Ottiche da stampa utilizzate in ripresa (prima parte)

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; nella procedura fotografica analogica per ottenere copie ingrandite su carta dei negativi o delle diapositive la prassi necessaria prevede di stampare gli originali proiettandoli con un ingranditore sulla carta sensibile; quest’ultimo, per finalizzare tale scopo, è equipaggiato con un obiettivo da ingrandimento che prevede particolari caratteristiche, come eccellente correzione delle aberrazioni, valori di risoluzione e contrasto molto elevati ed uniformi e, naturalmente, ottima planeità anastigmatica nelle due coniugate a fuoco, anteriore e posteriore, nell’intervallo di ingrandimento previsto dal fabbricante.

Queste ottiche solitamente sono meno luminose dei corrispondenti “normali” da ripresa e lo schema ottico non tiene conto delle esigenze di spazio retrofocale di un corpo reflex, ricorrendo spesso a strutture simmetriche, tuttavia le loro prestazioni pareggiano e superano quelle dei migliori obiettivi da ripresa dal momento che non devono risolvere solamente i dettagli più minuti del soggetto immortalati da questi ultimi ma addirittura le strutture estremamente fini della grana presente sull’emulsione.

Gli obiettivi da ingrandimento, ribaltando l’equazione, potrebbero quindi fornire risultati molto interessanti anche sfruttandoli per riprese fotografiche convenzionali, tuttavia il ridotto tiraggio meccanico che li caratterizza ha sempre impedito un adattamento funzionale sui corpi reflex che consentisse la messa a fuoco ad infinito, relegando tale prassi ad una nicchia di pochi appassionati evoluti che li sfruttavano nel campo macro.

 

 

Questa limitazione è decaduta con l’avvento degli apparecchi digitali mirrorless, dal momento che queste fotocamere prevedono un tiraggio meccanico dalla battuta della baionetta al sensore estremamente ridotto, lasciando quindi spazio sufficiente per un elicoide di controllo anche lavorando ad infinito, e la possibilità di messa a fuoco direttamente sfruttando l’immagine visualizzata dal sensore garantisce una precisa regolazione; questa evoluzione del mercato ha quindi aperto le porte ad un utilizzo generalista delle ottiche da ingrandimento, sfruttandole anche a distanze di lavoro convenzionali e mettendo a frutto la loro qualità insolitamente elevata.

 

 

A semplificare questo promettente adattamento si è aggiunta anche la disponibilità di economici elicoidi di messa a fuoco prodotti in Estremo Oriente, solitamente forniti in attacco a vite 42x1mm, e spesso progettati con caratteristiche raffinate quali l’elicoide interno bi-filettato in ottone che consente un allungamento fisicamente superiore alla lunghezza stessa dell’accessorio e l’avanzamento rettilineo; considerando che la maggioranza degli obiettivi da ingrandimento di corta focale per formati piccoli (quelli più interessanti per il nostro scopo) sono equipaggiati con un attacco filettato Leica da 39x1mm, l’adattamento standard prevede di applicare sull’ottica uno stepper bi-filettato con passo interno 39x1mm ed esterno 42x1mm, applicando poi il complesso sul fronte dell’elicoide di messa a fuoco, mentre nella parte posteriore si aggiunge un sottile anello adattatore da vite 42x1mm alla baionetta del corpo macchina, sul quale l’intero complesso viene finalmente applicato.

L’elicoide illustrato è un diffuso modello che utilizzo io stesso e che prevede un tiraggio minimo di 25mm e massimo di 55mm; nel mio caso il tiraggio del corpo macchina impiegato è 17mm, al quale si aggiunge 1mm di anello adattatore posteriore 42x1mm/baionetta e 25mm di elicoide completamente collassato, per un totale di 43mm, valore idoneo per tenere a fuoco fino alle massime distanze la maggioranza delle ottiche per ingrandimento da 50mm che di solito hanno una battuta meccanica ad infinito intorno a 44-45mm; per le rare eccezioni (come il Nikon EL-Nikkor 50mm 1:2,8 New, disegnato con un tiraggio in battuta leggermente inferiore) l’infinito eventualmente si recupera scegliendo un elicoide di messa a fuoco di lunghezza più contenuta, come ad esempio il modello da 17mm.

