Olympus OM Zuiko 250mm 1:2

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; in un precedente articolo ho introdotto il luminosissimo teleobiettivo Olympus OM Zuiko 180mm 1:2 destinato al sistema reflex 35mm OM (1972-2002), anticipando che tale modello apparteneva ad una triade di tele estremamente luminosi, con vetri speciali e sofisticata messa a fuoco interna, resi disponibili da Olympus nel 1983.

 

 

 

Questi sofisticati obiettivi sono gli OM Zuiko Auto-T 180mm 1:2, 250mm 1:2 e 350mm 1:2,8, e nel pezzo odierno desidero parlarvi del secondo modello, qui evidenziato nella foto di gruppo; all’epoca questo 250mm 1:2 si impossessò del record di luminosità per tale focale, e sebbene in seguito siano comparsi teleobiettivi con rapporto focale/apertura ancora più spinto, come il Nikon Nikkor AiS 300mm 1:2 IF-ED o il Canon EF 300mm 1:1,8 PE per apparecchiature da fotofinish alle corse dei cavalli, nel campo dei 250mm questo Zuiko di 40 anni fa risulta tuttora imbattuto e presenta raffinatezze tecniche molto interessanti.

 

 

Questo stralcio di brochure pubblicata ai tempi delle Olympus OM-3Ti e OM-4Ti (e già condivisa nel pezzo sul 180mm 1:2) definisce le caratteristiche principali dei 3 “cannoni” OM di inizio anni ’80; come si può osservare il 250mm 1:2 protagonista di giornata adottava uno schema a 12 lenti in 9 gruppi (ma in realtà il dodicesimo elemento è costituito dal filtro posteriore a cassetto), consentiva aperture di diaframma da 1:2 ad 1:22 e metteva a fuoco fino ad appena 2,2 metri, con un campo inquadrato minimo da 17x25cm.

L’eccezionale apertura comportava naturalmente dimensioni e pesi rilevanti, con una lunghezza di 246mm, un diametro massimo di 142mm (corrispondente ai settori gommati del paraluce anteriore telescopico) e un peso di 3.900g; questi valori in realtà sono addirittura favorevoli considerando focale e luminosità ma, naturalmente, definiscono un brusco cambio di rotta dalla caratteristica e famosa miniaturizzazione che caratterizzava la linea OM Zuiko,

La messa a fuoco eccezionalmente ravvicinata costituisce in effetti uno degli elementi principali del progetto di questo schema ottico e, come vedremo, le ipotesi iniziali erano addirittura ancora più ambiziose, mentre il diametro utile della montatura frontale nell’intorno dei 125mm ha saggiamente suggerito di abbandonare il normale filtro anteriore a vite previsto nell’OM Zuiko 180mm 1:2 e di dirottare su una versione da 46mm inserita in un cassetto estraibile posteriore, una soluzione analoga a quella già proposta dai concorrenti di riferimento Canon e Nikon.

 

 

Per questo voluminoso e pesante teleobiettivo era fornita a corredo una valigetta di trasporto metallica sostanzialmente identica a quella abbinata al fratello maggiore da 350mm 1:2,8, e infatti esternamente le differenze si limitavano ad una piastrina identificativa posta in un angolo del coperchio e caratterizzata dai dati principali dell’ottica presente al suo interno.

 

 

Dentro la valigetta il 250mm 1:2 era riposto in questo modo e nell’immagine si può apprezzare il tappo-cappuccio in similpelle che proteggeva simultaneamente la lente anteriore e la “testa” dell’ottica col paraluce telescopico, una soluzione a sua volta mutuata da analoghi modelli Canon e Nikon, scegliendo però la chiusura lampo per aprire e rimuovere tale accessorio.

 

 

L’OM Zuiko 250mm 1:2 si presenta con la caratteristica stazza e l’aspetto intimidatorio dei tele superluminosi, con la sezione anteriore vistosamente strombata verso l’esterno per contenere le lenti di grande diametro; quest’ultima porzione accoglie per tutta la sua lunghezza un ampio paraluce telescopico sul quale sono riportati i dati identificativi del modello e 2 settori gommati, uno provvisto di elementi a sbalzo con la funzione di presa di forza e l’altro, frontale, che protegge l’obiettivo da danni accidentali quando viene appoggiato verticalmente su una superficie.

