SMC Pentax-M Zoom 40-80mm 1:2,8-4

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; in un articolo precedente ho descritto lo zoom di alta gamma SMC Pentax-M 35-70mm 1:2,8-3.5, introdotto da Asahi Optical Company nel 1979 a complemento della sua serie di ottiche/fotocamere molto compatte serie “M” che aveva esordito nel 1976; il protagonista del pezzo odierno è un altro zoom appartenente a tale linea che venne presentato subito dopo, nel 1980, e che prevede caratteristiche geometriche curiosamente molto simili a quelle dell’altro esemplare; stiamo parlando dell’SMC Pentax-M Zoom 40-80mm 1:2,8-4, effettivamente quasi sovrapponibile ad un 35-70mm 1:2,8-3,5, pertanto oltre a descriverlo cercherò di evidenziare elementi distintivi tecnico/funzionali che ne giustificassero la logica convivenza con l’altro esemplare.

 

 

Se posso dar voce ad un’idea personale, ritengo il 40-80mm 1:2,8-4 un obiettivo che partendo dai presupposti del 35-70mm 1:2,8-3,5, ed ereditandone peraltro la configurazione dello schema ottico, rinunciava al sacrificabile superando nel contempo quelli che potevano essere i limiti pratici del prestigioso 35-70mm luminoso e professionale; il nuovo obiettivo guadagna infatti in compattezza, non straordinaria nel precedente modello, utilizza una ghiera rotante per gestire le focali (risolvendo alla radice il problema di indurimento a quelle più lunghe presente nel meccanismo one touch dell’altro) e introduce una funzione macro aggiuntiva fino al rapporto di riproduzione 1:4 (assente nel 35-70mm che doveva accontentarsi di una messa a fuoco convenzionale limitata a ben 1 metro); tutto questo venne ottenuto rinunciando ad un vero respiro grandangolare (il passaggio da 35mm a 40mm sembra irrisorio ma nell’uso pratico la differenza è evidente) e portando ad 1 stop intero il divario nell’apertura massima alle varie focali; in ogni caso, pur trattandosi di uno zoom con escursione focale molto simile all’altro modello, non solo ne costituisce quasi una “seconda edizione” rivista ed emendata dai limiti emersi nell’uso pratico ma proprio per le differenti scelte tecniche e di design introdotte si differenzia nettamente dall’altro esemplare, tanto da giustificarne la produzione e la compresenza a catalogo.

 

 

Una certa ridondanza era peraltro evidente fra gli zoom della serie M (ricordiamo, prodotta dal 1976 al 1984); ad esempio, osservando questa foto tratta da una brochure di inizio anni ’80, osserviamo come il nostro 40-80mm 1:2,8-4 non conviva solo col 35-70mm 1:2,8-3,5 ma anche con un più obsoleto 45-125mm 1:4 di retaggio Takumar che ne condivide le focali, mentre il 24-35mm 1:3,5 è largamente sovrapposto al 28-50mm 1:3,5-4,5 e le stesse considerazioni valgono anche per il 75-150mm 1:4 rispetto all’80-200mm 1:4,5; naturalmente, nel nostro caso, le differenze tecniche e di design descritte in precedenza giustificano la compresenza col 35-70mm.

 

 

La tabella tecnica della stessa brochure ci informa che il 40-80mm 1:2,8-4 consente di chiudere il diaframma fino ad 1:22 (1:32 effettivo ad 80mm, focale con  apertura d’esordio ridotta di 1 f/stop) con funzionamento automatico a tutta apertura sui corpi Pentax, il suo angolo di campo sulla diagonale e compreso fra 57,2° e 30,9°, la messa a fuoco minima in condizioni normali è a 1,2 metri / 4 piedi, l’obiettivo misura 65,5mm di diametro per 76mm di lunghezza (ovviamente impostando la focale che garantisce la maggiore compattezza, come 60mm), il peso è pari a 395g e il diametro dell’attacco per i filtri è 49×0,75mm; vediamo ora in dettaglio le sue caratteristiche estetiche/meccaniche.