Il vantaggio di questi adattamenti sta nell’imbattibile value for money; infatti oggi le ottiche da ingrandimento sono praticamente in disuso e passano di mano a cifre contenute, così come la serie di adattatori e l’elicoide sono reperibili ad un prezzo risibile, e in cambio otteniamo un normale con accesso ad infinito di eccellente qualità; naturalmente la procedura prevede di aprire il diaframma, mettere a fuoco e poi chiuderlo manualmente al valore di lavoro prima dell’esposizione, tuttavia questa è la prassi quotidiana consueta di molti utenti dei corpi mirroless che già li utilizzano per sfruttare ottiche vintage o con differente attacco, e con un po’ di pratica questa limitazione è ininfluente nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto se si impara a riconoscere il valore di diaframma impostato contando gli scatti della ghiera mentre la ruotiamo senza togliere l’occhio dal mirino.

In realtà questa opzione era già prevista da tempo nel catalogo accessori dei fabbricanti di ottiche da ingrandimento, tuttavia i relativi elicoidi e raccordi, funzionalmente analoghi a quelli descritti, erano decisamente più costosi e soprattutto non pubblicizzati né disponibili pronta consegna presso i rivenditori, quindi per molto tempo sono rimasti praticamente sconosciuti nonostante fossero teoricamente a listino.

 

 

Ad esempio, la Rodenstock di Monaco di Baviera per le sue ottiche di questo tipo aveva concepito il sistema Modular-Focus, costituito da un elicoide con tiraggio regolabile e adattatori che consentivano di montare i modelli con attacco 39x1mm o quelli, più anziani, con passo 32×0,5mm; in questo caso è interessante notare che l’adattatore 39x1mm contempla 2 versioni, una delle quali scherma l’apertura che in origine intercetta il fascio dalla lampada dell’ingranditore ed illumina la scala del diaframma, una raffinatezza che in questo caso proietterebbe invece luce parassita verso il piano focale; nella parte posteriore erano invece previsti adattatori di tipo T2 per la maggioranza degli apparecchi 35mm; naturalmente, in questo caso, il tiraggio complessivo non consente la messa a fuoco ad infinito e l’impiego previsto era limitato alle distanze ravvicinate.

Per risolvere il problema della presa di luce per la scala delle aperture con gli adattamenti descritti in precedenza è invece sufficiente un pezzetto di nastro adesivo opaco.

 

 

Anche lo storico rivale nel settore, la Schneider di Bad Kreuznach, aveva allestito un sistema analogo, denominato Makro-System (nuovamente, il tiraggio iniziale dei corpi macchina reflex impediva la messa a fuoco a lunga distanza); anche nella proposta Schneider abbiamo un elicoide regolabile, denominato Makro-Unifoc 12 e sicuramente di costruzione più raffinata, raccordi adattatori e persino un tubo di prolunga per le ottiche di focale maggiore; come visto, in entrambi i casi non era possibile accedere all’infinito per le quote eccessive delle fotocamere utilizzabili.

Con i corpi digitali mirrorless questa limitazione scompare, pertanto passiamo in rassegna alcune delle più diffuse famiglie di ottiche da ingrandimento fra le quali eventualmente scegliere modelli idonei all’adattamento e all’uso quotidiano, con una importante premessa: ai tempi in cui la stampa analogica era in auge i fabbricanti mettevano a disposizione varie famiglie di ottiche da ingrandimento differenziate per uno schema ottico più o meno sofisticato (tripletto a 3 lenti, tipo Tessar a 4 lenti, Doppio Gauss a 5 o 6 lenti) che si rifletteva sulle prestazioni finali ma anche per un listino articolato su fasce di prezzo distinte per intercettare ogni tipologia di utenti; considerando che oggi il prezzo di mercato di tali obiettivi è comunque contenuto, ritengo saggio concentrarsi sui modelli top di gamma, non solo perché in grado di fornire le massime prestazioni ma anche perché questi modelli erano ottimizzati per ingrandimenti superiori e pertanto, rovesciando le coniugate in ripresa, il loro “sweet spot” di ottimizzazione si trova più vicino al tiraggio di infinito rispetto ai modelli più economici a 4 e 3 lenti, nati per ingrandimenti di formato inferiore, anche solo 4x, e quindi idealmente più “lontani” da infinito.