Questa serie di supertele luminosi OM del 1983 condivide l’insolita caratteristica di prevedere per la lente frontale un vetro ED a bassissima dispersione con caratteristiche meccaniche ed igroscopiche decisamente più critiche rispetto ai materiali convenzionali, e infatti la totalità dei concorrenti in situazioni analoghe prevede come protezione un filtro neutro anteriore montato in posizione fissa (l’unica eccezione che ora ricordo è il Nikkor AiS 180mm 1:2,8 ED); è quindi necessario ricordarsi di tale dettaglio e lo stesso fabbricante faceva presente la situazione, raccomandando attenzione per preservare tale delicato elemento; in ogni caso l’omissione della lastra protettiva è una scelta quantomeno insolita in un obiettivo di estrazione prettamente professionale e probabilmente destinato ad un impiego anche rude.

L’obiettivo prevede una ghiera di messa a fuoco rivestita con un settore gommato molto ampio, e grazie al funzionamento estremamente morbido garantito dalla messa a fuoco interna, con movimento azionato da camme e asole, l’operazione si svolgeva in modo rapido e facile, sebbene solo alcuni anni dopo la diffusione dell’autofocus rendesse questo modello molto meno appetibile; la doppia scala in metri e piedi è smaltata rispettivamente in nero e arancio e nonostante la batteria di vetri a dispersione bassissima e/o anomala è comunque presente un riferimento per la correzione di fuoco all’infrarosso, corrispondente all’iperfocale di profondità di campo all’apertura 1:11, ad indicare come l’apocromaticità assoluta non fosse ancora garantita.

 

 

La vista di profilo evidenzia l’ampio collare di fissaggio al treppiedi, con nottolino di sblocco che consentiva la rotazione del sistema per inquadrature verticali e una coppia di robusti attacchi per la cinghia di trasporto, una scelta intelligente che sollevava il piccolo corpo OM dall’ingrato compito di sostenere con la sua baionetta 4kg di materiale; l’ampia staffa di appoggio prevede vari fori di attacco per calibrare il baricentro con corpi macchina muniti o meno di motore e il settore gommato antiscivolo nella parte superiore si rendeva utile quando il fotografo trasportava l’obiettivo a testa in giù, tenendolo con una mano per tale staffa come se fosse una maniglia.

Nell’immagine si può anche apprezzare il cassetto ad inserimento per il filtro posteriore, munito di nottolino godronato per la rimozione; per questo elemento la Olympus aveva previsto speciali filtri a 46mm di diametro e vetro più sottile rispetto alla norma, commercializzati come accessori e ben distinti da quelli tradizionali.

La ridotta distanza fra la staffa e il barilotto principale consentiva eventualmente di sostenere a mano libera l’obiettivo appoggiandola sul palmo e focheggiando in punta di dita, naturalmente potendo contare su una complessione adeguatamente atletica o forse, meglio, aiutandosi con un monopiede.

 

 

Nella parte posteriore troviamo la ghiera del diaframma in posizione anomala (in tutti gli OM Zuiko tradizionali è frontale) e la classica baionetta OM, in questo caso con attacco al barilotto predisposto per sforzi superiori alla norma; nell’immagine si può apprezzare meglio la foggia del cassetto portafiltri e del relativo nottolino, il cui design è di chiara ispirazione Nikon.

Veniamo ora ai segreti della sua progettazione; considerando che i 3 tele luminosi da 180mm 1:2, 250mm 1:2 e 350mm 1:2,8 sono stati presentati simultaneamente, sarebbe ragionevole ipotizzare che siano stati calcolati dallo stesso soggetto/team, viceversa il 180mm 1:2 venne progettato da Masaki Imaizumi (brevetto consegnato il 24 Dicembre 1982), il 250mm 1:2 da Shinichi Mihara (brevetto consegnato il 24 Agosto 1982) e il 350mm 1:2,8 da Hiroshi Takase (brevetto consegnato il 21 Luglio 1981); il nostro OM Zuiko Auto-T 250mm 1:2 fu quindi il secondo ad essere concepito e dal suo particolare schema con messa a fuoco interna e flottaggi multipli deriverà in maniera abbastanza diretta anche il successivo 180mm 1:2, mentre il 350mm 1:2,8 definito l’anno prima prevede uno schema simile ma più semplice e fa un po’ storia a sé.

