Rriprende dalla seconda parte

 

 

Questi sono gli schemi ottici ufficiali dei 2 modelli; osservando la sezione del 500mm e sapendo che utilizza filtri da 95mm di diametro si può intuire come in fase di progettazione tutto sia stato concepito per impiegare solamente una lente in fluorite, mentre nel 300mm dalle dimensioni molto più contenute non ci sono stati compromessi e ne vennero adottate 2.

Com’è noto, un problema classico degli elementi in fluorite è la dilatazione termica decisamente superiore a quella del vetro ottico, per cui fluttuazioni evidenti di temperatura (passaggio da vano riscaldato ad ambiente gelido, obiettivo esposto direttamente al Sole, etc.) possono comportare fluttuazioni nella messa a fuoco che hanno imposto la possibilità di regolare la ghiera anche oltre infinito (questo argomento fu molto critico nelle fasi iniziali della produzione, come verrà testimoniato in un test statunitense che vedremo più avanti); curiosamente si è portati a pensare che il problema si presenti in fase di riscaldamento, invece informazioni trapelate ufficialmente all’epoca dall’azienda asserivano il contrario, dichiarando che uno spostamento di fuoco dovuto agli sbalzi termici iniziava raffreddando l’obiettivo a partite dai 10°C e lo shift progrediva fino a circa -10°C, stabilizzandosi poi con temperature ancora più rigide.

Siccome questa iniziale accoppiata FL-F ha dato il La alla successiva serie di ottiche Canon da 300mm superluminose comparse in seguito, nel prosieguo della discussione mi concentrerò soprattutto sull’FL-F 300mm 1:5,6, che peraltro risulta l’unico utilizzabile nella pratica con un certo agio.

 

 

Tornando al momento esatto della loro introduzione, questo catalogo Canon venne stampato nell’Aprile 1969, quando teoricamente l’FL-F 300mm 1:5,6 era già in commercio e l’FL-F 500mm 1:5,6 invece no.

 

 

Tuttavia, se osserviamo l’analoga tabella presente nello stesso catalogo, entrambi i modelli di serie risultano già regolarmente censiti, e questo specifico documento costituisce l’antequem della loro descrizione ufficiale nel materiale illustrativo/promozionale Canon.

 

 

Il Canon FL-F 300mm 1:5,6 (qui un esemplare delle prime serie) è un obiettivo costruito perseguendo notevoli criteri di qualità per materiali, assemblaggi e tolleranze, e la sua analisi da ragione ai competenti che considerano le successive generazioni FD e soprattutto new FD una continua parabola discendente all’inseguimento di economia e leggerezza; oltre all’indubbia qualità e solidità costruttiva un altro elemento caratterizzante è il design inequivocabilmente vintage, una percezione accentuata soprattutto dall’ampia e vistosa ghiera del diaframma in posizione anteriore e realizzata in metallo a vista godronato.

L’abbinamento ad un campione di fluorite naturale fa nuovamente comprendere come sarebbe stato impossibile ricavare direttamente dal materiale grezzo lenti di grado ottico e dalle adeguate dimensioni, imponendo i lunghi studi intrapresi dal dipartimento Canon Optron.

 

 

La disponibilità di lenti in fluorite realizzate in seno all’azienda mise in grado Canon di produrre in serie queste ottiche FL-F senza problemi di approvvigionamento, tuttavia questo non significa che tali modelli fossero comunque abbordabili, anche considerando la loro qualità costruttiva; infatti intorno al 1970 il 300mm costava 475 Dollari U.S.A. e il 500mm arrivava ad 800.

 

 

Facendo una rapida conversione al valore attuale (Marzo 2025), 475 Dollari del 1970 corrisponderebbero a 3.724 Dollari attuali, ovvero circa 3.389 Euro, sicuramente una cifra esosa per un 300mm con apertura massima limitata ad 1:5,6, e certamente questo listino selettivo fu una delle cause della produzione tutto sommato limitata (ipotizzo circa 3.000 pezzi per il 300mm e poco oltre i 1.000 pezzi per il 500mm).

 

 

Del resto il fabbricante proponeva serenamente questi prezzi salati potendo ribadire, come contraltare, la presenza delle mirabolanti lenti in fluorite che promettevano prestazioni eccellenti.

