Olympus OM Zuiko 35mm 1:2,8

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; procedendo nella mia rassegna sugli obiettivi Olympus OM Zuiko creati per il relativo sistema introdotto nel 1972, in questa occasione voglio parlare del leggero grandangolare 35mm 1:2,8, un modello popolare che, grazie alla focale molto apprezzata, il prezzo abbordabile e la consueta compattezza OM, ha incontrato il favore degli utenti.

 

 

L’Olympus OM Zuiko 35mm 1:2,8 è un obiettivo storicamente interessante perché il suo progetto è stato consegnato per la registrazione prioritaria giapponese il 23 Gennaio 1970, pertanto venne calcolato nel corso del 1969, quando l’azienda stava ancora valutando il prototipo MDN strutturato come una reflex medio-formato e, se escludiamo il normale Zuiko 50mm 1:1,8 già presente sulla MDN di quell’anno e poi trasferito sulla successiva M-1, si può dire che il 35mm 1:2,8 fu il primo obiettivo calcolato appositamente per il corredo Olympus M, poi OM; si tratta di un’ottica con copertura grandangolare ed apertura moderate che, grazie a tali caratteristiche poco spinte, prevedeva una notevole leggerezza e compattezza, replicando il pratica le quote del classico OM Zuiko 50mm 1:1,8, e garantiva prestazioni decisamente buone se consideriamo il suo ragionevole prezzo di listino, elementi che portarono l’azienda a produrre nel tempo oltre 300.000 esemplari di questo fortunato modello che si poneva come alternativa budget-oriented al più luminoso ed ingombrante OM Zuiko 35mm 1:2.

 

 

L’obiettivo fu presente fino dai primi vagiti del rivoluzionario M-System, e da inizio estate fino alla Photokina di Colonia del 1972 vennero prodotte alcune migliaia di esemplari di 35mm 1:2,8 per il mercato interno giapponese ancora appartenenti alla generazione “M-System”, con la corrispondente denominazione sulla ghiera anteriore, la classica estetica originale “chrome nose” e le tipiche viti di fissaggio della baionetta con testa a taglio; come già spiegato in altri articoli, dopo la fiera d’autunno del 1972 e le relative, civili rimostranze di Leitz che già prevedeva una linea di corpi M con i modelli M1, M2, M3 ed M4, l’azienda giapponese modificò il brand name in OM, e dalla primavera del 1973 venne distribuita sui mercati mondiali la versione definitiva, sempre “chrome nose” ma con denominazione “OM-System” e viti della baionetta con intaglio a croce tipo Phillips; nella fotografia si possono osservare 2 esemplari appartenenti a queste prime generazioni e la relativa denominazione “M” corretta in “OM” nel modello di serie definitivo; notate anche il particolare tappo anteriore fornito con le primissime serie di ottiche OM, simile a quello del corpo macchina e rapidamente convertito nella versione che tutti conosciamo, con scritta argentata e superficie piatta.

 

 

Questa scheda riservata ai rivenditori ufficiali illustra un modello “chrome nose” della prima ora; come si può osservare le prime serie non prevedevano un trattamento antiriflesso multistrato MC, dettaglio che, unitamente allo schema ottico a 7 lenti con 12 passaggi aria vetro, penalizzava il contrasto e la soppressione del flare in situazioni luminose critiche.

L’obiettivo appare visivamente ben proporzionato per il minuscolo corpo macchina OM e questa combinazione risulta molto bilanciata e pratica nell’uso; la scheda informativa riporta i principali pregi del modello, ovvero la focale 35mm molto popolare ed apprezzata, lo schema a 7 lenti (sofisticato per un semplice 35mm 1:2,8) che corregge il flare di coma e consente immagini molto nitide, la notevole compattezza.

 

 

L’Olympus OM Zuiko 35mm 1:2,8 prevede un angolo di campo diagonale di 63°, il diaframma automatico con iride esagonale gestibile fra 1:2,8 ed 1:16 con arresti a scatto sui valori interi e una ghiera di messa a fuoco con scale in metri e piedi (molto affastellate, in verità) che permette di spaziare fra infinito e 0,3m; la montatura anteriore è equipaggiata con un attacco filettato per filtri da 49×0,75mm mentre il paraluce, condiviso anche da altri OM Zuiko come il 50mm 1:1,4, il 50mm 1:1,8 e lo zoom 35-70mm 1:3,5-4,5, è in gomma morbida ma non collassabile per ridurne le dimensioni e il suo attacco prevede un collare da 51mm da calzare a pressione e il relativo nottolino metallico di fermo: non sono un fan di questo tipo di montature perché, utilizzando il paraluce senza attenzioni, il collare metallico a lungo andare può rovinare la finitura del barilotto.

