Riprende dalla prima parte

 

 

Pertanto, se prendiamo schema e dati del primo esemplare e li accostiamo a quelli del New FD 200mm 1:4 del 1979 e del prototipo FL-F 200mm 1:4 del 1968, osserviamo un percorso circolare per cui nel modello più datato abbiamo 2 elementi in fluorite che vengono declassati a Fluor Crown FK5 nell’FD New, salvo poi tornare ad una ricerca di correzione cromatica più spinta nel nuovo prototipo del 1983, nel cui schema troviamo una lente in Fluor Crown FK5 a dispersione contenuta, una in fluorite e una terza realizzata con un Phosphate Dense Crown a dispersione anomala tipo PSK53 (vecchio codice Ohara: PSK1, nuovo codice: S-PHM52).

Quindi l’idea di proporre un 200mm con apertura amatoriale e buona compattezza ma prestazioni ottiche del massimo livello apparentemente non venne mai abbandonata, tuttavia hanno forse prevalso considerazioni di carattere commerciale che portarono ad un semaforo rosso anche per il secondo 200mm alla fluorite, proposto 15 anni dopo il precursore, e per un 200mm FD apocromatico con materiali a bassissima dispersione si dovrà attendere fino al massiccio e costoso 200mm 1:1,8 L del 1989, lanciato quando teoricamente il sistema era già fuori produzione.

 

 

Affiancando gli schemi del 200mm 1:4 New FD del 1979 e del prototipo presentato nel 1983 si osserva come la configurazione complessiva sia estremamente simile, e il modello di Shigeru Aoki si può quasi considerare un New FD agli steroidi, con una dotazione di vetri a bassa/bassissima dispersione e dispersione anomala in grado di offrire una superiore correzione dell’aberrazione cromatica.

 

 

La dotazione di vetri presente nel prototipo del 1983 è davvero notevole perché su 7 lenti sono state sfruttate ben 6 tipologie differenti di materiali: Fluor Crown FK a dispersione contenuta, Dense Crown SK, fluorite a bassissima dispersione e con quote di dispersione parziale anomala, Dense Flint SF, Phosphate Dense Crown PSK a dispersione anomala e 2 elementi in Lanthanum Dense Flint LASF agli ossidi delle Terre Rare.

Specificamente, abbiamo un Fluor Crown FK5 tipo Ohara S-FSL5 in L1, un Lanthanum Dense Flint LASF43 tipo Ohara S-LAH53 in L2, fluorite Canon Optron in L3, un Dense Crown SK5 tipo Ohara S-BAL35 in L4, un Lanthanum Dense Flint LASF40 tipo Ohara S-LAH60 in L5, un Phosphate Dense Crown PSK53 tipo Ohara S-PHM52 in L6 e un Dense Flint SF6 tipo Ohara S-TIH6 in L7.

Si tratta quindi di una dotazione ben più sofisticata e costosa di quella votata al risparmio vista con il New FD di serie, e forse proprio questo dettaglio suggerì di rinunciare alla produzione di un nuovo 200mm 1:4 che a parità di caratteristiche geometriche sarebbe giocoforza costato molto di più.

Lasciamo quest’affascinante epilogo mancato e torniamo alla realtà con il terzo 200mm 1:4 della linea FD, ovvero il macro.

 

 

Il Canon New FD 200mm 1:4 Macro venne introdotto nell’Aprile 1981, verosimilmente per rispondere al Micro-Nikkor Ai 200mm 1:4 IF proposto dal rivale Nippon Kogaku già a partire dall’Agosto 1978; quest’ultimo era molto compatto e la messa a fuoco IF scorreva come il burro in punta di dita, tuttavia la risolvenza alle maggiori aperture non faceva strillare al miracolo e l’escursione si fermava ad 1:2 (0,5x) come nei Micro-Nikkor coevi di focale inferiore; Canon colse quindi la palla al balzo e si fece perdonare i 3 anni di ritardo offrendo invece un modello che focheggiava direttamente fino ad 1:1 (1x, campo inquadrato: 24x36mm contro i 48x72mm del 200mm Micro-Nikkor), una prerogativa molto apprezzabile per il fotografo naturalista che passava con un giro di ghiera dal dettaglio di una catena montuosa al primissimo piano di un insetto sul fiore.