Riguardo ai costi delle fluorite, come curiosità mi è stato privatamente riferito che quando Angenieux produceva zoom cinematografici o televisivi di grande luminosità ed escursione che richiedevano enormi lenti anteriori a bassissima dispersione cromatica da 15 e anche 20cm di diametro, i progettisti si affidavano in ogni caso alla fluorite e non ai vetri ED-UD-SD a bassissima dispersione, nonostante il costo largamente superiore della prima, perché la fluorite è un compound cristallino costituito da un singolo elemento (CaF2), e non essendo quindi frutto della fusione di svariati composti differenti come avviene nei vetri ED la sua distribuzione in ogni punto della mescola è omogenea e quindi genera un valore di dispersione cromatica V (numero di Abbe) costante in ogni punto della grande lente (mentre con i vetri a bassissima dispersione esiste una tolleranza che porta a valori leggermente differenti in vari punti della mescola), e questo elimina variabili e riduce le tolleranze di progettazione, facilitandola.

Parliamo ora brevemente di sistematica; teoricamente questi 2 obiettivi hanno sempre mantenuto lo schema ottico originale e anche dal punto di vista estetico e meccanico non sono mai state dichiarate evoluzioni o modifiche del design; in realtà, osservando attentamente i dettagli di vari esemplari, ho notato alcuni elementi che ora sottopongo alla vostra attenzione.

 

 

Partendo dal 300mm, in teoria è esistito almeno un esemplare di 4 differenti versioni, così articolate:

  • prototipo illustrato sul bollettino del primo Maggio 1968, con barilotto completamente differente, schema ottico con sole 5 lenti, un singolo elemento in fluorite e riferimento per la messa a fuoco ad infrarosso;
  • primo modello di serie introdotto nel Marzo 1969, con barilotto definitivo, scritta FL-F, scritta FLUORITE in verde mancante, riferimento di infinito privo della grafica che sottolinea la possibilità di passare oltre per compensare la dilatazione termica delle lenti in fluorite, schema ottico definitivo a 7 lenti con 2 elementi in fluorite, manca l’indice di correzione ad infrarosso;
  • preserie del Marzo 1973 introdotta quando venne inserita la grafica “S.C.” ed “S.S.C.” per il rivestimento antiriflesso e scomparvero le baionette anteriori cromate; la scritta FL-F diviene FL, compare di seguito la sigla “S.C.” per l’antiriflesso e anche la scritta FLUORITE verde cubitale; accanto al simbolo di infinito risulta aggiunto un settore grafico che ricorda come sia normale e previsto in fabbrica che la ghiera passi oltre tale riferimento;
  • secondo modello definitivo introdotto subito dopo, identico al precedente tranne per la sigla “S.C.” scomparsa e che effettivamente non è mai stata osservata su alcun esemplare di serie,quindi l’obiettivo precedente (illustrato in una brochure) probabilmente venne modificato eliminando tale sigla prima di andare in produzione.

 

 

Pertanto, al netto dei prototipi corrispondenti al primo e terzo esemplare nello schema precedente, i modelli effettivamente prodotti in serie si limitano a 2: quello originale del Marzo 1969 e quello introdotto nella variazione di style policy del 1973, riconoscibile per la grafica aggiuntiva arancio accanto al simbolo di infinito, per la scritta FL in luogo della precedente FL-F e per la scritta aggiuntiva FLUORITE di colore verde che era assente nel tipo del 1969 (questi ultimi 2 dettagli non sono visibili nella foto).

 

 

La stessa variazione, con identica cronologia, è riscontrabile anche nel 500mm 1:5,6; infatti la versione originale del 1969 prevede la scritta FL-F mentre dal Marco 1973 la sigla divenne semplicemente FL e proseguendo sul paraluce, oltre focale e apertura, comparve la scritta FLUORITE cubitale verde (non visibile in foto).