 

 

Iniziando da casa Rodenstock, i suoi migliori obiettivi da stampa appartenevano alla linea Rodagon e Apo-Rodagon; questi ultimi, decisamente più costosi, garantivano in realtà un vantaggio marginale soprattutto nel livello ed uniformità di rendimento alla massima apertura (che consentiva risultati già professionali, permettendo di stampare wide open su carta colore il cui difetto di reciprocità rendeva difficile calibrare l’esposizione con diaframmi più stretti e tempi lenti), tuttavia con diaframma chiuso un paio di f/stop le prestazioni di Rodagon e Apo-Rodagon erano quasi indistinguibili, anche perché in entrambi i casi la correzione dell’aberrazione cromatica era molto buona.

Parlando di adattamenti su sensore 24x36mm, ovviamente le focali più indicate sono quelle destinate in origine a tale formato, in questo caso il Rodagon 50mm 1:2,8 e l’Apo-Rodagon 50mm 1:2,8; a questa ristrettissima selezione mi sentirei anche di aggiungere il più stagionato Rodagon 50mm 1:4 (qui non contemplato) che, sebbene meno luminoso, garantiva comunque risolvenza e contrasto eccellenti anche grazie alla semplificazione di calcolo concessa dall’apertura massima inferiore; la stessa azienda produceva anche versioni più economiche a 4 lenti (Rogonar, poi Rogonar-S) e a 3 lenti (Trinar, poi Rogonar), tuttavia per ottenere la massima qualità e avere un obiettivo più idoneo all’impiego ad infinito è senz’altro meglio optare per le versioni top.

 

 

Per comprendere cosa ci si possa aspettare chiamando in causa questi ormai vetusti obiettivi da ingrandimento, questa scheda tecnica originale riassume le caratteristiche di rendimento del Rodenstock Apo-Rodagon 50mm f/2,8 nella più recente configurazione, denominata N; i diagrammi MTF pubblicati sono analoghi a quelli prodotti con standard Zeiss per le ottiche da ripresa, con curve che definiscono il trasferimento di contrasto residuo dal centro (sinistra) ai bordi (destra) con dettagli corrispondenti a 10, 20 e 40 cicli/mm di frequenza spaziale e misurando i valori con mire orientate parallelamente alla semidiagonale di campo (linea continua) o perpendicolari alla medesima (linea tratteggiata).

Queste misurazioni sono relative ad un ingrandimento in stampa di 10x, corrispondente alla ripresa di un soggetto da 24x36cm di lato, e come si può osservare già a piena apertura 1:2,8 il trasferimento di contrasto è estremamente uniforme fin quasi ai bordi e molto elevato (i valori indicati sono analoghi a quelli di un ottimo obiettivo col diaframma già chiuso a valori medi di massimo rendimento); inoltre l’eccellente corrispondenza delle coppie di curve, che si assestano su valori estremamente simili, indica la totale assenza di astigmatismo; chiudendo ad 1:5,6 i valori aumentano ulteriormente mantenendo un’ottima uniformità fino ai bordi estremi e una sovrapposizione quasi totale delle coppie di curve; questi dati molto soddisfacenti risultano ancora più impressionanti considerando che stiamo operando ad una scala corrispondente al rapporto di riproduzione 1:10, condizione d’uso che nelle ottiche da ripresa vede già un  percettibile calo rispetto ad infinito.

Anche le misurazioni complementari confermano l’ottimo quadro complessivo: la vignettatura ad 1:5,6 è già conforme ai limiti imposti dalla legge di Lambert, la distorsione a qualsiasi scala di lavoro non eccede il trascurabile valore di 0,5% a barilotto e l’aberrazione cromatica longitudinale è corretta al punto che nell’intervallo dello spettro visibile il massimo spostamento di fuoco è nell’ordine dei 100 micron.