L’attacco è ovviamente a baionetta Olympus OM e l’obiettivo misura 33mm di lunghezza per 59mm di diametro e pesa 180g; alla distanza minima di messa a fuoco il campo inquadrato è pari a 14x21cm (rapporto di riproduzione 1:5,8), sufficiente per ogni esigenza generica; da prove che ho eseguito su soggetti piani, con apertura 1:8 la nitidezza appare buona fino ai bordi anche a 0,3m, quindi l’obiettivo è effettivamente sfruttabile in tutto il suo range anche se non prevede il sistema flottante, avendo eventualmente cura di chiudere abbondantemente il diaframma.

 

 

Gli esemplari di produzione più tarda come questo non prevedono più i filetti cromati anteriori, esibendo una livrea più moderna; le prime serie mantenevano la denominazione G.Zuiko (G = schema a 7 lenti) e il passaggio all’antiriflessi multistrato MC dovrebbe essere avvenuto quando la “G” venne abbandonata assieme ai filetti cromati, mentre le ultime versioni come l’obiettivo in foto utilizzano un rivestimento multistrato di nuova generazione, chiamato internamente “NMC” (New Multi-Coating) e si riconoscono per la denominazione “35mm 1 : 2,8” anziché “1 : 2,8 f = 35mm”.

 

 

Il 35mm 1:2,8 condivide naturalmente la caratteristica e gradevole estetica degli altri OM Zuiko, connotata di dettagli e scelte che gli hanno consentito di reggere alle ingiurie del tempo facendo apparire gli obiettivi piacevoli e “moderni” ancora oggi; come anticipato, le dimensioni minimali hanno ridotto al minimo gli spazi utili, pertanto le scale delle distanze in metri e piedi appaiono sovrapposte, tuttavia ben riconoscibili grazie alla colorazione a contrasto; la ghiera dei diaframmi in posizione anteriore è una scelta caratteristica di Olympus, e se all’epoca impediva di sfruttare un periscopio ottico per visualizzare il valore impostato nel mirino, questa collocazione rende tuttavia più facile gestire la ghiera in presenza di barilotti così minuscoli.

 

 

Quest’obiettivo, se escludiamo la variabile dei filetti cromati anteriori, è sempre stato commercializzato in finitura nera, tuttavia è doveroso citare nuovamente la versione aftermarket realizzata dallo specialista indipendente OM Labor ed ottenuta revisionando esemplari reperiti in circolazione e fresando le parti metalliche fino ad ottenere questa finitura satinata lucida che può piacere o meno, a seconda del gusto personale.

 

 

Lo stringato pamphlet d’istruzioni allegato alla confezione ribadisce concetti già visti, come lo schema ottico complesso a 7 lenti che corregge il flare di coma, l’angolo di campo da 63° che permette una resa prospettica piacevole e simile a quella di un obiettivo standard, la compattezza analoga a quella del 50mm 1:1,8 e la profondità di campo superiore a quella del normale, utile in molte situazioni (concetto in realtà semplicistico perché, a parità di apertura e di campo inquadrato sul soggetto – modificando di conseguenza la distanza in funzione dell’angolo di campo per avere lo stesso ritaglio – la profondità di campo è sempre la stessa; ovviamente la profondità di campo è superiore a parità di distanza con un 50mm, ma in questo caso anche il campo inquadrato è maggiore).

 

 

Analizzando la relativa tabella allegata alla documentazione è comunque interessante notare che la distanza impostata su 5 metri costituisce un utile snapshot setting all’apertura 1;8, perché con tale valore di diaframma risultano compresi nella profondità di campo definita da un circolo confusionale di 1/30mm tutte le zone comprese fra infinito e 2,47m.

Lo schema ottico dell’Olympus OM Zuiko 35mm 1:2,8, dovendo accoppiarsi ad un apparecchio reflex 35mm, prevede naturalmente una struttura retrofocus, in grado di garantire uno spazio retrofocale superiore agli schemi simmetrici convenzionali e di consentire il movimento dello specchio reflex.

