Riiprende dalla quinta parte

Infatti questa istantanea venne scattata sul set del film “La tregua”, nel 1997, e immortala il regista italiano Francesco Rosi con la figlia Carolina mentre è al lavoro dietro una macchina da presa Arriflex; come si può notare, sulla cinepresa è stato adattato proprio un esemplare di Canon new FD 300mm 1:2,8 L (evidentemente scelto, nonostante all’epoca esistesse da 10 anni anche la versione autofocus EF L USM, per la possibilità di gestire facilmente il diaframma grazie alla relativa ghiera, presente sul barilotto e mancante sull’EF L in produzione all’epoca perché la gestione avveniva dal corpo macchina EOS); le sue indubbie qualità sono state quindi apprezzate anche in campo cinematografico e nell’immagine si può apprezzare come l’obiettivo sia ruotato in verticale, forse per posizionare di lato la ghiera delle aperture e renderla più visibile, e anche il grande paraluce aggiuntivo applicato davanti a quelli originali, con light baffle quadrato che ritaglia drasticamente il campo ripreso per massimizzarne l’efficacia.

Per completare la descrizione e non trascurare modelli significativi, occorre infine aggiungere che anche il celebre brand Minolta, rispettivamente nel Marzo 1976 e nel Luglio 1978, presentò i lunghi teleobiettivi Apo-Rokkor 400mm 1:5,6 e 600mm 1:6,3 che a loro volta sfruttavano un’architettura simile a quella vista nei Canon FL Fluorite da 500mm 1:5,6 e 300mm 1:2,8, compresa la grande lente in fluorite in seconda posizione, e non ho approfondito in questa sede tali modelli perché il discorso si dipanava attorno allo sviluppo di ottiche con fluorite da 300mm di focale.

Questa è dunque l’affascinante storia delle ottiche con lenti in fluorite della prima ora, con la loro origine ed evoluzione; rarità e vetustà di molti modelli li rendono sconosciuti al grande pubblico e ben pochi li hanno utilizzati nel mondo reale valutando in prima persona le loro prestazioni, i pregi ed eventuali difetti; per completare la discussione voglio quindi aggiungere le uniche prove d’epoca realizzate a suo tempo sui modelli originali FL-F 300mm 1:5,6 e 500mm 1:5,6 (che, come vedremo, sono una sorta di romanzo a loro volta) e quindi scatti che ho realizzato appositamente col mio esemplare personale di FL-F 300mm 1:5,6 adattato su un corpo digitale mirrorless 24x36mm.

Questo test venne realizzato dalla testata specializzata statunitense Camera 35, fotografando mire ottiche e riportando la relativa risoluzione massima leggibile sui negativi; i risultati come mera risoluzione furono buoni ma non straordinari, e peraltro per arrivare a questo risultato i redattori della rivista affrontarono una sorta di percorso ad ostacoli ben descritto nel testo seguente e che fornisce anche un’eccezionale testimonianza dell’interno sull’avvio della produzione e un problema inizialmente riscontrato.

Infatti il testo della prova, qui integralmente riportato, riferisce come il set inizialmente ricevuto dall’importatore producesse valori di risolvenza ancora inferiori e ritenuti inadeguati, e nel corso di reiterati contatti uscì l’informazione che gli obiettivi offrivano una messa a fuoco che superava infinito per compensare la dilatazione termica della fluorite (problematica all’epoca ancora sconosciuta) ma che alcuni esemplari prevedevano quella corsa aggiuntiva sulla ghiera mentre altri si fermavano precisamente davanti al riferimento di infinito, come se chi li aveva assemblati in fabbrica non fosse adeguatamente informato della questione e li registrasse con un fondo-corsa della ghiera di tipo tradizionale; di queste consultazioni fu messa a conoscenza anche l’azienda stessa, che evidentemente sospese la distribuzione e rettificò quel particolare in fase di assemblaggio, garantendo ad ogni esemplare la corsa aggiuntiva oltre il riferimento di infinito, e solo in seguito Camera 35 ottenne altri obiettivi poi utilizzati nel test finale.
Il racconto del giornalista ha quindi aperto una finestra su questo curioso problema che interessò le primissime serie.
Per condividere qualcosa di più indicativo, ecco alcuni esempi realizzati adattando l’FL-F 300mm 1:5,6 su un sensore 24x36mm da 24 milioni di pixel e scattando in RAW non compresso a 100 ISO, ovviamente su treppiedi e con messa a fuoco di precisione in live-view a forte ingrandimento più autoscatto elettronico accoppiato all’esposizione.

