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Abbiamo deciso di rendere la lettura disponibile a tutti voi come regalo per le festività che si apprestano ad arrivare e con la speranza che possano portare gioia e serenità a tutti.
Buone Festività e buona lettura a tutti da parte dalla Redazione di NOC Sensei.
Un cordiale saluto a tutti i followers di Nocsensei; com’è noto l’acronimo TTL (dall’Inglese Through The Lens, attraverso l’obiettivo) è nato per indicare la misurazione dei valori di esposizione da impostare su un apparecchio fotografico effettuata misurando la quantità di luce che passa effettivamente attraverso l’obiettivo da ripresa della fotocamera, cioè quantificando la luce che effettivamente arriva al materiale sensibile nel piano focale; questo sistema, oggi adottato dalla totalità degli apparecchi, costituiva un notevole vantaggio perché teneva automaticamente conto di variabili complesse come l’assorbimento di filtri, tubi di prolunga o soffietti e consentiva non soltanto di definire una corretta esposizione ma anche di circoscrivere l’area di lettura ad un determinato settore del campo inquadrato, permettendo la fotografo competente di effettuare misurazioni su specifiche zone del soggetto ed ottenere sempre risultati ottimali.
Nel mondo degli apparecchi a telemetro Leica il primo modello ad introdurre un sistema di misurazione del’esposizione TTL incorporato fu la celebre e discussa Leica M5 del 1971; questo articolo si prefigge lo scopo di ricostruire il lento processo di sviluppo e avvicinamento a questa soluzione che si dipanò in casa Leitz e la cui origine, come vedremo, va retrodatata nel tempo a definire un approccio se non tormentato quantomeno ben ponderato.
In questa occasione ho introdotto un’insolita rèclame pubblicitaria nipponica del modello per rendere omaggio al caro amico che ha reso possibile questa piattaforma NOCSENSEI.
Vediamo quindi come si è evoluta la misurazione esposimetrica sulle Leica a telemetro partendo dall’epoca del primo modello a baionetta, la leggendaria M3.
A quei tempi, in collaborazione con la Metrawatt di Norimberga, era stato sviluppato lo specifico accessorio Leicameter MC, una sovrastruttura con elemento sensibile al selenio privo di alimentazione esterna che veniva inserita nella slitta porta-accessori del top e si accoppiava alla ghiera dei tempi di esposizione; il dispositivo consentiva di impostare la sensibilità del film in uso e in funzione del tempo di otturazione selezionato il galvanometro mobile collegato alla cella al selenio suggeriva l’apertura di diaframma più opportuna.
Questo strumento gratificava per design e fattura ma sul piano pratico risultava ancora abbastanza primitivo, con limiti fondamentali legati alle caratteristiche intrinseche dell’elemento al selenio: scarsa sensibilità ai bassi livelli di illuminazione (per affrontare la quale era disponibile un “booster” con elementi al selenio aggiuntivi, scomodo ed ingombrante) e l’impossibilità di valutare l’area del soggetto inquadrato sulla quale il Leicameter effettuava effettivamente la lettura, imponendo in casi critici di avvicinarsi molto al soggetto (ovviamente se possibile) e di effettuare la misurazione su settori importanti ai fini dell’esposizione complessiva, un’operazione che richiedeva esperienza.
In sostanza, nonostante la serie di accessori che includeva anche un pannello traslucido dedicato al booster per la lettura in luce incidente diretta, questo esposimetro aggiuntivo era idoneo all’uso soprattutto con negativi bianconero, con i quali non è necessaria un’esposizione assolutamente critica ed eventuali errori palesi in sotto- o sovraesposizione si possono poi arginare in qualche modo stampando con carta a gradazione di contrasto più alta o più bassa, tuttavia l’ampia diffusione del materiale invertibile a colori per diapositive, molto più esigente sotto questo aspetto, rendeva le prime versioni al selenio poco indicate per ottenere risultati impeccabili.