 

 

Questa nuova struttura prevede 7 elementi in 6 gruppi, con un doppietto collato posteriore di diametro molto ridotto ed elementi anteriori necessari a spostare la posizione della pupilla di uscita e generare la configurazione retrofocus; questo schema venne calcolato da Toru Fujii, personaggio di primo piano in azienda che firmò diversi obiettivi OM come i vari 28mm 1:2, 35-70mm 1:3,6, 50mm 1:1,8, 75-150mm 1;4 e 500mm 1:8 Reflex; come anticipato, la richiesta di registrazione del brevetto prioritario giapponese fu consegnata da Fujii-San il 23 Gennaio 1970, tuttavia per facilitare la comprensione utilizzerò le schermate del corrispondente brevetto statunitense, richiesto il 20 Gennaio 1971 e ratificato l’8 Agosto 1972.

 

 

Nell’intestazione del brevetto vediamo il caratteristico schema a 7 lenti e i claims preliminari, che definiscono il progetto di un obiettivo con apertura 1:2,8, angolo di campo da 63° e una distanza retrofocale che può variare fra 0,9 e 1,25 volte la lunghezza focale del sistema, rendendo quindi il nuovo grandangolare sfruttabile sui corpi reflex Olympus ai quali era destinato.

 

 

Il brevetto naturalmente riporta i parametri grezzi di progetto (raggi di curvatura, spessori sull’asse, spazi e valori rifrattivi/dispersivi dei vetri previsti) e anche l’ipotesi sullo stato di correzione delle aberrazioni con relative curve, in alcuni casi difficili da quantificare in termini assoluti perché il fondo-scala (+o- 2mm) è piuttosto abbondante e quindi i grafici non hanno una “risoluzione” apprezzabile.

Lo Zuiko 35mm 1:2,8, come molti 35mm retrofocus della sua epoca, si basa su un nocciolo base posteriore tipo Tessar a 4 lenti in 3 gruppi al quale viene aggiunto almeno un elemento divergente anteriore di grande diametro per aumentare la distanza retrofocale, tuttavia nell’architettura classica questa scelta richiede un grande spazio fra la lente negativa frontale e il resto dello schema, compromettendo la compattezza del sistema (i fotografi più stagionati ricorderanno i primi 35mm per reflex degli anni ’60, sproporzionatamente allungati e con un grande “spazio vuoto” fra la lente anteriore e il resto degli elementi); siccome per Olympus la massima compattezza era una priorità, Fujii-San ha moltiplicato gli elementi dello schema e dietro la prima lente divergente ne ha previste altre 2 convergenti di vario spessore e valore diottrico prima di arrivare al gruppo principale tipo Tessar vero e proprio; questa scelta ha complicato la struttura, richiedendo 7 elementi, ma ha consentito di ridurre il famoso spazio al minimo possibile, perseguendo le ridotte dimensioni che costituivano la priorità del progetto.

 

 

L’OM Zuiko 35mm 1:2,8 prevede dunque un gruppo ottico piuttosto sofisticato per un obiettivo dalle sue caratteristiche, sicuramente non spinte; il progettista è riuscito anche a concretizzare un obiettivo di elevate prestazioni senza utilizzare vetri speciali o particolarmente costosi, a tutto vantaggio dell’economia produttiva e del prezzo finale di listino: nella sua confezione venivano utilizzati 5 tipi di vetro (barium Crown, Dense Crown, barium Dense Flint, Light Flint e lanthanum Crown) e solamente la settima, minuscola lente è realizzata con un vetro LaK7 agli ossidi delle Terre Rare, peraltro con caratteristiche rifrattive/dispersive tutt’altro che elevate per la sua categoria.

 

 

E’ interessante notare che un’architettura dello stesso tipo venne utilizzata anche da Leitz per l’Elmarit-R 35mm 1:2,8 secondo tipo, presentato nel 1973: infatti entrambi gli obiettivi presentano una “maschera di microcontrasto” che in qualche modo li avvicina nel fingerprint di rendimento, tuttavia in casa Leitz non hanno perseguito istituzionalmente la massima compattezza e lo spazio fra l’elemento negativo anteriore e gli altri risulta più ampio; inoltre, mentre nello Zuiko la lente anteriore è quasi a filo di montatura e lascia solamente le quote strettamente necessarie per applicare un filtro, nel Leitz ultima serie è stato previsto lo spazio per un corto paraluce telescopico, e queste differenze alla fine comportano dimensioni apprezzabilmente superiori pur in presenza di una tipologia di schema ottico analoga.

