Ottiche Canon manual focus 28mm 1:3,5 e 28mm 1:2,8 per reflex (prima parte)

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; nell’ambito delle fotocamere per pellicola 35mm e formato 34x36mm il medio grandangolare da 28mm si è ampiamente affermato per il suo equilibrio fra angolo di campo già piuttosto ampio e riproduzione ancora priva delle deformazioni e forzature tipiche dei wide più spinti, al punto che per decenni ha fatto stabilmente parte della classica “tripletta” di obiettivi del fotoamatore, appunto 28, 50 e 135mm; trovo quindi opportuno passare in rassegna i vari modelli che hanno tratteggiato questa fase e i protagonisti odierni sono i 28mm di apertura convenzionale (1:3,5 e 1:2,8) e con messa a fuoco manuale prodotti dal brand Canon per i suoi apparecchi reflex, escludendo quindi le versioni precedenti per fotocamere a telemetro e le successive del tipo EF con autofocus.

Dopo aver comunque premesso che la focale 28mm in casa Canon ha esordito già nel lontano Ottobre 1951 col Serenar 28mm 1:3,5 per apparecchi rengefinder, vediamo la sequenza dei modelli concepiti per fotocamere reflex e con messa a fuoco manuale.

 

 

Il ritardo rispetto ai modelli rangefinder (un più luminoso 28mm 1:2,8 di tale categoria era disponibile già nel Giugno 1957) è naturalmente giustificato dall’esigenza di ricorrere a ben più complessi schemi di tipo retrofocus per posizionare il gruppo ottico ad una distanza sufficiente a garantire il movimento dello specchio reflex, problematica particolarmente acuta nei grandangolari e inesistente nei modelli per corpi a telemetro privi di specchio.

Questi schemi hanno imposto uno sviluppo lungo e paziente e il primo obiettivo da 28mm per Canon reflex fu l’FL 28mm 1:3,5 presentato nel Dicembre 1966.

Un secondo modello arrivò nel Marzo 1971 col lancio del sistema FD, del quale faceva parte l’FD 28mm 1:3,5 nell’originale versione Chrome Nose con baionetta anteriore cromata.

Nel Marzo 1973 quest’obiettivo venne aggiornato applicando una baionetta anteriore in finitura nera, rivedendo la grafica per gli indici della profondità di campo e applicando la denominazione S.C. (Spectra Coating) che definiva il trattamento antiriflesso adottato, ovvero la versione più semplice e meno performante.

Nel Marzo 1975 l’apertura massima venne implementata e vide la luce il Canon FD 28mm 1:2,8 S.C. che andò a sostituire il precedente modello 1:3,5.

Infine, nel Giungo 1979 arrivò il Canon FD 28mm 1:2,8 new con un barilotto conforme alla nuova style policy, altro schema ottico e assenza di collare “breech-lock” nella montatura; questo fu l’ultimo 28mm 1:2,8 Canon per reflex e con messa a fuoco manuale prima della nuova generazione autofocus e la commercializzazione del corrispondente EF 28mm 1:2,8.

Vediamo ora la relativa configurazione degli schemi ottici.

 

 

Il Canon FL 28mm 1:3,5 del 1966 utilizzava uno schema retrofocus a 7 lenti nel quale è riconoscibile un obiettivo primario con anteposto un grosso elemento divergente anteriore che assicura l’ampio spazio retrofocale necessario; si tratta di una struttura che concettualmente fa riferimento ai primissimi retrofocus concepiti negli anni ’50 ma utilizza ben 7 lenti per finalizzare una buona correzione.

Passando al Canon FD 28mm 1:3,5 del 1971 (nel cui ambito le versioni Chrome Nose ed S.C. mantengono la stessa dotazione ottica), questo modello adotta uno schema derivato dal precedente ma rivisto in chiave di economia, eliminando una delle lenti anteriori dell’obiettivo primario e portando a 6 il computo totale, un’operazione probabilmente resa possibile dalla disponibilità di vetri più performanti; a questo riguardo, come vedremo, alcune brochure dell’epoca sono incorse in un errore, continuando ad accreditare lo schema originale a 7 lenti presente nel Canon FL del 1966 anche sul corrispondente 28mm 1:3,5 FD, mentre è ufficialmente documentato che questo secondo modello impiegava uno schema a 6 lenti e conforme alla sezione qui illustrata,

Con l’avvento del Canon FD 28mm 1:2,8 S.C. venne impiegato un terzo schema ottico, nuovamente a 7 lenti ma con configurazione più moderna, nel quale venne anche ridotto il diametro dell’elemento anteriore per rendere il sistema più compatto.