 

 

Questa transizione nelle denominazioni è riscontrabile anche sui contenitori dedicati e forniti del fabbricante: infatti a sinistra abbiamo la scritta sul bussolotto cilindrico di un 300mm prodotto nelle prime fasi, e abbiamo ancora la denominazione FL-F, mentre la piastra a destra è applicata sulla valigetta di un 500mm più tardo e troviamo quindi la scritta semplificata FL, seguita da focale e apertura e quindi FLUORITE.

 

 

In questo ulteriore esempio, con placche provenienti in entrambi i casi da valige corredo del modello da 500mm 1:5,6, il passaggio alle 2 versioni è ancora più evidente e si osserva di nuovo come l’originale denominazione FL-F lasci il posto ad FL FLUORITE, ovvero la stessa variazione replicata anche sul barilotto degli obiettivi.

 

 

Per quanto riguarda la produzione, come accennato dalle matricole ricomparse nel tempo si potrebbe ipotizzare una produzione di circa 3.000 esemplari per il 300mm 1:5,6 e di poco superiore ai 1.000 pezzi per il 500mm 1:5,6; per quanto riguarda il passaggio dalla denominazione FL-F a quella FL Fluorite, non ho potuto determinare con precisione da quali matricole la transizione sia avvenuta nel 300mm, mentre per il modello da 500mm queste immagini provenienti da aste online mostrano un esemplare con matricola 10.600 (quindi il seicentesimo prodotto) che prevede ancora la dicitura FL-F, mentre l’altro con matricola 10.797 risulta già aggiornato, pertanto il passaggio (avvenuto nel 1973) ebbe luogo in questo intervallo di seriali.

Passiamo ora ad analizzare meglio le caratteristiche dell’FL-F 300mm 1:5,6.

 

 

Questo esemplare di FL-F 300mm 1:5,6 della prima ora è qui illustrato con la dotazione funzionale, costituita dal tappo anteriore da 60mm a pressione e dal tappo FL posteriore dell’epoca con i quali venne venduto e dal bussolotto cilindrico in pelle con relativa cinghia a tracolla; nel set è illustrato anche un filtro UV originale Canon dell’epoca e che ha protetto la lente frontale dell’obiettivo per decine di anni, mentre è assente soltanto la confezione esterna in cartone.

Curiosamente, dopo l’avvento del sistema FD nel 1971 l’importatore statunitense offriva gli obiettivi, compreso questo 300mm FL-F, anche privi della loro eventuale dotazione supplementare a corredo (bussolotti, valigette, cinghie, paraluce, filtri etc.), inserendo a listino anche l’esemplare nudo e crudo, solamente con i 2 tappi protettivi, ad un prezzo leggermente inferiore.

 

 

Varie viste del 300mm 1:5,6 FL-F mostrano la sua struttura semplice e priva di fronzoli ma, ad un tempo, anche progettata in modo funzionale e razionale; vorrei soffermarmi sul filetto verde perimetrale che caratterizza il paraluce telescopico: questo particolare ha un’indubbia valenza storica perché costituisce il primo esempio fattivo di dettaglio introdotto per definire l’appartenenza ad una categoria superiore, ad una serie di obiettivi con qualità ottiche tali da distinguerli dalla serie normale; questo particolare fu una geniale trovata di marketing che definiva l’obiettivo non solo come strumento professionale ma anche quale status symbol del fotografo esperto e, perché no, anche abbiente, inducendo i clienti all’acquisto per ragioni che esulavano dalla mera necessità tecnica e funzionale ma, più semplicemente, per gratificare il proprio ego e disporre di un pezzo pregiato da esibire fra appassionati.

Questa formula si rivelò subito vincente e prese piede fra i fabbricanti di obiettivi universali (ad esempio, Vivitar Series 1, Soligor CD, Tamron SP, etc.) che in questo modo volevano annullare il gap ipotetico rispetto agli originali di gran marca, e fu in pratica anche l’antesignana della successiva generazione di obiettivi Canon serie L introdotta 10 anni dopo, dove il filetto divenne rosso ma il principio informatore restava lo stesso.

 

 

 

Scendendo in dettaglio, nella parte anteriore abbiamo un convenzionale attacco filettato per filtri da 58×0,75mm, non ruotante durante la messa a fuoco; il profilo terminale di tale montatura entra leggermente ai bordi del campo, un problema che all’epoca non esisteva perché il telaio per diapositive o la maschera di stampa dell’ingranditore solitamente rubavano una piccola porzione del formato, escludendo gli angoli estremi, e compare solo ora adattando l’obiettivo su sensori da 24x36mm esatti.

