Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; sul classico formato 24x36mm l’obiettivo supergrandangolare da 20mm è stato per molti anni una focale strategica e molto diffusa perché incarnava un po’ le colonne d’Ercole fra i modelli ancora economicamente accessibili e utilizzabili senza troppi problemi dagli amatori e quelli più spinti e specializzati, allora estremamente costosi, e fino all’avvento degli zoom supergrandangolari che hanno sconvolto la categoria il 20mm è stato un modello realmente apprezzato, anche per il suo caratteristico equilibrio fra angolo di campo già molto ampio e dinamizzazione prospettica non ancora esagerata.
Nelle fasi iniziali lo sviluppo di supergrandangolari con schema retrofocus, idonei agli apparecchi reflex con specchio mobile, si scontrava con i limiti tecnologici e il modesto potere di calcolo del tempo, e gli schemi da 20mm della prima ora utilizzavano elementi anteriori di grande diametro che imponevano dimensioni molto superiori a quelle dei corrispondenti obiettivi a schema simmetrico per apparecchi a telemetro (basti pensare alla compattezza di un Leitz Super-Angulon 21mm f/3,4 di inizio anni ’60), mentre un 20mm che ben si sposa con generi come la street photo e la ripresa paesaggistica durante lunghe camminate sarebbe stato molto apprezzato anche in una configurazione più compatta e leggera.
Negli anni ’70 gli sviluppi dei programmi di calcolo permisero finalmente di concepire schemi retrofocus di questo tipo, limitando il numero di lenti e prevedendo dimensioni drasticamente ridotte, e il protagonista dell’articolo, l’SMC Pentax-M 20mm 1:4 del 1977, è uno degli esempi più classici e famosi di questa nouvelle vague.
L’SMC Pentax-M 20mm 1:4 appartiene infatti alla linea delle ottiche compatte “M”, prodotte e commercializzate da Asahi dal 1976 al 1984, che si basano su schemi ottici rivisti in funzione di una maggiore compattezza; questa scelta ha consentito di miniaturizzare anche l’intera montatura, limitando soprattutto la lunghezza del barilotto; nel caso del 20mm 1:4 M il risultato è particolarmente eclatante perché questo supergrandangolare da 94° prevede una lunghezza di appena 30mm per un peso di 150 grammi e utilizza filtri da 49mm, risultando addirittura più compatto di un normale da 50mm!
Dal punto di vista della finitura, invece, le ottiche serie M ricalcano l’estetica dei modelli a baionetta serie K introdotti nel 1975, col caratteristico e ormai datato filetto cromato anteriore e la ghiera di messa a fuoco con rivestimento gommato a rilievi rettangolari; la miniaturizzazione è così spinta che le scale di messa a fuoco in metri e piedi sono parzialmente sovrapposte e risultano leggibili senza equivoci solamente perché risultano smaltate in colori ben differenziati.
Quest’obiettivo, che utilizza il paraluce opzionale PH-S49 e il tappo anteriore clip-on da 52mm, consente di mettere a fuoco fino a 25cm, prevede aperture del diaframma da 1:4 ad 1:22 e costituisce il punto di arrivo di un articolato processo evolutivo che ha interessato i 20mm Pentax nei 9 anni precedenti.
Com’è noto, l’innesco del domino che impose a tutte le aziende di scendere a patti con dimensioni e pesi, introducendo reflex 35mm e ottiche più compatte, fu il lancio del corredo Olympus OM nel 1972, immediatamente apprezzato per l’inedita miniaturizzazione dei componenti; nella fattispecie, il supergrandangolare Olympus OM Zuiko 21mm 1:3,5 era stato presentato per il brevetto il 10 Maggio 1972 passando subito alla produzione, e come si può apprezzare dall’immagine le sue dimensioni erano analoghe a quelle di un 50mm 1:1,8 della stessa linea.
All’epoca, salvo rare e lodevoli eccezioni (Carl Zeiss Distagon 18mm 1:4, Canon FD 17mm 1:4) i grandangolari spinti erano ancora molto ingombranti e pesanti e molti modelli del periodo come il Nikkor-UD Auto 20mm 1:3,5, l’Asahi Takumar 20mm 1:4,5 o il Leitz Elmarit-R 19mm 1:2,8 sembravano superstiti di generazioni passate al cospetto del nuovo Zuiko così miniaturizzato.
Come reazione tutti i principali fabbricanti eseguirono contromosse introducendo modelli più compatti, a partire da Canon con la serie A e i relativi obiettivi FD new e Nikon con le reflex FM ed FE e molte ottiche Nikkor Ai ridisegnate, tuttavia il brand che dedicò più risorse in tale settore fu proprio la Asahi Optical Company, che a partire dal 1976 lanciò una linea di apparecchi compatti (le famose reflex MX, ME, ME Super o MV) ed un’intera gamma di obiettivi estremamente miniaturizzati, appunto la serie M, nella quale svettava il pancake da 40mm 1:2,8 a 5 lenti che sporgeva dal corpo macchina appena 18mm.
