Olympus Pen F

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; questo mio contributo vuole descrivere ed omaggiare una linea di fotocamere anni ’60 che combinando design, tecnologia e idee innovative ha raggiunto vertici difficilmente replicabili e che tuttora è nel cuore degli appassionati: la serie di apparecchi 35mm mezzo formato Olympus Pen F.

La Pen F è figlia di un processo già in atto nella fotografia da svariati decenni: il progressivo miglioramento delle emulsioni fotosensibili, con grana sempre più fine e risoluzione in costante aumento, ha permesso infatti di ridurre progressivamente il formato degli apparecchi, inizialmente cospicuo e destinato alla stampa a contatto, passando a lastre e negativi sempre più piccoli (e quindi destinati ad essere ingranditi sulla copia finale), con vantaggio di dar vita a fotocamere sempre più compatte, agili e portatili; questa evoluzione sembra aver raggiunto il suo apice con la diffusione generalizzata della pellicola 35mm e del formato 24x36mm, tuttavia negli anni ’50 e ’60 il relativo volano mantenne la sua inerzia e alcuni fabbricanti, ritenendo ormai sufficienti le prestazioni dei materiali sensibili del tempo, proseguirono nel processo di miniaturizzazione dimezzando il formato 24x36mm ed approdando ad un “mezzo formato” verticale 18x24mm simile al 35mm cinematografico che raddoppiava l’autonomia del classico caricatore 135, riducendo anche radicalmente i relativi costi, e consentiva di realizzare apparecchi che sono tuttora dei piccoli gioielli.

 

 

La Olympus Kogaku K.K.K. (denominazione sociale a quel tempo) aveva già cavalcato l’onda del mezzo formato con apparecchi 35mm compatti senza eccessive pretese, inquadrati nella serie Pen, tuttavia a inizio anni ’60 il management optò per il grande salto, ipotizzando un apparecchio mezzo formato 18x24mm di tipo reflex ad obiettivo intercambiabile che per qualità, funzioni, prestazioni e freschezza tecnica non avesse nulla da invidiare alle reflex 35mm convenzionali di alta gamma: era stato gettato il seme della serie Olympus Pen F.

La Olympus Pen F venne sviluppata e rifinita nel corso del 1962 e completata a inizio 1963; il responsabile di questo progetto così sofisticato e innovativo fu il celebre Yoshihisa Maitani, a sua volta padre anche del successivo sistema OM di inizio anni ’70, e 4 brevetti chiave del corpo Pen F, come poi vedremo, vennero depositati simultaneamente il 19 Febbraio 1963, ad indicare che il grande lavoro sotterraneo di sviluppo e messa a punto era finalmente terminato e pronto per essere svelato al mondo.

Questa inserzione pubblicitaria del 1963 cristallizza proprio il passaggio di testimone fra i modelli Pen compatti a mirino galileiano e la nuova Pen F con struttura reflex ad ottiche intercambiabili, un apparecchio di squisita fattura e con ambizioni ben superiori.

 

 

La Olympus Pen F è il primo modello di una trilogia e venne prodotta dal 1963 al 1966; l’elemento connotante e a un tempo dirompente di questa piccolissima reflex è la sua capacità di dissimularne le forme caratteristiche, facendo scomparire i classici sbalzi per il box dello specchio ed il pentaprisma e stemperandoli una sagoma snella, lineare e minimale con finiture impeccabili che odora di Leica a telemetro; questa caratteristica rivoluzionaria (resa possibile da complesse e raffinate soluzioni interne che vedremo in seguito) era chiaramente l’elemento più attraente della nuova Pen F e infatti lo stesso fabbricante non mancava di sottolinearlo con malcelato compiacimento nelle prime inserzioni pubblicitarie, evidenziando proprio l’assenza dei caratteristici sbalzi.

 

 

Gli anni ’60, gravidi di entusiasmo e spirito propositivo, furono vissuti i corsa da questo ambiente e ogni azienda accelerava i tempi presentando continue novità; anche Olympus non fu da meno e appena 3 anni dopo l’arrivo della Pen F, nel 1966, quest’ultima uscì di produzione e venne sostituita dalla Pen FT, una versione radicalmente evoluta che rimarrà in produzione fino al 1972 sovrapponendosi anche al sistema OM, nell’ambito del quale veniva inizialmente proposta fra gli accessori tecnici e specialistici.

 

 

La Pen FT si differenziava per la leva di carica che armava l’apparecchio con una singola corsa (mentre nella precedente Pen F ne occorrevano 2, come nelle prime Leica M3), l’arrivo dell’autoscatto e soprattutto per l’applicazione di un sofisticato esposimetro TTL con cellula al Solfuro di Cadmio collocata in una posizione molto originale che descriveremo in dettaglio; un altro elemento distintivo è la scomparsa della grafica “F” in carattere gotico, un po’ fuori luogo, sostituita da un font più adeguato alla modernità dell’apparecchio; occorre precisare che tale modifica era già stata introdotta nelle ultime serie della precedente Pen F, pertanto esistono fotocamere di questo tipo con la “F” anteriore cubitale.