Ho voluto anticipare questi schemi per far comprendere come le più performanti versioni di obiettivo da ingrandimento garantiscano in effetti correzione e prestazioni eccellenti, il tutto accessibile ad una frazione del prezzo di un corrispondente obiettivo da ripresa di altissimo rango e in grado di replicare risultati simili.

 

 

Come avevo anticipato, il vantaggio della versione Apo-Rodagon 50mm 1:2,8 sui modelli Rodagon convenzionali è percettibile soprattutto alla massima apertura, tuttavia col diaframma di rendimento ottimale, chiuso 2 f/stop rispetto al valore massimo, le differenze divengono trascurabili; in questo schema ho raggruppato le curve MTF a 10, 20 e 40 cicli/mm misurate con 2 stop di chiusura e scala di riproduzione 0,1x (sempre corrispondenti alla ripresa di un soggetto da 24x36cm) relative ai Rodenstock Rodagon 50mm 1:4 (ad 1:8), Rodagon 50mm 1:2,8 (ad 1:5,6), Apo-Rodagon 50mm 1:2,8 (ad 1:5,6) ed Apo-Rodagon-N 50mm 1:2,8 (ad 1:5,6), e come si può osservare la curve sono invariabilmente elevate ed uniformi, con le misurazioni nei 2 orientamenti praticamente sovrapposte e con differenze nei valori massimi fra i vari modelli contenute nel 5%; pertanto, all’atto pratico, ciascuno di questi ottimi obiettivi è in grado di fornire risultati eccellenti.

Quando la correzione è a livelli così alti il reale limite alla definizione dell’obiettivo tende a dipendere più dai vincoli imposti dalla diffrazione alla relativa apertura e scala di lavoro che a quelli dovuti al bilanciamento delle aberrazioni, per cui si arriva ad un compromesso che non è fisicamente possibile superare; un esempio di questa situazione si può inferire dallo schema seguente.

 

 

In questo caso troviamo i valori MTF a 10, 20 e 40 cicli/mm al rapporto i riproduzione 1:10 (soggetto da 24x36cm) misurati a tutta apertura 1:2,8 e a 1:5,6 sul Carl Zeiss S-Planar 60mm 1:2,8 per Contax-Yashica (un eccellente macro calcolato ed ottimizzato proprio per 1:10) e sul Rodenstock Apo-Rodagon-N 50mm 1:2,8; come si può osservare a questa scala di riproduzione il Rodenstock da ingrandimento prevale ma solo marginalmente, un po’ perché il rivale di riferimento è di eccellente qualità e viene misurato nelle esatte condizioni per cui è stato calcolato durante la progettazione ma soprattutto perché a questa coniugata già ravvicinata la diffrazione si fa valere e non risulta possibile fare meglio, quantomeno utilizzando luce visibile convenzionale con tutte le sue frequenze del relativo spettro.

Vediamo ora le corrispondenti proposte dello storico rivale Schneider Kreuznach che, assieme alla stessa Rodenstock, dominava il mercato in questo specifico settore; in questo caso la gamma disponibile (al netto di modelli speciali come il Betavaron a ingrandimento variabile o la serie WA grandangolare) partiva dal semplice Componar a 3 lenti, passando al Comparon a 4 lenti con schema Tessar, ai Componon e Componon-S con schema Doppio Gauss e infine agli Apo-Componon HM al top della gamma, con correzione apocromatica; per considerazioni già espresse e che approfondiremo in seguito, anche in questo caso la scelta dovrebbe orientarsi sui più performanti modelli Componon-S e Apo-Componon-HM.

 

 

La serie Componon-S, erede della vetusta serie Componon già famosa negli anni ’60, prevede numerosi modelli da 50mm a 360mm di focale, tuttavia l’unico calcolato espressamente per il 24x36mm è il 50mm 1:2,8, pertanto risulta la nostra scelta prioritaria.