 

 

L’impostazione delle focali a rotazione genera un barilotto articolato su 3 ghiere funzionali: all’epoca il meccanismo “one touch” a scorrimento lanciato dalla Nippon Kogaku con i suoi Zoom-Nikkor generò facili entusiasmi perché teoricamente migliorava la prontezza di reazione, consentendo di mettere a fuoco e regolare la focale quasi contemporaneamente, gestendo entrambe le funzioni con una sola ghiera, tuttavia personalmente preferisco di gran lunga il sistema a doppia ghiera perché impostare messa a fuoco e focale simultaneamente richiede un’abilità non comune, e la possibilità di zoomare direttamente mentre si impugna la ghiera di messa a fuoco induce a cambiare spesso la focale dopo aver regolato la distanza, facendo conto su una parafocalità teorica (cioè la capacità di mantenere l’esatta distanza di fuoco impostata a tutte le focali) che viene dichiarata dai fabbricanti ma, nell’uso pratico, non si riscontra quasi mai, senza contare che in molti casi lo scorrimento della mano per cambiare focale causava un’involontaria rotazione della ghiera stessa, compromettendo così la messa a fuoco impostata in precedenza; inoltre il sistema a ghiere separate come quello del nostro 40-80mm scoraggia la “zoomata selvaggia” alla quale inducono gli “one touch”, imponendo un approccio più cosciente e riflessivo, scegliendo a priori la focale necessaria e poi inquadrando e focheggiando con attenzione su quella.

Tornando al nostro protagonista, troviamo una montatura anteriore che ruota durante la messa a fuoco (semplificazione necessaria per garantire la compattezza e prevedere il complesso sistema per la posizione macro), con filettatura per comuni filtri da 49×0,75mm; le lenti sono naturalmente trattate col famoso ed efficace rivestimento antiriflesso SMC e l’appartenenza alla serie M, come già visto col 35-70mm dell’articolo precedente, è evidenziata dalla relativa denominazione sulla ghiera anteriore e dal caratteristico filetto cromato.

La prima ghiera rotante dell’obiettivo gestisce la messa a fuoco; è rivestita con un ampio ed efficace settore gommato e prevede 2 scale delle distanze in metri e piedi (smaltate in colori differenti, giallino e azzurro) che consentono di impostare l’obiettivo da infinito a 1,2 metri / 4 piedi; sul barilotto dell’obiettivo è quindi presente una linea di fede arancione che funge da riferimento per la messa a fuoco stessa ma anche per l’impostazione delle lunghezze focali, gestite dalla seconda ghiera dell’obiettivo; quest’ultima prevede un rivestimento gommato con rilievi allungati e differenti dai precedenti, in modo da riconoscere al tasto le 2 ghiere con l’occhio al mirino.

Nella parte anteriore della seconda ghiera sono smaltati i riferimenti per le lunghezze focali da 40mm, 60mm e 80mm, rispettivamente colorate in arancio, bianco e verde come promemoria visivo collegato alle relative linee di fede per le aperture che vedremo a seguire, e accanto all’indicazione di 80mm è presente un ulteriore riferimento verde con la scritta MACRO.

Oltre la ghiera di regolazione delle focali troviamo il pallino in materiale sintetico che facilita l’allineamento con la baionetta del corpo macchina e 3 differenti linee di fede per l’ipostazione delle aperture di diaframma: la prima, arancione e di forma romboidale, è quella principale e definisce l’impostazione del diaframma oltre al valore effettivo disponibile alla focale di 40mm, caratterizzata da un’apertura relativa di 1:2,8, la seconda di colore bianco indica l’apertura effettiva che subentra alla focale 60mm (circa 1:3,5) e la terza, di colore verde, svolge la stessa funzione con impostazione a 80mm, focale contraddistinta dall’apertura reale 1:4; in pratica, si imposta il diaframma sfruttando il riferimento arancione romboidale, e l’apertura effettiva disponibile sarà quella indicata da quest’ultimo a 40mm, quella definita dalla linea bianca a 60mm e quella segnata da quella verde a 80mm; naturalmente, sfruttando corpi con esposimetro TTL a lettura attraverso l’obiettivo, queste variazioni vengono compensate automaticamente e tale informazione diventa utile solo se si espone manualmente utilizzando esposimetri esterni.