Il rapporto 1:1 (che Nikon offrirà solamente 10 anni dopo col nuovo AF-Micro-Nikkor 200mm 1:4 IF ED D) veniva peraltro raggiunto a 58cm dal piano focale, e questo agevolava la ripresa di soggetti vivi o rendeva più semplice la creazione di un set per l’illuminazione artificiale, anche se a questa distanza occorre comunque sottrarre la lunghezza dell’obiettivo e il tiraggio del corpo macchina.

Questo modello rinunciò a priori ad insidiare il rivale Nikon nel settore della compattezza, veramente ottima per il Nikkor, e la sua massiccia struttura puntava invece sulla robustezza/affidabilità e, appunto, sull’atout di una messa a fuoco molto più ravvicinata rispetto al rivale, situazione aggravata dal fatto che non esistevano accessori specifici per portare il Micro-Nikkor Ai 200mm 1:4 IF fino a 1:1 come un tubo di prolunga dedicato, e il suggerimento ufficiale era addirittura quello di accoppiarlo ad un duplicatore di focale Nikon TC-301, un accessorio costoso quasi come l’obiettivo stesso e non certo la soluzione ottimale dal punto di vista ottico.

Il nuovo Canon 200mm macro misurava 182,4mm di lunghezza e il peso di 830g al netto del collare di attacco per il treppiedi lievitava ben oltre il chilogrammo montando questo robusto elemento, ingombrante e dotato di una piastra di appoggio anche a 90°, sulla sinistra.

L’obiettivo utilizza un ampio paraluce telescopico, sfrutta filtri da 58×0,75mm e il suo diaframma può chiudere fino ad 1:32, dettaglio considerato irrinunciabile per un macro perché non si consideravano mai gli effetti deleteri della diffrazione a chiusure così piccole che penalizzavano visibilmente il potere risolvente.

L’obiettivo utilizza ovviamente il multicoating Super Spectra e la messa a fuoco non è IF tout court come nel Micro-Nikkor 200mm, dal momento che il sofisticato gruppo ottico a 9 lenti in 8 gruppi durante la messa a fuoco movimenta simultaneamente un modulo di elementi nella parte posteriore e anche il gruppo anteriore, e mentre il primo scorre con camme e asole come nei sistemi IF tradizionali senza modificare gli ingombri del barilotto il secondo viene fatto avanzare in blocco alterando le dimensioni iniziali di infinito.

 

 

Si tratta quindi di un obiettivo più sofisticato e ingombrante rispetto all’omologo di casa Nikon e faceva dell’accesso diretto ad 1:1 la sua marcia in più; nell’immagine si apprezza l’ampio paraluce estraibile e il corpulento collare girevole per il treppiedi, mentre nella ghiera di messa a fuoco è presente una terza scala smaltata in giallo che definisce i rapporti di riproduzione alle varie distanze, partendo da 1:10.

 

 

Come nel caso del Nikkor, il massiccio collare si poteva rimuovere per alleggerire l’obiettivo e renderlo più agile in certe situazioni, e nell’immagine si osserva come la sua fusione consentisse un appoggio rapido in 2 posizioni diverse, con orientamento orizzontale e verticale, anche senza allentare l’apposito nottolino e far ruotare l’obiettivo al suo interno.

Un altro dettaglio interessante in questo modello è la presenza della baionetta di servizio anteriore per il paraluce opzionale, nonostante tale elemento sia già incorporato e telescopico; infatti è possibile, a scelta, procurarsi il paraluce a baionetta Canon BT-58 ed utilizzare quest’ultimo in luogo della versione normale.