Leitz corse quindi parzialmente ai ripari, sfruttando la tecnologia che stava sviluppando per l’esposimetro esterno della futura Leicaflex, e nel 1963 introdusse il Leicameter MR, poi arrivato anche nella versione detta MR-4 per adeguarsi alle quote meccaniche della nuova Leica M4; questo dispositivo abbandonava il selenio ed utilizzava un fotoresistore al solfuro di cadmio (CdS) alimentato da una batteria al mercurio da 1,35v; quest’ultimo garantiva una migliore curva di risposta ai bassi livelli di illuminazione e definiva finalmente un campo di misurazione preciso e paragonabile al fotogramma inquadrato da un obiettivo da 90mm (era quindi possibile “puntare” determinati settori del soggetto direttamente con l’occhio al mirino, selezionando manualmente la cornicetta da 90mm se non in uso ed azionando quindi il Leicameter per fissare la relativa posizione del galvanometro: un po’ ginnico ma fattibile), tuttavia richiedeva ancora la compensazione manuale per il fattore di assorbimento dei filtri e, in generale, non poteva bissare la funzionalità di un sistema TTL in tutte le condizioni un po’ insolite.
Nonostante queste premesse, inizialmente Leitz sembrò non accarezzare l’idea di applicare una misurazione TTL ai nuovi corpi M (de resto nemmeno la nuova Leicaflex prevedeva tale miglioria).
Infatti questo prototipo arcaico di Leica M5 evidenzia sicuramente la volontà di scrivere qualcosa di nuovo sul piano funzionale e del design (notate la scala dei tempi in una ghiera coassiale al bocchettone come su Nikkormat e Olympus OM), tuttavia per la misurazione esposimetrica non si spinge più in là di un settore al selenio applicato sul frontale; dietro queste quiete apparenze, tuttavia, qualcosa si stava muovendo e lo sviluppo di nuove soluzioni tecniche porterà al modello definitivo.
La Leica M5, introdotta, nel 1971, lasciò senza fiato i Leicisti, nel bene e nel male: questi ultimi infatti non riusciranno mai a digerire il nuovo corpo tozzo ed ingombrante, seppure asservito ad una impeccabile logica funzionale, tuttavia la nuova Leica metteva a disposizione raffinatezze tecniche che la rendevano un modello estremamente raffinato e senza eguali sul mercato.
Infatti al già straordinario e sofisticato mirino con telemetro accoppiato e cornicette di inquadratura avvicendate automaticamente al cambio dell’obiettivo si aggiungeva un sistema di collimazione esposimetrica con ago del galvanometro visibile direttamente nell’inquadratura e scale illuminate da un sistema di rinvio ottico dal bordo frontale del top, a sua volta molto sofisticato; proprio la presenza dell’ingombrante galvanometro a sinistra del mirino obbligò a riposizionare il manettino di riavvolgimento per il film sul fondello, permettendo tuttavia di offrire un design del top molto pulito.
L’estrema sofisticazione della nuova M5 non si limitava ad offrire i tempi di posa e la collimazione esposimetrica visibili del mirino ma implementava anche una vera misurazione TTL della luce, grazie ad un braccio metallico sul quale era inserito un fotoresistore al solfuro di cadmio molto sensibile; tale braccio veniva sollevato, posizionando l’elemento a CdS al centro del fotogramma per una lettura spot, e al momento dello scatto si riabbassava bruscamente liberando il campo e consentendo di acquisire la fotografia; questo elemento offriva addirittura un limite di misurazione nelle basse luci più esteso rispetto alla successiva M6 (che funzionerà grazie a fotodiodi orientati su uno spot di ossidi metallici bianchi – immagino ossido di titanio – posti al centro della prima tendina dell’otturatore), ovvero 0,06 Cd/m2 anziché 0,125 Cd/m2, e permetteva finalmente ai Leicisti di misurare l’esposizione in modo rapido ed affidabile.
