Un cordiale saluto a tutti i followers di Nocsensei; i modelli di obiettivi fotografici prodotti dalla Nikon Corporation (fino al 1988 con ragione sociale Nippon Kogaku K. K.) specificamente caratterizzati da un’elevata correzione dell’aberrazione cromatica utilizzano uno speciale vetro ottico denominato Nikon ED, acronimo di Extra-low Dispersion, ovvero un materiale in grado di offrire un valore di dispersione cromatica estremamente contenuto che consente di limitare tale aberrazione, specialmente nei modelli di lunga focale dove diviene più evidente; l’introduzione nella serie di questo particolarissimo tipo di vetro ottico è relativamente recente (primi anni ’70) e questo mio contributo vuole ricostruire puntualmente la storia e il fil rouge tecnico ed umano che portò alla nascita del materiale Nikon ED e individuare i primi obiettivi Nikkor che ne fecero uso.
Iniziamo con un breve preambolo per comprendere il significato di aberrazione cromatica e i suoi effetti sulle nostre immagini
In questa fotografia ho simulato una percettibile aberrazione cromatica laterale (purtroppo non possiedo teleobiettivi tanto aberrati da non richiedere un’accentuazione via software del difetto), e si può apprezzare nelle aree indicate un’evidente frangiatura cromatica; quest’ultima è il tipico effetto di tale aberrazione che si manifesta perché la scala d’ingrandimento nella componente dell’immagine generata da ogni singolo colore/frequenza dello spettro luminoso (immaginate le varie lastre della quadricromia che sovrapposte producono l’illustrazione finale) risulta diversa da quella relativa ad altri colori; l’altra faccia dell’aberrazione cromatica (qui non apprezzabile) è quella longitudinale, dove tali frangiature cromatiche compaiono invece nelle zone fuori fuoco davanti e dietro il piano di massima nitidezza; queste frangiature degradano la qualità dell’immagine e una delle soluzioni definitive è proprio quella di adottare vetri a bassissima dispersione cromatica; vediamo come funzionano.
Come i Pink Floyd ci insegnano, un fascio di luce bianca che attraversa un elemento rifrangente come un prisma (ma anche una lente) viene rifratto in maniera non univoca ma ciascuna frequenza del suo spettro luminoso esce dall’elemento con un angolo di rifrazione diverso rispetto alle altre, con l’effetto visibile in alto; il vetro a bassissima dispersione come il Nikon ED prevede tipicamente un indice di rifrazione più ridotto (è composto in massima parte di fluoruri e metafosfati con tale caratteristica) e incurva meno il fascio a parità di effetto rifrangente dell’elemento ottico, tuttavia per sua intrinseca natura la differenza nell’angolo di rifrazione di ciascuna frequenza spettrale della luce risulta molto più contenuta, e inoltre questo tipo di vetri, analogamente alla fluorite, presenta anomalie nella dispersione parziale delle frequenze più corte (violetto) e lunghe (rosso) che risultano preziose nella correzione cromatica complessiva in abbinamento ad altri vetri con dispersione parziale tipicamente contraria rispetto a questa.
Il risultato, utilizzando vetro ED nel calcolo ottico di una lunga focale come questo 300mm, è che lo spostamento di fuoco sul piano focale nelle varie frequenze dello spettro luminoso risulta estremamente più contenuto rispetto ad un analogo obiettivo disegnato facendone a meno, un vantaggio che si massimizza andando nelle frequenze più lunghe dell’infrarosso dove il 300mm normale parte per la tangente con uno spostamento di fuoco sempre più marcato, mentre la versione con vetro ED mantiene un fuoco costante, al punto da consentire le riprese ad infrarosso focheggiano in luce visibile prima di applicare il filtro e senza una successiva correzione come solitamente è necessario.
Nippon Kogaku ha sviluppato il vetro tipo ED proprio per queste ragioni, e fin da subito fece una chiara scelta di campo non seguendo in scia il rivale Canon con le sue nuove ottiche FL-F dotate di lenti in fluorite artificiale (fluoruro di calcio) ma cercando invece di realizzare un materiale con dispersione molto favorevole che mantenesse caratteristiche vetrose e non prevedesse le controindicazioni della fluorite, come forte dilatazione termica e scarsa resistenza meccanica.
