Ottiche da stampa utilizzate in ripresa (seconda parte)

(riprende dalla prima parte)

 

 

Un’altra azienda all’avanguardia nelle ottiche da ingrandimento specificamente calcolate per tale uso (in precedenza spesso si utilizzava a tal scopo il normale obiettivo da ripresa) è stata la Nippon Kogaku, alias Nikon, che ancor prima di lanciare la Nikon F aveva calcolato un ottimo EL-Nikkor (EL = Enlarging Lens) 50mm 1:2,8, poi affiancato nel tempo da numerosi altri modelli.

 

 

Infatti, anche escludendo versioni ancora più sofisticate come gli Apo-EL-Nikkor a 8 lenti con 2 vetri ED a bassissima dispersione o i Printing-Nikkor con ottimizzazione flottante ai vari ingrandimenti tramite apposita ghiera (tutti rari e costosissimi), la linea degli obiettivi EL-Nikkor per ingranditore arrivò a contemplare quasi 30 modelli, comprendendo anche le differenti varianti della stessa ottica, con focali comprese fra il 40mm 1:4 grandangolare e il 360mm 1:5,6; anche in questo caso i modelli più indicati per un trapianto su corpo digitale mirrorless sono i 50mm, fra i quali ritengo preferibili gli EL-Nikkor 50mm 1:2,8 a 6 lenti, sia nella vecchia versione disegnata da Zenji Wakimoto che nella configurazione N (New) calcolata da Ikuo Mori; ho invece escluso il modello EL-Nikkor 50mm 1:4 (disponibile con 2 diverse livree meccaniche ma identico schema tipo Tessar a 4 lenti) per ragioni che vedremo in seguito e legate alla scala di ingrandimento alla quale venne ottimizzato.

La versione EL-Nikkor 50mm 1:2,8 New, riconoscibile per la livrea moderna con elementi in plastica, prevede una battuta ad infinito di 43mm, pertanto tale regolazione risulta al limite utilizzando un elicoide da 25mm (infatti sul mio corpo Sony A7 non riesco a raggiungere tale distanza, seppure per poco), quindi per l’eventuale impiego di questo tipo è preferibile munirsi di un elicoide dal tiraggio più ridotto.

 

 

L’EL Nikkor 50mm 1:2,8 Old costituisce forse l’antequem storico di obiettivo ad alte prestazioni appositamente progettato per l’impiego sull’ingranditore, dal momento che fu lanciato nel lontano 1957 ancora per il sistema a telemetro Nikon S (il relativo brevetto venne richiesto in Giappone da Zenji Wakimoto il 31 Luglio di quell’anno); tale obiettivo non utilizza assolutamente vetri particolari o speciali, non tanto perchè all’epoca non fossero ancora disponibili ma per definire una selezione che garantisse la trasmissione non solamente della luce visibile ma anche del primo settore nella banda dell’ultravioletto fino a circa 380 nanometri di lunghezza d’onda, dal momento che le carte da stampa sono molto sensibili a queste frequenze e quindi il progettista aveva garantito l’adeguata trasparenza e correzione cromatica anche in questo range; nonostante l’anzianità questo modello ha rivelato nell’uso pratico in ripresa prestazioni molto buone e anche un’elevata correzione dell’aberrazione cromatica.

L’obiettivo utilizza uno schema a 6 lenti in 4 gruppi detto Makro-Plasmat e ideato dal Dr. Paul Rudolph, nel quale troviamo in sequenza lente singola, doppietto cementato, diaframma, lente singola e doppietto cementato, creando pertanto questa particolare architettura asimmetrica; Nippon Kogaku (la ragione sociale di Nikon fino all’Aprile 1988) non ha mai diffuso diagrammi MTF di questi obiettivi, tuttavia la tabella mostra come la vignettatura meccanica sia già virtualmente eliminata chiudendo ad 1:4 mentre la distorsione ad 8x (corrispondenti ad un rapporto di riproduzione 1:8, con soggetto da 192x288mm) è limitata a 0,1x a barilotto, virtualmente invisibile.