In questi dettagli da una brochure d’epoca osserviamo proprio il particolare con l’estremità del braccetto mobile ed elemento al CdS e anche i particolari occhielli per cinghia della nuova M5 che vedremo poi in seguito; come curiosità, i fotoresistori al solfuro di cadmio rimpiazzarono rapidamente gli elementi al selenio grazie ai pregi già descritti, tuttavia pochi sanno che il loro sviluppo risale addirittura al tempo di guerra, perché tali dispositivi garantiscono una sensibilità estesa anche nell’infrarosso, pertanto durante il Secondo Conflitto in Germania vennero realizzati dispositivi di allerta costiera costituiti da grandi parabole nel cui fuoco era anteposto proprio un fotoresistore al solfuro di cadmio; gli infrarossi prodotti dalle macchine e dal calore generato su navi da guerra nemiche raggiungevano quindi tali parabole poste sulla costa anche a chilometri di distanza, e l’elemento al CdS investito da tale fascio riflesso e concentrato dalla parabola variava la resistività del circuito, indicando all’operatore situato in apposite cabine di controllo che una imbarcazione a motore era in avvicinamento.
La tecnologia del braccio esposimetrico mobile con fotoresistore all’estremità è quindi l’elemento chiave nell’esposimetro TTL della rivoluzionaria Leica M5, pertanto con opportune ricerche ho tracciato a ritroso la genesi di tale dispositivo, per il cui sviluppo i crediti vanno assegnati principalmente ai tecnici Peter Loseries e Peter Novak: il primo, in particolare, è praticamente sconosciuto al grande pubblico e invece negli anni ’60 e nei primi anni ’70 rivestì un ruolo fondamentale per l’azienda Leitz perché non mise solamente a punto la tecnologia del braccetto esposimetrico mobile per corpi M ma sviluppò anche il complesso otturatore con lamelle multiple a movimento verticale che verrà poi industrializzato assieme alla giapponese Copal e montato sui corpi Minolta XE1 e Leica R3 come Copal Leitz CLS shutter.
Nonostante la M5 definitiva sia arrivata solamente nel 1971, le ricerche di questi tecnici sul concetto di braccio esposimetrico mobile sul piano focale vennero avviate addirittura a inizio anni ’60, e il primo brevetto concreto venne depositato nel 1964.
Infatti il primo Settembre 1964 Loseries e Novak depositarono per conto di Leitz Wetzlar la richiesta prioritaria tedesca per questo documento che ipotizzava una fotocamera equipaggiata con un dispositivo di tal genere.
Questo primo brevetto mostra il braccio esposimetrico mobile inserito in un corpo generico e descrive anche rozzamente una soluzione meccanica per la sua movimentazione.
Lo stesso documento presenta poi 4 soluzioni meccaniche differenti per mettere il braccetto in posizione al centro del campo ripreso e rimuoverlo rapidamente al momento dello scatto; queste prime ipotesi mostrano un elemento fotosensibile molto piccolo, tuttavia tale soluzione avrebbe ridotto la sua sensibilità alle basse luci e anche offerto una lettura spot troppo stretta: quest’ultima può essere utilizzata con profitto da un fotografo smaliziato ma se il campo è troppo selettivo diviene quasi impossibile definire l’esposizione con una singola lettura, e infatti nel modello di serie del 1971 il fotoresistore CdS è molto più grande.
In rapidissima successione, il 4 Settembre 1964, Loseries e Novak presentarono quindi un secondo brevetto che introduceva un’evoluzione dell’idea originale.
In questo nuovo documento notiamo subito alcune importantissime evoluzioni: le dimensioni del braccio e quindi del fotoresistore al CdS sono adeguatamente aumentate e, soprattutto, il dispositivo è ora applicato allo schema di un classico apparecchio a telemetro Leica M, nella fattispecie una M3; il brevetto mostra anche componenti meccanici che vincolano l’abbassamento del braccetto (grazie ad una molla antagonista) sincronizzandolo con l’azionamento del pulsante di scatto ed è molto suggestivo pensare che se questo nuovo sistema fosse stato messo a punto in tempi rapidi ora magari nelle collezioni dei Leicisti troverebbe posto anche una Leica M3 – 2 con lettura TTL…
Un terzo brevetto venne richiesto in Germania il 5 Marzo 1965; gli schemi allegati sono analoghi a quelli del documento precedente in data 4 Settembre 1964, con alcune modifiche di dettaglio agli elementi meccanici che mostrano un continuo ma lento sviluppo dell’idea, forse non ancora ritenuta proprietaria da Leitz; anche questo documento è firmato da Peter Loseries e Peter Novak.