Le origini esatte del vetro Nikon ED non sono mai state chiarite perfettamente, sia per l’iniziale interazione commerciale con la celebre Schott di Mainz che per la collaborazione e quindi l’acquisizione della vetreria nipponica Hikari, i cui tempi e termini non sono ben definiti; ho quindi creato uno schema riassuntivo che fin da subito determina le varie fasi di questa affascinante conquista.
Il primo studio sistematico sui vetri composti da fluoruri e con bassissima dispersione cromatica fu realizzato durante il Secondo Conflitto dal cinese Kuan-Han Sun e dallo statunitense Maurice Huggins, per conto della Eastman Kodak di Rochester, al tempo realmente all’avanguardia con il materiale vetroso per impiego ottico; Sun e Huggins depositarono il relativo brevetto il 15 Dicembre 1944, definendo un vero antequem e dimostrando la fattibilità di tali materiali.
Il 29 Gennaio 1955 un secondo brevetto venne depositato in Germania dallo Zeiss Stiftung a nome della propria vetreria (Jenaer Glaswerk Schott und Genossen, Mainz) e a sua volta discute vetri a bassissima dispersione costituiti da fluoruri e metafosfati, eliminando dall’equazione il pericolosissimo fluoruro di berillio che fino ad allora era stato un elemento basilare nella formulazione di questi materiali; da questo studio deriverà poi il vetro Schott FK-50, il primo materiale ED ad essere effettivamente commercializzato (anni ’60).
Nel 1968 Michio Kariya, impiegato da Nippon Kogaku presso il laboratorio ricerche del Dipartimento Vetri Ottici nello stabilimento di Oi, inizia una serie di ricerche, sperimentazioni e studi sistematici sui vetri ai fluoruri, attingendo a tutta la documentazione e letteratura esistente.
Nel frattempo, nel 1970, i progettisti degli obiettivi Nikkor iniziarono ad inserire vetro con specifiche ED di bassissima dispersione in progetti a lunga focale, e non essendo disponibile un materiale di quel tipo realizzato in azienda nel relativi brevetti adottarono il citato Schott FK-50, materiale con indice di rifrazione nD= 1,48606 e numero di Abbe per la dispersione vD= 81,49, ovvero valori simili a quelli dei vetri ED commerciali utilizzati ancora oggi; naturalmente tale vetro si doveva acquistare in Germania e a caro prezzo.
I primissimi brevetti ad includere il vetro ED tipo Schott FK-50 erano quelli relativi agli zoom 180-600mm f/8 e 360-1.200mm f/11 (consegnato il 24 Dicembre 1970) e al 300mm f/4,5 nella versione con vetri a bassissima dispersione (depositato il giorno successivo, 25 Dicembre 1970); pertanto entro la fine del 1970 il vetro a bassissima dispersione era già presente in schemi per alcune ottiche Nikkor.
Nel frattempo Michio Kariya continuava le sue estenuanti ricerche realizzando continuamente nuove fusioni sperimentali con fluoruri, studiando anche la composizione del vetro Schott FK-50 originale (immagino analizzando campioni), e nel Dicembre 1971, alla 99^ mescola così realizzata, ottenne finalmente un vetro con specifiche rifrattive e dispersive analoghe a quelle del vetro ED di Schott e con caratteristiche vetrose idonee ed omogenee; questa vetro venne catalogato come PC102 e in seguito sarebbe passato alla storia come Nikon ED.
Nel frattempo il famoso Yoshiyuki Shimizu stava disegnando lo schema di un 300mm f/2,8 da affidare ai fotografi accreditati alle Olimpiadi Invernali di Sapporo ’72, organizzate appunto in Giappone, e nel Gennaio 1972 fu quindi consegnata una piccolissima tiratura (appena 72 pezzi) di Nikkor-H 300mm f/2,8 con 2 delle 3 grandi lenti anteriori realizzate in vetro a bassissima dispersione; non essendo ancora possibile produrre in massa il materiale PC102 appena sviluppato da Kariya fu necessario prevedere l’utilizzo dello Schott FK-50, che venne quindi acquistato a Mainz ed inserito nell’obiettivo.
