Olympus OM Zuiko 28mm 1:2 e 28mm 1:3,5

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; in questo secondo articolo dedicato alle alternative per costruire un corredino minimale di ottiche Olympus OM ci dedicheremo al classico grandangolare medio da 28mm, molto apprezzabile per l’equilibrio della sua dinamizzazione prospettica, inequivocabilmente wide ma ancora misurata e piacevole.

 

 

Nel corredo Olympus OM la scelta di esemplari da 28mm è piuttosto ampia, dal momento che l’Azienda, dal 1972 al 1984, ha messo a corredo tre obiettivi a focale fissa di differente apertura (1;2, 1:2,8 ed 1:3,5) ed un interessante zoom 28-48mm 1:4, compatto e dalle ottime prestazioni; il principio informatore di questa trilogia di articoli verte sulla presentazione di un modello molto luminoso e della relativa alternativa di apertura e costo inferiori, pertanto gli obiettivi protagonisti del pezzo saranno lo Zuiko 28mm 1:2 e lo Zuiko 28mm 1:3,5.

 

 

Entrambi i modelli furono disponibili fin dalla presentazione ufficiale del corredo Olympus OM, alla Photokina dell’autunno 1972, tuttavia solamente il 28mm 1:3,5 era già stato assemblato preventivamente in una preserie di circa 4.000 esemplari destinata al solo mercato giapponese, nell’estate dello stesso anno, caratterizzata dalla famosa denominazione “M System”, mentre il modello da 28mm 1:2, sebbene il suo brevetto fosse stato consegnato per la registrazione nel Gennaio 1972 e addirittura in leggero anticipo rispetto a quello del 28mm 1:3,5, venne in pratica approntato solamente per la Photokina, quindi non esiste in versione “M System” prodotta in tiratura apprezzabile e sono noti solamente una manciata di prototipi “M System” con la denominazione “Olympus M-System J.Zuiko Auto-W” che utilizzavano uno schema alternativo presente nel brevetto e che, dopo le prove pratiche, venne scartato passando ad un altro embodiment di tale documento, poi utilizzato nel 28mm 1:2 definitivo per la Photokina 1972.

L’apertura massima scalata di 1,5 f/stop viene sottolineata anche dalle evidenti differenze dimensionali, tuttavia entrambi gli esemplari sono significativamente compatti per la loro categoria, con un plauso particolare per lo Zuiko 1:3,5 che ha ingombri equivalenti a quelli di un 50mm 1:1,8 della stessa linea; a parte le ovvie peculiarità degli schemi ottici, una differenza fondamentale fra le due versioni riguarda il rivestimento antiriflesso: lo Zuiko 28mm 1:2 è sempre stato multicoated fin dall’origine, e la prima serie “chrome nose” costituisce una di quelle eccezioni in casa Olympus con obiettivi di prima generazione ma già trattati multistrato e riconoscibili per la denominazione “MC”; viceversa il popolare 28mm 1:3,5, costruito per anni in centinaia di migliaia di esemplari, non è mai stato multicoated (alcuni sostengono che sia esistita una piccola serie “MC” ma non ci sono conferme oggettive), una scelta forse imposta dalla ricerca del prezzo più abbordabile possibile in un obiettivo così richiesto e diffuso che, all’atto pratico, non ha mai comportato problemi nemmeno nei controluce difficili, come ho potuto sperimentare personalmente; dal momento che lo schema ottico e il trattamento antiriflessi non subìrono variazioni nella serie, qualsiasi esemplare di questi due obiettivi dovrebbe fornire risultati equivalenti a quello dei fratelli, quindi nell’acquisto ci si può sicuramente concentrare sulle proposte più vantaggiose senza pensare ad altro.

Nell’immagine sono affiancati un 28mm 1:2 di prima generazione, “chrome nose”, ad un 28mm 1:3,5 più tardo e con barilotto tutto nero; in realtà sia l’uno che l’altro passarono attraverso queste due configurazioni e sono disponibili sia con filetti cromati che senza.

A distanza di quasi cinquant’anni dal lancio, la livrea e l’estetica degli OM Zuiko rimane moderna e piacevole, con quel dettaglio della lunghezza focale smaltata in verde fluorescente che costituisce un inconfondibile elemento distintivo della serie; la presenza dei pulsanti per la chiusura manuale del diaframma e per lo sblocco dell’obiettivo riportati sulla flangia di montaggio all’epoca risultava molto funzionale e oggi facilita le operazioni di adattamento sui corpi moderni.