Passando all’ottica, anche per lo schema di questo modello è stato possibile individuare il relativo brevetto.

 

 

Questo documento statunitense descrive proprio l’architettura dell’obiettivo in questione, ci informa che i 2 progettisti per conto di Canon K.K. erano Nozomu Kitagishi e Sadahiko Tsuji e che la richiesta prioritaria nipponica era stata depositata in data 20 Aprile 1979, subito prima della style policy New FD, introdotta a Giugno dello stesso anno.

Già lo schema semplificato presente nell’intestazione evidenzia come nel gruppo ottico 2 differenti moduli si muovano allontanandosi reciprocamente.

 

 

Questa illustrazione mostra invece lo schema ottico dell’obiettivo in sezione e una tabella con i dati grezzi di progetto (come di consueto, raggi di curvatura delle superfici, spessori delle lenti sull’asse, spazio fra gli elementi e valori rifrattivi/dispersivi dei relativi vetri); i 2 elementi divergenti al centro dello schema (uno singolo e uno costituito da un doppietto cementato) a prima vista appaiono come quelli deputati al flottaggio interno per la messa a fuoco, e infatti la tabella indica a distanze brevi valori differenti per gli spazi D7 e D12 che li includono; tuttavia se soltanto le lenti citate (elementi L5 ed L6-L7) si limitassero ad arretrare e avanzare la variazione degli spazi anteriore e posteriore sarebbe simmetrica e speculare, viceversa passando ad 1:1 lo spazio anteriore D7 aumenta proporzionalmente molto più di quanto non si riduca D12, e questo sta ad indicare che mentre le lenti L5, L6 ed L7 arretrano, simultaneamente quelle anteriori L1, L2, L3 ed L4 avanzano, aumentando lo sbalzo e quindi la lunghezza del barilotto, e l’azione combinata dei 2 gruppi mobili consente di scendere fino ad 1:1.

Un’occhiata preliminare ai vetri evidenzia come lo schema sfrutti addirittura 4 lenti in Fluor Crown FK5 a dispersione contenuta (numero di Abbe: 70,1), e questo suggerisce una grande attenzione al controllo dell’aberrazione cromatica portando anche a chiedersi perché, a questo punto, l’azienda non sia andata oltre, utilizzando magari una lente in fluorite o altre in vetro UD a bassissima dispersione, già regolarmente disponibile da anni al momento del progetto, creando un sistema realmente e dichiaratamente apocromatico?

Infatti Nikon aveva il suo badge “ED” con filetto dorato per indicare gli obiettivi che utilizzavano vetri ED-UD a bassissima dispersione, in casa Canon questo non esisteva e l’unico modo per distinguere un modello speciale era aggiungerlo al novero esclusivo delle ottiche FD serie “L”, tuttavia uno speciale 200mm macro con accesso diretto ad 1:1 avrebbe anche avuto le carte in regola per farne parte, se poteva vantare vetri UD e correzione apocromatica; in fin dei conti proprio nello stesso momento venne varato l’FD 300mm 1:4 L che ne condivideva l’apertura massima “plebea” ma venne ugualmente inserito in questo gruppo elitario grazie a 2 lenti UD nel suo schema, una scelta che evidentemente Canon non ebbe il coraggio di fare con il 200mm 1:4 macro.

 

 

Il brevetto propone anche diagrammi con lo stato di varie aberrazioni, compresi quelle dette “ray aberration”, che mostrano come passando da infinito ad 1:1 la correzione di alcuni paramatri quali aberrazione sferica e ray aberration degradasse visibilmente, tuttavia questo consentiva l’avanzamento tecnologico di fine anni ’70.

 

 

Tornando ai movimenti degli elementi ottici durante la messa a fuoco, questa illustrazione mosta la posizione reciproca delle lenti con schema in configurazione di infinito e al rapporto 1:1, confermando come all’arretramento del modulo posteriore corrispondesse l’avanzamento del gruppo anteriore che modificava le dimensioni fisiche del barilotto.