Questo particolare bronzeo di una fontana seicentesca è stato ripreso a distanza abbastanza ravvicinata e scattando col diaframma completamente aperto ad 1:5,6, senza incrementare in contrasto, introdurre sharpening o correzione via software dell’aberrazione cromatica; la presenza complessiva, il contrasto e il cromatismo sono oggettivamente soddisfacenti e stupiscono in un 300mm del 1969 usato a tutta apertura, se non fosse che parliamo di un modello speciale con 2 lenti in fluorite; vediamo ora un paio di crops al 100% del file estrapolati nelle zone dell’immagine a fuoco.

Sebbene i test di Camera 35 non abbiano rilevato una risoluzione particolarmente elevata (e in questo caso siamo addirittura a diaframma tutto aperto) alla prova pratica dei fatti l’obiettivo fornisce un potere analitico più che soddisfacente, con impressione generale supportata anche dal contrasto naturalmente elevato.

Stesse considerazioni anche per quest’altro ritaglio, sebbene la profondità di campo ridotta porti rapidamente fuori fuoco un soggetto tridimensionale come questo.

Allargando il discorso, il Canon FL-F 300mm 1:5,6 con lenti in fluorite del 1969 è stato anche il capostipite per una serie di ottiche FD 300mm 1:5,6 di impostazione più economica, realizzate senza materiali speciali a bassissima dispersione e destinate al grande pubblico; specificamente, dal 1969 al 1979 vennero presentati 5 differenti modelli di 300mm 1:5,6 che utilizzavano 3 schemi ottici: FL-F del Marzo 1969 con il primo schema alla fluorite; FD primo tipo del 1971 ed FD S.C. del 1973 con il secondo schema ottico; FD S.S.C. del 1977 e new FD del 1979 col terzo schema ottico, dotato di messa a fuoco interna.
Quest’ultimo oggi è reperibile a prezzi irrisori ma ho sempre apprezzato tale versione definitiva del 1979, sia dal punto di vista meccanico (ampio paraluce telescopico, messa a fuoco interna morbidissima e con vari-pitch cam che modifica la corsa alle brevi distanze) che da quello ottico, con una resa che chiudendo un paio di stop diventa brillante, con nitidezza apprezzabile e buon contrasto, anche grazie all’antiriflesso di ultima generazione.

Ho quindi deciso di realizzare qualche scatto di prova affiancando il Canon FL-F 300mm 1:5,6 al Canon new FD 300mm 1:5,6, riprendendo lo stesso soggetto (sempre su treppiedi, con messa a fuoco di precisione in live-view e azionando la fotocamera con autoscatto) alle aperture 1:5,6, 1:8 ed 1:11.