 

 

Questa pagina della relativa brochure d’epoca descrive gli obiettivi da 28mm Olympus OM Zuiko disponibili a quel tempo (il 28mm 1:2,8 arrivò più tardi); per il modello 1:2 la Casa magnifica valori di risoluzione e contrasto asseritamente superiori alle media dei modelli convenzionali, la presenza di un modulo flottante per migliorare le prestazioni a distanza ravvicinata e l’adozione di un attacco filtri da appena 49×0,75mm, analogo a quello di molti altri modelli della stessa gamma; nel caso del 28mm 1:3,5 vengono invece sottolineati la grande compattezza e leggerezza, l’elevato potere risolutivo e la buona distribuzione luminosa sul campo che lo rende idoneo anche a critiche emulsioni a colori, meno tolleranti del bianconero; come si può già osservare in questa pagina, la progettazione del 28mm 1:3,5, meno luminoso e teoricamente più semplice da calcolare, non ha portato ad uno schema ottico semplice e con pochi elementi: sono infatti presenti 7 lenti tutte spaziate ad aria e 14 superfici rifrangenti disponibili per la correzione.

Il 28mm 1:2 misura 43mm di lunghezza per 60mm di diametro e pesa 250 grammi, mentre il 28mm 1:3,5 dichiara una lunghezza di appena 31mm, un diametro di 59mm e un peso di 180 grammi; proprio l’eccellente compattezza e leggerezza dei grandangolari OM Zuiko, con particolare riferimento al 21mm 1:3,5, ne hanno fatto storicamente la prima scelta di alpinisti ed escursionisti e ancora oggi molti adattano sulle loro mirrorless uno di questi obiettivi per le lunghe passeggiate sui monti.

In entrambi i modelli il diaframma chiude fino ad 1:16 con arresto a scatto sui valori interi (con iride ad 8 lamelle del 28mm 1:2 e a 6 lamelle nel 28mm 1:3,5) e la messa a fuoco arriva fino a 0,3m, garantendo una copertura minima di 18×27 centimetri; grazie al sistema flottante lo Zuiko più luminoso è teoricamente avvantaggiato a coniugate brevi, tuttavia – come vedremo dal brevetto – anche il modello 1:3,5 è stato calcolato con una certa attenzione alle distanze medio brevi.

 

 

I due schemi affiancati (1:2 a sinistra e 1:3,5 a destra, non in reciproca scala) evidenziano un calcolo di tipo asimmetrico retrofocus, necessario per consentire a queste ottiche di focale molto corta di funzionare su un corpo reflex col relativo specchio mobile; in entrambi i casi è perfettamente riconoscibile una struttura a teleobiettivo invertito, con un obiettivo primario posteriore (le ultime 4 lenti nello schema 1:2 e le ultime 3 lenti nello schema 1:3,5) abbinate a quello che viene detto in gergo “wideangle converter” anteriore; in entrambi i casi lo schema è abbastanza sofisticato, specialmente per il modello meno luminoso, spesso risolto dai concorrenti con appena 6 lenti.

 

 

Per dovere di cronaca riporto anche l’immagine di uno dei pochissimi prototipi di 28mm 1:2 “M-System”, con il relativo schema ottico provvisorio testato nell’estate 1972 e quello definitivo utilizzato per la serie; come ho specificato in dettaglio in un altro articolo per Nocsensei dedicato ai prototipi Olympus OM Zuiko, entrambe queste versioni convivevano nello stesso brevetto e prima della presentazione mondiale del sistema alla Photokina 1972 la configurazione iniziale a 10 lenti utilizzata nel prototipo “M-System” venne scartata in favore di un’alternativa a 9 lenti, poi utilizzata per la produzione di tutti i futuri esemplari.

 

 

Entrambe le ottiche vennero provate, in tempi diversi, da una testata italiana del settore non più in edicola da circa 35 anni; questi test, pur con tutti i limiti della misurazione del potere risolvente su mire piane (non indicano con che grado di contrasto le linee siano risolte e risentono fortemente dell’assenza di planeità di campo), permettono di confrontare approssimativamente i due modelli fra loro: entrambi godono di una lusinghiera fama che si tramanda dall’epoca di produzione, comunque nell’uso pratico la superiore risolvenza ed acutanza del 28mm 1:3,5, sicuramente meno critico da concepire, risultano percettibili, e infatti i valori ottenuti a inizio anni ’80 su questo Zuiko sono ai vertici di quanto statisticamente misurato nel corso degli anni e anche insolitamente uniformi sul campo e al variare dell’apertura; il 28mm 1:2 presentò a sua volta valori molto buoni, denunciando però una sottocorrezione sull’asse che potrebbe dipendere da una scelta di progetto oppure, come personalmente sospetto, dipendere anche da un leggero decentramento di montaggio dello specifico esemplare (difetto comparso non di rado in questa serie di obiettivi OM); in ogni caso, tenendo anche conto l’eventuale effetto della curvatura di campo sulle letture (aberrazione spesso presente nei grandangolari ma meno influente scattando a soggetti tridimensionali o a grande distanza), aggiungo questi diagrammi solo per completezza di informazione statistica, rimandando le eventuali valutazioni all’uso pratico nel real world.