Le illustrazioni sono simili alle precedenti ma mostrano alterazioni nei cinematismi di movimentazione del braccio, dettagli che alla fine risulteranno quelli soggetti al maggiore lavoro di design e rifinitura.
Il documento mostra anche uno schema con il braccetto collassato in posizione di riposo.
Dopo questa fase le competenze ingegneristiche di Peter Loseries vennero dirottate allo sviluppo del citato otturatore con lamelle rotanti infulcrate lateralmente e a scorrimento verticale, per il quale presenterà un progetto preliminare completo già nel 1967, un dettaglio che forse ritardò ulteriormente la messa punto finale del braccetto esposimetrico per la serie.
Contestualmente il lavoro preliminare di Peter Loseries e Peter Novak venne preso in carico dai colleghi Karl Cloes e Fritz Keiner; questa nuova accoppiata di tecnici firmò per Leitz Weztlar l’ultimo brevetto relativo al braccio esposimetrico mobile prima della produzione in serie, e per tale documento la richiesta prioritaria tedesca venne depositata il 30 Settembre 1970.
Nella relativa illustrazione principale il braccio ha ormai assunto la forma tozza e squadrata che troveremo poi sulla M5 e questo specifico brevetto verte su un cinematismo sequenziale col pulsante di scatto che svincola il braccio e quest’ultimo, scendendo grazie alla trazione di una molla, a sua volta innesca l’avvio dell’otturatore.
Altro schemi allegati al documento illustrano meglio l’ulteriore perfezionamento del progetto, ormai arrivato a 6 anni dal primo brevetto.
L’ambizioso progetto di inserire la misurazione TTL nei corpi Leica M, rimasto a covare sotto la cenere per l’intera decade, prevedeva in realtà un lavoro di ben più ampio respiro perché i grandangolari più spinti presenti nel sistema a metà anni ’60, ovvero il Carl Zeiss Hologon.M 15mm 1:8, i Super-Angulon-M 21mm 1:3,4 e 21mm 1:4 e il nuovissimo Elmarit-M 28mm 1:2,8, erano tutti accomunati da elementi ottici posteriori estremamente rientranti all’interno del corpo, in misura tale da impedire il movimento e il posizionamento in assetto operativo del famoso braccetto esposimetrico mobile.
Questo dettaglio fondamentale chiamò quindi in causa il dipartimento di calcolo ottico, al quale venne richiesto di progettare nuovi schemi wide con concezione semi-retrofocus che garantissero uno spazio retrofocale maggiore, e comunque sufficiente a garantire il movimento del braccio.
A mio avviso è proprio il via libera alla progettazione dei grandangolari rivisti in tal senso a dare l’indicazione effettiva di quando Leitz Wetzlar iniziò a prendere realmente in considerazione il disegno e la produzione di corpi Leica M con esposimetro TTL, visto il dispendio di risorse necessarie al nuovo design ottico che non trovava altra giustificazione se non proprio quella.
La risposta del Dr. Walter Mandler e del suo team di collaboratori di Leitz Canada fu uno schema ottico che offriva uno spazio retrofocale pari al 65,7% della lunghezza focale, un valore che non definisce una struttura realmente retrofocus sfruttabile su una reflex (con un grandangolare del genere lo spazio richiesto dallo specchio sarebbe quasi il 130% della focale) ma avanza l’ultimo elemento a sufficienza per garantire il movimento del braccetto esposimetrico; questo schema copre 76° di campo e venne utilizzato per il Leitz Elmarit-M 28mm 1:2,8 secondo tipo, introdotto nel 1969 con lo stesso codice 11801 del predecessore e poi modificato in 11802 dopo il lifting estetico del barilotto apprezzabile in questo esemplare.
