Riprende dalla prima parte.

 

 

Nonostante le evidenti similitudini di design fra gli schemi dei 300mm 1:5,6 tipo FL-F e FD (qui la versione FL-F è mostrata senza il filtro protettivo anteriore), le caratteristiche uniche della fluorite si fanno sentire in modo chiaro; se osserviamo gli schemi con i diagrammi dell’aberrazione sferica a varie frequenze dello spettro luminoso visibile, evidenziati in grafica, notiamo infatti che a parità di fondo-scala lo spostamento del piano di fuoco con i differenti colori risulta molto meno accentuato nello schema con fluorite destinato al tipo FL-F, tuttavia questo non sta ad indicare nel 300mm FD convenzionale un comportamento scadente: si tratta di un buon acromatico con correzione adeguata, semplicemente viene messo a confronto con uno dei 300mm apocromatici più corretti in tal senso mai prodotti, con uno spostamento di fuoco su tutto lo spettro visibile e anche nell’infrarosso che rimane abbondantemente dentro il limite di tolleranza della profondità di campo a diaframma 1:5,6 tutto aperto.

 

 

Questo sacrificio in termini prestazionali veniva d’altro canto compensato da un prezzo di listino nettamente differenziato: nonostante il 300mm 1:5,6 FD convenzionale fosse comunque costruito ad arte e con uno schema a sua volta sofisticato, in questo catalogo del 1971 il Canon FL-F 300mm 1:5,6 costa 475 Dollari mentre il Canon FD 300mm 1:5,6, a parità di caratteristiche geometriche, si ferma a 287,95 Dollari, ovvero circa il 60% del costo di un FL-F, e questo nonostante il fatto che anche il tipo FD non fosse particolarmente economico (il suo prezzo superava del 40% quello del Canon FD 200mm 1:4, era doppio rispetto all’FD 135mm 1:3,5 e poco meno rispetto all’FD 100mm 1:2,8).

 

 

Questo dettaglio consentiva quindi a 2 obiettivi da 300mm 1:5,6 con identiche caratteristiche geometriche di convivere nello stesso sistema, una ridondanza che trovava infatti giustificazione nel netto divario in termini di costi e correzione cromatica/contrasto, con i 2 modelli indirizzati a target nettamente differenziati.

Questa pacifica convivenza di quasi omologhi si protrasse per tutti gli anni ’70 e fino al passaggio alla nuova style policy “New FD” che vide scomparire i modelli FL-F, come confermato dalle successive immagini estrapolate da brochure del tempo.

 

 

Questa immagine risale al periodo in cui vennero aggiornati gli obiettivi, eliminando le baionetta cromate anteriori ed introducendo i codici di colore rosso per il rivestimento antiriflesso (S.C., S.S.C.); come si può notare dall’allestimento, l’azienda nei primi anni del sistema FD fece di tutto per suggerire la percezione di un corredo di ottiche molto ampio e in grado di fronteggiare il rivale per antonomasia, la Nippon Kogaku con al sua sterminata serie di obiettivi Nikkor, e non si fece scrupolo di prolungare il servizio attivo di varie versioni preesistenti e appartenenti alla generazione FL come i 2 modelli FL-F alla fluorite del 1969 ma anche i potenti teleobiettivi FL da 400mm , 600mm, 800mm e 1.200mm con teste ottiche destinate all’unità di messa a fuoco comune, per cui in questa fase l’FD 300mm 1:5,6 primo tipo era effettivamente la più lunga focale disponibile con attacco FD aggiornato, mentre il resto era un “carry over” del sistema precedente.

 

 

Infatti anche questa immagine da una brochure del 1974 dedicata ai potenti teleobiettivi in montatura diretta di messa a fuoco mostra come il 300mm 1:5,6 fosse l’unico modello in attacco FD, dato che anche il 300mm 1:2,8 appena presentato è qui curiosamente ritratto nella versione prototipica allestita l’anno precedente e con sigla FL-F, mentre gli esemplari di serie (circa 200 pezzi nei 12 mesi di produzione prima dell’aggiornamento ad attacco FD del 1975) adottavano la denominazione FL Fluorite; il Canon FD 300mm 1:5,6 acquisiva quindi una dignità commerciale che trascendeva l’umiltà della sua apertura massima, dal momento che era l’unico teleobiettivo potente a non appartenere ad una costosissima serie speciale o a non richiedere un tubo di messa a fuoco dedicato e con ingombri elevati.