Questa serie di riferimenti si abbina naturalmente l’attigua ghiera delle aperture di diaframma, metallica con settori godronati e valori indicati che spaziano fra 1:2,8 ed 1:22; infine, la baionetta di montaggio è la classica Pentax K.

Una considerazione personale sulla ghiera delle focali e la scansione simmetrica e regolare definita dalle 3 misure indicate, 40, 60 e 80mm: psicologicamente si tende ad essere condizionati da questa sequenza speculare imposta dalla grafica, e quasi senza accorgersene si è più propensi ad utilizzare l’insolita focale da 60mm quando in altre circostanze avremmo scelto quella da 50mm (qui non indicata e da indovinare approssimativamente sulla ghiera); questo dettaglio, unito alla scelta di focali spostata da 35-70 a 40-80mm, tende effettivamente a definire un approccio pratico differente e tutto da inventare.

 

 

Questa immagine consente di apprezzare il diaframma a 7 lamelle con passivazione moderna e lo spettacolare antiriflesso Pentax SMC che, come nel caso del 35-70mm, produce un appariscente riverbero rossiccio che in madrepatria viene assimilato al Sol Levante che la simboleggia.

 

 

L’esemplare in mio possesso utilizzato per illustrare l’articolo appartiene alle prime serie prodotte e osservando la parte posteriore è possibile notare un dettaglio: dal momento che il passaggio alle focali superiori fa rientrare decisamente il gruppo ottico posteriore, in fase di progettazione fu necessario predisporre apposite contromisure per limitare i riflessi parassiti di luce negli elementi meccanici posti dietro l’ultima lente, e nei primi lotti il problema veniva risolto con l’applicazione di un materiale sintetico fioccoso (chiaramente visibile nella foto) che in fasi più avanzate della produzione venne sostituito da parti metalliche annerite in modo convenzionale.

 

 

Per quanto riguarda lo schema ottico, come anticipato nel precedente articolo anche il 40-80mm 1:2,8-4 utilizza la stessa architettura molto semplice impiegata anche nel 35-70mm 1:2,8-3.5 e nel 35-70mm 1:2,8-2,8 AF per Pentax ME-F, schema che venne calcolato da Sadao Okudaria nel 1974 e brevettato nel Gennaio 1975; normalmente i concorrenti utilizzavano schemi a 2 gruppi con la stessa architettura ma sfruttando un numero maggiore di lenti, mentre questi 3 obiettivi, presentati nel 1979, 1980 e 1981, hanno invariabilmente condiviso questa struttura semplificata al massimo ma nobilitata da una impressionante batteria di vetri speciali; come di consueto, con impostazione grandangolare i 2 moduli presentano la massima spaziatura reciproca, con quello posteriore che si trova nella posizione più ravvicinata rispetto alla fotocamera, e passando alle focali superiori i 2 moduli si vengono incontro reciprocamente, arrivando alla configurazione di destra che garantisce maggiore compattezza e uno spazio retrofocale più ampio.

In realtà questo doppio movimento non può essere così semplice e lineare perché subentra anche l’esigenza di introdurre un’ulteriore compensazione per garantire la parafocalità di fuoco con qualsiasi impostazione di focale; nei sistemi “one touch” con zoom a pompa, come l’SMC Pentax 35-70mm 1:2,8-3,5 o il Carl Zeiss Vario-Sonnar 35-70mm 1:3,6 per Contax-Yashica, passando da grandangolare a tele lo scorrimento all’indietro della ghiera assieme al modulo anteriore è continuo e la compensazione viene introdotta con un movimento asolidale di quello posteriore che gli viene incontro, gestito dalla forma delle asole del barilotto in cui scorrono le camme dello zoom; invece nel caso del nostro SMC Pentax-M 40-80mm 1:2,8-4, comandato da ghiere, il movimento di compensazione del fuoco alle varie focali risulta gestito in modo differente.