Parlando del Componon-S 50mm 1:2,8 è necessario introdurre un distinguo, perché questo diffuso obiettivo (fu anche il primo che utilizzai, quando avevo 16 anni) è stato evoluto in differenti serie, con uno schema ottico iniziale a 5 lenti in 4 gruppi che successivamente fu sostituito da una più performante configurazione a 6 lenti, sicuramente preferibile; pertanto la sua produzione fu così articolata:

  • primo tipo a 5 lenti (codice 10146) 1975-80 senza aperture illuminate e leva di controllo;
  • secondo tipo a 5 lenti (codice 14849) 1980-92 con aperture illuminate e leva di controllo;
  • terzo tipo a 6 lenti (codice 16828) 1992-2008 da matricola 14.450.000 circa;
  • quarto tipo a 6 lenti (codice 1097301) 2021  otticamente rivisto; commercializzato prima come Componon-S V2 e in seguito ridisegnato meccanicamente ed inserito nella nuova linea Schneider Pyrite.

A chi scegliesse di cercare un Componon-S 50mm 1:2,8 suggerisco pertanto di rivolgere l’attenzione ad esemplari con matricole superiori a 14.500.000 per essere certo di acquistare un modello col nuovo schema a 6 lenti dalle prestazioni migliorate.

Come si evince dallo schema qui sopra, la struttura ottica dei moderni Componon-S utilizza uno schema denominato Plasmat e che corrisponde ad un Doppio Gauss a 6 lenti in 4 gruppi nel quale i doppietti collati non si trovano all’interno e contrapposti al diaframma, come nel Gauss classico, bensì all’esterno, con i menischi singoli nella parte centrale; questa struttura garantisce ottime prestazioni ed è la stessa che troviamo anche nei Rodenstock Rodagon ed Apo-Rodagon appena descritti ed anche in molte ottiche da ripresa per apparecchi di grande formato.

 

 

Al top di gamma della linea Schneider per ingrandimento troviamo la serie Apo-Componon HM, obiettivi che non soltanto garantiscono ottime prestazioni e correzione apocromatica ma – in certi casi – anche un angolo di campo superiore alla norma, pertanto è possibile ingrandire un negativo utilizzando una lunghezza focale inferiore a quella convenzionale, consentendo stampe di grande formato anche senza la necessità di alzare eccessivamente la testa dell’ingranditore sulla relativa colonna.

La serie Apo-Componon HM comprende focali da 40mm a 150mm e quelle dedicate al formato 24×36 sono il 40mm 1:2,8 e il 45mm 1:4, due obiettivi la cui focale, utilizzandoli in ripresa, produce immagini leggermente grandangolari.

 

 

Premesso che le versioni più idonee all’impiego in ripresa sono il Componon-S 50mm 1:2,8 a 6 lenti e gli Apo-Componon HM 40mm 1:2,8 e 45mm 1:4, in questo schema ho recuperato e raggruppato i relativi diagrammi MTF a 10, 20 e 40 cicli/mm misurati ad 1:5,6 su questi modelli a coniugate medio-lunghe e brevi; purtroppo non esistono misurazioni eseguite alle identiche distanze per tutti e tre i modelli, pertanto i 3 diagrammi in alto sono relativi alla scala 1:25 per gli Apo-Componon HM 40mm e 45mm e alla scala 1:12 per il Componon-S 50mm, mentre quelli centrali sono per la scala 1:10 nell’Apo-Componon HM 40mm e 1:6 per i rimanenti; i 3 diagrammi in basso sono invece relativi al rapporto 1:3 per tutti i modelli.

La differenza più evidente è una maggiore ottimizzazione al centro per l’Apo-Componon HM 45mm 1:4 (peraltro penalizzato da un solo f/stop di chiusura rispetto ai 2 f/stop degli altri modelli), mentre l’Apo-Componon HM 40mm e il Componon-S 50mm sono più omogenei sul campo a maggiori distanze, tuttavia il 45mm 1:4 mostra un’eccezionale costanza a tutte le distanze e le sue prestazioni alla scala 1:3, che corrisponde alla copertura di un soggetto da appena 72x108mm, sono eccezionalmente elevate e marcatamente superiori a quelle delle altre versioni, considerazione peraltro già valida alla scala intermedia, pertanto il 45mm 1:4 può essere una scelta interessante quando si abbia in mente un utilizzo diversificato, scattando sia ad infinito che a distanze brevi, utilizzandolo in pratica come un obiettivo macro convenzionale.