 

 

L’EL-Nikkor 50mm 1:2,8 New presentato nel 1979 utilizza invece un barilotto completamente rivisto, con scala illuminata e linea di fede sovradimensionata, e soprattutto uno schema ottico ricalcolato e basato su un tipo Doppio Gauss convenzionale, con doppietti cementati interni accostati al diaframma, una struttura comune nei “cinquantini” da ripresa tradizionali ma insolita in un moderno modello da ingrandimento, nel quale tipicamente si impiega il tipo Plasmat” con i doppietti collati trasferiti all’esterno; in ogni caso il fabbricante dichiarava prestazioni ulteriormente migliorate ai bordi rispetto al tipo Old precedente, e a tale proposito è noto anche un episodio nel quale il progettista del primo tipo, quel Zenji Wakimoto che era quasi venerato per i suoi calcoli e conseguimenti, volle complimentarsi personalmente con Ikuo Mori per il disegno originale e per aver superato le prestazioni del modello precedente da lui stesso concepito; inoltre, a titolo di curiosità, questo 50mm 1:2,8 come EL-Nikkor è fuori produzione da tempo ma lo stesso obiettivo viene tuttora proposto nella gamma delle ottiche speciali Nikon commercializzate sotto il brand name Rayfact e inserito nella serie degli obiettivi per dispositivi di monitoraggio video con il nome IL 50mm 1:2,8, dove IL è l’acronimo di Industrial Lens, confermando ufficialmente la logica di un utilizzo in ripresa.

Nella stessa schermata sono presenti anche l’EL-Nikkor 50mm 1:4, modello più economico presentato nel 1967 e qui ancora con livrea originale, e l’EL-Nikkor 63mm 1:2,8 del 1979, riedizione del modello 63mm 1:3,5 del 1966 la cui focale insolita gli consentiva di coprire particolari fotogrammi 32x45mm su pellicola 35mm non perforata prodotti da macchine per microfilmatura; questo 63mm 1:2,8 curiosamente mantiene lo schema Makro-Plasmat presente nel predecessore 63mm 1:3,5 del 1966 e analogo a quello del 50mm 1:2,8 Old del 1957, e costituisce l’unico esempio di EL-Nikkor moderno a conservare tale architettura originale; presento questi obiettivi per completezza di informazione tuttavia il 50mm 1:4, come vedremo in seguito, è meno adatto a riprese a grande distanza, mentre il 63mm 1:2,8 copre un formato superiore e non garantisce la stessa risoluzione del 50mm 1:2,8.

 

 

Anche questi EL-Nikkor 75mm 1:4 e 80mm 1:5,6 sono ancora abbastanza “corti” per l’impiego fotografico tradizionale, tuttavia il 75mm (nato nel 1972) copre un formato 6x6cm e l’80mm (nato nel 1966 e rivisto in questa versione New nel 1979) copre il 6x7cm, pertanto le loro prestazioni non possono competere sul 24×36 con quelle di modelli calcolati appositamente per tale formato, considerando anche il semplice schema tipo Tessar a 4 lenti del 75mm.

Inoltre, questi obiettivi sono ottimizzati a 5x, pertanto la variazione di tiraggio per arrivare ad infinito risulta superiore a quella che troviamo in obiettivi da 50mm ottimizzati a 10x o 15x, e questo può creare problemi di curvatura di campo a grande distanza; infatti in prove da me eseguite con l’EL-Nikkor 75mm 1:4 su formato 24x36mm con soggetto a circa 40 metri (quindi in pratica assimilabile a infinito), anche col diaframma chiuso ad 1:8 ed 1:11 ai bordi del 24x36mm si assisteva già ad un degrado, nonostante lo sfruttamento solo parziale della copertura disponibile, probabilmente dovuto proprio all’eccessivo allontanamento dalle condizioni d’uso ottimali previste in sede di calcolo.

Sfruttando alcune prove molto complete ed esaustive realizzate da Editrice Progresso a inizio anni ’80 su alcuni obiettivi da ingrandimento Rodenstock e Schneider cerchiamo ora di comprendere perché i modelli top di gamma siano anche i più idonei ad un impiego generale come ottica da ripresa a grande distanza, premettendo che si tratta di test eseguiti ad un rapporto di riproduzione 1:10.