 

 

E’ anche utile sottolineare che nel corredo Olympus OM esistevano 2 obiettivi Zuiko da 35mm 1:2,8, il secondo dei quali era il modello Shift, cioè decentrabile e in grado di evitare le linee verticali convergenti fotografando edifici e simili, introdotto per connotare professionalmente il corredo dopo che Nikon aveva creato questa nuova nicchia col suo PC-Nikkor 35mm degli anni ’60.

 

 

Osservando i 2 schemi ottici affiancati (non riprodotti in scala reciproca), si può osservare come nel modello Shift abbiano in pratica replicato la struttura del noto ed apprezzato OM Zuiko 24mm 1:2,8 da 84°, scalandolo fino a 35mm per ottenere un cerchio di copertura più abbondante e consentire i movimenti di decentramento; questo ingrandimento in scala ha aumentato anche la distanza retrofocale, lasciando quindi lo spazio sufficiente nella parte posteriore per inserire le guide a coda di rondine che spostano il gruppo ottico lateralmente rispetto alla baionetta di montaggio.

 

 

Il complesso schema ottico a 7 lenti dell’OM Zuiko 35mm 1:2,8 è stato calcolato per ridurre al minimo l’ingombro longitudinale, tuttavia l’elevato numero di elementi ha posto dei limiti in tal senso, pertanto l’obiettivo in termini assoluti risulta molto compatto ma, proporzionalmente, altri modelli più spinti come gli OM Zuiko 28mm 1:2,8, 24mm 1:2,8 e 21mm 1:3,5 risultano ancora più miniaturizzati rispetto alla media della concorrenza e il loro sbalzo dal corpo macchina è pari o addirittura inferiore a quello del 35mm 1:2,8.

 

 

Dal punto di vista meccanico l’OM Zuiko 35mm 1:2,8 prevede la classica struttura ben progettata e realizzata con materiali di qualità che caratterizza l’intera gamma; un classico problema ricorrente nelle prime serie di OM Zuiko sembra sia stato garantire su tutti gli esemplari la corretta centratura delle lenti (infatti molti test eseguiti all’epoca da varie riviste nazionali ed estere hanno rilevato spesso problemi di decentramento) e una revisione generalizzata del disegno base venne prevista su tutti gli esemplari anche per lo stepper che definiva gli arresti a scatto equidistanti sulla ghiera del diaframma; vediamo dunque gli schemi con i componenti aggiornati e/o sostituiti nella produzione di questo modello.

 

 

Una prima revisione piuttosto profonda riguardò il sistema di incastonatura e fissaggio delle lenti, probabilmente finalizzata a minimizzare la possibilità di produrre obiettivi con lenti montate in modo non ottimale.

 

 

Questo secondo schema mostra gli aggiornamenti allo stepper che definisce gli arresti a scatto nella ghiera del diaframma, con le posizioni che passano da fori su un disco a tacche sul bordo del medesimo.

 

 

Infine, una revisione venne prevista anche al disegno degli elicoidi per la messa a fuoco, introdotta per ragioni non chiare; in ogni caso, visto il vantaggio concretizzato dal multicoating in questo modello con molti passaggi aria-vetro e considerando le svariate migliorie introdotte nel tempo, soprattutto per quanto riguarda il montaggio delle lenti, se non si cerca specificamente un esemplare della prima ora a scopi collezionistici suggerisco caldamente di orientarsi sull’acquisto di un obiettivo appartenente alle ultime serie, e facilmente riconoscibile per la dicitura “35mm 1 : 2,8”.