 

 

Questa pagina costituisce l’intestazione del brevetto prioritario giapponese dell’OM Zuiko 250mm 1:2, depositato da Shinichi Mihara il 24 Agosto 1982; condividerò a seguire alcuni stralci di questo specifico brevetto perché costituisce una testimonianza storica, introducendo quindi in seguito il corrispondente documento statunitense, sicuramente più comprensibile.

 

 

Il complesso schema ottico a 11 lenti in 8 gruppi più filtro posteriore è idealmente suddiviso in 3 moduli con sistema flottante per la messa a fuoco interna; i diagrammi che preconizzano il comportamento riguardo ad aberrazione sferica, curvatura di campo/astigmatismo, distorsione, aberrazione cromatica e coma prevedono valori ottimi, come si conviene ad un obiettivo professionale di questo lignaggio.

 

 

La tabella originale dei dati grezzi di progetto riporta i vari parametri geometrici dello schema e le caratteristiche ottiche dei vetri; questi dati li discuteremo in seguito sfruttando il corrispondente schema statunitense.

 

 

Il documento U.S.A., con regolare citazione del brevetto prioritario giapponese dell’Agosto 1982, venne richiesto il 17 Agosto 1983; questa prima pagina conferma Shinichi MIhara nel ruolo di progettista e Olympus Optical Co., Ltd. quale azienda di riferimento; questo documento è formalmente analogo a quello giapponese ma nella sezione del “preferred embodiment” qui visibile sono stati aggiunti in grafica i movimenti del flottaggio delegato alla messa a fuoco interna, e come si può osservare nelle intenzioni originali (e vedremo poi il perché) erano previsti addirittura 3 moduli mobili che si spostavano in modo indipendente uno dall’altro, una soluzione sicuramente molto più sofisticata rispetto ad obiettivi analoghi di Nippon Kogaku nei quali il modulo flottante interno era singolo.

 

 

Lo schema ingrandito presente in una pagina successiva permette infatti di apprezzare come i 2 doppietti cementati centrali prevedano un arretramento con corsa differenziata, in modo da modificare lo spazio d’aria interposto fra essi (d11), mentre simultaneamente il modulo posteriore avanza, andando letteralmente incontro agli altri.

 

 

La ragione di questo sofisticatissimo flottaggio triplo legato alla messa a fuoco interna sta nel fatto che Olympus, per questi nuovi teleobiettivi IF superluminosi, aveva inizialmente previsto una fruibilità a distanza estremamente ravvicinata che, di fatto, avrebbe dato vita ad autentici supertele macro; infatti, nel caso del 250mm 1:2, il brevetto originale contempla movimenti delle lenti che consentivano di scendere addirittura ad un solo metro dal soggetto (precisamente 1,03m), un valore davvero inusitato per un 250mm che aveva imposto, appunto, questo complesso flottaggio multiplo per tenere sotto controllo le aberrazioni.

Questo schema mostra infatti lo stato di correzione previsto per le varie aberrazioni a 3 differenti distanze di messa a fuoco: infinito, 3,05 metri e 1,03 metri; alla coniugata più ravvicinata si osserva un peggioramento per aberrazione sferica e coma, tuttavia si tratta di un comportamento molto omogeneo per un’escursione così ampia.

 

 

Per quanto riguarda i dati grezzi di progetto, i parametri rifrattivi e dispersivi delle 4 enormi lenti anteriori mostrano la presenza di 2 lenti in vetro ED a bassissima dispersione e altri vetri Special Short Flint e Phosphate Dense Crown a dispersione anomala per una messa a punto più efficiente dell’aberrazione cromatica (classico problema con le lunghe focali), tuttavia nello schema è interessante osservare la serie di dati presenti in calce e che definiscono lo spazio fra i vari moduli flottanti alle distanze prima citate (infinito, 3,05m, 1,03m); la tripla serie di parametri e i valori dichiarati mostrano come il modello previsto nel brevetto preveda effettivamente 3 gruppi flottanti, mobili e indipendenti.