Per quanto riguarda i 20mm Asahi, tale focale fece la sua comparsa nel 1968 e da quell’anno fino al 1985 si alterneranno ben 4 schemi ottici diversi, arrivando al 20mm 1:2,8 serie A; vediamo in dettaglio come si sono evoluti i modelli di apertura più ridotta.
Il primo 20mm della casa fu il Super-Takumar 20mm 1:4,5, lanciato appunto nel 1968, che utilizzava un complesso schema retrofocus a 11 lenti in 10 gruppi con elemento anteriore di ampio diametro, un’architettura che mostra come lo sviluppo di strutture così complicate fosse ancora su una curva di apprendimento; questo schema fu aggiornato nel 1971 con il trattamento antiriflesso multistrato e la denominazione venne modificata in Super-Multi-Coated Takumar 20mm 1:4,5, e il corrispondente modello rimase a listino fino al 1975.
Nel 1975 fu introdotta una nuova versione del 20mm con apertura portata ad 1;4 che venne commercializzata in attacco a baionetta come SMC Pentax 20mm 1:4 tipo K; questo modello completamente rivisto non si avvantaggiò particolarmente sul piano della compattezza perché lo schema ottico utilizzato si basava sul lavoro svolto nel quinquennio precedente da Yasuo Takahashi, uno dei progettisti più talentuosi e significativi della casa, e dal suo discepolo prediletto Sadao Okudaira, e tale linea di sviluppo aveva evoluto una struttura ancora molto complessa e farraginosa, addirittura basata su 12 lenti in 10 gruppi e con elementi anteriori di grande diametro; in azienda evidentemente non obiettarono riconoscendo a Takahashi-San i suoi meriti pregressi e la sua competenza ma questo portò ad un 20mm 1:4 di produzione ancora relativamente corpulento.
La svolta arrivò finalmente nel 1977 col il 20mm 1:4 tipo M che utilizzava un inedito schema disegnato da Takahiro Sugiyama e brevettato nel 1975; questa nuova struttura riduceva il numero di elementi ad appena 8, tutti spaziati, e la dimensione complessiva del sistema ha consentito di produrre un obiettivo estremamente compatto e che rimase a listino fino al 1984.
Infine, nel 1984 l’aziende dovette allinearsi alla tendenza di mercato in auge da alcuni anni e portare finalmente l’apertura massima ad 1:2,8, commercializzando l’SMC Pentax 20mm 1:2,8 tipo A, rimasto poi a catalogo fino al 2001 e basato su uno schema inevitabilmente più complesso e ingombrante rispetto al modello M che lo aveva preceduto.
Tralasciando questa ultima versione più tarda e concentrandoci sui modelli di apertura inferiore, vediamo attraverso i brevetti come si è sviluppato lo schema del primo 20mm 1:4 (1975-77), e quello del successivo 20mm 1:4 tipo M (1977-84).
L’architettura caratteristica creata da Yasuo Takahashi è rimasta a sobbollire a fuoco lento, sviluppata dal 1970 al 1975 con differenti brevetti e modelli che tuttavia ne conservavano il palinsesto di base; è anche interessante notare che i prototipi precursori del 20mm 1:4 tipo K discussi in tali brevetti prevedevano invariabilmente un’apertura massima superiore (20mm 1:3,5, 18mm 1:3,5, 20mm 1:2,8), poi declassata ad 1:4 nell’esemplare di produzione.
Il primo brevetto della saga fu depositato da Yasuo Takahashi per la richiesta prioritaria giapponese il 9 Settembre 1970 (qui osserviamo per comodità di comprensione la successiva versione tedesca) e l’oggetto discusso risulta essere un obiettivo fotografico supergrandangolare.
La struttura definita dal brevetto corrisponde ad un 20mm 1:3,5 e questo caratteristico schema a 12 lenti, con 2 doppietti collati all’interno e lenti anteriori di grande diametro con quella d’esordio divergente, costituisce la base dei successivi sviluppi fino al tipo K di serie del 1975; in questo caso lo schema utilizza tutti vetri tradizionali ad eccezione dell’elemento L9 (indice di rifrazione nD= 1,81554 dispersione vD= 44,4) che prevede invece un vetro lanthanum Dense Flint tipo LASF04 di utilizzo piuttosto insolito.
Un secondo step di sviluppo venne introdotto nel 1972; infatti l’undici Maggio di quell’anno Yasuo Takahashi depositò in Giappone la richiesta prioritaria di brevetto per lo schema ottico di un grandangolare ancora più spinto, un 18mm 1:3,5; in questo caso osserviamo il corrispondente brevetto statunitense richiesto l’anno successivo e come si può notare fra i progettisti compare anche il nome di Sadao Okudaira, all’epoca discepolo molto promettente che in seguito seppe brillare di luce propria disegnando interessanti obiettivi Pentax come l’apprezzato SMC Zoom 35-70mm 1:2,8-3,5 serie M ed effettuando anche studi sui vetri a rifrazione variabile.