Il Sistema OM iniziò ad essere distribuito sistematicamente sui mercati mondiali nel 1973 e fece subito scalpore per la compattezza generalizzata dei componenti e anche per la modernità di progetto dei suoi obiettivi, sul cui rendimento iniziarono subito a trapelare recensioni favorevoli, specialmente per la buona resa ai bordi del campo; considerando queste premesse e anche un prezzo non proibitivo che le rendeva alla portata del fotoamatore medio, le riviste del settore sottoposero quindi le ottiche OM Zuiko a svariati test, e solo per questo 35mm 1:2,8 ho potuto recuperare ben 5 prove diverse; questi test non forniscono giudizi concordanti anche perché i metodi di prova sono drasticamente differenti e le scelte tecniche di base possono penalizzare o meno un obiettivo con certe caratteristiche, e in certi casi si arriva addirittura a valutazioni antitetiche (contrasto elevato o scarso, bordi molto buoni o con degrado visibile, resa molto uniforme sul campo o meno); alcune di queste incongruenze si possono giustificare osservando come in vari casi sia stata rilevata un’asimmetria di montaggio degli elementi ottici, situazione che sicuramente pregiudica una resa ottimale, pertanto mi sento di azzardare che le prove più “opache” o con comportamenti particolari siano dovute a questo inconveniente che sicuramente era noto anche al fabbricante, viste le estese modifiche introdotte in corsa al sistema di montaggio delle lenti; vediamo dunque queste prove d’epoca.

 

 

La rivista “Fotografare” fu fra le prime a testare un primo lotto di ottiche OM Zuiko appena arrivate sui banchi di vendita, nel 1973; in questa prova, eseguita analogicamente fotografando il volto di Giuseppe Verdi su una banconota da 1.000 Lire, la redazione rilevò una ridotta curvatura di campo ed un’apprezzabile uniformità sul campo anche a diaframmi aperti, caratteristica all’epoca inusuale su obiettivi grandangolari retrofocus; curiosamente il contrasto viene definito “ottimo” nonostante si tratti di uno dei primi esemplari “chrome nose” con antiriflesso singolo, mentre furono rilevati problemi di centratura degli elementi.

 

 

La stessa testata “Fotografare”, alcuni anni dopo e con una nuova metodologia, testò nuovamente quest’obiettivo, utilizzando un più recente esemplare con antiriflesso multistrato; i nuovi diagrammi misuravano il potere risolvente su mire piane ed osservando il diagramma occorre una considerazione preliminare: i valori più elevati nella parte alta dello schema sono solamente teorici e non venivano mai avvicinati dagli obiettivi provati, e nei vari test già il valore di 56,1 l/mm veniva raggiunto dai migliori obiettivi, al centro e alle aperture migliori, pertanto i valori espressi ad 1:8 in questo test sono effettivamente eccellenti; curiosamente il contrasto del nuovo esemplare multicoated viene definito “scarso” quando la stessa rivista lo aveva considerato “ottimo” nel test precedente su un obiettivo a trattamento singolo…

 

 

A inizio anni ’80 anche la rivista “Il Fotografo” di Mondandori testò quest’obiettivo, utilizzando un metodo simile con misurazione del potere risolvente su mire piane; in questo caso i valori risolutivi sono molto elevati ed uniformi sul campo e ai vari diaframmi (in questo tipo di test il limite superiore dei migliori obiettivi provati nel corso degli anni è intorno a 80 – 85 l/mm), mentre l’unica anomalia con questo esemplare è un flesso negativo in una piccola zona sull’asse del fotogramma che, addirittura, peggiora il suo rendimento chiudendo parzialmente in diaframma: un comportamento strano che però si potrebbe giustificare con l’asimmetria di montaggio delle lenti rilevata nel corso delle prove, un problema che torna quindi nuovamente alla ribalta suggerendo come lo Zuiko 35mm 1:2,8 sia un obiettivo eccellente, a patto che riusciamo a mettere le mani su un esemplare perfettamente montato e centrato.

 

 

La rivista tedesca “Photographie” provò a sua volta lo Zuiko 35mm 1:2,8 con i suoi test che si basano sulla misurazione del trasferimento di contrasto (MTF) a 10, 20 e 40 cicli/mm di frequenza spaziale, un sistema se vogliamo più corretto perché la sola valutazione delle linee risolte non ci dice CON QUALE CONTRASTO RESIDUO siano riprodotte (possono essere ben marcate o appena leggibili, quindi a parità di potere risolvente teorico la percezione di nitidezza nelle 2 circostanze è ben diversa); in questo caso i valori misurati sono eccellenti nelle aree centrali sia a tutta apertura che ad 1:5,6, mostrando poi un progressivo ma contenuto degrado fino agli ultimi 2mm della semidiagonale da 21,6mm, oltre i quali il contrasto cala bruscamente ma in zone marginali e poco importanti per l’economia dell’immagine.