Nello stesso momento Michio Kariya, dopo aver definito le componenti del nuovo vetro e le procedure basilari di fusione, iniziò a sperimentare la realizzazione di lotti più grandi e adatti ad uso commerciale nelle grandi fornaci del nuovo stabilimento di Sagamihara, inaugurato nel 1971; il tecnico ottenne una fusione di adeguate dimensioni e con perfette caratteristiche ottiche al primo tentativo, tuttavia successivamente non riuscì più a replicare le identiche variabili ottenendo sistematicamente difetti come striature e aree nebulose, pertanto fu necessaria una lunga curva di apprendimento per escludere sistematicamente vari fattori ed elementi e arrivare alla fusione di massa perfettamente riproducibile, un cammino che in realtà richiese anni.
Intanto, nel Febbraio 1973, l’azienda commercializza sotto traccia quello che in effetti è il secondo obiettivo Nikkor con vetro ED, il Nikkor-P.C Auto 400mm f/5,6; anche in questo caso il vetro proprietario non sarà disponibile, visto che Michio Kariya stava ancora affrontando i problemi connessi con fusioni in quantità adeguata, pertanto nell’obiettivo troviamo di nuovo una lente in vetro ED tipo Schott FK-50; il fatto che poco dopo sia comparsa anche la versione denominata Nikkor * ED in chiaro e prodotta col vetro Nikon non ha mai fatto sospettare che anche il primo tipo del 1973 prevedesse tale materiale a bassissima dispersione, come invece avvenne; questo Nikkor P-C Auto 400mm f/5,6 venne prodotto in 1.412 esemplari e assieme al Nikkor-H 300mm f/2,8 tipo “Sapporo” del Gennaio 1972 costituisce l’unica coppia di ottiche Nikkor con vetro di tipo ED acquistato on Garmania da Schott.
A Michio Kariya sarebbero serviti circa 3 anni dalla prima fusione di massa riuscita a Sagamihara per definire in dettaglio un protocollo ripetibile che garantisse una produzione di massa del vetro PC102 senza intoppi di percorso, tuttavia nel frattempo i progettisti ottici dell’azienda conoscevano già esattamente i suoi valori rifrattivi (nD= 1,50032) e dispersivi (vD= 81,9), pertanto a partire dal 1974, forse sapendo che l’effettiva disponibilità era imminente, smisero di utilizzare i parametri del vetro Schott FK-50 nei brevetti di schemi ottici per i quali fosse necessario e iniziarono ad utilizzare quelli del vetro PC102 sviluppato in casa.
Finalmente, nel 1975, tutti i tasselli andarono al loro posto e il vetro Nikon a bassissima dispersione entrò ufficialmente in produzione; scomparve la denominazione provvisoria PC102 e il nuovo materiale divenne noto come Nikon ED.
I progettisti si applicarono immediatamente per rivedere diversi schemi ottici di obiettivi Nikkor incorporando il nuovo vetro ED di produzione interna, e i primi esemplari ad arrivare sul mercato, nel Luglio 1975, furono 3 lunghi teleobiettivi con testa ottica dedicata al tubo di messa a fuoco ausiliario, ovvero i Nikkor * ED 600mm f/5,6, Nikkor * ED 800mm f/8 e Nikkor * ED 1.200mm f/11; subito dopo, a Settembre, il Nikkor 400mm f/5,6 che in precedenza utilizzava il vetro Schott FK-50 fu convertito al materiale Nikon ED, e infine, a Ottobre 1975, venne finalmente concretizzato un progetto risalente al 1970 e che prevedeva un 300mm f/4,5 apocromatico con 2 lenti nella parte anteriore realizzate inizialmente sfruttando vetro a bassissima dispersione Schott FK-50; 2 elementi di tale diametro in un 300mm f/4,5 forse risultavano troppo costosi e infatti tale progetto rimase congelato per quasi 5 anni, finchè non divenne disponibile il vetro Nikon ED e fu possibile utilizzarlo, commercializzando finalmente il Nikkor * ED 300mm f/4,5.
Questa, a grandi linee, è la storia di come sia nato il vetri ED a bassissima dispersione e della sua concezione ed introduzione nella serie da parte di Nippon Kogaku per i suoi obiettivi Nikkor; vediamo ora alcuni di questi passaggi descritti con maggiore dettaglio.