 

 

Passiamo dunque ad analizzare in dettaglio il modello luminoso; all’epoca lo Zuiko 28mm 1:2 era un obiettivo di prestigio e con pochi concorrenti sul mercato, fra i quali il più famoso era il Nikkor 28mm 1:2, anch’esso lanciato da poco; lo Zuiko poteva confrontarsi alla pari con questo target perché prevedeva anch’esso un moderno antiriflesso multistrato e il sofisticato sistema di elementi flottanti a brevi distanze, anch’esso utilizzato da poco su alcuni obiettivi Nikon e Canon FD; l’estetica di questi OM Zuiko era fin da subito monda di retaggi classici ma ormai obsoleti come ghiere con sbalzi metallici godronati e parti satinate cromo.

 

 

Questa scheda dello Zuiko 28mm 1:2 proviene da un catalogo illustrato riservato ai rivenditori autorizzati dell’epoca, e fra le caratteristiche favorevoli da sottolineare ai clienti riporta la grande apertura massima, la compattezza con uso di comuni filtri da 49mm, il rivestimento antiriflessi multistrato e la presenza del sistema flottante, tutti argomenti sicuramente validi.

 

 

Il retro della scheda illustra l’obiettivo con utili didascalie che descrivono i principali elementi della struttura e riporta anche la sezione con schema ottico e la tabella con i valori di profondità di campo alle varie aperture e distanze indicate sul barilotto.

 

 

L’esploso meccanico a disposizione dei laboratori di assistenza ufficiali mette in chiara evidenza la raffinatezza e complessità della costruzione e dimostra come questi OM Zuiko, sebbene piccoli e compatti, fossero in realtà progettati e costruiti senza badare a spese; nel caso di questo specifico modello la Casa introdusse nel tempo varie migliorie meccaniche, volte a perfezionare elementi che avevano creato problemi nell’uso pratico o a semplificare la costruzione.

 

 

Un elemento che risulta modificato in corsa non solo in questo 28mm 1:2 ma in altri OM Zuiko riguarda il comando del diaframma e soprattutto lo stepper che gestisce e spaziature a scatto, come descritto in questa scheda.

 

 

Altri dettagli modificati nella serie riguardano l’elicoide di messa a fuoco (a sua volta più complesso rispetto alla norma per la presenza del sistema flottante) e il complicato sistema di incastonatura delle lenti; si tratta quindi di un obiettivo sul quale la Casa ha lavorato molto durante gli anni di produzione.

L’Olympus OM Zuiko 28mm 1:2 venne calcolato da Toru Fujii e la richiesta per il brevetto prioritario giapponese venne depositata il 26 Gennaio 1972.

 

 

Il modello di produzione, scelto fra alcune varianti descritte nel brevetto, prevede un complesso schema a 9 lenti in 8 gruppi, con un doppietto collato davanti al diaframma; sebbene dalla grafica sembri che le superfici contigue degli elementi L4 ed L5 siano piatte, con raggio infinito, in realtà la superficie anteriore di L5 presenta una convessità infinitesimale, con raggio di curvatura pari a circa 32 volte la lunghezza focale dell’obiettivo (approssimativamente 900mm), un valore non facile da replicare nelle fasi di molatura.

Lo schema sfrutta una profusione di vetri pregiati, con 5 lenti in vetri agli ossidi delle Terre Rare con alta rifrazione e bassa dispersione a 3 elementi ricavati in vetro a base di fluoruri e metafosfati e caratterizzato da una dispersione molto ridotta; questi ultimi erano forniti dalla vetreria nipponica Ohara mentre gli altri provenivano dal classico partner di Olympus, ovvero la vetreria Sumita.

 

 

Lo Zuiko 28mm 1:2 utilizza quindi tre vetri lanthanum Crown (tipo LaKN2 in L1 ed LaK14 in L8 ed L9), un lanthanum Flint (tipo LAFN11 in L4), un lanthanum Dense Flint (tipo LaSFn16 in L5), tre Phosphate Crown (tipo PK1 in L2, L3 ed L4) ed un Dense Flint (tipo SF14 in L7); la sequenza di tre vetri PK1 nella parte anteriore (in colore arancio nella grafica) doveva contrastare l’insorgenza di aberrazione cromatica, in sinergia con la dispersione contenuta garantita dagli altri 5 elementi agli ossidi delle Terre Rare.