 

 

Infine, a inizio anni ’80 l’obiettivo venne provato anche dalla famosa rivista “Tutti Fotografi” di Editrice Progresso con i suoi celebri test MTF che per molti lettori, oggi possiamo dirlo, all’epoca costituivano la ragione principale per la quale acquistavano la testata, proprio per la completezza di informazioni senza precedenti che tali prove fornivano; in questo caso venne provato un obiettivo di ultima generazione, analogo al mio esemplare visto in foto nell’articolo.

L’elemento subito in evidenza è l’elevata uniformità di rendimento da centro a bordi e ai vari diaframmi: infatti solo in rarissimi casi si sono viste curve MTF medie così simili a tutti i diaframmi disponibili, differenziate come andamento tipico solo dall’effetto del diaframma su aberrazioni e diffrazione (curve dei diaframmi aperti più scarse alle basse frequenze spaziali per aberrazioni non ancora risolte dalla chiusura dell’iride, curve dei diaframmi chiusi più scarse alle alte frequenze spaziali per il progressivo effetto della diffrazione sulla risoluzione fine); anche il diagramma con la qualità in asse, zona media e bordi evidenzia ad 1:8 valori risolutivi molto elevati (solitamente un ottimo 50mm raggiungeva il valore di 60 nelle zone migliori del campo) ed uniformi, specie ai bordi del campo; anche il diagramma con l’aberrazione cromatica longitudinale misurata sull’asse denuncia un comportamento eccellente, con uno spostamento di fuoco lungo lo spettro visibile contenuto in appena 40-50 micron; il diagramma che descrive curvatura di campo ed astigmatismo (quest’ultimo evidenziato da 2 curve differenti, continua in lettura sagittale e tratteggiata in quella tangenziale) mostra ad 1:2,8 un’eccellente planeità di campo mentre ad 1:8 subentra una leggera curvatura senza tuttavia chiamare in causa un apprezzabile astigmatismo, con un focus shift sull’asse di circa 100 micron, non sufficiente per penalizzare visibilmente il rendimento.

Questo test venne eseguito assieme ai 35mm 1:2,8 Minolta MD e Canon FD new e lo Zuiko risultò chiaramente il migliore del lotto, configurandosi come un obiettivo di ottima qualità e con un’insolita uniformità di rendimento; le zone d’ombra rilevate da questa esaustiva prova furono una visibile vignettatura a tutta apertura (forse figlia di una miniaturizzazione estrema del sistema ottico, anche come diametro degli elementi esterni) e una distorsione a barilotto leggermente superiore al 2%, ancora sotto controllo ma non ridottissima per la focale.

Ritengo che questa ultima prova sia quella più attendibile alla quale fare riferimento, tuttavia voglio aggiungere anche alcune immagini che realizzai velocemente qualche settimana fa, in un breve tragitto a piedi vicino a casa per una commissione, per visualizzare il suo comportamento caratteristico ed effettivo.

 

 

Il Leit motiv delle varie immagini, realizzate alle aperture di massimo rendimento, è un apprezzabile microcontrasto e una definizione elevata ed uniforme sul campo, senza che l’astigmatismo venga ad inficiare le textures ortogonali ai bordi; come ho già scritto, il fingerprint ricorda quello del corrispondente Leitz Elmarit-R 35mm 1:2,8 col secondo schema ottico e l’obiettivo garantisce prestazioni ottiche di prim’ordine, anche a distanza ravvicinata; eventuali elementi meno positivi possono essere la distorsione non proprio invisibile su soggetti critici e l’uniformità di illuminazione ai bordi perfettibile anche con diaframma parzialmente chiuso, problemi comunque apprezzabili sono in specifiche riprese di elementi architettonici.

L’Olympus OM Zuiko 35mm 1:2,8 è stata una colonna portante del corredo ottico OM fin dalla nascita del sistema, affiancando il ben più costoso ed ingombrante Zuiko 35mm 1:2 e rappresentando una scelta sensata ed equilibrata per molti fotografi e fotoamatori che non cercassero aperture massime fantasmagoriche ma un fedele ed affidabile compagno di avventure per realizzare le proprie preziose immagini con la certezza di buoni risultati in ogni circostanza, il tutto senza svuotare il portafoglio; la proiezione garantita dall’ampio spazio retrofocale lo rende perfettamente compatibile con i moderni sensori digitali full-frame e la baionetta OM consente di adattarlo senza problemi su corpi Canon EOS reflex e a tutte le mirrorless, rendendo ancora attuale questo piccolo gioiellino da 3cm per 180g che si trova facilmente a prezzi irrisori.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

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