Olympus OM Zuiko 18mm 1:3,5 (seconda parte)

Continua dalla prima parte

 

 

Il primo brevetto in ordine cronologico fu depositato da Nobuo Yamashita con richiesta proprietaria giapponese in data 4 Maggio 1972; questo brevetto descrive lo schema ottico della versione L.Zuiko Auto-W 1:3,5 f=18mm e la data di consegna ha lasciato il tempo necessario per realizzare i prototipi poi inseriti nella foto di gruppo della prima brochure.

In questa schermata ho inserito anche i diagrammi con le aberrazioni previste e i dati grezzi di progetto con i parametri dei vetri ottici, fra i quali sono presenti 6 lenti agli ossidi delle Terre Rare con alta rifrazione e bassa dispersione e 2 elementi posteriori in vetro Dense Phosphate Crown PSK a bassa dispersione e dispersione parziale anomala per controllare l’aberrazione cromatica; lo schema era quindi sicuramente costoso da produrre, tuttavia forse a impedire il passaggio alla serie fu anche la distorsione, per la quale il valore previsto del 6% a barilotto risulta davvero elevato e avrebbe precluso un impiego con elementi geometrici ed architettonici.

Questo schema arrivò comunque nel real world ed è quello presente nel prototipo visto in precedenza.

 

 

Dopo appena 6 giorni, il 10 Maggio 1972, sempre Nobuo Yamashita inopinatamente presentò il progetto per un secondo obiettivo da 18mm 1:3,5, questa volta addirittura con 13 lenti in 11 gruppi; questo modello a sua volta prevede aberrazioni abbastanza vistose e una distorsione superiore al 5% e non fu mai impiegato; forse doveva costituire una versione alternativa al modello già visto con 12 lenti, e per i prototipi venne evidentemente scelto quest’ultimo.

 

 

Una prima versione di schema ridotto a 11 lenti e con configurazione già simile a quella poi entrata in produzione di serie venne proposta nuovamente da Nobuo Yamashita e consegnata per la registrazione prioritaria del brevetto giapponese il 20 Marzo 1973; in questo caso lo schema risulta molto simile alla versione definitiva e la principale differenza è rappresentata da una lente convergente anteriore in quinta posizione che nel modello di produzione del 1976 si trova invece in quarta posizione.

 

 

Un altro elemento fondamentale di questo progetto intermedio del Marzo 1973 è l’introduzione del sistema flottante collegato alla ghiera di messa a fuoco; infatti questo ulteriore estratto del brevetto mostra l’astigmatismo del sistema in posizione di infinito e a distanza di messa a fuoco ravvicinata senza e con il flottaggio: come si può osservare, senza correzione la calotta in lettura tangenziale (linea tratteggiata) si allontana drasticamente dal piano di fuoco di quella a lettura sagittale (linea continua) generando un vistoso astigmatismo, mentre con il flottaggio operativo le 2 curve sono quasi identiche alla configurazione di infinito, dimostrando la grande efficacia di questa miglioria.

 

 

Anche in questo schema sono presenti 6 lenti realizzate sfruttando vetri agli ossidi delle Terre Rare con favorevole rapporto alta rifrazione/bassa dispersione e 2 lenti posteriori in Dense Phosphate Crown a dispersione anomala per controllare l’aberrazione cromatica; questa tipologia di vetro è un po’ una firma dei primi grandangolari Olympus OM e la ritroviamo i vari modelli.

 

 

Questa schermata illustra invece il brevetto originale nipponico del 20 Marzo 1973 relativo a questo schema ottico, nel quale troviamo ovviamente gli stessi dati; lo presento solamente come documento storico di questa fase convulsa ed entusiasmante.

 

 

Un’ulteriore sviluppo di questo schema venne realizzato sempre da Nobuo Yamashita e consegnato per la registrazione del brevetto prioritario giapponese 5 mesi dopo, il 21 Agosto 1973; in questo caso lo schema visto in precedenza è stato studiato a fondo e il brevetto prevede addirittura 5 opzioni in simultanea.