Infine, con il Canon FD 28mm 1:2,8 new del 1979 l’azienda mise in campo un quarto schema, ancora a 7 lenti e analogo al precedente ma con modifiche al terzo e quarto elemento per minimizzare certe aberrazioni ed incrementare ulteriormente le prestazioni.

Per chiudere il quadro, dopo il traumatico salto generazionale verso i corpi EOS con ottiche EF autofocus era nuovamente disponibile un 28mm 1:2,8, tuttavia Canon sfruttò il suo invidiato know-how proprietario nella realizzazione di elementi asferici a basso costo e questo ulteriore modello semplificava lo schema a 7 lenti dell’ultimo FD new, eliminando 2 lenti nella parte anteriore (riducendole quindi soltanto a 5) e risolvendo il problema delle aberrazioni con il profilo asferico della lente anteriore, ottenuta per glass molding di uno sbozzo di vetro contro una sagoma di riscontro asferica.

Analizziamo ora i vari modelli; per ottenere una documentazione completa ho passato in rassegna letteralmente migliaia di brevetti Canon registrati da fine anni ‘50 a fine anni ’70, giungendo alla conclusione che non esistano tali documenti relativi agli schemi ottici impiegati nei 28mm 1:3,5 FL ed FD.

 

 

Il modello FL 28mm 1:3,5 del Dicembre 1966 esibisce la classica estetica di quella linea di ottiche, introdotta nel 1964; la baionetta di innesto prevede già il celebre collare girevole “breech-lock” che verrà mantenuto anche nei successivi FD, mentre la ghiera del diaframma, per foggia e posizione, riecheggia le serie precedenti e anche la gamma Canon per apparecchi a telemetro; nel barilotto è presente una ghiera che consente di passare da diaframma automatico a manuale con funzionalità stop down, una configurazione meccanica disegnata da Masaharu Ito (da non confondere col celebre Hiroshi Ito, padre di molti obiettivi Canon rangefinder).

E’ utile osservare attentamente la grafica scelta per gli indici della profondità di campo, sotto la scala di messa a fuoco, perché questa specifica configurazione con il valore “3,5” posto sotto la linea di fede e con riferimenti diagonali la ritroveremo invariata anche nel primo 28mm 1:3,5 FD Chrome Nose; notate infine come nella ghiera frontale sia ancora presente la denominazione Canon Camera Co., Inc., poi sostituita da un semplice Canon nei modelli FD.

 

 

Uno stralcio da una brochure statunitense del periodo mostra l’FL 28mm 1:3,5 col relativo schema a 7 lenti spaziate ad aria; in questo modello il passo filtri era 58mm, abbondante e non direttamente imposto dal diametro della lente anteriore, come si nota nella foto precedente.

 

 

Il Canon FD 28mm 1:3,5 Chrome Nose del Marzo 1971 condivide gli elementi modificati di questa serie, partendo dalla ghiera del diaframma spostata accanto al collare di serraggio, eliminando il selettore A – M per il diaframma del quale prende il posto; sulla ghiera di messa a fuoco troviamo anche un settore gommato con rilievi a diamante di aspetto decisamente più moderno rispetto agli sbalzi metallici alternati e godronati del tipo FL, mentre la baionetta anteriore con finitura cromata impreziosisce l’obiettivo rendendolo più pretenzioso rispetto al progenitore; l’unico elemento di continuità, oltre all’analoga baionetta con collare di serraggio, è la citata grafica per gli indici della profondità di campo, ancora conforme a quella presente nel modello del 1966.

Anche le scritte nella ghiera anteriore hanno un aspetto immediatamente più moderno e complessivamente si percepisce appieno il salto generazionale rispetto all’FL di 5 anni prima.

 

 

Questo ritaglio di una brochure statunitense evidenzia il citato equivoco relativo allo schema ottico: in questo caso viene infatti mantenuta la struttura a 7 lenti del tipo FL (replicando l’errore anche nel testo) mentre è assodato che nel tipo FD lo schema è stato ricalcolato.

 

 

Nel Marzo 1973 Canon introdusse l’antiriflesso multistrato Super Specta Coating (S.S.C.), dichiarandolo contestualmente in chiaro sulla ghiera frontale, e approfittò per un lifting estetico degli obiettivi, eliminando dalla baionetta anteriore la cromatura (ormai ritenuta obsoleta) e riordinando la grafica negli indici della profondità di campo; anche il modello FD 28mm 1:3,5 ricevette questo aggiornamento, e questa versione del 1973 è immediatamente riconoscibile per la montatura anteriore nera, la scritta S.C. sul frontale relativa all’antiriflesso (come detto, questo modello “economico” utilizzava un trattamento meno sofisticato detto Spectra Coating, S.C.) e la linea di fede continua fra distanze di messa a fuoco e aperture del diaframma, con indici della profondità di campo allineati a fianco.