 

 

La prima prova è relativa al Rodenstock Rodagon convenzionale, non apo; prendendo atto delle curve MTF medie estremamente elevate, dell’elevata uniformità di resa nelle zone del campo e dell’ottima correzione di distorsione e aberrazione cromatica longitudinale, soffermiamoci sullo schema evidenziato in rosso che mostra la giacitura dell’immagine sul fotogramma per le aperture 1:2,8 ed 1:8, dal centro (parte interna) ai bordi (parte esterna); in questo caso la curvatura di campo è presente ma moderata, così come l’astigmatismo risulta ben corretto (la coppia di curve intera e tratteggiata che indicano la giacitura dei piani con mire in orientamento parallelo e perpendicolare alla semidiagonale di campo sono molto ravvicinate) e, inoltre, lo spostamento del piano di fuoco in asse fra 1:2,8 ed 1:8 è limitato a circa 35 micron, valore moderato che permette all’obiettivo di operare a diaframma chiuso mantenendo sostanzialmente il piano deliberato a tutta apertura.

In sostanza l’obiettivo sta lavorando in condizioni vicine a quelle per le quali è stato ottimizzato in progetto, e le possibilità di correzione aggiuntiva dello schema Plasmat a 6 lenti portano a questi eccellenti risultati.

 

 

Passando all’identico test realizzato sull’obiettivo di gamma intermedia, il Rogonar-S 50mm 1:2,8 con schema tipo Tessar a 4 lenti, a parte una inferiore correzione dell’aberrazione cromatica longitudinale troviamo curve MTF medie decisamene più basse e soprattutto una curiosa e solo apparente anomalia: infatti l’indice “qualità media” prevede valori massimi palesemente inferiori nonostante i fatto che nello schema “qualità di asse zona media e bordi”, dove sono misurati i valori ad apertura 1:8 nelle tre zone del campo, questi ultimi siano quasi simili a quelli del Rodagon a 6 lenti…

La soluzione è offerta dallo schema “curvatura di campo”, nuovamente evidenziato: infatti si può dedurre come questo Rogonar-S, destinato ad un impiego più amatoriale che evidentemente non prevede la creazione quotidiana di gigantografie, sia stato probabilmente ottimizzato per un fattore di ingrandimento inferiore, quindi per lavorare con un tiraggio più elevato e a una distanza più ravvicinata rispetto al piano di stampa (o, nel nostro caso, al soggetto); pertanto, simulando l’impiego a distanze maggiori e con un diverso rapporto fra le 2 coniugate, subentra una vistosa curvatura di campo accompagnata anche da astigmatismo (notate la distanza nel piano fra le curve continue e tratteggiate), e questo naturalmente porta fuori fuoco le zone mediane e periferiche ma questo problema non veniva evidenziato dal diagramma “qualità in asse zona media e bordi” perché come protocollo in ogni zona la messa a fuoco veniva controllata e corretta nuovamente prima di effettuare la misurazione, possibilità ovviamente esclusa nelle riprese convenzionali.

A tutto questo va anche aggiunto uno spostamento di fuoco sull’asse, passando da 1:2,8 ad 1:8, pari a circa 100 micron, valore decisamente superiore rispetto al Rodagon e a sua volta corresponsabile di una qualità complessiva inferiore, anche considerando i maggiori limiti del semplice schema a 4 lenti.

 

 

Passando a Schneider Kreuznach, questo test chiama in causa il Componon-S 50mm 1:2,8 di vecchia generazione, con l’originale schema a 5 lenti; relazionandoci al suo classico rivale commerciale, il Rodagon 50mm 1:2,8 appena visto, notiamo immediatamente come le curve MTF medie e il fattore di qualità alle varie aperture sia ben lontano dai vertici dell’ottica Rodenstock; in questo caso abbiamo un leggero ed oggettivo detrimento del fattore di qualità nelle zone mediane e ai bordi, mentre nel Rodagon tali valori erano molto omogenei, tuttavia l’elemento interessante è nuovamente lo schema della curvatura di campo: infatti anche il Componon-S è un obiettivo professionale e quindi ottimizzato per ingrandimenti abbastanza spinti, e le condizioni della prova lo agevolano mostrando curvatura di campo e astigmatismo contenuti, specie ad 1:8, tuttavia viene anche rilevato uno spostamento di fuoco fra 1:2,8 ed 1:8 pari a circa 100 micron, fattore che nel Rodagon era limitato a 35 micron e che pregiudica il fuoco esatto a diaframma chiuso, cosa ancor più limitante nella stampa di un’immagine bidimensionale sul piano ma problematica in senso generale.