 

 

Rodenstock e Schneider di fatto hanno interrotto ufficialmente la produzione di ottiche per ingranditore fotografico, tuttavia i relativi schemi e know-how non vennero gettati alle ortiche e le ottiche appena discusse rinacquero dalle loro ceneri nell’ambito della riorganizzazione operata a Bad Kreuznach, definendo le varie linee di obiettivi moderni col nome di minerali; gli schemi del Componon-S 50mm 1:2,8 e degli Apo-Componon HM 40mm 1:2,8 e 45mm 1:4 vennero quindi rivisti e applicati ad una montatura ridisegnata ed equipaggiata col nuovo attacco standard V38, assumendo l’inedita denominazione Pyrite.

E’ quindi teoricamente possibile acquistare le ottiche citate nuove di fabbrica e semplicemente rinominate Pyrite 40mm 1:2,8, Pyrite 45mm 1:4 e Pyrite 50mm 1:2,8; naturalmente non vengono più proposte come obiettivi da ingrandimento ma per esigenze di monitoraggio e sorveglianza, tuttavia le loro elevate prerogative ottiche restano intatte; vediamo quindi i diagrammi MTF ufficiali di tali ottiche in versione Schneider Pyrite, tenendo conto che gli schemi seguenti non mostrano più curve a 10, 20 e 40 cicli/mm bensì a 20, 40 e 80 cicli; pertanto le curve blu e verdi corrispondono alla seconda e alla terza degli schemi precedenti (20 e 40 cicli/mm), mentre quella rossa da 80 cicli/mm è estremamente selettiva e non era presente nei documenti precedenti.

 

 

In questo schema il Pyrite 40mm 1:2,8 è testato alle aperture 1:2,8, 1:5,6 ed 1:8 ai rapporti di riproduzione 1:25, 1:10 ed 1:3; al valore ottimale 1:5,6 (miglior compromesso fra soppressione delle aberrazioni dovute alla chiusura ed effetti della diffrazione) il trasferimento di contrasto è ottimo ed uniforme alle maggiori distanze, a conferma di un’ottimizzazione in questo campo, mentre ad 1:3 il calo verso i bordi è probabilmente dovuto a curvatura di campo, perché lo schema modifica il fuoco semplicemente modificando il tiraggio meccanico e senza alcun flottaggio di compensazione.

 

 

Il Pyrite 45mm 1:4 replica il comportamento caratteristico dell’omologo Apo-Componon HM, presentando valori eccezionali sull’asse a leggero scapito dei bordi e mantenendo un comportamento molto costante in tutto l’intervallo di scala.

 

 

Infine, il Pyrite 50mm 1:2,8 mostra un comportamento leggermente differente rispetto al Componon-S 50mm 1:2,8 a 6 lenti precedente, il quale sull’asse stentava a decollare probabilmente per un certo focus shift, mentre la versione Pyrite con schema ufficialmente rivisto mostra un netto incremento al centro rispetto alla massima apertura e valori molto buoni alle distanze medio-grandi, con ottima soppressione dell’astigmatismo come rivelato dalle coppie di curve di ogni frequenza spaziale quasi sovrapposte.

 

 

Paragonando i diagrammi dei 3 obiettivi misurati all’apertura 1:8 (spesso utilizzata in ripresa anche per le esigenze di una certa profondità di campo a fuoco), le differenze sono minimizzate dalla diffrazione ma resta percettibile la maggiore uniformità alle varie distanze garantita dal 45mm 1:4 che, a mio parere, rimane il modello preferibile se non serve assolutamente l’apertura massima 1:2,8.

I modelli Pyrite sono attualmente in produzione e sicuramente ben più costosi dei corrispondenti Apo-Componon HM e Componon-S da ingandimento di seconda mano, e considerando che le prestazioni sono estremamente simili la logica suggerisce caldamente di preferire questi ultimi.

(prosegue nella seconda parte)

Marco Cavina.

 

 

 

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