 

 

In questa immagine del 1976 il modello FD 300mm 1:5,6 è finalmente affiancato da altri modelli della stessa generazione, partendo dal 300mm 1:2,8 convertito in attacco FD con ghiera del diaframma posta accanto alla baionetta e passando per i nuovi FD 400mm 1:4,5, 600mm 1:5,6 e 800mm 1:8; anche in questo tripudio di lunghe focali il nostro FD 300mm 1:5,6 rimane comunque il modello più spinto ancora abbordabile da un pubblico amatoriale per quanto riguarda ingombri e prezzi.

 

 

Le stesse considerazioni valgono per questa immagine di gruppo diffusa a Giugno 1976; il Canon FD 300mm 1:5,6 primo modello fu quindi l’unica alternativa disponibile per i clienti amatoriali in quest’ordine di focali fino al passaggio alla serie New FD del 1979 e all’arrivo delle versioni FD 300mm 1:4 normale ed L, pertanto il suo ruolo nell’economia del sistema era molto più importante di quanto si possa immaginare.

Giunti al 1976 l’azienda aveva nel frattempo raccolto le considerazioni degli utenti, comprese note negative legate al peso e alla messa a fuoco convenzionale che movimenta una notevole massa e crea resistenza sulla ghiera, impedendo una messa a fuoco veloce; per risolvere entrambi i problemi occorreva ridurre l’ingente quantità di vetro utilizzata e prevedere un sistema di messa a fuoco interna che spostasse solamente un leggero modulo: in una parola, serviva un nuovo gruppo ottico.

 

 

Il nuovo schema esordì in un ulteriore modello di FD 300mm 1:5,6 introdotto, come anticipato, nel Marzo 1977.

 

 

Questa versione risulta profondamente rivista anche dal punto di vista meccanico; il nuovo gruppo ottico, pur essendo eccezionalmente compatto, imponeva un ampio spazio retrofocale che garantì una riduzione della lunghezza appena percettibile (169mm contro 173mm del precedente), tuttavia il passaggio a sole 5 lenti, 3 delle quale di diametro molto modesto, permise di riprogettare la montatura riducendo drasticamente il peso, che dai 1.125g del modello originale scese ad appena 670g, un valore che rendeva l’obiettivo facilmente utilizzabile a mano libera e consentì anche di eliminare il voluminoso collare di attacco per il treppiedi perché con questa massa in gioco si poteva tranquillamente applicare il 300mm alla fotocamera e fissare quest’ultima direttamente al treppiedi.

Nonostante la semplicità dello schema con appena 8 passaggi aria-vetro l’azienda introdusse un importante aggiornamento, applicando il sofisticato rivestimento antiriflesso multistrato Super Spectra (S.S.C.) anche a questo modello economico che fino ad ora si era accontentato del più semplice S.C., incrementando drasticamente il contrasto dell’immagine; proprio questo dettaglio consente di riconoscere facilmente il modello, noto come FD 300mm 1:5,6 S.S.C.

Inoltre la messa a fuoco interna permise di ridurre la distanza minima di messa a fuoco fino al più favorevole valore di 3m, e l’eliminazione del collare per il treppiedi di arretrare la ghiera di messa a fuoco e ridurne le dimensioni grazie al minor sforzo di azionamento promosso dal sistema IF, consentendo quindi di applicare un paraluce telescopico molto ampio ed estremamente efficace.

Come specificato dalla scheda, la messa a fuoco interna sfrutta un sistema con camma ad escursione variabile (denominata in azienda “vari-pitch cam”) che consente una regolazione più rapida a brevi distanze, dove servirebbe un’ampia rotazione della ghiera, e più micrometrica a quelle maggiori, dove solitamente la corsa è molto ridotta, agevolando le operazioni; va infine annotato che anche in questo modello la posizione di infinito non è fissa con battuta predeterminata ma consente una certa escursione oltre tale punto, una scelta nuovamente legata alle dilatazioni termiche dei vetri sebbene – come vedremo – nel nuovo schema ottico non siano presenti nemmeno i Fluor Crown del tipo precedente e teoricamente il sistema non dovrebbe risentire di tale problema.