Come anticipato, il primo studio sistematico e di ampio respiro sulla formulazione e la fattibilità di vetri composti da fluoruri che avvicinassero le fluoriti cristalline (di calcio e di litio) relativamente a rifrazione, dispersione e dispersione parziale anomala venne realizzato da Kuan-Han Sun per Eastman Kodak nel lontano 1944, e in questa rara immagine possiamo osservare tale personaggio mentre viene festeggiato in occasione del suo ottantesimo compleanno.
Ecco l’intestazione del brevetto, depositato negli States il 15 Dicembre 1944; come evidenziato, la finalità di questo studio è proporre nuovi vetri composti quasi esclusivamente da fluoruri e caratterizzati da una dispersione cromatica estremamente ridotta, con in aggiunta dispersione parziale anomala vantaggiosa per il calcolo ottico e simile a quella della fluorite cristallina, che prevede una dispersione molto limitata nelle frequenze lunghe come il rosso e proporzionalmente maggiore in quelle corte come il blu; l’ambizione del progetto si spinge addirittura fino a prevedere vetri con dispersione e dispersione parziale anomala ancora migliori rispetto alle fluoriti stesse.
Schemi grafici allegati al brevetto documentano come varie tipologie di vetri descritte nel documento si posizionino quanto a relazione fra dispersione, rifrazione e dispersione parziale anomala, evidenziando come in precedenza nessun vetro ottico offrisse caratteristiche del genere e mostrando come tali parametri si avvicinino a quelli dei fluoruri di calcio e litio cristallini.
Per comprendere quanto fosse ridotta la mera dispersione cromatica in queste proposte, il grafico indica l’indice di rifrazione e la dispersione di alcune versioni di vetro incluse nel brevetto (evidenziate in verde), e premettendo che nello schema la dispersione si riduce progressivamente spostandosi da destra a sinistra, ho evidenziato in giallo il valore oltre il quale un vetro oggi viene denominato ED, e partendo dal settore rosa abbiamo invece la dispersione della fluorite di calcio e di litio, il cui incrocio fra valori rifrattivi e dispersivi è indicato nella grafica originale; la posizione degli “embodiments” del brevetto indica come il loro indice di rifrazione, molto contenuto, si posizioni fra quelli del fluoruro di calcio e del fluoruro di litio, mentre la loro dispersione è così ridotta da spingersi ben oltre i limiti di un vetro ED e arriva addirittura a pareggiare e superare quella delle fluoriti stesse, storicamente considerate il materiale ad uso ottico con dispersione più ridotta disponibile.
Questo studio di Kuan-Han Sun e Maurice Huggins già nel 1944 aveva quindi esplorato i limiti del teoricamente possibile con i materiali disponibili, e infatti nessun vetro ED o fluorite artificiale moderni possono offrire valori dispersivi così ridotti, con numero di Abbe che addirittura infrange la barriera di 100.
Questo schema riassuntivo descrive tutte le versioni contemplate, ben 49, indicandone la relativa composizione; si tratta di un lavoro davvero immenso e probabilmente incentivato e finanziato anche per le esigenze strategiche del conflitto, sebbene il termine delle ostilità a pochi mesi dal brevetto non abbia consentito di sfruttarlo praticamente in tal senso.
Questa tabella riassume i valori relativi a rifrazione, dispersione e dispersione parziale anomala per alcuni di questi vetri; come si può osservare il valore v corrispondente al numero di Abbe che definisce la dispersione cromatica (più ridotta all’aumentare di tale valore) risulta molto elevato, se consideriamo che il classico vetro ED moderno prevede vD= 81,6 e la fluorite (fluoruro di calcio) vD= 95,3, mentre in questo caso ci si spinge anche oltre 102; va notato che il vetro 47 sembra a prima vista estraneo al gruppo, con una rifrazione più elevata e soprattutto un numero di Abbe decisamente più contenuto, da vetro “normale”; tuttavia anche in questo caso a fare la differenza è la dispersione parziale anomala che, in combinazione con altre tipologie, consente di finalizzare la correzione desiderata.
Fra i 49 vetri proposti ne ho scelti 4 per analizzare in dettaglio la loro composizione: il primo corrisponde alla tipologia con la dispersione più contenuta, definita dal numero di Abbe vD= 102,6, e gli altri 3 invece si caratterizzano per valori rifrattivi e dispersivi già abbastanza simili a quelli dei vetri ED utilizzati attualmente, sebbene la loro rifrazione sia più ridotta rispetto agli standard attuali.