Questo è il soggetto ripreso e il file RAW non compresso e acquisito a 100 ISO è stato aperto con le impostazioni predefinite di Adobe Camera Raw senza applicare alcuna regolazione o correzione, visualizzando poi al 100% i crops evidenziati.
L’immagine a tutta apertura 1:5,6 mostra un evidente vantaggio in definizione e nettezza complessiva per il 300mm FL-F, che non presenta praticamente aberrazione cromatica visibile, presente invece nei crops con il new FD; riguardo ai colori, il 300mm FL-F si dimostra freddo, probabilmente per l’ottima trasparenza delle 2 lenti in fluorite alle frequenze corte dello spettro luminoso, e infatti nell’apertura dei RAW la temperatura colore e la tonalità impostate sono quelle corrette per il modello FL-F, e caricando anche i RAW del new FD con gli stessi valori (XMP usato in batch) l’immagine appare decisamente più calda (la differenza di “intonazione” fra i 2 obiettivi corrisponde ad un intervallo di circa 250° Kelvin).
Chiudendo ad 1:8 il modello FL-F rimane più nitido e corretto in asse; anche nel secondo crop il 300mm alla fluorite è più nitido ma il vantaggio si è quasi azzerato e passando al terzo crop, quello più distante dal centro, il modello new FD inizia già a prevalere, pur in un contesto di percettibile aberrazione cromatica; questo perchè diaframmando il new FD migliora percettibilmente mentre l’FL-F, come molti obiettivi apocromatici ad altissima correzione, nelle zone centrali del campo appare quasi diffraction limited a tutta apertura e quindi chiudendo l’iride tende solo a peggiorare o comunque non migliora in modo evidente.
Chiudendo ad 1:11 il trend viene mantenuto, e pur registrando sempre nell’FL-F un’eccellente correzione dell’aberrazione cromatica ormai il tipo new FD produce un’immagine più definita perché l’ulteriore chiusura di uno stop ha comportato un percettibile ammorbidimento per diffrazione nell’FL-F.
Abbiamo quindi osservato come il 300mm FL-F del 1969 sia un apocromatico con resa molto elevata a tutta apertura 1:5,6, tuttavia il new FD 300mm 1:5,6, molto meno pretenzioso e costoso dell’altro, chiuso di 2 stop ad 1:11 produce un rendimento simile a quello dell’FL-F a tutta apertura, e comunque leggermente superiore a quest’ultimo quando chiuso allo stesso valore 1:11; naturalmente poter disporre di elevata qualità con 2 f/stop di chiusura in meno costituisce un plus non indifferente dell’FL-F, tuttavia anche il 300mm 1:5,6 new FD, se diaframmato ad 1:11 provvedendo ad evitare il mosso, arriva a produrre a sua volta un’immagine di qualità inaspettata.
Per confrontare nuovamente il livello qualitativo massimo possibile nei 2 modelli ho eseguito un ulteriore scatto all’apertura apparentemente migliore di entrambi gli obiettivi, ovvero 1:5,6 per il 300mm FL-F e 1:11 per il 300mm new FD (sempre su treppiedi, con fuoco in live-view a massimo ingrandimento ed autoscatto, in RAW a 100 ISO e questa volta compensando la temperatura colore per produrre un’intonazione cromatica simile).
In entrambi i casi l’immagine non è stata post-prodotta in alcun modo e il primo impatto non suggerisce differenze apprezzabili fra le 2 ottiche, salvo il fatto che la focale effettiva dell’FL-F è leggermente più lunga (ed è un fattore positivo in un tele) e quindi dalla stessa posizione sul treppiedi produce un campo leggermente più ristretto; la testa del rapace è perfettamente a fuoco in entrambe le immagini e quindi andremo ad osservarla al 100% del file.
L’impressione del colpo d’occhio complessivo è confermata nei ritagli: forse l’FL-F mantiene una leggera supremazia per l’elevata pulizia d’immagine legata al controllo dell’aberrazione cromatica ma anche il crop del new FD, pur in presenza di tale aberrazione, si avvantaggia dei 2 f/stop supplementari di chiusura e garantisce una riproduzione dei dettagli e un contrasto simili.

Inoltre, lasciando che Adobe Camera Raw corregga in automatico gli errori cromatici, il risultato finale del new FD ad 1:11 è davvero simile a quello del 300mm 1:5,6 FL-F del 1969, tuttavia ricordando sempre che quest’ultimo viene confrontato a tutta apertura 1:5,6 e senza alcuna correzione software dell’aberrazione cromatica, quindi le sue prestazioni col diaframma completamente aperto sono tuttora spettacolari, ad oltre 55 anni dal lancio.

