta resero complicato mantenere in produzione diretta tale versione per Leitz, pertanto nel 1988 venne lanciato un secondo modello di Vario-Elmar-R 35-70mm 1:3,5, definito dal codice 11248, la cui montatura meccanica era interamente gestita e prodotta da Leitz in Germania; questa seconda versione per Leica R prevede anche alcune modifiche, come il passaggio all’attacco filtri E 67, più ampio, e una rivisitazione del settore che separa le ghiere per focali e aperture di diaframma, ora più ampio e affiancato ad una ghiera per le focali più rastremata e con indici che lateralmente vanno a comparire sotto parte della montatura, mentre la dicitura “35-70” che prima era su questa parte mobile venne trasferita sul barilotto; il peso passò da 420g a 450g mentre la messa a fuoco minima rimase invariata, rinunciando definitivamente all’opzione macro.
Per quanto concerne il gruppo ottico montato sulla seconda serie 11248, non ci sono dichiarazioni ufficiali inequivocabili che possano chiarire se anch’esso fosse prodotto da Leitz in Germania o se invece venisse fornito ancora da Minolta, tuttavia il caro amico ed esperto Minolta di livello mondiale Andrea Aprà, con la consueta gentilezza e disponibilità, ha verificato che il modello 35-70mm 1:3,5 era ancora presente nel listino prezzi Minolta del 1989 ma dal 1990 scompariva, sostituito da un più economico 28-70mm 1:3,5-4,8 fornito da terze parti e rimarcato; la seconda versione del Vario-Elmar-R codice 11248 venne prodotta dal 1988 al 1997, quindi rimase a listino per 8 anni dopo l‘uscita di scena del Minolta MD Zoom 35-70mm 1:3,5 Macro col quale condivideva il sistema di lenti.
Sono quindi aperte entrambe le ipotesi: Leica che acquisisce da Minolta in necessario know-how e produce in proprio il gruppo ottico, oppure Minolta che in seno alle sue enormi strutture produttive riesce a garantire al partner tedesco la necessaria quantità di noccioli ottici anche dopo l’uscita di produzione ufficiale.
Continua lunedì prossimo con la seconda parte.
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