 

 

Il testo del brevetto dichiara l’intenzione di creare un teleobiettivo ad alte prestazioni con grande apertura relativa e correzione dell’aberrazione cromatica, un proposito finalizzato con l’uso di vetri speciali a bassa dispersione e l’adozione di un sistema di messa a fuoco con moduli flottanti.

Il brevetto si sofferma poi ad indicare le specifiche caratteristiche dei vari vetri a dispersione anomala necessarie per finalizzare la correzione desiderata, tuttavia questa tecnologia era già ampiamente nota e collaudata in vari teleobiettivi della concorrenza, mentre a mio parere il vero punto di forza di questo progetto consiste nello sdoppiamento degli elementi flottanti per ottenere una resa superiore alle minime distanze.

 

 

Osservando lo schema ottico dei 3 supertele luminosi Olympus OM del 1983, e considerando che in ordine di progettazione procedono da destra a sinistra, possiamo osservare nel primo 350mm 1:2,8 uno schema tutto sommato analogo a quello disegnato nel 1974 da Soichi Nakamura per Nippon Kogaku e poi utilizzato, ad esempio, nel Nikkor Ai 300mm 1:2,8 IF ED del 1977; in questo caso il passo avanti introdotto da Olympus consiste proprio nel flottaggio multiplo di 3 moduli differenziati (evidenziato in grafica dalle frecce), mentre nel Nikkor il flottaggio è singolo.

Passando al 250mm 1:2, lo schema diviene molto più complesso perché nel gruppo anteriore la terza lente del 350mm 1:2,8 realizzata con un semplice Dense Flint è sostituita da 2 lenti distinte in vetri Special Short Flint e Phosphate Dense Crown a dispersione anomala, il gruppo flottante centrale passa a 4 lenti con 2 doppietti cementati e, infine, il modulo posteriore acquisisce un’ulteriore lente singola, arrivando ad 11 elementi contro gli 8 impiegati nel 350mm 1:2,8; anche nel caso del 250mm 1:2 il progetto originale contempla un flottaggio triplo, evidenziato dalle frecce.

Infine, il 180mm 1:2 eredita schema e concezione dal 250mm 1:2 completato 4 mesi prima, e la riduzione di focale a parità di apertura ha reso meno estremo il progetto, consentendo di eliminare una lente nel primo doppietto centrale (il totale quindi abbiamo 10 elementi) e di sopprimere anche il terzo flottaggio, rendendo fisso il modulo posteriore.

 

 

In questo ulteriore schema ho esemplificato meglio i flottaggi previsti dal brevetto originale del 250mm 1:2 per passare da infinito ad una distanza minima di 1,03m; nelle sezioni sono indicati come G1, G2 e G3 i gruppi mobili flottanti e come S1, S2 ed S3 i relativi spazi che li dividono; nello schema ho anche inserito i valori numerici di tali distanze come indicati nel brevetto.

Passando da infinito a 1,03m, G1 e G2 arretrano e infatti lo spazio S1 passa da 12,622 a 15,709, tuttavia contestualmente G2 compie una corsa leggermente superiore a G1, quindi il loro spazio interposto S2 passa da 4,991 a 6,434; nel frattempo il gruppo G3 è avanzato verso gli altri 2 moduli, e il reciproco avvicinamento ha ridotto lo spazio S3 da 17,684 a 11,915.

Questi sono quindi i 3 flottaggi indipendenti che portano alla configurazione finale da 1,03 metri.

In realtà, prima di definire l’obiettivo per la produzione, fu deciso che una messa a fuoco così ravvicinata forse non era necessaria al pubblico professionale per i servizi che solitamente realizzava sfruttando ottiche del genere, e considerando anche la complessità intrinseca dello schema e i costi legati alla sofisticata meccanica necessaria al triplo flottaggio fu deciso di limitare l’escursione di fuoco a 2,2m (comunque un valore ancora eccezionalmente favorevole).