Si tratta di uno schema sofisticato e moderno che, per ottimizzare la correzione, segue la filosofia progettuale di far esordire la struttura con una lente convergente anziché affidarsi ad una divergente; va naturalmente un plauso a Toru Fujii per aver fatto convivere tutto questo in una struttura eccezionalmente compatta.

 

 

Anche in questo caso occorre annotare la presenza sul mercato della versione OM Labor, realizzata attualmente dall’azienda tedesca smontando esemplari recuperati sul mercato, revisionandoli ed eliminando l’anodizzazione nera originale in favore di una finitura satinata lucida; anche col 28mm 1:2 valgono le considerazioni espresse al riguardo nell’articolo dedicato agli OM Zuiko 55mm 1:1,2 e 50mm 1:1,8, mentre non sono a conoscenza di analoghe trasformazioni dedicate allo Zuiko 28mm 1:3,5, forse troppo economico sul mercato per giustificare i costi di tale trasformazione.

 

 

L’OM Zuiko 28mm 1:3,5, al momento del lancio e in assenza del modello intermedio 28mm 1:2,8 creato solo 7 anni dopo, si differenziava nettamente dal luminoso Zuiko 28mm 1:2 per dimensioni, apertura massima e prezzo; a quei tempi l’apertura 1:3,5 per un 28mm era assolutamente accettabile (ricordiamo il grande successo che arrideva all’epoca al Nikkor-H Auto 28mm 1:3,5), tuttavia in virtù di questa scelta conservativa l’obiettivo garantiva in cambio dimensioni eccezionalmente contenute e una grintosa resa ottica; come anticipato, questo modello venne prodotto interamente con antiriflessi semplice, tuttavia il suo comportamento nel controluce risulta parimenti soddisfacente; in realtà una nutrita schiera di ottiche OM Zuiko della prima generazione approdarono al multicoating nel Dicembre 1981, tuttavia dopo l’introduzione del 28mm 1:2,8 lo Zuiko 28mm 1:3,5 fu messo su un binario morto e non venne più ufficialmente citato a partire dall’inizio dello stesso anno, quindi è probabile che sia uscito silenziosamente di produzione prima che la casa decidesse questo estensivo upgrading al trattamento multistrato pianificato per la fine dello stesso anno.

L’esemplare illustrato è relativo ad una produzione tarda e presenta la livrea completamente nera, al contrario delle prime serie che erano “chrome nose” con i relativi filetti cromati anteriori.

 

 

I circa 4.000 esemplari assemblati nell’estate 1972 con denominazione “M” System” appaiono esteticamente identici a quelli della prima serie e possiamo distinguerli solo per la corrispondente denominazione nella ghiera anteriore e per il fissaggio della baionetta posteriore con viti piane.

E’ necessario ricordare che la Casa aveva già commercializzato nel 1971 un G.Zuiko Auto-W 28mm 1:3,5 in attacco a vite 42x1mm dedicato alla Olympus FTL, tuttavia sembra che tale obiettivo fosse effettivamente sviluppato e prodotto da terze parti, forse Miranda / Soligor, nel tentativo di “restare sul mercato” con un prodotto che non impegnasse le risorse totalmente assorbite a concretizzare il corredo OM, nell’attesa del suo esordio.

 

 

La scheda destinata ai rivenditori ufficiali mostra un esemplare “chrome nose” e, fra i selling points per il cliente, indica il grande successo della focale 28mm fra i fotografi, peso e dimensioni ridottissimi e l’uniformità di illuminazione sul campo che lo rende sfruttabile anche con le emulsioni a colore più critiche.

 

 

Anche in questo caso il retro della scheda mostra immagini didascalizzate dell’obiettivo, lo schema ottico e le tabelle della profondità di campo.

 

 

Nel relativo esploso meccanico ho evidenziato in rosso un elemento critico del suo assemblaggio, costituito dalle tre piccole lenti posteriori fra le quali veniva anche anteposto il diaframma: si tratta di una realizzazione complessa, anche considerando che si trovava molto arretrata, in pratica già all’altezza della baionetta posteriore di montaggio, nella quale la prima lente era sospesa a sbalzo anteriormente e la seconda, per provvedere alla corretta spaziatura rispetto alla terza, veniva preventivamente incapsulata in una ghiera metallica che fingeva da distanziale ed era quindi inserita nel barilotto; in colore verde sono invece evidenziati gli unici componenti che risultano modificati nel corso della produzione.