Lo schema di questo prototipo da 18mm 1:3,5 si basa sulla configurazione originale vista in precedenza, sebbene risulti semplificato a 11 lenti nonostante la focale più spinta; in questo caso i progettisti hanno previsto 4 lenti con vetri agli ossidi delle Terre Rare; L1 (lanthanum Dense Flint LASF03), L3 (lanthanum Crown LAK13), L8 (lanthanum Dense Flint LASF010) e L9 (lanthanum Crown LAK13); il successivo SMC Pentax 18mm 1:3,5 tipo K prodotto dal 1975 utilizza uno schema con molti elementi in comune con questo prototipo ma in ogni caso differente e non direttamente riconducibile.
La terza ed ultima configurazione nel percorso di avvicinamento al definitivo SMC Pentax 20mm 1;4 tipo K del 1975 venne nuovamente sviluppata da Yasuo Takahashi e Sadao Ukudaira; questi ultimi depositarono infatti un’ulteriore richiesta di brevetto prioritario giapponese in data primo Febbraio 1974 e lo schema discusso, relativo ad un 20mm 1:2,8, è ormai conforme a quello del 20mm 1:4 tipo K prodotto dall’anno successivo; anche in questo caso, per facilità di comprensione, utilizzeremo la corrispondente versione statunitense richiesta nel 1975.
Il complesso schema a 12 lenti in 10 gruppi previsto da questo terzo brevetto è effettivamente molto simile a quello di serie, ed è curioso come mantenendone la complicata struttura la versione K di produzione abbia tuttavia rinunciato sia ad 1 f/stop di apertura che alla torretta girevole per filtri incorporati previsti nel brevetto; in questo caso i vetri speciali agli ossidi delle Terre Rare sono 3, tutti strategicamente abbinati a lenti di piccolo diametro per contenere i costi, e precisamente in L4 (lanthanum Dense Flint LASF09), L5 (lanthanum Flint LAF013) e L12 (lanthanum Dense Crown LASK02); apparentemente tutti i vetri descritti finora sono di origine Ohara (ad esempio, il lanthanum Dense Crown LASK02 appena indicato veniva prodotto solo da tale vetreria nipponica).
In questa illustrazione ho associato gli schemi discussi nei 3 brevetti a quello impiegato nell’SMC Pentax 20mm 1:4 tipo K del 1975; tralasciando il 18mm 1:3,5, leggermente differente anche per la focale più corta sebbene appartenente alla stessa tipologia, ho colorato i corrispondenti elementi negli schemi da 20mm con identico colore ed è quindi possibile delineare, seppure con piccoli aggiustamenti e differenze, una matrice comune che lega i prototipi 20mm 1.3,5 del 1970 e 20mm 1:2,8 del 1974 al 20mm 1:4 K di serie del 1975, ad indicare come Takahashi-San fosse fermamente convinto della validità di quest’architettura nonostante gli ingombri e la complessità; passando dal prototipo 20mm 1:2,8 del 1974 al 20mm 1:4 K del 1975 il progettista ha ridotto la sezione del secondo elemento convergente (che nel prototipo è un impressionante sbozzo di vetro) e limitato il diametro delle lenti frontali rispetto al resto dello schema (le illustrazioni non sono in scala reciproca), operazione resa possibile dal passaggio ad un’apertura massima 1:4.
L’SMC Pentax-M 20mm 1:4 è quindi un pezzo significativo e interessante del corredo compatto M, allestito a partire dal 1976 e caratterizzato da obiettivi molto miniaturizzati che rispondevano in pieno alle nuove tendenze del settore, inaugurate da Olympus 4 anni prima; si tratta di un supergrandangolare di compattezza davvero stupefacente e il suo aspetto insignificante è una risorsa nella street photo perché i soggetti non immaginano la copertura garantita da quella minuscola ottica e spesso sono ignari di essere inquadrati; essendo un obiettivo con apertura massima 1:4 non è certo votato alla ripresa a luce ambiente ma si trova a suo agio col diaframma ben chiuso ad 1:8 e 1:11 per scatti in contesti adeguatamente illuminati, condizioni in cui sfodera ancora una resa di tutto rispetto e paga dazio alle realizzazioni attuali, molto più complesse e con vetri, superfici asferiche e software di calcolo allora impensabili, principalmente per il residuo di astigmatismo, l’andamento “mustache” della distorsione e la riproduzione agli angoli estremi.
Il peso di appena 150 grammi lo rende anche interessante per lunghe passeggiate o ferrate in montagna, condizioni in cui l’ampio angolo di campo e la grande trasportabilità di questo 20mm possono indurci a preferirlo ai pesanti modelli attuali, anche considerando che la messa in opera completamente manuale nel caso specifico non costituisce un limite, lavorando solitamente con fuoco sull’iperfocale e sfruttando l’ampia profondità di campo.
Un abbraccio a tutti; Marco chiude.
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