In questa immagine possiamo ammirare l’FD 28mm 1:3,5 S.C. del Marzo 1973 assieme al successivo FD 28mm 1:2,8 S.C. del Marzo 1975, quest’ultimo ovviamente caratterizzato ab origine dalla stessa style policy, e per gli amanti del marchio questa è la più classica estetica associata alla linea FD; osservando la lente anteriore del 28mm 1:3,5 si nota come la compattezza del barilotto non sia stata perseguita fino alle estreme conseguenze, lasciando un evidente sbalzo oltre l’elemento frontale, tuttavia occorre considerare che l’ampio collare di serraggio alla base sottrae spazio, obbligando ad avanzare tutti gli altri elementi funzionali dell’obiettivo, pertanto con schemi ottici particolarmente corti troviamo a questa situazione.

 

 

Nel passaggio dall’FD 28mm 1:3,5 S.C. all’FD 28mm 1:2,8 S.C. assistiamo alla citata introduzione del terzo schema ottico, ben evidenziata da questa illustrazione; l’incremento dell’apertura massima ha imposto una struttura più allungata, pertanto il nuovo modello è leggermente più ingombrante del predecessore ma, come si può notare, in questo caso la lente frontale è stata avanzata fin quasi a filo della montatura anteriore, minimizzando di fatto l’incremento di lunghezza complessiva dell’obiettivo.

 

 

Questa scheda è estratta da una brochure del 1976 nella quale è ancora presente il 28mm 1:3,5 S.C. ma solamente a scopo di documentazione, dal momento che era ormai fuori produzione; questo documento descrive ed illustra il corretto schema ottico a 6 lenti in 6 gruppi e procede a magnificare gli elementi positivi del modello, come l’illuminazione uniforme sul campo (tipica di tutti i retrofocus, in verità), nitidezza, contrasto e correzione delle aberrazioni, sottolineando in chiusura la favorevole combinazione di prestazioni e compattezza in un grandangolare moderato.

 

 

La scheda della stessa brochure dedicata al nuovo FD 28mm 1:2,8 S.C. sottolinea ancora la compattezza (ma l’obiettivo misura ora 49mm contro i 43mm del precedente, così come il peso è lievitato da 250g a 280g) assieme a nitidezza, contrasto e affidabilità nel tempo; naturalmente viene evidenziato l’incremento nell’apertura massima di mezzo f/stop con ricadute positive sulle riprese in available light con pellicole a colori (all’epoca ancora di bassa sensibilità) e sulla facilità di messa a fuoco; sia l’FD 28mm 1:3,5 che l’FD 28mm 1:2,8 adottavano un passo filtri da 55×0,75mm, contro il 58×0,75mm del tipo FL.

 

 

Il nuovo FD 28mm 1:2,8 S.C. del Marzo 1975 replicò il successo commerciale del precedente 28mm 1:3,5 e rientra nella categoria di “ventotto” più equilibrata, quella col compromesso più favorevole fra apertura, prestazioni, dimensioni e costo; in questo esemplare tardo si può notare come il riferimento sulla ghiera del diaframma per la posizione di automatismo a priorità di tempi sia una “A” verde” col pulsante di sblocco nero, mentre nelle prime serie (come l’esemplare illustrato in bianconero nella scheda precedente) era presente un cerchio con pulsante cromato; proprio l’ingombro longitudinale aggiuntivo imposto dal collare di serraggio “breech-lock” e dal pulsante di sblocco per la ghiera del diaframma ha impedito a Canon di puntare sul trend della compattezza estrema che a metà anni ’70 iniziò a contagiare tutti i fabbricanti sulle orme del sistema Olympus OM, tuttavia i fan del marchio apprezzavano le elevate prestazioni ottiche e la robusta fattura e l’azienda non risentì di questa limitazione.

 

 

La finitura ormai completamente nera, ad eccezione del collare di serraggio metallico, garantiva un aspetto moderno ed aggressivo mentre risulta discutibile la scelta di mantenere 2 tipologie di trattamento antiriflesso in parallelo, assegnando il più modesto S.C. a modelli meno sofisticati e prestigiosi come appunto questo 28mm 1:2,8, tuttavia tale prassi rientrava nel draconiano programma di contenimento dei costi per mantenere un listino favorevole (e in effetti in confronto con gli omologhi Nikkor del tempo era impietoso per le ottiche Nikon), partendo dalla scelta dei vetri e passando per il diaframma limitato a 5 lamelle e altri dettagli.

