Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; il protagonista odierno è un obiettivo per reflex 35mm creato da Asahi Pentax che si caratterizza per la proiezione fisheye, ovvero ad occhio di pesce con angolo di campo estremo, fino a 180°, e vistosissima distorsione a barilotto; quest’obiettivo era un 17mm 1:4 che venne progettato nel 1966 e presentato nel 1967, quindi fu uno dei primi fisheye effettivamente disponibili in un corredo reflex; tale obiettivo, passando per diverse evoluzioni meccaniche ed estetiche che tuttavia non alterarono la formulazione ottica originale, resse poi il mercato fino all’avvento del nuovo fisheye 16mm 1:2,8 serie A, nel 1985, e il suo schema ottico diede anche vita ad un esemplare di medio formato.

Ripassiamo quindi assieme la storia di questo interessante modello.

 

 

Infatti, sebbene il primo obiettivo del tipo fisheye arrivato sul mercato delle reflex 35mm sia stato il Minolta UW Rokkor-PG 18mm 1:9,5, la Asahi Kogaku già nel 1962 aveva a sua volta concretizzato un obiettivo di concezione analoga, il Fisy-eye-Takumar 18mm 1:11; quest’obiettivo, ovviamente in attacco a vite 42x1mm come in uso sulle sue reflex dell’epoca, era estremamente compatto anche perché rinunciava alla regolazione della messa a fuoco con relativa ghiera, contando sull’estrema profondità di campo a fuoco garantita dalla corta focale e dalla modesta apertura massima offerta; l’obiettivo si presenta come un minuscolo pancake e l’unico controllo disponibile è la ghiera delle aperture (a controllo manuale) con valori compresi fra 1:11 e 1:32.

L’obiettivo si caratterizza per le minuscole lenti posteriori, mentre i vari diaframmi sono definiti da aperture perfettamente circolari ricavate su un disco metallico (diaframmi di Waterhouse) e quindi avvicendate in sede per rotazione del medesimo; notate anche la caratteristica nomenclatura Asahi Pentax, che chiama l’obiettivo Fish-eye e non fisheye.

Rispetto agli originali fisheye nati per riprese zenitali ad uso meteorologico, obiettivi il cui cerchio di copertura era interamente inscritto all’interno del fotogramma, questo 18mm 1:11 prevedeva un diverso rapporto focale/formato, per cui il suo cerchio di copertura risultava più ampio ed era in grado di contenere l’intera immagine, con gli angoli tangenti al cerchio stesso: in questo modo il soggetto interessava l’intero campo ripreso, e se questa scelta causava il taglio di certi settori (le porzioni di copertura circolare che restavano all’esterno del fotogramma) d’altro canto permetteva fotografie di aspetto convenzionale e più sfruttabili.

Questo modello un po’ di compromesso soddisfò la curiosità iniziale ma, naturalmente, l’apertura 1:11 e il fuoco fisso erano evidenti limitazioni per un impiego più universale e dinamico, pertanto in azienda misero al lavoro 2 dei più importanti progettisti ottici a loro disposizione per disegnare una versione più avanzata e sofisticata.

 

 

Quest’obiettivo, calcolato nel 1966 e introdotto nel 1967, era il Fish-eye-Takumar 17mm 1:4, un modello che come il predecessore garantiva 180° di campo sulla diagonale del formato (quindi tecnicamente solo agli angoli estremi del fotogramma) ma offriva addirittura un vantaggio di 3 f/stop nell’apertura massima e una tradizionale ghiera di messa a fuoco con distanze da infinito ad appena 20cm, aprendo nuovi orizzonti nella ripresa a mano libera, in interni e nella fotografia pubblicitaria/commerciale.

L’apertura massima 1:4 oggi sembra modesta, tuttavia al momento della commercializzazione gli unici fisheye disponibili garantivano valori come 1:9,5 (Minolta) oppure 1:8 e 1:5,6 (Nippon Kogaku/Nikon e Sigma), pertanto il Fish-eye-Takumar 17mm 1:4 era a tutti gli effetti il modello più luminoso disponibile nel settore reflex 35mm, superato poi da Minolta dopo un paio d’anni col suo 16mm 1:2,8.