 

 

Questo nuovo sistema di messa a fuoco, che aveva esordito nel Canon FD 400mm 1:4,5 S.S.C., si basa su un brevetto di Kikuo Momiyama risalente al 1974 nel quale la regolazione è affidata ad un singolo elemento posteriore del gruppo ottico che prevede pivots all’estremità inseriti in asole ricavate in un cannotto girevole e solidale alla ghiera di messa a fuoco; queste asole, evidenziate in grafica, durante la rotazione della ghiera obbligavano i pivots con essa ingaggiati a scorrere avanti e indietro, trascinando il gruppo di lenti delegato alla messa a fuoco con minimo sforzo; il sistema “vari picth cam” adottato nell’FD 300mm 1:5,6 S.S.C. prevede che le asole non abbiano un passo costante come nell’illustrazione bensì differenziato, per cui a parità di rotazione angolare della ghiera esterna il modulo di lenti compie una corsa di ampiezza maggiore o minore.

Un altro dettaglio interessante dell’FD 300mm 1:5,6 S.S.C. è legato alla particolare configurazione del nuovo gruppo ottico, con l’ultima lente posizionata in pratica a metà del barilotto lasciando un ampio settore vuoto alle sue spalle fino alla baionetta, nel quale si potrebbe accumulare polvere difficile da rimuovere a tale profondità; per eliminare questo rischio nella parte posteriore del barilotto è applicato un sottile vetro piano-parallelo (indicato in grafica) che funge da vero e proprio dust-stopper, impendendo che la lente posteriore del sistema si impolveri e posizionando l’ultimo elemento ottico ad una distanza ridotta dalla baionetta, rendendo più semplici le eventuali operazioni di pulizia.

 

 

Un ulteriore dettaglio aggiornato rispetto all’FD 300mm 1:5,6 primo tipo riguarda il passo filtri, che nella generale ricerca di una maggiore compattezza passa da 58×0,75mm a 55×0,75mm, come confermato da questo ritaglio di catalogo stampato proprio nel momento di avvicendamento fra le 2 versioni.

Arrivati al 1979 il sistema di ottiche FD affrontò una piccola rivoluzione, approdando alla serie New FD che abbandonava lo storico collare di serraggio in metallo a vista in favore di una baionetta ad azionamento tradizionale e prevedendo una livrea completamente nera con smalti di colore bianco e verde fluorescente.

 

 

A Giugno di tale anno anche il Canon FD 300mm 1:5,6 S.S.C. venne quindi aggiornato dal punto di vista estetico e meccanico, conservando tuttavia lo schema con messa a fuoco interna in servizio da appena 2 anni e adeguatamente moderno.

 

 

Quest’ultima versione del 1979 venne ribattezzato Canon New FD 300mm 1:5,6 e l’eliminazione del collare girevole unita alle scritte con nuova grafica e colori restituisce immediatamente l’impressione di un obiettivo più moderno rispetto al predecessore; il nuovo barilotto si mette in evidenza per scelte curiose, come il ritorno al passo filtri da 58×0,75mm (forse per ridurre la vignettatura meccanica a tutta apertura) e la parte anteriore che aggetta maggiormente rispetto alla lente frontale, portando quindi la lunghezza dai 169mm del 300mm 1:5,6 S.S.C. a 198,5mm, mentre il peso, con l’eliminazione del collare di serraggio e altre modifiche, scende ulteriormente fino a 635g (627g misurati senza tappi), un valore davvero record per un 300mm e ho ricordo di passeggiate da 10 chilometri affrontate tenendo nella mano destra una Sony A7 con il New FD 300mm 1:5,6 montato con adattatore e il complesso era così leggero che completavo il giro senza alcuno sforzo.

In questo modello la chiusura del diaframma arriva fino ad 1:32 (valore difficilmente utilizzabile in un 300mm e soggetto a vistosa diffrazione del dettaglio) e viene mantenuta la possibilità di focheggiare oltre l’infinito per compensare le dilatazioni termiche; curiosamente questa scheda descrive la presenza del sistema “vari-pitch cam” magnificandola come una prerogativa esclusiva del New FD mentre tale caratteristica, come visto, era indicata anche nella scheda del predecessore.