 

 

In questa illustrazione troviamo l’obiettivo impostato alle focali 40mm, 60mm e 80mm abbinato alla corrispondente configurazione di schema ottico con indicati i relativi movimenti; come si può notare l’ingombro meccanico è massimo a 40mm (dovendo gestire lo schema col massimo della spaziatura richiesta fra i 2 moduli di lenti principali), tuttavia il progressivo collasso del cannotto anteriore non procede progressivamente per tutta l’escursione: a circa 60mm abbiamo il massimo arretramento e quindi la compattezza ottimale, poi procedendo verso 80mm il cannotto anteriore smette di rientrare, inverte la corsa ed emerge leggermente rispetto alla configurazione di 60mm.

L’apparente anomalia di questi movimenti dei 2 gruppi mobili è legata proprio alla necessità di introdurre compensazioni atte a mantenere il fuoco costante sulla distanza impostata alle varie focali, e in questo caso il movimento anomalo è delegato al gruppo di lenti anteriore.

In questa configurazione di utilizzo standard l’obiettivo è in grado di focheggiare fino a 1,2 metri, un valore piuttosto modesto, forse scelto per ridurre l’ingombro del relativo elicoide ma insufficiente in molte circostanze, sia per effettuare a 40mm certe riprese con elemento dominante a fuoco nel primo piano che per realizzare ritratti ravvicinati a 80mm; se vogliamo questo era uno dei limiti anche del 35-70mm 1:2,8-3.5, vincolato ad 1 metro, tuttavia i progettisti hanno voluto migliorare la versatilità del 40-80mm aggiungendo una funzione macro che è un piccolo capolavoro di meccanica.

 

 

Per massimizzare il rapporto di riproduzione occorre inizialmente sfruttare quanto messo a disposizione dall’obiettivo nell’impiego normale, impostandolo quindi sulla focale più lunga (80mm) e regolando la ghiera di fuoco sulla distanza minima prevista (1,2m); a questo punto un’ulteriore rotazione verso destra della ghiera consente di superare un blocco meccanico ed impostare la funzione macro prevista; con questa seconda operazione viene svincolato un fermo meccanico ed è quindi possibile estrarre verso l’esterno la ghiera anteriore, come se avessimo a disposizione un secondo comando “one touch” a pompa: questo movimento allontana ulteriormente il modulo di lenti anteriore promuovendo una messa a fuoco molto più ravvicinata ed è possibile spaziare dal valore precedente di 1,2m fino ad appena 0,37m, pari ad un rapporto di riproduzione 1:4 che consente di inquadrare un soggetto di appena 96x144mm; come ulteriore finezza, sul barilotto dell’obiettivo sono riportati i riferimenti per 3 rapporti di riproduzione realizzabili con questa posizione macro aggiuntiva: 1:10 (a 0,83m), 1:6 (a 0,52m) e, appunto, 1:4 (a 0,37).

I più attenti e smaliziati avranno già calcolato che un 80mm a 0,37m dovrebbe eventualmente generare un rapporto di riproduzione ancora più spinto ma, probabilmente, l’avanzamento indipendente del modulo anteriore che si allontana da quello posteriore modifica anche la lunghezza focale, riducendola decisamente rispetto agli 80mm di partenza e giustificando l’apparente anomalia.

 

 

In questa immagine osserviamo l’obiettivo impostato ad 80mm e in 4 differenti sequenze di funzionamento abbinato la relativa configurazione dello schema ottico: con messa a fuoco ad infinito, con messa a fuoco minima ad 1,2m, con messa a fuoco minima ad 1,2m e posizione macro abilitata, con ghiera estratta in funzione macro al massimo ingrandimento 1:4; anche in condizioni normali la messa a fuoco dell’obiettivo è promossa dal movimento indipendente del gruppo anteriore L1 – L2 – L3 che, avanzando e allontanandosi da quello posteriore a parità di posizione di quest’ultimo, riduce la distanza di fuoco impostata; pertanto passando da infinito a 1,2m assistiamo ad un primo avanzamento di tale modulo (colore azzurro); ruotando la ghiera delle focali per inserire la funzione macro nello schema ottico non succede nulla perché tale operazione svincola solo lo scorrimento lineate della ghiera anteriore, mentre l’avanzamento di quest’ultima per accedere agli ingrandimenti supplementari della funzione macro sposta nuovamente in avanti il gruppo ottico, riportandolo però e contestualmente ad una configurazione più grandangolare che minimizza parzialmente l’incremento del rapporto di riproduzione.