 

 

Dello stesso obiettivo con schema ottico immutato conosciamo 4 differenti versioni, avvicendatesi dal 1967 al 1977: il primo esemplare era in attacco a vite 42x1mm e veniva denominato Fish-eye-Takumar 1 : 4 / 17; con l’avvento del famoso trattamento antiriflesso a strati multipli Pentax SMC l’obiettivo venne aggiornato applicando tale rivestimento alle lenti, e nel 1971 la nuova denominazione fu Super-Multi-Coated FISH-EYE-TAKUMAR 1:4/17 (quindi con denominazione maiuscola); a metà anni ’70 la nuova baionetta di innesto rapido tipo K rappresentò un nuovo passo avanti nel sistema: gli obiettivi abbandonarono l’ormai obsoleto attacco a vite in favore della nuova baionetta, vennero parzialmente disegnati aggiornando la ghiera di messa a fuoco con un settore gommato e si lasciarono progressivamente alle spalle il glorioso nome Takumar; questa piccola rivoluzione interessò anche il nostro obiettivo, che nel 1975 passò alla baionetta, aderì alla nuova style policy e divenne l’SMC PENTAX FISH-EYE 1:4/17 (notate come Asahi abbia caparbiamente mantenuto la specifica denominazione fish-eye quando il resto della concorrenza si era uniformata a fisheye); 2 anni dopo, nel 1977, la style policy cambiò leggermente anche in concomitanza con l’introduzione delle ottiche compatte serie M, e gli esemplari di 17mm 1:4 prodotti dal 1977 fino all’arrivo del 16mm 1:2,8 tipo A del 1985 prevedevano la scritta smc minuscola in luogo di quella SMC utilizzata dal 1975 al 1977, nuova grafica del font e denominazione smc PENTAX FISH-EYE 1:4 17mm; queste ulteriori modifiche definiscono la quarta e ultima variante.

In questa sequenza occorre anche notare come le spaziature presenti nella dicitura 1 : 4 / 17 del primo Takumar del 1967 spariscono poi nei modelli successivi.

 

 

Al momento in cui il primo modello venne lanciato, nel 1967, l’obiettivo era effettivamente all’avanguardia e questa brochure della prima ora sfrutta buona parte del testo disponibile per sottolineare il progetto retrofocus che consentiva il regolare utilizzo su corpi reflex con specchio funzionante, con chiaro riferimento ai famosi modelli Fisheye-Nikkor per Nikon, come l’8mm 1:8 e il 7,5mm 1:5,6, che richiedevano invece il sollevamento preventivo dello specchio e l’impiego con un mirino esterno da appena 160° (tali obiettivi, tuttavia, proiettavano l’intero cerchio di copertura all’interno del fotogramma 24×36); tutto questo assume maggior valore anche considerando la compattezza e leggerezza che caratterizzavano il primo Fish-eye-Takumar 17mm 1:4 (66,5mm di diametro, 30mm appena di spessore, 228 grammi).

 

 

Altri dettagli messi in risalto sono la messa a fuoco ad appena 0,2m (che consentiva applicazioni inedite e nuovamente sottolineava i limiti della concorrenza, ancora a fuoco fisso su un’iperfocale intermedia) e la presenza di una torretta con filtri interni incorporati; le prime versioni Takumar a vite consentivano l’interscambio grazie ad una minuscola ghiera frontale con zigrinatura anteriore ed utilizzavano solamente 3 filtri: UV, giallo Y2 e arancio O2, tipologie che terremo a mente per confrontarle con i modelli successivi.

Il diaframma chiude da 1:4 ad 1:22 e può funzionare sia in modo completamente automatico che con chiusura manuale stop-down grazie al caratteristico selettore presente nelle ottiche Takumar, mentre la dotazione di questo minuscolo gioiellino è completata anche da un telaio posteriore per spezzoni di filtri in gelatina.

Le brochure dell’epoca propongono anche una sezione con gli elementi ottici e meccanici che consente di apprezzare come nella montatura così miniaturizzata trovassero posto ben 10 lenti più il filtro interno e anche di ammirare la complessa serie di elementi metallici che ne consentono il preciso posizionamento e il movimento per la messa a fuoco.

Gli schemi relativi alle aberrazioni sembrano mostrare una correzione eccezionale ma occorre considerare il fondo-scala molto ampio scelto proprio per tale scopo; in questa sezione risulta interessante l’andamento della distorsione, che ovviamente ai bordi raggiunge il valore di 100% come nei fisheye analoghi, tuttavia la curva evidenzia un improvviso incremento nella progressione da metà campo in poi, insolita e tipica della proiezione legata al suo specifico calcolo ottico (che, infatti, definisce un fisheye da 180° a copertura totale del formato con 17mm di focale in luogo dei 16mm utilizzati dalla maggioranza dei concorrenti).