 

 

Passando al dettaglio dei vetri, i progettisti utilizzarono 5 tipologie di materiali: Fluor Crown FK a dispersione contenuta, Lanthanum Dense Flint LASF, Lanthanum Crown LAK, Dense Flint SF e Barium Dense Flint BASF; iniziando dalla parte frontale, troviamo un Fluor Crown FK5 tipo Ohara S-FSL5 in L1, L3, L5 ed L7, un Dense Flint SF15 tipo Ohara S-TIM35 in L2, un Barium Dense Flint BASF8 tipo Ohara S-BAH28 in L4, un Lanthanum Dense Flint LASF40 tipo Ohara S-LAH60 in L6, un Dense Flint SF6 tipo Ohara S-TIH6 in L8 e un Lanthanum Crown LAK14 tipo Ohara S-LAL14 in L9.

Apparentemente si tratta di una ricca dotazione ma considerando come le 2 lenti in vetri agli ossidi delle Terre Rare (L6 ed L9) prevedano dimensioni ridotte e valutando anche il prezzo contenuto del Fluor Crowk FK5 utilizzato in ben 4 lenti dello schema, possiamo invece concludere che anche in questo modello i progettisti hanno cercato di economizzare per contenere i costi di produzione, intento formalmente corretto se le prestazioni vengono mantenute e il lavoro di lesina ricade positivamente anche sul prezzo finale.

 

 

Questi sono i modelli di teleobiettivo da 200mm 1:4 commercializzati da Canon in attacco FD; notate in queste sovrapposizioni come lo schema utilizzato nel modello macro fosse di base compatto ma richiedesse un enorme spazio retrofocale libero che è il principale responsabile delle notevoli dimensioni (osservate come l’ultima lente sia posizionata dove inizia la ghiera gommata per la messa a fuoco).

Integriamo ora questa retrospettiva con i test in lingua italiana realizzati a suo tempo dalle riviste del settore; purtroppo non mi risulta che il modello macro sia mai stato provato; naturalmente questi test lasciano il tempo che trovano perché sono realizzati con metodologie molto differenti e risentono eventualmente di esemplari sfortunati e dal montaggio non perfetto.

 

 

Queste 2 prove dedicate all’FD 200mm 1:4 primo tipo vennero realizzate da “Fotografare” e da Editrice Progresso con relativa pubblicazione sulle sue testate.

Nel test a sinistra vennero fotografate mire piane leggendo poi il valore di risolvenza massima sui negativi ottenuti (valgono le solite considerazioni sulla curvatura di campo e sul contrasto effettivo che accompagna la serie di linee più piccole ancora leggibili); in questo caso il commento cerca di mantenere un tono neutro ma i valori misurati, considerando lo standard del test, sono eccellenti e superano quelli dei migliori obiettivi di gran marca provati con la stessa metodologia, quindi dalla prova di Fotografare emerse un’ottica eccellente.

A destra abbiamo invece un test dello stesso modello realizzata da Editrice Progresso utilizzando le nuove metodologie MTF introdotte a fine anni ’80, più semplici per l’utente finale e con una curva di qualità media basata sull’impressione soggettiva di nitidezza offerta da una stampa di dimensioni predefinite ed osservata a distanza prefissata; in questo caso l’obiettivo si mantiene uniforme e conferma il miglior rendimento a valori centrali come nel test precedente, tuttavia i valori assoluti sono molto meno entusiasmanti; la prova di sinistra valuta la risoluzione di coppie di linee su un negativo, quella di destra l’impressione di nitidezza osservando una stampa finita; la differenza di rendimento, al netto di un esemplare sfortunato, sta proprio in questi metodi radicalmente differenti, dove magari una risolvenza molto alta associata a contrasto debole viene premiata o penanizzata a seconda della procedura.