Va comunque aggiunto che le versioni più recenti adottano uno schema Plasmat a 6 lenti con prestazioni migliorate.

 

 

Passando al modello intermedio di casa Schneider, il Comparon 50mm 1:4, troviamo lo stesso schema tipo Tessar a 4 lenti già visto nell’omologo Rogonar-S 50mm 1:2,8 ma rinunciando ad 1 f/stop nell’apertura massima, scelta che da un lato facilita il calcolo (1:2,8 nel tipo Tessar è un valore limite anche oggi, figuriamoci per un obiettivo critico come un modello da stampa) ma naturalmente creava problemi in camera oscura quando occorreva mettere a fuoco negativi molto densi: in questo caso, apparentemente, i progettisti hanno deciso di ottimizzare anche il Comparon ai forti ingrandimenti propri del Componon-S, accettando anche una quota di astigmatismo per compensare la curvatura di campo, che infatti risulta contenuta mentre la decisa separazione fra le curve continue e tratteggiate mostra come i piani di giacitura in orientamento sagittale e tangenziale divergano progressivamente, dando appunto vita ad astigmatismo.

Si tratta quindi di una scelta particolare che ha cercato di salvare capra e cavoli in un modello dallo schema ottico limitante rispetto al Doppio Gauss, e peraltro mantenendo anche oltre 80 micron di focus shift fra 1:4 ed 1:8 che non aiuta, tuttavia il problema in questo caso sta nei valori di nitidezza insolitamente ridotti in ogni zona del campo, anche se omogenei; tutto questo, unito ad un’aberrazione cromatica decisamente vistosa per un 50mm, porta ad un bilancio non certo esaltante.

 

 

All’epoca dei test venne provato anche il modello entry-level di casa Schneider, il Componar-C 50mm 1:2,8, un obiettivo curioso perché pur adottando un semplicissimo tripletto i Cooke a 3 lenti spaziate garantiva un’apertura massima superiore di 1 f/stop rispetto al Comparon a 4 lenti di categoria superiore, forzando quindi il tripletto a limiti forse inopportuni.

In realtà questo economicissimo obiettivo (fattura in plastica, 37g di peso, nessuna matricola incisa) svolge correttamente il suo compito e in questo caso il limite prestazionale rilevato dipende sostanzialmente da una ottimizzazione ad ingrandimenti decisamente più ridotti rispetto alle condizioni di prova, diciamo 4x anziché 10x; infatti, apprezzando contestualmente la distorsione perfettamente corretta e l’aberrazione cromatica molto più controllata rispetto al Comparon, dai risultati si desume come i valori medi non esaltanti dipendano evidentemente da una curvatura di campo estremamente elevata, condita da astigmatismo altrettanto vistoso, un tipico difetto delle ottiche utilizzate su mire piane con un tiraggio di lavoro differente rispetto a quello previsto in sede di calcolo; resta quindi un obiettivo sconsigliabile per le riprese fotografiche convenzionali a grande distanza ma è probabile che in camera oscura, ingrandendo copie di piccolo formato e tornando nelle condizioni previste in dal progetto, questo Componar-C facesse egregiamente il suo lavoro (notate anche il focus shift fra 1:2,8 ed 1:8 praticamente inesistente).

Questa lunga digressione fra i test dell’epoca serviva a puntualizzare come gli obiettivi di alta gamma, oltre a garantire una qualità intrinsecamente più elevata grazie alle maggiori possibilità di correzione permesse dallo schema ottico più complesso, fossero anche calcolati per lavorare a distanze e ingrandimenti più vicini ad infinito rispetto ai modelli più semplici ed economici, pertanto è lecito attendersi che, una volta montati in macchina ed utilizzati per fotografie a distanze normali, mantengano comunque prestazioni di alto profilo su tutto il campo, eventualità poco probabile con i modelli a 4 e 3 lenti disegnati per ingrandimenti minori in stampa e quindi più lontani dalla configurazione di infinito.