Il vetro tipo 36 offre caratteristiche rifrattive e dispersive pari o superiori a quelle del fluoruro di litio, con rifrazione molto ridotta (nD= 1,318) e dispersione parimenti contenuta in modo eccezionale (numero di Abbe vD= 102,6); nulla si crea dal nulla, e in effetti questo materiale non condivide col fluoruro di litio solamente una dispersione eccezionalmente ridotta ma anche la sua composizione prevede unicamente fluoruri, specificamente fluoruro di magnesio (13,6%), di Calcio (16%), di stronzio (10%), di lantanio (11%), di alluminio (27%) e di berillio (23%).
Non ci sono informazioni sulle caratteristiche fisiche e sull’effettiva possibilità di produrre una fusione che porti a un materiale privo di caratteristiche cristalline indesiderate, come birifrangenza, striature, etc., senza considerare la prevedibile delicatezza della superficie e l’instabilità alle variazioni di temperatura; questa considerazione evidenzia il limite di questo esaustivo brevetto: i progettisti hanno infatti individuato le miscele di ingredienti e i valori rifrattivi e dispersivi che ne conseguono ma non ci sono considerazioni pratiche sulle modalità e procedure di fusione, tempra, agitazione, raffreddamento controllato e colata negli stampi al fine di ottenere un “vero” vetro utilizzabile, e come abbiamo visto lo stesso Michio Kariya di Nippon Kogaku impiegò anni prima di riuscire a normalizzare la produzione del suo vetro ED.
Passando alle versioni 41, 42 e 45, in questo caso il numero di Abbe vD è rispettivamente 82,0, 81,0 e 82,3, quindi molto simile allo standard del vetro ED attuale, come detto 81,6, mentre l’indice di rifrazione nell’intorno di 1,42 – 1,43 è superiore rispetto al tipo visto in precedenza ma ancora distante dallo standard del vetro ED attuale, che si assesta su 1,497.
In questo caso, dove lo scopo era incrementare l’indice di rifrazione a leggero discapito della dispersione, troviamo invece 3 tipologie di componenti: la prima è costituita sempre da fluoruri (di magnesio, calcio, stronzio, bario, piombo, lantanio, alluminio e berillio), la seconda da metafosfati (di alluminio) e la terza da ossidi (di piombo, lantanio, e pentossido di fosforo).
La tabella indica anche ossidi di cerio e torio che non sono sfruttati in queste specifiche tipologie ma sono tuttavia contemplati in altri “embodiments” del brevetto; come osservate ho evidenziato alcuni elementi perché, di volta in volta, risultano estremamente tossici, radioattivi o dannosi/inquinanti per l’ambiente, e questo introduce un secondo limite nello studio del 1944 di Sun e Huggins: a parte le problematiche di fusione e il dubbio circa la possibilità di ottenere un vetro con le caratteristiche fisiche e ottiche ottimali, questi vetri si avvalgono anche liberamente di materiali pericolosi e che oggi sono messi al bando dalle normative.
Quindi, in sintesi, lo storico brevetto di Sun e Huggins per Eastman Kodak del 1944 definisce le linee guida teoriche per lo sviluppo dei vetri a bassissima dispersione ma lascia irrisolte molte questioni pratiche che rappresentarono invece il vero scoglio da superare e la cui soluzione richiese decenni di studi, a partire dall’eliminazione del fluoruro di berillio, estremamente velenoso e inizialmente ritenuto un ingrediente fondamentale ed insostituibile.
Un altro passaggio fondamentale in questo processo chiama in causa la fondazione Zeiss e la sua azienda ottica Jenaer Glaswerk Schott und Genossen Mainz, perché dobbiamo proprio a quest’ultima la rottura del sottile diaframma fra ideale e reale e la creazione del primo vetro con specifiche ED realmente producibile in quantitativi adeguati, privo di sostanze pericolose e, soprattutto, il primo ad essere effettivamente proposto in un catalogo commerciale a disposizione di chiunque.