 

 

Questa limitazione nella corsa della messa a fuoco, conti alla mano, poteva produrre una buona resa alle distanze minime anche sfruttando solamente il flottaggio doppio dei 2 doppietti centrali, senza chiamare in causa anche il modulo posteriore, e in effetti nel modello di serie questo terzo movimento non è stato previsto; infatti nella sezione si notano le ultime 3 lenti in montatura fissa, senza il telaio di supporto supplementare collegato al cannotto con asole e camme previsto nei doppietti centrali, e anche la posizione del diaframma, davanti al modulo posteriore e subito prima della posizione in cui l’apertura nel barilotto si allarga per consentire la corsa dei moduli centrali, non avrebbe consentito la corsa completa prevista per il gruppo posteriore ma i 2 elementi sarebbero arrivati all’impatto, richiedendo un posizionamento differente per l’iride.

La decisione di rinunciare ad una messa a fuoco da vero obiettivo macro ha quindi comportato questa importante semplificazione nel modello di serie, il cui prezzo fissato era identico a quello del 350mm 1:2,8, probabilmente bilanciando lo schema più complesso e con più lenti del 250mm con la meccanica più sofisticata e con 3 flottaggi del 350mm.

 

 

Osservando i vetri ottici impiegati nel 250mm 1:2, troviamo ben 8 differenti tipologie, fra le quali il tipo ED a bassissima dispersione e le versioni FK, KZFS, ZKNF e PSK a dispersione anomala sono stati scelti per ottimizzare l’aberrazione cromatica; questi materiali erano forniti dalla vetreria nipponica Ohara e proprio la necessita di un fine-tuning sofisticato per l’aberrazione cromatica ha portato a scegliere tipologie inconsuete: infatti non posso negare che, pur analizzando brevetti e relativi parametri ottici fin dallo scorso millennio, alcuni vetri presenti in questo OM Zuiko 250mm 1:2 li incontravo per la prima volta.

Procedendo dalla lente anteriore verso la fotocamera, troviamo un Phosphate Crown PSK ED tipo Ohara S-FPL51 in L1 ed L2, uno Special Short Flint KZFS tipo Ohara S-NBH5 in L3, un Phosphate Dense Crown PSK tipo Ohara S-PHM52 in L4, un Lanthanum Crown LAK tipo Ohara S-LAL59 in L5 ed L9, un Fluor Crown FK tipo Ohara FK3 (definizione obsoleta, non l’ho trovato nei cataloghi moderni) in L6, un Dense Flint SF tipo Ohara S-TIM28 in L7, uno Special Crown ZKNF tipo Ohara ZKN7 in L8, un Flint F tipo Ohara S-TIM2 in L10 e un Lanthanum Crown LAK tipo Ohara S-LAL12 in L11, mentre il filtro posteriore a inserimento era realizzato con il Borosilicate Crown BK7,

SI tratta di uno schema ovviamente molto costoso da produrre, soprattutto in quegli anni e adottando 2 elementi ED di diametro così ampio, e considerando anche la complessa meccanica con flottaggio sdoppiato e la fattura professionale si può comprendere il prezzo finale, decisamente selettivo.

E’ doveroso aggiungere che altri “embodiments” del brevetto giapponese prevedevano di volta in volta un singolo elemento anteriore ED, con un’altra lente ED all’interno dello schema, o un singola lente frontale in fluorite, pertanto la correzione dell’aberrazione cromatica fu oggetto di studi approfonditi, scegliendo poi per la configurazione finale una versione con 2 lenti ED frontali.

 

 

L’Olympus OM Zuiko 250mm 1:2 è uno straordinario pezzo di bravura messo sul mercato da un’azienda con una grandissima traduzione nella manifattura di precisione di microscopi e strumenti medicali, in grado quindi di contare su un know-how di prim’ordine; l’obiettivo nacque purtroppo in un momento infelice, al crepuscolo di un’era, e visto che Olympus non seppe aggiornare adeguatamente il suo sistema alla nuova dimensione autofocus, convertendo tutti i gruppi ottici delle ottiche preesistenti alla nuova realtà, l’obiettivo divenne rapidamente obsoleto, tuttavia la sua ottima qualità ottica e il sofisticato flottaggio che mantiene una resa elevata anche a distanze brevi restano elementi vincenti, adesso come allora, e questo pezzo pregiato, oggi raro e trattato a prezzi da amatore, in quanto depositario di queste virtù e protagonista di un nuovo corso tecnico e commerciale che sacrificava la proverbiale compattezza Olympus costituisce un pezzo storicamente molto importante e significativo, seppure ancora e invariabilmente ad appannaggio di pochi.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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