Quando i concorrenti imitavano Kodak.

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; la Eastman Kodak di Rochester fu per lungo tempo un’azienda leader nella produzione di materiale sensibile, una posizione predominante acquisita grazie all’indubbia qualità dei prodotti, tecnicamente avanzati, e al contributo di un’immagine aziendale fresca e immediatamente riconoscibile che anticipava i moderni concetti di marketing e comunicazione.

In particolare, nel Dopoguerra la Eastman Kodak distanziò tutti i concorrenti grazie allo sviluppo delle sue pellicole invertibili a colori di derivazione cinematografica, che permettevano di rivivere la magia del cinema proiettando sul grande schermo le proprie diapositive e ammirando il soggetto in tutto il suo originale splendore; il marchio Kodachrome divenne leggendario e sinonimo stesso di fotografia a colori, creando una posizione dominante con la quale l’intera concorrenza dovette confrontarsi, analizzando gli elementi di successo dei prodotti Kodak ed eventualmente replicandoli; vediamo come.

Innanzitutto il brand Kodak era immediatamente riconoscibile per l’impatto dei due colori aziendali, giallo e rosso, già in uso da tempo, come confermato da queste due pubblicità prebelliche risalenti al 1938 e 1942: colori vivi e accesi che distinguevano immediatamente i prodotti sugli scaffali e producevano rappresentazioni preliminari positive, suscitando allegria e senso di fiducia.

Un altro dettaglio caratterizzante delle invertibili Kodak era il geniale telaietto di montaggio griffato, un continuo messaggio subliminale battente per chiunque maneggiasse le diapositive; questo telaietto veniva applicato durante l’accurato servizio di sviluppo e montaggio che avveniva solamente in specifici laboratori Kodak grazie ad un’altra trovata tipica dell’azienda: per garantire la massima qualità e omogeneità del trattamento, il prezzo di acquisto del film comprendeva anche quello di sviluppo ed intelaiatura, il cliente doveva semplicemente inserire il caricatore nell’apposita busta postale e attendere la restituzione delle diapositive pronte per la proiezione: se questo allungava i tempi (e il sottile piacere?) dell’attesa, garantiva però anche un trattamento allo stato dell’arte per un materiale il cui processo di sviluppo era molto complesso, ad alte temperature e con tolleranze molto critiche.

Una curiosità poco nota: negli anni ’50, quando le fotocamere stereo incontravano un certo successo, la Kodak sottolineò la capillarità dei suoi servizi attivando una linea di sviluppo ed intelaiatura per queste speciali immagini, che venivano restituite già montate in uno speciale telaio dotato di due maschere e pronto ad entrare nel relativo visore.

Naturalmente il successo delle invertibili Eastman Kodak non dipendeva solamente dal brand accattivante e da queste raffinatezze nel trattamento: i suoi tecnici evolvevano costantemente i materiali, migliorandone la qualità complessiva e mantenendo così le distanze con una concorrenza arrembante; questi diagrammi d’epoca sono relativi a test eseguiti su diapositive Kodak appartenenti a due generazioni, la Kodachrome standard e la nuova (per quei tempi) Kodachrome II; le prove dimostrano che la nuova versione riproduce meglio le sfumature cromatiche, genera un maggior effetto bordo di adiacenza con la maschera bianconero di fondo (incrementando il senso di microcontrasto) e presenta anche una struttura dei granuli più compatta.

All’epoca, parlando di invertibile a colori, il principale concorrente europeo era l’Agfa di Leverkusen mentre in America il rivale più accreditato era la ANSCO, azienda appartenente al grande gruppo industriale General Aniline & Film Corporation (GAF); vediamo in che modo questi due brand replicavano alle soluzioni Kodak.

Naturalmente i rivali avevano subito compreso quale ottimo veicolo promozionale fosse rappresentato dai telaietti di montaggio col nome o il marchio della pellicola usata a fungere da perpetuo memento, quindi anche l’Agfa aveva previsto questa soluzione, con grafica ancora più invadente e chiassosa rispetto a quella Kodak; inoltre, analogamente a quanto previsto dall’azienda di Rochester, anche per le invertibili Agfachrome il fabbricante aveva incluso il prezzo del trattamento nel costo della pellicola che, dopo l’esposizione, andava spedita al laboratorio autorizzato con la stessa procedura prevista per la Kodachrome; in questo modo l’azienda garantiva uno sviluppo impeccabile, col corollario di clienti soddisfatti e fedeli, e otteneva un profitto supplementare col trattamento nei propri laboratori, anziché dirottarne i relativi utili su services indipendenti; inoltre sia Agfa che, come vedremo in seguito, anche ANSCO, avevano creato emulsioni di sensibilità superiore alle versioni Kodak: infatti, fino all’arrivo della Kodachrome 64 ASA e della cugina Ektachrome (processabile con trattamento più semplificato e liberamente disponibile), la sensibilità molto ridotta era l’unico vero tallone d’achille delle invertibili di Rochester: ricordiamo che la Kodachrome arriverà a 25 ASA, valore comunque molto limitante, solamente dopo anni e con la versione II, pertanto i concorrenti cercavano di allettare i fotografi offrendo un margine di manovra superiore, come i 50 ASA dell’Agfachrome CT18 (18° DIN, appunto, cioè 50 ASA); mi riferisco ai valori ASA dell’epoca, comunque corrispondenti agli attuali ISO.