Infatti, se osserviamo questa tabella ricavata da un database militare di tutti i vetri ottici esistenti a inizio anni ’70, osserviamo che nell’ambito dei materiali a bassa rifrazione e dispersione molto contenuta gli unici censiti con vere specifiche ED sono unicamente i tipi Schott FK-50 e Schott FK-51, rispettivamente con numero di Abbe 81,5 e 84,5.
Il vetro Schott FK-50, già ampiamente citato in precedenza, era disponibile sul mercato a metà anni ’60 ma il relativo studio da parte di Schott è antecedente perché già il 29 Gennaio 1955 era stato depositato in Germania un brevetto che comprendeva svariati vetri con specifiche dispersive da materiale ED; l’intestazione del documento (qui in versione britannica) dichiara esplicitamente la descrizione di vetri con numero di Abbe molto elevato (quindi dispersione ridottissima) e privi di fluoruro di berillio, fino ad allora ingrediente principale di proposte analoghe; questi nuovi vetri Schott utilizzano invece solo fluoruri di altra natura, e piccole quantità di fosfati/metafosfati per stabilizzare la struttura durante le fasi di fusione, raffreddamento e colata, palesando quindi uno studio volto proprio al superamento dei limiti pratici evidenziati dallo studio di Sun del 1944.
Questo documento Schott del 1955 evidenzia 12 vetri a bassissima dispersione, fra i quali ho evidenziato il settimo perché i suoi valori rifrattivi e dispersivi (nD= 1,4778 vD= 81,7) sono già molto simili s quelli del vetro commerciale FK-50 che sarebbe stato disponibile sul mercato circa 10 anni dopo ed utilizzato da Nippon Kogaku nei suoi primi teleobiettivi confezionati con tali materiali.
Questo materiale Schott prevede fluoruri di magnesio (10,08%), di calcio (12,63%), di stronzio (11,43%), di bario (15,95%), di lantanio (1,98%) e di Cadmio (6,09%), mentre come materiale destinato a “controllare” la stabilità molecolare del composto in fase di fusione, tempra e raffreddamento abbiamo il metafosfato di sodio, in quantità rilevante (20,62%).
In questa fase l’azienda di Mainz aveva quindi affrontato e risolto le questioni pratiche legate alla produzione di massa e ripetibile, e l’unica limitazione rispetto ad un corrispondente vetro attuale è l’impiego di fluoruro di cadmio, materiale inquinante ed eventualmente oggi non più utilizzabile.
Nella seconda metà degli anni ’60 il catalogo Schott era quindi l’unico ad offrire commercialmente un vetro con specifiche ED, caratterizzato tuttavia da un prezzo molto elevato e tale da scoraggiarne l’impiego (infatti, in ambito fotografico, i citati Nikkor-H 300mm f/2,8 “Sapporo” e Nikkor-P.C Auto 400mm f/5,6 furono gli unici ad utilizzarlo, persino Carl Zeiss non sfruttò mai l’originale FK-50 per le sue ottiche da ripresa convenzionali); nel frattempo proprio la Nippon Kogaku era un’azienda in vertiginosa ascesa commerciale e nel continuo sviluppo del suo esteso parco obiettivi si scontrò con la necessità di utilizzare proprio vetri con tali caratteristiche per migliorare le prestazione dei tele professionali più potenti.
In questa fase entrò in campo il giovane, volonteroso e caparbio Michio Kariya, da poco assunto in azienda; dopo un primo incarico legato allo sviluppo di un vetro con trasmissione dell’infrarosso ad ampia lunghezza d’onda, a lui assegnato in quanto specializzato proprio negli specifici materiali impiegati per un materiale simile, a partire dal 1968 iniziò uno studio sistematico volto alla creazione del primo vetro a bassissima dispersione prodotto direttamente da Nippon Kogaku, cimento che, come abbiamo visto, lo ha impegnato per 5 anni.
I suoi sforzi, coronati da successo, offrirono quindi all’azienda la disponibilità del vetro ED proprietario, in seguito largamente impiegato in svariati obiettivi Nikkor, e il Nikon ED fu per anni l’unico tipo prodotto stabilmente in simili quantitativi grazie proprio ai protocolli messi a punto in quell’estenuante ricerca svolta dal 1972 al 1975.
Continua lunedì prossimo con la seconda parte.
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