In ogni caso il valore 1:4 consentito dell’obiettivo è più che sufficiente alla maggioranza delle esigenze di riproduzione ravvicinata generica e costituisce una notevole miglioria rispetto al 35-70mm 1:2,8-3,5 lanciato l’anno precedente, sebbene questa possibilità sia limitata alla focale 80mm e quindi utile solo nel ritratto e nella macro generica.

Vorrei anche aggiungere che, visti i trascorsi di Asahi con Carl Zeiss a inizio anni ’70, quando uscì questo 40-80mm Pentax si diffuse in certi ambienti una voce incontrollata secondo la quale l’obiettivo sarebbe derivato dallo Zeiss Vario-Sonnar 40-80mm 1:3,5 per Contax-Yashica che giusto un paio di anni prima era entrato in regolare produzione; naturalmente mai notizia fu più falsa, anche perché il Vario-Sonnar utilizza un complesso schema a 13 lenti con struttura completamente differente dal semplice modulo a 7 lenti del Pentax!

Quest’obiettivo venne prodotto per soli 4 anni in quantità modeste, rimanendo un po’ nascosto nella pletora di focali variabili allora disponibili a catalogo, e per tale ragione le riviste del settore non pianificarono prove tecniche sul suo rendimento ottico; ho quindi realizzato personalmente qualche scatto di prova che vedremo assieme; ricordo che queste immagini solitamente le produco uscendo di casa a piedi in brevi ritagli di tempo e scattando mentre percorro frettolosamente poche centinaia di metri dalla dimora, quindi mi scuso per la banalità dei contenuti.

 

 

Il rovescio della medaglia più evidente per ottenere maggiore compattezza, una precisa regolazione delle focali con ghiera e l’accesso a distanze più ravvicinate rispetto al 35-70mm 1:2,8-3,5 è sicuramente la rinuncia alla focale d’esordio di 35mm con 64° di campo, un dettaglio che impone di rivedere l’approccio stesso all’uso dell’obiettivo, non più così universale ma piuttosto visto come un normale da 50-55mm da utilizzare prevalentemente a tali focali con la possibilità eventuale di allargare leggermente in caso di spazi un po’ angusti o di stringere sul viso di un soggetto interessante, quindi più un “normale allargato” che uno zoom universale, una transizione che personalmente soffro particolarmente, vista la mia predilezione per i palinsesti grandangolari e la relativa manipolazione di prospettiva e piani.

Queste 2 immagini le ho scattate alla focale 40mm con apertura 1:8-11; trattandosi di un adattamento su una mirrorless full-frame, anche il diaframma è manuale stop-down e in entrambi i casi ho preferito preparare lo scatto, mentre il soggetto si avvicinava a me, scegliendo la focale, mettendo a fuoco in live-view a massimo ingrandimento un punto del selciato, chiudendo il diaframma e quindi attendendo che il personaggio transitasse alla corretta distanza; rispetto al più pretenzioso 35-70mm 1:2,8-3,5, a focale minima 40mm ho notato un residuo di aberrazione cromatica laterale e di astigmatismo nelle zone marginali, tuttavia a diaframma chiuso l’immagine è brillante con resa cromatica leggermente intonata al freddo, cosa che personalmente apprezzo.

 

 

Il passaggio della focale minima da 35mm a 40mm ha consentito tuttavia di correggere un altro limite del 35-70mm 1:2,8-3.5, ovvero l’avvertibile distorsione; infatti sull’altro modello regolato a 35mm la deformazione a barilotto negli elementi lineari e architettonici è fastidiosa, mentre in questa immagine scattata col 40-80mm 1:2,8-4 a 40mm e apertura 8-11 si intuisce appena un accesso di deformazione, nonostante la criticità del soggetto; restano valide le considerazioni sulla perdita di afflato grandangolare, cosa che impone compromessi ed equilibrismi a chi sia abituato a vedere il mondo con focali corte.