Per quanto riguarda la parte ottica di questa versione, lo schema venne calcolato da Naoto Kawamura, un progettista che si era formato sotto il “senior” Akira Tajima, padre dei primi grandangolari FD come i vari 17mm 1:4, 24mm 1:2,8 e 35mm 1:2, e in seguito avrebbe brillato di luce propria firmando innumerevoli progetti e brevetti per Canon; la richiesta di brevetto prioritario giapponese per lo schema ottico dell’FD 28mm 1:2,8 S.C. venne depositata da Kawamura-San il 9 Settembre Showa 49 (1974).

 

 

Ecco l’intestazione di questo brevetto, ovviamente poco comprensibile ai più e condivisa solo in quanto documento storico; la grafica evidenzia la data in cui venne depositato, appunto il 9 Settembre 1974.

 

 

Questo brevetto comprende 3 differenti “embodiments”, dei quali descrive lo schema ottico e lo stato di correzione delle aberrazioni; apparentemente il modello dirottato alla produzione di serie è il secondo.

 

 

Per lo stesso progetto venne in seguito richiesto anche il brevetto statunitense, sicuramente più accessibile; l’intestazione del documento conferma Naoto Kawamura come progettista, Canon K.K. quale azienda di riferimento e la data della richiesta prioritaria giapponese, 9 Settembre 1974, mentre la richiesta negli U.S.A. venne formalizzata il 26 Agosto 1975.

 

 

Il testo del brevetto definisce un obiettivo di tipo retrofocus (che indica appunto uno spazio libero posteriore insolitamente ampio e non una messa a fuoco ottenuta spostando le sole lenti posteriori) nel quale lo spazio retrofocale appena citato sia pari a 1,28 volte la focale del sistema, quindi con una focale effettiva di 28,7mm otteniamo un backfocus da 36,7mm, il minimo indispensabile al movimento dello specchio reflex); quest’obiettivo utilizza 7 lenti spaziate ad aria, con copertura angolare di almeno 75° e apertura massima 1:2,8.

Questo schema ha un ingombro longitudinale contenuto in 1,83 volte la lunghezza focale (quindi 52,5mm fra i vertici delle lenti esterne) e garantisce un’elevata correzione delle aberrazioni, a detta del progettista solitamente presenti quando si compatta lo schema ad un tale livello.

Quindi i principi informatori del nuovo calcolo sono l’acquisizione dell’apertura massima 1:2,8 e la creazione di uno schema compatto pur correggendo bene le aberrazioni.

Anche in questo caso, come già visto nel precedente documento giapponese, sono presenti 3 modelli simili fra loro, con secondo di essi destinato alla serie; ecco le loro caratteristiche.

 

 

Il primo “embodiment” della sequenza illustra il caratteristico schema a 7 lenti spaziate con 2 lenti divergenti anteriori e un elemento centrale convergente di ampio spessore; la distorsione risulta poco oltre il 2% a barilotto e quindi è sufficientemente controllata per un wide da 76° mentre le altre aberrazioni sono ben corrette con un accenno di sferocromatismo suggerito dalle curve dell’aberrazione sferica definite per 2 differenti lunghezze d’onda dello spettro luminoso che risultano spaziate fra loro ai diaframmi più aperti.

In questo esemplare sono previsti 4 vetri agli ossidi delle Terre Rare, un Lanthanum Flint LAF7 (L3), un Lanthanum Crown LAK8 (L4) e una coppia di Lanthanum Dense Flint LASF016 (L6 e L7); si tratta quindi di una dotazione abbastanza dispendiosa per un obiettivo destinato ad un prezzo di listino amatoriale.

 

 

Il secondo esemplare, quello scelto per la produzione, prevede caratteristiche simili al precedente, tuttavia la correzione dell’astigmatismo risulta leggermente inferiore, con la curva relativa alla giacitura dei piani con orientamento sagittale (S, con mire parallele alla semidiagonale del formato) e tangenziale (o meridionale, M, con mire perpendicolari alla semidiagonale di campo) che nelle zone marginali si scostano reciprocamente, indicando un piano di fuoco differente e quindi astigmatismo; contemporaneamente notiamo tuttavia che i costosi vetri alle Terre Rare con alta rifrazione e bassa dispersione in questo caso solo solamente 2, perché in L3 siamo passati da un Lanthanum Flint a un Barium Dense Flint e in L4 da un Lanthanum Crown a un Dense Crown, scelte che consentivano di ridurre abbondantemente i costi, e questo importante dettaglio forse ha indotto il management a tale scelta.

(prosegue nella seconda parte)

 

 

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