Procedendo ancora oltre, ho sempre condiviso l’assunto che un ottimo obiettivo abbinato ad un ottimo moltiplicatore di focale possa produrre ancora risultati di rilievo, pienamente sfruttabili; nel caso del sistema Canon reflex manual focus l’azienda fra il 1974 e il 1981 ha lanciato 5 moltiplicatori: Extender FL 2x dedicato all’ FL 300mm 1:2,8 S.S.C. Fluorite, Extender FD 2x del 1975 (identico e nato per il successivo FD 300mm 1:2,8 S.S.C. Fluorite, sebbene senza dedica specifica sul barilotto), Extender FD 2x A del 1978 (per focali da 300mm o superiori), Extender FD 2x B del 1980 (per focali da 300mm e inferiori) ed Extender FD 1,4x del 1981 (1,4x destinato a potenti teleobiettivi); disponendo del modello Extender FD 2x B a 7 lenti che è comunque compatibile anche con focali fino a 300mm, sebbene il suo impiego preferenziale sia con obiettivi più convenzionali di focale inferiore, ho realizzato alcuni scatti accoppiandolo all’FL-F 300mm 1:5,6 e ottenendo così un 600mm T=11 che ho naturalmente utilizzato su treppiedi con autoscatto, focheggiando in live-view a forte ingrandimento e scattando in RAW a 100 ISO; in questo caso, considerando l’aggiunta del duplicatore, ho preferito chiudere un f/stop fino ad 1:8, al quale corrisponde un’apertura fotometrica effettiva di T=16.
Le aree evidenziate verranno poi osservate al 100% del file.
Questi sono i fotogrammi interi di tali immagini; l’immagine appare nitida e contrastata anche in questo caso, col vantaggio di utilizzare un “600mm” lungo poco più di 20cm per circa 1,1kg di peso, quindi facilmente trasportabile; l’aberrazione cromatica non è stata annullata via software ma la correzione iniziale dell’obiettivo è tale che anche duplicandolo compare un fringing rosso/verde di modestissima entità (ho misurato la frangiatura da ogni lato pari a circa 35-40 micron sul sensore) e solo nelle zone periferiche; peraltro, da prove effettuate circa 40 anni fa, questo Extender FD 2x B a 7 lenti non produce una curva di aberrazione cromatica “a V”, con gli estremi dello spettro da un lato del piano focale e la porzione centrale dall’altro, come in certi moltiplicatori più economici, ma spalma lo spostamento di fuoco diagonalmente sul diagramma, partendo dal blu con uno scostamento rispetto al piano zero in una direzione e quindi procede lungo lo spettro azzerando progressivamente tale valore e poi riprendendo nella giacitura opposta fino ad arrivare nel rosso con un difetto simile al blu ma di segno contrario, un comportamento evidentemente scelto in sede di progetto e ritenuto preferibile nell’immagine finale.

Nel crop al 100% della prima immagine si osserva una leggera fuzziness generale ma i dettagli fini sono ben leggibili e anche le frangiature di aberrazione cromatica sono appena intuibili, sicuramente un ottimo risultato per un 300mm del 1969 applicato ad un duplicatore di focale progettato a fine anni ’70.

Anche il crop della seconda immagine mostra una buona definizione e una riproduzione priva di aberrazione cromatica, frutto dell’eccellente correzione presente nel 300mm di partenza (ricordo che tale aberrazione non è stata corretta via software).