 

 

Questa inserzione pubblicitaria giapponese risale al 1966 ed è una delle prime a presentare orgogliosamente la nuova FT, ormai arrivata allo stato dell’arte per funzionalità e prestazioni.

 

 

La presenza dell’esposimetro TTL e il costante gradimento del pubblico permisero alla FT di sopravvivere oltre la fiammata delle mezzo formato, arrivando come un fossile vivente fino agli anni ’70, come testimoniato da questa ulteriore rèclame giapponese pubblicata nel 1971.

 

 

Nel frattempo, correva l’anno 1967, la Olympus pensò di affiancare alla fotocamera di punta Pen FT un modello più semplificato ed economico e che, in qualche modo, replicava le caratteristiche della Pen F originale uscita di scena l’anno precedente; questo terzo ed ultimo modello della linea è la Pen FV, un apparecchio che mantiene la leva di carica a corsa singola, l’autoscatto e la grafica aggiornata delle scritte presente nella Pen FT ma rinuncia all’esposimetro incorporato come nel caso della Pen F; la Pen FV venne prodotta dal 1967 al 1970 e l’assenza di misurazione esposimetrica interna non costituiva un limite drammatico dal momento che Olympus, fin dai tempi della prima Pen F, aveva sviluppato un  piccolo esposimetro esterno con cellula a solfuro di cadmio (CdS), alimentata dalla relativa batteria, al mercurio che si montava sul frontale accoppiandolo alla ghiera dei tempi e consentiva una precisa misurazione del valori, seppure non TTL.

 

 

Le fotocamere Olympus Pen F beneficiano di tutti gli sviluppi su finitura e trattamento dei materiali messi a punto dalla casa nella produzione di microscopi e la superiore qualità della loro fattura risulta evidente alla prima occhiata; l’estetica minimale con linee che fluiscono ininterrotte in sessant’anni non ha perso un filo del suo fascino e la scalfatura nella parte frontale del top rivendica a squarciagola un gemellaggio con le celebri telemetro tedesche dal bollino rosso, mentre la ghiera dei tempi posizionata sul frontale, una scelta imposta dalle esigenze tecniche dello speciale otturatore, a sua volta è un hommage alla prima Contax a telemetro del 1932.

Nell’immagine è possibile apprezzare la sofisticata e robusta baionetta di grande diametro con diaframma a chiusura automatica (già simile a quella successiva per reflex OM), il particolarissimo specchio reflex a corsa orizzontale (che presuppone un complesso sistema ottico di rinvio dell’immagine al mirino), la leva di carica annegata nel corpo macchina e la maschera verticale del fotogramma per il formato ridotto 18x24mm; il dorso incernierato lateralmente e il sistema di riavvolgimento con manovella telescopica erano soluzioni molto moderne per l’epoca, mentre il pulsante di scatto condivideva la fresca originalità del complesso e rinunciava alla classica sagoma circolare, trasformandosi in un elemento rettangolare allungato con una godronatura superiore che impedisce al dito di scivolare.

 

 

L’estetica understated della Pen F riduce al minimo gli elementi funzionali, tuttavia questi ultimi prevedono invariabilmente un design gradevolissimo con impeccabile lavorazione dei materiali e garantiscono anche un’ottima leggibilità dei valori, nettamente superiore agli standard del tempo; notate anche la presa per il comando flessibile applicata al particolare comando di scatto rettangolare.

 

 

 

 

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Per i nostalgici inconsolabili posso concludere con 2 considerazioni: da un lato una traccia indelebile delle mezzo-formato Pen F rimarrà per tutta la parabola del successivo corredo OM, dal momento che sul soffietto OM Auto-Bellows usato in abbinamento col duplicatore OM Slide Copier e lo speciale obiettivo OM Zuiko 1:1 Macro 80mm 1:4 è presente un ulteriore riferimento rapido per posizionare i vari elementi ottenendo un rapporto di riproduzione 1,5:1 oltre a quello standard 1:1; questa aggiunta venne concepita proprio per duplicare sul formato 24x36mm dei corpi OM i negativi e le diapositive realizzate in precedenza con la Pen F e che, stante il formato 18x24mm, richiedevano proprio un ingrandimento 1,5x; sull’altro versante, per chi apprezzi questa mezzo-formato Olympus ma non ne possieda fisicamente un esemplare, l’azienda nel 2009 ha inopinatamente diffuso un cartamodello in scala naturale della Pen F da stampare, ritagliare ed assemblare in casa fino ad ottenere una copia conforme della fotocamera, e saluto tutti voi proprio con la prima schermata di questo ultimo omaggio alla piccola-grande reflex del recente passato.

 

 

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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