 

 

Una seconda ed altrettanto rara brochure del tempo replica le stesse informazioni già viste; in questo documento le tipologie dei filtri interni Y2 e O2 vengono abbinate al codice standard utilizzato anche da Nikon, ovvero Y48 e O56, che identificano il giallo medio e l’arancio medio.

La brochure sottolinea che le aberrazioni sono ottimamente corrette ad eccezione – ovvio – della distorsione, aggiungendo che le caratteristiche di proiezione offrono una visione nuova a riprese di scenari, foto ordinarie e immagini pubblicitarie.

 

 

Un ulteriore ritaglio da un’altra brochure d’epoca ribadisce quanto già visto e continua a ripetere il mantra che definisce l’obiettivo come il fisheye più efficiente al mondo, qualunque cosa intendesse significare.

 

 

Le nuove brochure anni ’70 ci restituiscono l’obiettivo con la nuova livrea SMC Pentax tipo K e attacco a baionetta, immediatamente riconoscibile per il settore gommato sulla ghiera di messa a fuoco, il pallino di allineamento per il montaggio e l’aggiunta di 2 palpebre protettive a sbalzo per evitare impatti diretti con la lente anteriore leggermente sporgente, elementi questi ultimi che interferivano con l’impostazione dei filtri interni tramite la ghiera frontale e che hanno obbligato a ritagliare un’apertura in quella superiore attraverso la quale si può apprezzare il tipo selezionato.

 

 

Una brochure analoga replica lo stesso layout e nuovamente la fotografia d’esempio mostra il potenziale immersivo dell’ottica, in grado di documentare e connotare interamente un soggetto di ampio respiro in spazi ristretti, sia pure accettando una fortissima distorsione che ne stravolge la geometria.

Curiosamente queste brochure prodotte dopo il 1975 continuano a sottolineare il plusvalore dell’utilizzo su reflex senza sollevamento preventivo dello specchio, quando all’epoca nei vari corredi Contax-Yashica, Canon FD, Nikon, Minolta, Olympus OM, Leicaflex, etc. erano regolarmente presenti fisheye con caratteristiche analoghe, pertanto tale opzione non  veniva più percepita come un importante selling point.

 

 

La versione a baionetta pesava appena 6 grammi in più rispetto al modello Takumar a vite (246 contro 228) mentre la lunghezza rispetto alla battuta di montaggio passava da 30 a 34mm a causa delle 2 palpebre protettive aggiunte; nell’illustrazione ho inserito anche 2 immagini che provengono da brochure generiche sul corretto utilizzo dei precedenti modelli Takumar e che sfruttavano proprio il fisheye da 17mm 1:4 come modello nella sezione in cui spiegano come pulire correttamente la lente frontale.

 

 

Per quanto riguarda gli schemi ottici, l’originale capostipite Fish-eye-Takumar 18mm 1:11 del 1962 sfruttava una struttura estremamente semplice che, se vogliamo, si rifaceva ai prototipi Carl Zeiss Jena Sphaerogon 19mm 1:8 del 1935 per Contax a telemetro, ed entrambi erano debitori del tripletto modificato di Hill, sviluppato nei primi anni 20 per impiego meteorologico; questo tipo di schema eventualmente non prevedeva una correzione ideale dell’aberrazione cromatica, anche in vista dell’esercizio con filtri di colore rosso che era comune in meteorologia e limitava la banda spettrale “vista” dall’obiettivo; tuttavia, proponendo l’ottica per impiego generalista in spettro solare completo, si rendeva chiaramente necessario qualcosa di più sofisticato.

 

 

Lo schema che rispondeva a tali esigenze venne sviluppato da Tomokazu Kazamaki e Jasuo Takahashi, due autentici monumenti che ebbero un ruolo fondamentale nel calcolo di molti obiettivi Takumar e Pentax degli anni ’60 e ’70; l’obiettivo in questione è naturalmente il Fish-eye-Takumar 17mm 1:4 e la richiesta prioritaria di brevetto nipponico venne depositata per conto di Asahi Kogaku K.K.K. il 25 Agosto 1966; il documento reclama l’introduzione di un obiettivo fisheye luminoso, ben corretto e costituito da 10 lenti.

 

 

Il brevetto propone 2 schemi alternativi: quello qui visibile prevede un’architettura analoga al modello di serie, tuttavia non contempla al suo interno il filtro incorporato che troviamo invece nell’obiettivo finale, e pertanto non venne impiegato per la serie; una rapida occhiata ai valori rifrattivi e dispersivi dei vetri ottici utilizzati, riportati nella tabella a destra con i dati grezzi di progetto, mostra una certa parsimonia nella loro selezione, con solamente 1 lente su 10 realizzata con materiale agli ossidi delle Terre Rare ad alta rifrazione/bassa dispersione.