Quest’obiettivo ha un valore storico perché fu il primo e anche l’unico grandangolare riprogettato appositamente per la futura Leica M5 e le sue mutate esigenze tecniche, e il via libera al suo disegno sottolinea come Leitz Weztlar avesse finalmente deciso di concretizzare la nuova tecnologia TTL.
Affiancando i Leitz Elmarit-M 28mm 1:2,8 primo tipo del 1965 e secondo tipo del 1969 si può apprezzare immediatamente come lo schema ottico del nuovo modello preveda un arretramento delle lenti posteriori meno pronunciato rispetto al predecessore, e infatti col primo tipo 11801 del 1965 su Leica M5 era necessario fresare leggermente la baionetta d’innesto per eliminare il settore che durante il montaggio in macchina fa sollevare il braccio, onde evitare danni; personalmente ricordo benissimo come l’ esemplare di 28mm 1:2,8 11801 primo tipo che utilizzavo mi fosse arrivato già modificato in tal senso, e infatti montandolo su M5 il braccio rimaneva inerte.
Anche il confronto fra schemi ottici, scalati in proporzione e posizionati correttamente, evidenza il maggiore arretramento del primo tipo, idealmente ispirato al concetto dello Zeiss Biogon e certamente progettato senza alcuna considerazione per il ridotto spazio retrofocale disponibile, mentre il secondo schema si rifà ad un nuovo modello creato dal team di Mandler che, pur mantenendo elevate prestazioni, avanzava maggiormente tali elementi.
Il nuovo schema semi-retrofocus fa parte di un ampio e complesso brevetto che include svariate e differenti opzioni; tale documento venne firmato da Walter Mandler, Garry Edwards ed Erich Wagner, tutti di Leitz Midland, e la richiesta per questo brevetto prioritario tedesco venne depositata il 15 Giugno 1968, pertanto è plausibile che il via libera di Leitz alla relativa progettazione sia arrivato nella seconda metà del 1967; questo è quindi il momento in cui ragionevolmente il management di Letzlar decise che quei progetti sul braccetto TTL mobile non restassero solo su carta ma confluissero in una nuova e più avanzata Leica M.
La priorità di tutto il brevetto al conseguimento di un maggiore spazio retrofocale utile è sottolineato già dai claims nella pagina introduttiva.
Questo schema riassuntivo mostra la sezione ottica e i dati grezzi di calcolo ottico relativi al modello poi utilizzato nella seconda serie di Elmarit-M 28mm 1:2,8 commercializzata l’anno successivo; la presenza di una Schnittweite posteriore (S’) pari al 65,7% della focale (qui indicata convenzionalmente come 100) è chiaramente evidenziata.
Questo Elmarit-M 28mm 1:2,8 progettato nel 1968 e commercializzato nel 1969 fu quindi il compagno ideale per la nuova M5 arrivata 2 anni dopo, e al momento era l’unico grandangolare con focale inferiore a 35mm che fosse utilizzabile su quella fotocamera senza modificare la baionetta d’innesto e mantenendo una lettura TTL funzionale; in realtà nei piani aziendali probabilmente le ambizioni erano ancora superiori, visto che anche l’apprezzatissimo Super-Angulon-M da 21mm non consentiva il funzionamento del braccio e la misurazione esposimetrica; la relativa soluzione, sotto le spoglie dell’Elmarit-M 21mm 1:2,8, sarebbe arrivata solo nel 1980, 9 anni dopo l’arrivo della M5, tuttavia Walter Mandler aveva evoluto lo stesso schema che aveva esordito con l’Elmarit-M 28mm 1:2,8 secondo tipo per coprire un angolo di campo superiore, forse proprio con l’intenzione di derivare anche un 21mm con lettura TTL ben prima dell’Elmarit-M che conosciamo.