Le lenti in fluoruro di calcio cristallino sono state quindi una straordinaria miglioria tecnica per i teleobiettivi fotografici, e bisogna dare credito a Canon di aver rappresentato un elemento di continuità fra i primi esperimenti pionieristici di fine anni ’60 e la situazione attuale, dove la fluorite o vetri FK modernissimi che ne mimano le caratteristiche sono regolarmente disponibili nei cataloghi delle principali vetrerie, pertanto anche altri fabbricanti hanno introdotto tali materiali nella loro catena di progettazione; Canon tuttavia ha fatto di tale materiale un vero marchio di fabbrica, mantenendolo costantemente nella sua produzione dagli anni ’70 fino ad oggi perfettamente convinta delle sue qualità, ed è giusto riportare un elenco nominale dei vari obiettivi Canon con lenti in fluorite prodotti per i sistemi reflex FL, FD ed EOS per comprendere la portata del suo impegno nel campo specifico (i nomi affiancati indicato serie successive che utilizzano però lo stesso gruppo ottico iniziale).
- FL-F 300mm 1:5,6 (1969) – FL 300mm 1:5,6 Fluorite (1973)
- FL-F 500mm 1:5,6 (1969) – FL 500mm 1:5,6 Fluorite (1973)
- FL 300mm 1:2,8 S.S.C. Fluorite (1974)
- FD 300mm 1:2,8 S.S.C. Fluorite (1975)
- FD 500mm 1:4,5 L (1979) – New FD 500mm 1:4,5 L (1981) – EF 500mm 1:4,5 L USM (1992)
- New FD 300mm 1:2,8 L (1981) – EF 300mm 1:2,8 L USM 1987
- New FD zoom 100-300mm 1:5,6 L (1985) – EF 100-300mm 1:5,6 L (1987)
- New FD zoom 80-200mm 1:4 L (1985)
- EF 50-200mm 1:3,5-4,5 L (1988)
- EF 600mm 1:4 L USM (1988)
- EF 1200mm 1:5,6 L USM (1993)
- EF 400mm 1:2,8 L II USM (1996)
- EF 100-400mm 1:4,5-5,6 L IS USM (1998)
- EF 300mm 1:2,8 L IS USM (1999)
- EF 400mm 1:2,8 L IS USM (1999)
- EF 500mm 1:4 L IS USM (1999)
- EF 600mm 1: 4 L IS USM (1999)
- EF 70-200mm 1:4 L USM (1999)
- EF 400mm 1:4 DO IS USM (2001)
- EF 70-200mm 1:4 L IS USM (2006)
- EF 200mm 1:2 L IS USM (2008)
- EF 800mm 1:5,6 L IS USM (2008)
- EF 70-200mm 1: 2,8 L IS II USM (2010)
- EF 300mm 1:2,8 L IS II USM (2011)
- EF 400mm 1:2,8L IS II USM (2011)
- EF 500mm 1:4 L IS II USM (2012)
- EF 600mm 1:4L IS II USM (2012)
- EF 200-400mm 1:4 L IS USM Extender 1.4x (2013)
- EF100-400mm 1:4,5-5,6 L IS II USM (2014)
- EF 400mm 1:2,8 L IS III USM (2018)
- EF 600mm 1:4 L IS III USM (2018)
- EF 70-200mm 1:2,8L IS III USM (2018)
- EF 70-200mm 1:4L IS II USM (2018)
Sono stati quindi 33 i gruppi ottici prodotti da Canon per i suoi sistemi reflex dal 1969 al 2018 ad utilizzare elementi in fluorite cristallina, un patrimonio tecnico e storico che è unico nel settore e che deve natali e riconoscenza proprio a quel primo, coraggioso e incredibile FL-F 300mm 1:5,6 del 1969, un modello che assieme all’Asahi UA-Takumar 300mm 1:5,6 nacque con lustri di anticipo e additò la via per sconfiggere l’aberrazione cromatica, primo nemico per la qualità dei teleobiettivi.
Ancora oggi qualsiasi obiettivo con lenti in fluorite si ammanta del fascino indiscreto di chi sembra concretizzare l’impossibile, ovvero utilizzare un compound di minerale cristallino come elemento ottico, mentre l’ariosità e la riproduzione dei colori in un obiettivo con elementi in fluoruro di calcio è tuttora difficilmente replicabile, una quidditas che lo rende unico.
Un abbraccio a tutti; Marco chiude.
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