Stanamente, questo test sul vecchio FD 200mm 1:4 “breech lock” fu pubblicato quando il sistema era già ufficialmente fuori produzione da tempo, eventualmente recuperando un esemplare ancora disponibile sul mercato.

 

 

Il Canon New FD 200mm 1:4, sebbene di introduzione posteriore, era stato invece testato dallo stesso Centro in epoca precedente ed utilizzando la vecchia metodologia che offriva maggiori informazioni tecniche e anche curve MTF medie; questo sistema produceva grafici di qualità media che consideravo “ansiogeni” perché i valori non risultavano elevatissimi nemmeno con obiettivi ottimi: infatti la curva della qualità media rispetto al suo fondo-scala sembra definire un’ottica mediocre, tuttavia all’epoca con una matita avevo sovrapposto la curva della corrispondente prova sul rivale Nikkor Ai 200mm 1:4, e come si può osservare i valori medi del Canon New FD sono comunque sempre migliori, seppure di poco.

In questo test è interessante lo schema “CURVATURA DI CAMPO” dove curvatura e un certo astigmatismo sono presenti ma, come si può notare, sull’asse del fotogramma i piani di fuoco alle aperture 1:4 ed 1:8 (al centro del diagramma) risultano perfettamente coincidenti, mostrando quindi un focus shift praticamente assente.

Importante anche il diagramma “ABERRAZIONE CROMATICA” che indica lo spostamento di fuoco longitudinale ad 1:5,6 sull’asse con i vari colori dello spettro; come prevedibile in un tele da 200mm non dichiaratamente apocromatico, l’ottica New FD mostra uno slittamento dei piani, tuttavia contenuto in circa +/- 150 micron anche nel rosso, valori tutto sommato buoni per la focale e indicativi di una buona correzione nonostante l’assenza di vetri speciali.

Anche in questo caso avevo disegnato la relativa curva del Nikkor Ai 200mm 1:4 che invece teneva a fuoco blu e verde ma mostrava poi uno spostamento molto marcato nel rosso, anche se questo può essere influenzato dal piano di messa a fuoco scelto inizialmente.

 

 

Questi ulteriori test in lingua Italiana riguardano sempre il Canon New FD 200mm 1:4; il primo nuovamente prodotto dalla rivista “Fotografare” e il secondo da Il “Fotografo – Mondadori”.

La prova a sinistra teoricamente è identica a quella già vista per il 200mm 1:4 primo tipo, tuttavia nonostante l’ottica in prova sia il modello New FD interamente ricalcolato i valori di risolvenza ottenuti sono curiosamente e marcatamente inferiori rispetto a quelli del predecessore, un comportamento al quale non trovo spiegazioni se non una modifica dei criteri di valutazione delle mire o un esemplare particolarmente sfortunato; infatti il test a destra mostra un andamento complessivo simile, con obiettivo che raggiunge il suo massimo ad 1:8, tuttavia i valori assoluti sono forse i migliori mai misurati dalla testata su ottiche da 200mm non apocromatiche, e di conseguenza il giudizio fu di eccellenza.

A parte i vecchi test e le loro idiosincrasie, questi Canon FD da 200mm 1:4 sono sempre stati accompagnati dalla nomea di obiettivi validi con un rendimento soddisfacente, e per verificare di persona condivido a seguire alcuni scatti che realizzai durante una passeggiata nel rione sfruttando il mio esemplare personale di FD 200mm 1:4 S.S.C. di metà anni ’70 abbinato ad una mirrorless full-frame, con diaframma a chiusure medie e crop sul quadrato per esigenze compositive.

 

 

Dal mio punto di vista il vecchio obiettivo, caratterizzato dalla prima generazione di gruppo ottico, fornisce ancora prestazioni sufficienti per qualsiasi esigenza normale, a conferma che la fama di consistenza qualitativa che aleggia sulle ottiche FD si può tranquillamente confermare anche per questi modelli da 200mm, poco luminosi e datati ma ancora pronti a scrivere nuove storie.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 


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