 

 

L’altro “embodiment” contempla invece il citato filtro incorporato (evidenziato in rosso nella sezione) e rappresenta il modello più dirottato alla produzione di serie; osservando il diagramma che definisce la distorsione dell’obiettivo (il terzo da sinistra) si nota l’incremento nella progressione verso i bordi nel settore da 60° a 90° che avevamo visto anche nelle brochure del modello di serie.

Quello che colpisce nei parametri grezzi di progetto è che i valori geometrici e rifrattivi sono assolutamente identici a quelli previsti nella versione vista in precedenza e priva di filtro incorporato: raggi di curvatura, spessori sull’asse, spazi e caratteristiche dei vetri sono tutti invariati e in pratica si può dire che il secondo esemplare usato per la serie altri non è che il primo al quale è stato semplicemente aggiunto il filtro interno, senza alcuna modifica, un dettaglio davvero strano.

 

 

I dati del brevetto sono congruenti con quelli presenti nelle brochure (occorre considerare che i disegni degli schemi nei brevetti sono spesso asimmetrici e approssimativi, infatti le 2 sezioni di questo documento, se sovrapposte, presentano alcune differenze lievi anche se teoricamente dovrebbero coincidere alla perfezione); in particolare, il valore indicato nel raggio di curvatura R16 corrispondente alla superficie posteriore dell’ultima lente dovrebbe generare una convessità molto più accentuata e congruente con quella presente nello schema ottico/meccanico ufficiale, a conferma che le sezioni del brevetto propongono solo una sagoma indicativa e non esatta al 100%.

I diagrammi con le aberrazioni di brochure e brevetto definiscono invece valori compatibili, sebbene in entrambi i casi i fondo-scala eccessivamente permissivi per definire curve apparentemente “perfette” rendano difficile visualizzare piccole differenze.

Lo schema ottico fisheye disegnato nel 1966 da Kazamaki e Takahashi assume un ruolo ancora più rilevante se aggiungiamo che dall’identica struttura è stato ricavato anche il modello di medio formato per Pentax 6×7 – Pentax 67.

 

 

Infatti nel 1971 l’azienda Asahi raddoppiò la posta e presentò anche il Super.Multi-Coated FISH-EYE-TAKUMAR / 6×7 35mm 1:4,5, un obiettivo fisheye destinato al corredo Pentax reflex in formato 6x7cm che inizialmente venne commercializzato come Takumar e in seguito come SMC Pentax 67 FISH-EYE; quest’obiettivo esibiva dimensioni e pesi di ben altro tenore, proporzionati alla grande reflex 6x7cm (diametro 102mm, lunghezza 73mm, peso 920 grammi), chiudeva fino ad 1:22 con diaframma automatico, metteva a fuoco fino a 0,45m e prevedeva a sua volta una torretta per filtri incorporati, con 4 versioni: UV, giallo Y2 (Y48), arancio O2 (O56) e rosso R2 (R60); essendo un modello nato nel 1971 qualsiasi esemplare, Takumar o Pentax che fosse, risultava equipaggiato con il multicoating SMC.

L’assenza di palpebre protettive teoricamente avrebbe consentito di proiettare l’intero cerchio di copertura da circa 90mm di diametro su una lastra piana di formato superiore (ad esempio 4×5”), ovviamente affrontando il problema di frapporre un otturatore, questione non insolubile considerando il notevole spazio retrofocale che caratterizza tale generazione di obiettivi.

 

 

Pur con le approssimazioni e le imprecisioni dei disegni si riconosce immediatamente la matrice comune negli schemi ottici dei fisheye Asahi 35mm 1:4,5 per 6x7cm e 17mm 1:4 per 24x36mm.

Vediamo ora i vetri ottici impiegati dai progettisti nel disegno di tale schema.

 

 

In questo caso Kazamaki e Takahashi hanno utilizzato 6 tipi di vetro ottico: Dense Crown SK, Dense Flint SF, Barium Dense Flint BASF, Borosilicate Crown BK, Barium Crown BAK e Lanthanum Flint LAF; sembra un assortimento sofisticato e costoso ma in realtà si tratta di materiali comuni e relativamente economici, e l’unico vetro agli ossidi delle Terre Rare è stato impiegato solamente nell’elemento L8; in quel periodo, a metà anni ’60, tale tipologia di materiali (che fossero lanthanum Crown, Lanthanum Flint o Lanthanum Dense Flint) era largamente diffusa ed impiegata da oltre un decennio, quindi il loro utilizzo parsimonioso nel fisheye Asahi va interpretato come scelta di budget e non per limiti tecnici oggettivi.