Dopo queste considerazioni puramente teoriche ho predisposto alcune immagini realizzate con un corpo mirrorless Sony full-frame e un Rodenstock Apo-Rodagon 50mm 1:2,8 prima serie, utilizzandolo con elicoide di fuoco aggiuntivo e relativi adattatori come se si trattasse di un “cinquantino” convenzionale; in precedenza queste ottiche erano sempre state adattate su apparecchi che comportavano un tiraggio eccessivo ed utilizzate solo in macrofotografia come nell’esempio seguente, realizzato con l’Apo-Rodagon chiuso ad 1:8 e ad un rapporto di riproduzione di circa 1:1,9 (campo inquadrato: 46x69mm).

 

 

Naturalmente anche in queste condizioni la resa è interessante, tuttavia un obiettivo da ingrandimento di questo tipo, ottimizzato per stampe 10x – 15x, sta ora lavorando ben lontano dal suo sweet spot, producendo eventualmente curvatura di campo visibile su un soggetto bidimensionale, e inoltre il suo vantaggio in risolvenza e contrasto viene costantemente osteggiato dalla diffrazione, per cui basta chiudere generosamente il diaframma, come spesso si fa in macro per recuperare profondità di campo, e i suoi deleteri effetti appiattiscono i risultati privandoci del plus teoricamente garantito; ritengo quindi che l’attuale possibilità di sfruttare queste ottiche ad infinito, per fotografie convenzionali, sia un nuovo universo che si spalanca perché da un lato la differenza fra la coniugata di ottimizzazione e le grandi distanze è geometricamente modesta e dall’altro un eventuale piccolo residuo di curvatura di campo dovuta all’impiego con un tiraggio più ridotto del previsto verrebbe mascherata dal soggetto tridimensionale e assorbita dall’abbondante profondità di campo.

 

 

Prima di passare ad infinito condivido uno scatto realizzato con il Rodenstock Apo-Rodagon 50mm 1:2,8 ad un soggetto perfettamente bidimensionale e ad un rapporto di riproduzione simile a quello che si incontra nelle stampe di grandi copie in camera oscura, chiudendo il diaframma solamente ad 1:5,6 per non perdere risolvenza a causa della diffrazione; in questo caso la planeità di campo è ottimale e il soggetto viene riprodotto con nitidezza molto elevata fino ai bordi e senza aberrazioni.

 

 

Questo crop al 100% (sembra impossibile ma non è stato utilizzato alcuno sharpening) rende il senso del potere analitico di un obiettivo del genere, e considerando la correzione apocromatica si può immaginare cosa possa fare nella riproduzione critica di quadri ed opere d’arte bidimensionali di dimensioni medio-grandi.

 

 

Passando finalmente a distanze convenzionali, il Rodenstock Apo-Rodagon non si scompone e, come da attese, produce immagini con eccellente nitidezza, contrasto e soppressione delle aberrazioni.

 

 

Un’altra immagine ottenuta su corpo Sony con Apo-Rodagon 50mm 1:2,8 chiuso ad 1:8; normalmente tutti i 50mm convenzionali, per semplicità di calcolo legata al loro angolo di campo, sono ottimi obiettivi, pertanto a prima vista, sull’immagine complessiva, si fatica ad apprezzare eventuali differenze.

 

 

Tuttavia, osservando un crop al 100% della stessa immagine, l’eccellente risoluzione e contrasto, il controllo dell’aberrazione cromatica e la soppressione dell’astigmatismo divengono evidenti, mostrando l’idoneità di questi obiettivi a riprese nelle quali sia importante registrare il maggior numero possibile di informazioni e fornire un compagno ideale anche ai moderni sensori ad alta densità e affamati di linee al millimetro.