La parte frontale è poi dominata da un paraluce telescopico estraibile e liberamente girevole, dettaglio che consente di orientare le scritte a piacimento, eventualmente mettendole in bella vista come in questo caso; il paraluce prevede il citato filetto verde, creato per questa nuova generazione di obiettivi con lenti in fluorite, mentre la scritta FL-F ribadisce la presenza di lenti in fluoruro di calcio.

La parte inferiore del paraluce prevede un settore con elementi in rilievo che facilitano la presa durante l’estrazione, e subito sotto troviamo l’ampia ghiera di controllo delle aperture, ad indici equidistanti e con la tipica estetica della serie FL, caratterizzata dalla fattura in metallo fresato a vista con una serie di godronature parallele in rilievo; la ghiera, agendo su un diaframma ad iride con 8 lamelle, consente di chiudere da 1:5,6 ad 1:22 con click-stop solo sui valori interi ed esteticamente costituisce l’elemento di aspetto più vintage nell’intera struttura.

Procedendo oltre riprende il barilotto rifinito in nero e troviamo la linea di fede per la messa fuoco smaltata in arancio e affiancata dagli indici per la profondità di campo; come si può notare non è presente il riferimento per la correzione di fuoco ad infrarosso (presente invece nel 500mm 1:5,6) perché, come detto, la presenza di ben 2 lenti in fluorite in uno schema da 300mm ha consentito una correzione cromatica tale da renderlo superfluo.

Procedendo ancora oltre troviamo la ghiera di messa a fuoco con doppia scala in metri e piedi fino a distanze minime da 4m /13ft e un ampio settore gommato di diametro maggiore che costituisce una sicura presa per ruotare la ghiera; questo modello appartiene alla prima serie e il simbolo di infinito non è affiancato dall’indice grafico che visualizza l’escursione possibile per la ghiera oltre la sua posizione standard, aggiunto invece negli esemplari prodotti dal 1973 con la scritta FL FLUORITE.

 

 

Passando alla parte posteriore, dopo l’ampio settore gommato con rilievi piramidali per la ghiera di messa a fuoco troviamo un collare girevole per il fissaggio al treppiedi, non rimuovibile, dotato di attacco inferiore da 1/4” (piccolo ma in metallo e con 3 robuste viti di ancoraggio) e nottolino cromato laterale per bloccarlo in posizione; col nottolino allentato l’obiettivo ruota liberamente ma è presente un pratico e percettibile stop ogni 90° di rotazione.

Dietro il collare il barilotto dell’obiettivo si rastrema rapidamente e in questa zona è nascosta una ghiera funzionale che consente di selezionare le posizioni A ed M per il funzionamento del diaframma (su A si chiude al momento dello scatto riaprendosi subito dopo, su M la chiusura è manuale e gestita direttamente dalla ghiera), sfruttando come riferimento una linea di fede bianca, mentre un pivot metallico sporgente di piccole dimensioni è l’unica (e scomoda) presa di forza esistente per cambiare questo settaggio, le cui dimensioni minimali probabilmente volevano evitare spostamenti involontari.

Infine, nella porzione terminale si osserva la camma sporgente che in funziona A consente la rapida chiusura del diaframma al momento dello scatto e anche il caratteristico collare di serraggio “breech-lock” per la baionetta col relativo punto di allineamento rosso; per inserire correttamente l’obiettivo in macchina quest’ultimo deve trovarsi ad ore 12, come in foto, e per finalizzare il fissaggio il collare va ruotato verso sinistra (osservando l’obiettivo come nell’immagine).

Complessivamente fattura, materiali, finiture e tolleranze di produzione e montaggio sono di ottimo livello, e questo non soltanto perché tutta la produzione di ottiche Canon ha sempre mantenuto uno standard decisamente elevato ma probabilmente perché in azienda si sono preoccupati di fornire una confezione adeguata ai nuovi e performanti gruppi ottici alla fluorite; come già detto, l’unico elemento che suggerisce rappresentazioni mentali negative è l’aspetto palesemente vintage.