Il brevetto per questa versione dello schema con angolo di campo più spinto fu sempre firmato dal team di Midland composto da Walter Mandler, Garry Edwards ed Erich Wagner e la richiesta prioritaria per il brevetto tedesco venne depositata il 26 Aprile 1969 (notate come in entrambi i brevetti la nazione venga indicata come Kanada, SIC, e per analogia mi sovvengono documenti tecnici del progettista Carl Zeiss Dr. Erhard Glatzel dove il partner nipponico del progetto Contax RTS diventava Yashika…).
Questa pagina di testo del documento è illuminante perché nelle ultime righe viene specificamente indicato che un obiettivo con ampio spazio retrofocale come questo è idoneo proprio ad apparecchi che prevedano un elemento fotosensibile mobile fra obiettivo e piano focale della fotocamera; ciò conferma quindi che questi nuovi schemi parzialmente retrofocus e con spazio utile implementato sono stati commissionati dall’azienda e sviluppati proprio in vista dell’uso su una fotocamera con braccio esposimetrico mobile, un modello che in realtà sarebbe arrivato sul mercato solo dopo 2 o 3 anni da questi brevetti che definiscono quindi il momento storico in cui a Wetzlar fu deciso di procedere seriamente all’introduzione di tale miglioria esposimetrica.
Questi sono i dati grezzi di progetto relativi al nuovo supergrandangolare (raggi di curvatura, spessori e spazi, caratteristiche rifrattive e dispersive dei vetri ottici scelti); si può apprezzare come lo spazio retrofocale risulti ancora aumentato rispetto all’Elmarit-M 28mm 1:2,8 secondo tipo, ed è qui pari al 72,35% della lunghezza focale; questo conferma nuovamente che tale schema, se entrato in produzione, sarebbe stato relativo ad un grandangolare più spinto e di focale più corta rispetto al 28mm, pertanto tale relazione andava modificata per mantenere comunque uno spazio libero sufficiente all’azionamento del braccio mobile.
Questo è lo schema ottico previsto dal nuovo brevetto; come anticipato, tale modello non andò mai a sostituire il classico Super-Angulon 21mm 1:3,4 di origine Schneider e la misurazione TTL su Leica M5 per il grandangolare da 90° sarebbe arrivata solo con l’Elmarit-M 21mm 1:2,8 del 1980; ignoro le ragioni per cui l’azienda decise di soprassedere quando aveva in mano già un progetto ottico completo e anche realizzato con vetri non particolarmente costosi: forse ai piani alti valutarono i ridotti volumi di vendita dei 21mm e non ritennero produttivo sobbarcarsi al momento gli oneri di un modello completamente nuovo e prodotto in proprio… In seguito avremo i problemi economici dell’azienda, crisi mondiali, la complessa join.venture con Minolta da gestire, Mandler impegnato su altri fronti, e pertanto l’allineamento planetario utile per finalizzare l’operazione si sarebbe presentato solamente nel secondo lustro degli anni ’70, complice anche un obiettivo da 90° per reconoissance aerea progettato da Mandler e dal quale era facilmente derivabile un 21mm per Leica con le adeguate caratteristiche, come in effetti avvenne.
Questa illustrazione mostra in basso lo schema presente nel brevetto del 15 Giungo 1968, poi utilizzato nell’Elmarit-M 28mm 1:2,8 secondo tipo del 1969, e in alto il modello da esso derivato e proposto nel secondo brevetto del 26 Giugno 1969; come si può osservare la struttura dei vari elementi è identica e nel secondo caso le modifiche erano finalizzate ad incrementare la relativa copertura angolare.
Entrambi gli schemi erano tecnicamente in grado di consentire il movimento al braccio esposimetrico mobile, tuttavia solo il 28mm venne effettivamente prodotto.
Tornando alla destinataria di tutte queste ricerche, la Leica M5, curiosamente persino i suoi caratteristici ganci per la cinghia (poi protagonisti della variante sistematica con 2 attacchi o, più rara, con 3) furono oggetto di uno specifico brevetto, richiesto tuttavia da Wetzlar solo il 19 Gennaio 1972, quando la M5 definitiva era già stata presentata.