Passando ad ANSCO, il suo ruolo risultava più complesso perché era un fabbricante newyorkese che doveva confrontarsi direttamente sul grande mercato interno statunitense con lo scomodo rivale e vicino di casa con sede a Rochester; pertanto, se Agfa poteva contare su una forma di campanilismo che gli garantiva una certa penetrazione giocando “in casa” sui mercati europei, il mercato della ANSCO era giocoforza soprattutto negli U.S.A., pertanto il confronto con Kodak era più diretto e acceso; vediamo dunque come affrontava il cimento in quegli epici anni.

Innanzitutto la ANSCO mimò graficamente il brand Kodak, facendo propri i due colori che lo caratterizzano, il giallo e il rosso, creando confezioni che, ad uno sguardo distratto, richiamavano quelle del concorrente (un po’ quello che avviene, in modo molto più pedissequo ed aggressivo, con certi prodotti economici da discount che ne copiano esplicitamente altri di prima fascia, compresa la tipica grafica della confezione); notate come, curiosamente, all’epoca la sensibilità del film non fosse indicata sulla confezione, pertanto era una informazione che andava acquisita in precedenza.

Naturalmente, proponendosi come alternativa di pari lignaggio alla Kodachrome, anche la ANSCO Anscochrome prevedeva telaietti personalizzati col proprio nome, utilizzando in questo caso un colore e una grafica molto simile a quella usata da Kodak nello stesso periodo, sempre per instillare la percezione che i due prodotti fossero in qualche modo analoghi ed intercambiabili.

 

Il brand complessivo orchestrato da ANSCO richiamava quindi molto da vicino il prodotto del concorrente Kodak, sia per i colori della confezione che per i telaietti; nel caso della Anscochrome, il processo di sviluppo non era compreso nel prezzo di acquisto e poteva svolgersi indifferentemente nel laboratorio autorizzato ANSCO, tramite il centro di raccolta presso il foto-negoziante di fiducia, o addirittura nella propria camera oscura casalinga, possedendo la perizia necessaria… Questo era possibile perché la Anscochrome utilizzava un procedimento più semplice rispetto a quello del Kodachrome, troppo complicato e critico per una gestione casalinga o indipendente.

La casa metteva in grande risalto la fedeltà cromatica dell’emulsione, confrontandola con i colori “falsi” della concorrenza, una considerazione che oggi fa sorridere, osservando le tinte surreali e forzate di certe immagini allegate alla pubblicità.

Il grande vantaggio di ANSCO fu quello di mettere a punto la Anscochrome High Speed, un’invertibile con sensibilità di 100 ASA immessa sul mercato quando la rivale Kodachrome era limitata a 25 ASA: la differenza corrisponde a 2 f/stop interi e si tratta di un vantaggio innegabile in numerosi campi di applicazione, una marcia in più ben reclamizzata che sicuramente consentiva all’azienda di ritagliarsi una certa fetta di mercato.

Siccome la Kodachrome era penalizzata dal prezzo di listino iniziale elevato perché comprendeva anche il trattamento e il montaggio (informazione ovviamente nota ma l’impatto psicologico dell’effetto listino restava), la ANSCO cercò invece di proporsi come alternativa votata all’economia di esercizio con una intelligente trovata: commercializzò infatti una confezione contenente pellicola a metraggio sufficiente a produrre 8 caricatori da 20 pose e costituita da un contenitore di cartone con coperchio a tenuta di luce che permetteva di agganciare al film vergine in esso contenuto un caricatore 135 riutilizzabile, chiudere il coperchio ermetico e bobinare al suo interno la pellicola necessaria, utilizzando un nottolino applicabile all’esterno; in questo modo era possibile ricaricare 8 volte la cartuccia con un risparmio di circa il 45% rispetto all’acquisto dei singoli caricatori confezionati; naturalmente a questo innegabile vantaggio si aggiungeva anche la sensibilità di 100 ASA del film High Speed, rendendo il prodotto ancora più appetibile.

Pertanto, negli anni ruggenti del Kodachrome, i concorrenti soffrirono sicuramente la supremazia Kodak nel settore delle pellicole invertibili e reagirono su vari fronti, sia replicando le soluzioni grafiche e commerciali dell’azienda di Rochester sia evidenziando i punti deboli del suo prodotto (bassa sensibilità e prezzo) e offrendo alternative allettanti su questi fronti.

Nonostante queste intelligenti soluzioni tecniche, commerciali e di comunicazione, la Eastman Kodak mantenne comunque un’indiscussa leadership nel settore delle invertibili a colori e bisognerà attendere l’inizio degli anni ’90 per trovare un serio contendente nella figura di Fuji Photo Film Co., già apprezzata per l’ottima Fujichrome 50 standard, la quale in rapida successione sviluppò e mise sul mercato le invertibili Velvia, Provia, Sensia e Astia e rivoluzionò gli equilibri in un momento in cui per le diapositive, seppure in lontananza, cominciava già a rosseggiare il tramonto di un’epoca.

Col senno di poi, possiamo argomentare che la scelta tecnica Kodak legata alla Kodachrome (una base bianconero con copulanti cromogeni aggiunti in fase di trattamento), sebbene molto più complessa da gestire, si è rivelata vincente sul piano della stabilità cromatica nel tempo: se correttamente conservate, le diapositive Kodachrome presentano alterazioni e viraggi cromatici limitati anche dopo molti anni mentre le concorrenti Agfachrome, all’epoca molto stimate ed apprezzate, si sono rivelate meno durevoli e dopo qualche decennio lo staining e l’alterazione dei colori risulta evidente.

Un abbraccio a tutti – Marco chiude.

 

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