 

 

Fortunatamente la tecnica moderna ci consente di ovviare a questi limiti geometrici realizzando panoramiche composite, come nel caso di questa vista del fiume Lamone realizzata col 40-80mm 1:2,8-4 a 40mm ed apertura 1:11, producendo 7 scatti verticali a mano libera con la punta di un dito sotto l’obiettivo come fulcro di rotazione in corrispondenza approssimativa della pupilla di ingresso anteriore del gruppo ottico, poi assemblati in una singola vista da 135°; abbiamo anticipato che il 35-70mm 1:2,8-3,5 sfrutta uno schema ottico simile  e derivato dallo stesso progetto, e infatti troviamo nel 40-80mm alcune sue caratteristiche come il piacevole contrasto, la valida nitidezza e la gradevole resa cromatica.

 

 

Descrivendo il 35-70mm avevo annotato come il suo vivido contrasto lo rendesse idoneo a soggetti grafici/geometrici con ombre marcate come elemento funzionale della composizione, e questo scatto realizzato col 40-80mm 1:2,8-4 a 60mm con apertura 1:8-11 richiama lo stesso fingerprint: usato alla focale e nelle condizioni più favorevoli, questo zoom Pentax-M mostra l’efficacia di scelte come il ridotto numero di lenti e il moderno antiriflessi SMC abbinato ad accurate soppressioni dei riflessi interni, producendo un’immagine netta e vigorosa, con la già notata intonazione al freddo.

 

 

Questa immagine è stata invece realizzata scattando ad 80mm con apertura 1:8-11, mettendo a fuoco un punto prefissato ed attendendo il passaggio del soggetto (il suo rapido incedere mi ha imposto di scattare in anticipo considerando l’evidente lag di attuazione del corpo Sony utilizzato, e nel frattempo un piede era uscito dall’inquadratura); nonostante le complicazioni del caso la resa è comunque soddisfacente, senza pecche di rendimento vistose.

 

 

Infine, questo elemento in dettaglio è stato fotografato in strada sfruttando la posizione macro aggiuntiva, con lo zoom regolato su 80mm – 1:8 ed estraendo parzialmente la ghiera anteriore fino a riempire il fotogramma; anche in questo caso l’obiettivo ha garantito una resa più che soddisfacente per un utente non specificamente specializzato in macrofotografia.

Anche l’SMC Pentax-M 40-80mm 1:2,8-4 del 1980 è quindi un obiettivo che, alla pari del fratellone 35-70mm 1:2,8-3,5, garantisce risultati lusinghieri ed omogenei nelle varie condizioni di utilizzo, con la versatilità implementata dalla messa a fuoco ravvicinata, pur con i limiti della focale minima più vicina al normale; peccato che sia stato prodotto in quantità limitate ed oggi non sia così facile trovarne un esemplare.

Vorrei concludere con un’annotazione intima: acquistai quest’obiettivo nel 2002 e il giorno successivo, primo Aprile, mi avventurai in una gita con la famiglia per provarlo, montandolo su una Pentax MX caricata a pellicola invertibile Fujichrome Provia 100 ISO; facendo tappa anche a casa della suocera, approfittai per realizzare un’istantanea di mio figlio Michelangelo, all’epoca un ragazzino di 10 anni, mentre era seduto nel prato; in seguito riprodussi e stampai personalmente la diapositiva e tale immagine è tuttora l’unica sua foto appesa in casa; questo ormai lontano episodio mi lega quindi affettivamente in modo indelebile all’SMC Pentax-M 40-80mm 1:2,8-4!

 

 

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo sito web può essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma e con alcun mezzo, elettronico, meccanico o in fotocopia, in disco o in altro modo, compresi cinema, radio, televisione, senza autorizzazione scritta dell’Editore. Le riproduzioni per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milano. info@newoldcamera.it

All rights are reserved. No part of this web site may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical or photocopy on disk or in any other way, including cinema, radio, television, without the written permission of the publisher. The reproductions for purposes of a professional or commercial use or for any use other than personal use can be made as a result of specific authorization issued by the New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milan, Italy. info@newoldcamera.it

©2021 NOC Sensei – New Old Camera Srl

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

error: Alert: Contenuto protetto!