Partendo dall’elemento frontale troviamo un vetro Dense Crown tipo SK16 in L1, L2 ed L3, un Dense Flint tipo SF1 in L4, un Barium Dense Flint tipo BASF7 in L5, un Borosilicate Crown tipo BK7 in L6 ed L9, un Barium Crown tipo BAK4 in L7, un Lanthanum Flint tipo LAF05 in L8 e un Dense Crown tipo SK5 in L10; per il vetro di L8 ho indicato il fabbricante Ohara perché si tratta di un materiale particolare per il quale non ho identificato una sigla generica ma solamente quella specifica relativa al catalogo di tale vetreria (questo materiale era prodotto, con altro nome, anche da Hoya).

Il brevetto non specifica il vetro adottato per i filtri incorporati (essendo piano-paralleli non hanno funzione rifrattiva per contribuire alla correzione dello schema), tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi questi elementi venivano realizzati con un Crown K5.

Per quanto riguarda i filtri incorporati, ferma restando la dotazione di 4 versioni per il “fratellone” 35mm 1:4,5 destinato al corredo 6x7cm (UV, giallo Y2, arancio O2 e rosso R2), avevamo visto che i modelli Takumar 17mm 1:4 a vite, che fossero Super-Multi-Coated o meno, prevedevano una torretta con solamente 3 filtri: UV, giallo e arancio; i modelli a baionetta prodotti con denominazione Pentax dopo il 1975 passarono invece a 4 filtri, con una quinta, ulteriore posizione sulla ghiera in cui il filtro è teoricamente mancante, anche se questo dovrebbe avere effetti quantomeno sulla messa a fuoco.

 

 

I filtri utilizzati nei modelli a baionetta sono i tipi UV (L39), Skylight, giallo Y48 e arancio 056; stupisce la compresenza di UV e Skylight, filtri praticamente incolori che si differenziano solo per minime divergenze nella frequenza di taglio degli ultravioletti al limite dello spettro visibile e che all’atto pratico si possono considerare sovrapponibili, se non fosse per un leggerissimo blend rosato nello Skylight che taglia gli UV partendo da una frequenza leggermente più corta, pertanto non riesco a spiegarmi la necessità di fare coesistere entrambi nella torretta quando lasciandone uno soltanto avrebbe trovato posto una versione più sfruttabile, come un rosso R60 o un blu 80B di conversione per scattare con illuminazione artificiale in interni utilizzando pellicola calibrata per luce diurna; sarei anche curioso di vedere una torretta filtri smontata per osservare se nella posizione “senza filtro” sia presente comunque un vetro assolutamente neutro oppure una semplice apertura nel disco; dal mio punto di vista tale posizione poteva tranquillamente occuparla il filtro UV, in effetti praticamente neutro, lasciando eventualmente il posto ad un’ulteriore versione mancante.

A parte queste considerazioni, le immagini permettono anche di notare come nei modelli Pentax in attacco K sia anche scomparso il telaio posteriore che accoglieva spezzoni di filtri in gelatina, opzione che offriva la possibilità di accedere a tipologie diverse, anche insolite.

Questa è dunque la storia e la tecnica del fisheye 17mm 1:4 Takumar – Pentax, un obiettivo che già nel 1967 mise gli utenti delle reflex 35mm Asahi Pentax nella condizione di realizzare tale tipo di fotografie sfruttando la messa a fuoco e l’inquadratura reflex, quest’ultima un autentico plusvalore rispetto ai modelli rientranti con sollevamento dello specchio e che consentiva ai fortunati proprietari di effettuare inquadrature critiche ed estremamente precise che risultavano impossibili con gli approssimativi mirini esterni della concorrenza non retrofocus, senza dimenticare il preciso controllo del fuoco fino a 0,2m di distanza per riprese dalle dinamiche prospettiche davvero insolite.

Quest’obiettivo è fuori produzione da 4 decadi ma la sua buona qualità ottica complessiva e lo schema con ampio spazio retrofocale e proiezione ragionevolmente telecentrica lo rendono tranquillamente utilizzabile anche sulle fotocamere digitali full-frame moderne e con un rendimento ancora buono, come si può osservare in questo scatto realizzato con un 17mm 1:4 ultima versione chiuso ad 1:8.

 

 

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 


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