Le illustrazioni mostrano l’inconfondibile sagoma degli occhielli squadrati che troviamo sulla M5 e gli elementi 5, 6 e 7 sottolineano come fin da subito ci si fosse preoccupati di consentire il trasporto con apparecchio in posizione sia orizzontale che verticale, a scelta dell’utente; nelle prime serie tuttavia troveremo unicamente i 2 ganci laterali che imponevano un trasporto in verticale, e solo in un secondo tempo venne aggiunto anche il terzo, spostato però sul fianco opposto.
La serie di studi e sviluppi sul braccio esposimetrico mobile venne quindi finalizzata nel prestigioso e innovativo corpo Leica M5 del 1971, tuttavia esiste un secondo modello che fece propria tale tecnologia, ovvero la celebre fotocamera a telemetro compatta Leica CL realizzata in cooperazione con la Minolta di Osaka che ne curava anche la produzione nei propri stabilimenti.
Infatti il corpo CL, sebbene semplificato con un numero inferiore di cornicette nel mirino e base telemetrica ridotta, sfruttava a sua volta un esposimetro al CdS con esposizione manuale ed indici mobili per determinare la corretta esposizione che faceva affidamento sullo stesso tipo di braccetto mobile con elemento fotosensibile all’estremità, come chiaramente visibile in questo schema originale; per ridurre al massimo gli ingombri vetricali della CL, in effetti molto compatta, in questo caso il braccio a riposo non viene collassato nella parte inferiore del corpo ma risulta infulcrato in alto e si ribalta lateralmente, uscendo dal campo inquadrato muovendosi in direzione del pulsante di scatto.
Questa scelta è imposta anche dall’adozione di un nuovo otturatore a scorrimento verticale, anch’esso sviluppato per compattare l’apparecchio: tale dispositivo prevede infatti un rullo per avvolgere la tendina nella parte inferiore che avrebbe comunque fisicamente impedito di imitare la posizione ed il fissaggio visti sulla M5.
Quest’immagine mostra chiaramente il braccio esposimetrico della Leica CL in posizione operativa; al momento dello scatto tale elemento scende verso sinistra e libera il campo all’otturatore.
Questa è dunque la storia del primo sistema di misurazione esposimetrica TTL adottato sui corpi Leica a telemetro; tale tecnologia ha condiviso un approccio più lento e ponderato di quanto si possa immaginare, dal momento che dai primi brevetti sul braccio mobile con elemento sensibile alla fase in cui l’azienda decise di fare veramente sul serio e diede il via anche al progetto dei necessari obiettivi passarono circa 4 anni, ed altri 3 sarebbero stati necessari per vedere dal vivo la nuova meraviglia di Leitz; ironicamente la Leica M5, sebbene infarcita di novità, non venne apprezzata da un pubblico conservatore e ormai affezionato alle linee classiche dei corpi lanciati in precedenza, pertanto l’azienda dovette prodursi in un clamoroso dietro-front e tornare al passato, riproponendo la sagoma della classica e più compatta M4, ora battezzata M4-2, rinunciando tuttavia al pratico sistema di misurazione TTL con braccio mobile perché tutti i relativi hardware connessi non avrebbero trovato posto in un corpo non disegnato ad hoc.
Questo comportamento un po’ umorale dei clienti cambiò di fatto il corso dello sviluppo tecnico in questo settore, dal momento che Leitz abbandonò il principio del braccio mobile con elemento fotosensibile e per stipare nel classico corpo M, ormai iconico, un sistema del genere dovette attendere lo sviluppo degli IC e dirottare come detto su fotodiodi al silicio orientati verso uno spot riflettente bianco deposto sulla prima tendina dell’otturatore, sistema introdotto nella celeberrima M6.
In realtà il sistema adottato nella M5 funzionava egregiamente, come ho potuto sperimentare di persona utilizzandola a lungo, e in ogni caso costituisce un capitolo fondamentale nello sviluppo delle Leica a telemetro e anche uno degli elementi più caratteristici e distintivi introdotti dall’azienda in questo settore.
Un abbraccio a tutti; Marco chiude.
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