 

 

Questa immagine di edificio in rovina è stata nuovamente realizzata con l’Apo-Rodagon 50mm 1:2,8 chiuso ad 1:8 e il settore verde è relativo al crop al 100% che vedremo in seguito.

 

 

Come si può osservare le fini strutture sono risolte con un dettaglio molto soddisfacente.

Le attuali possibilità del digitale vengono in soccorso anche quando l’angolo di campo da 46° dell’ottica da 50mm ci va stretto.

 

 

Infatti, questa vista d’insieme mostra la piazza centrale di Faenza, la mia città, qualche settimana dopo il catastrofico alluvione con i vari mezzi di soccorso e coordinamento logistico schierati; per realizzare l’immagine ho utilizzato il Rodenstock Apo-Rodagon 50mm 1:2,8 chiuso ad 1;8 e prodotto 6 scatti verticali uniti assieme.

 

 

Un crop al 100% della stessa immagine conferma l’elevato contrasto e la risoluzione disponibile, sostanzialmente limitata dalle possibilità del sensore rispetto al potenziale dell’obiettivo.

 

 

Infine, per tornare alle considerazioni sull’uso ad infinito dei modelli di alta gamma a 6 lenti rispetto a quelli più economici con schema più semplice ed eventualmente ottimizzati a coniugate troppo ravvicinate, questa semplice immagine ritrae uno scenario di campagna e l’ho realizzata con apertura 1:8 utilizzando sia il Nikon EL-Nikkor 50mm 1:2,8 Old a 6 lenti che l’EL-Nikkor 50mm 1:4 Old a 4 lenti, il primo dei quali ottimizzato per lavorare ad una distanza maggiore rispetto al secondo; i settori colorati identificano 2 zone, al centro e lontano dall’asse, che osserveremo al 100% sfruttando i crop da entrambi gli obiettivi.

 

 

Pur trattandosi di obiettivi calcolati nel 1957 e 1967, sull’asse ad 1:8 entrambi sono ragionevolmente nitidi, sebbene il 50mm 1:2,8 mostri una risoluzione leggermente più calligrafica che spinge il sensore al limite degli artefatti.

 

 

Passando alla seconda zona, il 50mm 1:2,8 mantiene un buon comportamento mentre il 50mm 1:4 a 4 lenti degrada vistosamente proponendo anche un comportamento astigmatico; ribadisco quindi nuovamente il suggerimento: per riprese ad infinito o a lunga distanza è sicuramente meglio privilegiare obiettivi di alta gamma che all’origine siano stati concepiti per forti ingrandimenti in stampa e quindi più corretti verso l’infinito; in questa accezione potrebbero rientrare anche gli speciali Rodenstock Rodagon G, concepiti per gigantografie con fattore di ingrandimento 20x e quindi idealmente molto simili ad ottiche da ripresa, tuttavia i diagrammi MTF ufficiali Rodenstock misurati sul Rodagon G 50mm 1:2,8 a 25x (1:25) mostravo valori leggermente inferiori a quelli dei Rodagon ed Apo-Rodagon tradizionali, quindi non sono certo che la scelta del tipo G per gigantografie produrrebbe vantaggi percettibili.

E’ bene anche aggiungere che ho descritto in dettaglio le famiglie di ottiche da ingrandimento all’epoca più famose e diffuse, tuttavia esistono anche serie di obiettivi analoghi proposti da Fuji, Minolta, Meopta e altri fabbricanti, nelle quali i modelli top di gamma a 5 o 6 lenti possono essere un’opzione, comunque per qualità consolidata e diffusione i modelli Rodenstock, Schneider ed EL-Nikkor restano la scelta più sensata.

Gli obiettivi da ingrandimento sono stati per decenni l’altra metà del cielo nel workflow fotografico ma, nel contempo, insormontabili limiti geometrici avevano sempre impedito di invertire e coniugate ed utilizzarli fattivamente per riprese fotografiche ad infinito, un vincolo oggi rimosso che ci consente di accedere ad ottiche estremamente corrette a basso costo, sicuramente utili in situazioni in cui la correzione di distorsione geometrica e altre aberrazioni e elevati valori di risolvenza e contrasto su tutto il campo siano funzionali alla ripresa e al soggetto del momento.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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