L’ultimo dettaglio interessante riguarda la descrizione dello schema ottico come composto da 6 lenti in 5 gruppi: in realtà lo schema utilizza solo 5 lenti in 4 gruppi e il sesto elemento è probabilmente costituito dal “dust stopper” posteriore piano-parallelo che nella scheda precedente veniva omesso e qui invece viene considerato parte del gruppo ottico.

 

 

In questa fase l’offerta di 300mm FD diviene più ridondante, visto che oltre al modello 1:5,6 e al luminoso 1:2,8 con lente in fluorite sono arrivati anche i 300mm 1:4 e 300mm 1:4 L, tuttavia in virtù di leggerezza e prezzo contenuto il New FD 300mm 1:5,6 venne mantenuto a corredo per le esigenze dell’amatore alle prime armi, in realtà spesso sorpreso dalle ottime prestazioni di questo modello e dalla comodità operativa promossa dalla messa a fuoco interna e dall’ampio paraluce telescopico, che tuttavia con l’uso tende a non rimanere saldo in posizione retratta, scivolando quando si rivolge l’obiettivo verso il basso.

 

 

Per quanto riguarda il gruppo ottico con messa a fuoco interna, quest’ultimo venne calcolato da Yasuhisa Sato e il relativo brevetto prioritario nipponico a favore di Canon K.K. fu depositato il 20 Gennaio 1977; in questa illustrazione troviamo la sua intestazione e i principali dati relativi al modello (su 3 presentati) poi utilizzato per la produzione in serie.

 

 

Qui vediamo invece il corrispondente brevetto statunitense, depositato successivamente, nel quale ho inserito anche una sezione dello schema ottico di serie per confermare la corrispondenza col modello illustrato.

Nei brevetti sono presenti anche diagrammi con le principali aberrazioni (sferica, astigmatismo/curvatura di campo, distorsione, aberrazione cromatica laterale) valutate con il sistema flottante configurato su infinito o a distanze brevi; per quanto apparentemente i valori a coniugate ridotte peggiorino, nell’uso pratico l’obiettivo mantiene una resa molto buona e contrastata anche a 3 metri, specie se provvediamo a chiudere in diaframma un paio di f/stop (procedura oggi più facile adattandolo in digitale ed eventualmente forzando il valore ISO dell’apparecchio).

 

 

Come accennato, lo schema dell’ultimo FD 300mm 1:5,6 con messa a fuoco interna evidenzia la ricerca di una notevole economia di scala e non utilizza vetri speciali a bassa dispersione o particolarmente costosi: tutta la struttura si basa infatti su comuni ed economici Dense Crown SK e Dense Flint SF, e l’unico elemento in Lanthanum Crown LAK agli ossidi delle Terre Rare è utilizzato in una lente posteriore dal diametro molto ridotto che richiede ben poco materiale.

Nella struttura troviamo un Dense Crown tipo Ohara SK5 in L1 ed L3, un Dense Flint tipo Ohara SF5 in L2, un Lanthanum Crown tipo Ohara LAK8 in L4 e un Dense Flint tipo Ohara SF6 in L5; si tratta quindi di una dotazione non certo impressionante e stupisce come venga finalizzata una correzione dell’aberrazione cromatica piuttosto buona nonostante la semplicità dell’architettura e l’assenza di vetri a bassa dispersione/dispersione parziale anomala, una progettazione competente che porta ad un win-win senza rinunce da qualsiasi punto di vista.

 

 

Questa è dunque la storia dei Canon 300mm 1:5,6 commercializzati nell’era FD, obiettivi dalla modesta apertura ma sempre ben fatti e con prestazioni spesso sorprendenti che dopo l’exploit iniziale del tipo FL-F con lenti in fluorite hanno vissuto all’ombra di versioni più luminose e prestigiose, arricchendo i corredi del comuni amatori domenicali e fornendo un servizio più che decoroso a fronte del prezzo d’acquisto sempre più conveniente; infatti una delle principali ragioni che portarono le ottiche Canon FD ad avere una buona diffusione nella loro epoca fu proprio il value for money molto favorevole rispetto ai classici rivali Nikon Nikkor, invariabilmente più costosi, fatto che diede vita ad un fronte di utenti Canon ben felici di spendere meno senza compromessi quanto a resa.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 


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