 

 

Nella parte anteriore non è previsto alcun filtro protettivo in posizione fissa perché opportunamente, disegnando lo schema ottico, alle 2 lenti in fluorite fragili e delicate ne venne anteposta un’altra in prima posizione realizzata in vetro, mentre nella vista posteriore si apprezza nuovamente l’elevata finitura, la caratteristica baionetta con collare di serraggio, la camma di azionamento per il diaframma automatico (qui tenuta a fondo corsa verso destra dalla ghiera regolata su M) e gli efficienti annerimenti posteriori, un dettaglio che richiedeva cura perché l’ultima lente è abbastanza distante dalla baionetta di montaggio.

 

 

Per quanto riguarda lo schema ottico, appositamente ho analizzato tutti i brevetti depositati da Canon nel settore da metà anni ’60 e metà anni ’70 (svariate migliaia) e purtroppo non esiste un documento che descriva in dettaglio l’architettura utilizzata nell’FL-F 300mm 1:5,6 ed FL-F 500mm 1:5,6, quindi non abbiamo alcuna informazione tecnica specifica.

Lo schema dell’FL-F 300mm 1:5,6 utilizza 7 lenti in 6 gruppi, con una lente anteriore in vetro, 2 elementi in fluoruro di calcio in posizione L2 ed L3 e un doppietto cementato costituito dagli elementi L4 ed L5; sono anche presenti 2 lenti in vetro agli ossidi delle Terre Rare (le classiche tipologie Lanthanum Crown, Lanthanum Flint e Lanthanum Dense Flint), qui non meglio specificate e collocate in posizione L4 ed L6; queste sono le uniche informazioni che ho potuto raccogliere in decenni su questo storico gruppo ottico.

A questo punto è bene puntualizzare che proprio nel lustro dal 1968 al 1973 si assistette alla nascita di alcuni obiettivi di lunga focale, concepiti per offrire nitidezza e correzione cromatica su un ampio settore dello spettro di livello superiore, che adottavano elementi in fluorite, dal momento che i vetri ED a bassissima dispersione era stati annunciati ma non risultavano ancora disponibili presso le vetrerie, rendendo di fatto la fluorite l’unico materiale impiegabile in progetti tanto speciali, per quanto fosse costosa e difficile da produrre o reperire.

 

 

Infatti nel corso di questi 5 anni videro la luce il già discusso Asahi Ultra-Achromatic-Takumar 300mm 1:5,6 (1968), il Canon FL-F 300mm 1:5,6 (presentato nella primavera 1968, profondamente rivisto e commercializzato nel Marzo 1969), il Carl Zeiss Sonnar Superachromat C 250mm 1:5,6 per Hasselblad serie 500 (1972) e infine anche il poco conosciuto Konica FL-Hexanon AR 300mm 1:6,3 (1973); pertanto all’epoca comparvero ben 3 obiettivi da 300mm per il formato 24x36mm con elementi in fluorite, ai quali si affiancò anche il modello Zeiss, unico esempio di ottica di Oberkochen per uso fotografico con lente in fluoruro di calcio.

Come si può osservare nell’illustrazione, Asahi, Canon e Konica adottavano tutti 2 elementi in fluorite, mentre nel Sonnar Superachromat ne troviamo solo una ma siamo anche in presenza di una focale più corta e meno critica da questo punto di vista.

Va anche precisato che sia il Super-Achromatic-Takumar che l’FL-Hexanon AR furono prodotti in tirature molto limitare, quindi l’unico 300mm di questo lotto caratterizzato da una serie ragionevole fu proprio il Canon FL-F.

Da metà anni ’70 i vetri ED-UD-SD a bassissima dispersione, che non bissavano ma avvicinavano le prestazioni della fluorite, furono finalmente disponibili e i vari fabbricanti si orientarono su questi materiali, abbandonando il fluoruro di calcio: tutti ad eccezione di Canon, un brand che vantando un proprio dipartimento che sviluppava e produceva cristalli artificiali di tale materiale non aveva alcun problema a proseguire su questa strada.

 

Continua lunedì prossimo con la quarta parte di sei

 

 


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