 

 

Anche in questo caso i componenti modificati riguardano lo stepper del diaframma che consentiva gli arresti a scatto della relativa ghiera.

 

 

L’Olympus OM Zuiko 28mm 1:3,5 venne calcolato da Nobuo Yamashita e la richiesta di brevetto prioritario giapponese fu depositata il 4 Febbraio 1972, solo 9 giorni dopo l’analoga richiesta di Toru Fujii per il brevetto dell’OM Zuiko 28mm 1:2; infatti, mentre il team di Yoshihisa Maitani passò anni a mettere a punto la OM-1 e il relativo sistema di accessori, fino all’arrivo della nuova decade non sono reperibili brevetti Olympus legati ad obiettivi per OM e l’intera gamma di ottiche presentata alla Photokina 1972, già piuttosto completa, venne effettivamente disegnata a spron battuto in un intervallo temporale estremamente ristretto, in pratica nel 1971 e all’inizio del 1972, con alcuni progettisti sottoposti ad un estenuante tour de force per calcolare vari obiettivi in rapida successione, senza un attimo di tregua e in tempi ristretti.

Lo schema retrofocus a teleobiettivo invertito del 28mm 1:3,5 utilizza 7 elementi in 7 gruppi ed è stato disegnato per minimizzare lo spazio fra gli elementi anteriori e il resto dello schema, ottenendo così un obiettivo particolarmente compatto; il brevetto prevede 3 modelli con differenze di dettaglio e quello utilizzato per la produzione è l’ultimo.

Il brevetto riporta una doppia serie di diagrammi per le aberrazioni, uno relativo alla configurazione di infinito e l’altro con messa a fuoco al rapporto di riproduzione 1:40, corrispondente ad un campo inquadrato di 96x144cm; la ridotta fluttuazione dei valori dovrebbe indicare l’attitudine dello schema a compensare ragionevoli variazioni di tiraggio senza compromettere le prestazioni, nonostante l’assenza di un sistema flottante; lo schema utilizza tre vetri agli ossidi delle Terre Rare del tipo lanthanum Crown.

 

 

La struttura dello Zuiko 28mm 1:3,5 si avvale quindi dei citati elementi lanthanum Crown (tipo LaK12 in L4 ed LaK8 in L5 ed L7), con l’aggiunta di due Flint al bario (tipo BaF1 in L1 e una versione obsoleta imprecisata in L3), un Dense Crown (tipo SK16 in L2) e un Dense Flint ad alta rifrazione ed alta dispersione (tipo SF13 in L6).

Entrambi i 28mm presentano quindi uno schema ricercato e sono in grado di produrre risultati di rilievo; per la scelta fra le due versioni, anche in questo caso, occorre considerare la destinazione d’uso: chi voglia operare spesso in condizioni di luce critica, creando immagini di atmosfera con available light e anche scattando spesso a distanze minime, magari sfruttando anche la grande apertura per creare un netto stacco fra piano di fuoco e sfondo ed avvalendosi dei vantaggi del sistema flottante, punterà preferibilmente sul più luminoso 28mm 1:2; chi invece progetti di realizzare immagini di paesaggio o urbane con diaframma bel chiuso, cercando brillantezza ed incisione, senso metafisico di “tutto a fuoco” e anche un fido compagno da portare sempre con sé sfruttando le sue ridottissime dimensioni troverà un’ottima scelta nel 28mm 1:3,5, un obiettivo oggi così abbordabile da poterlo utilizzare anche in condizioni potenzialmente rischiose, eventualmente mettendo in conto senza patemi il rimpiazzo del pezzo irrimediabilmente danneggiato.

La qualità dei grandangolari Olympus OM divenne rapidamente famosa, specialmente per la resa ai bordi, spesso sovracorretta rispetto ad altre zone del campo e insolitamente elevata; alcuni esperti hanno addirittura paragonato la qualità ottica di grandangolari come lo Zuiko 28mm 1:3,5 a quella di analoghi 28mm Leitz, ritenendola sullo stesso piano… Senza lanciarmi in considerazioni così clamorose vorrei tuttavia concludere allegando alcune istantanee che ho realizzato personalmente con l’OM Zuiko 28mm 1:3,5 che compare in foto in questo articolo, montandolo su corpo Sony di generazione A7 e scattando ad apertura 8-11: il rendimento è in effetti molto soddisfacente, con una curvatura di campo che porta a fuoco su un piano più ravvicinato gli angoli e contribuisce quindi al senso di nitidezza del primo piano; sicuramente il value for money di questi grandangolari OM è eccellente e possono fornire soddisfazioni anche a chi è abituato ad interagire con mostri sacri dell’ottica.

 

 

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

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