 

 

I 5 schemi ottici del brevetto di Agosto 1973 sono simili a quello vistio nel documento di Maggio ma prendono in considerazione varie opzioni, riducendo il numero di lenti a 10 grazie alla semplificazione del doppietto posteriore in lente singola e manipolando il modulo frontale che di volta in volta prevede 5 o 6 elementi, posiziona la lente convergente frontale di grande diametro il prima o seconda posizione e trasforma l’ultima del modulo anteriore da convergente a divergente, tutte variabili introdotte per trovare la corretta quadratura nella correzione delle aberrazioni.

 

 

I diagrammi con aberrazioni relativi agli esemplari da 1 a 5 mostrano effettivamente notevoli fluttuazioni nei parametri, con distorsione che passa da 2,5% a oltre 5% e astigmatismo, aberrazione sferica e cromatica in certi casi ben corrette e in altri molto meno; il problema emerso dall’analisi dei fattori è che nessun esemplare fa convergere in se le migliori correzioni, pertanto ogni modello è una sorta di “coperta corta” che non fornisce la risposta definitiva.

 

 

I parametri di progetto relativi ai primi 3 esemplari (li ho separati per esigenza di leggibilità) mostrano l’accesso a varie tipologie differenti di vetri ottici, mostrando come ogni esemplare abbia una propria identità, pur rimanendo tutti nell’ambito di un progetto simile.

 

 

Osservando i dati relativi agli esemplari 4 e 5, salta all’occhio che le ultime 2 lenti del quinto “embodiment” sono addirittura realizzate con vetro ED (il numero di Abbe che definisce la dispersione è infatti superiore ad 81 ed è tipico di tali materiali); questo dettaglio mostra come Yamashida-San non si sia precluso alcuna opzione di sviluppo, tuttavia è curioso notare come proprio questo esemplare con 2 lenti ED preveda nello schema dell’aberrazione sferica visto in precedenza un vistoso spostamento di fuoco a varie frequenze dello spettro…

 

 

Dopo tante ricerche e affinamenti portati avanti nel corso di 4 anni, il 30 Giugno 1975 venne finalmente depositata la richiesta di brevetto prioritario giapponese per uno schema ottico ad 11 lenti e 100° di campo che verrà sfruttato nell’OM Zuiko 18mm 1:3,5 di serie; in questo contesto bisogna fermarsi un attimo a riflettere perché la grande mole di ricerca portata avanti finora era stata finalizzata da Nobuo Yamashita, tuttavia il calcolo definitivo che tira le fila di tale lavoro venne invece realizzato da Jihei Nakagawa; Nakagawa-San è sicuramente un luminare dell’ottica fotografica (i suoi volumi sull’argomento sono testi studiati persino dai colleghi della concorrenza) tuttavia è curioso come Nobuo Yamashita abbia lasciato a lui l’incarico e l’onore di portare a compimento 4 anni di indefessi studi, e probabilmente dietro ci sono vicende umane e manageriali delle quali siamo all’oscuro.

Questo schema definitivo riprende l’architettura vista nei brevetti di Yamashita-San e si caratterizza per la citata presenza di una lente convergente in posizione L4, mentre mantiene la firma caratteristica con i 2 elementi posteriori in vetro PSK a dispersione anomala.

I diagrammi con le aberrazioni allegati al brevetto mostrano in questo caso una buona correzione, con la distorsione limitata a poco più del 2% a barilotto, valore molto modesto del quale si ha riscontro nell’uso pratico, dove tale aberrazione risulta poco avvertibile anche con critici soggetti d’architettura.

 

 

L’ultimo passaggio di questa compelssa avventura tecnica è costituito da un ulteriore brevetto per uno schema da 100° depositato in Giappone il 4 Novembre 1980 da Kazuo Ikari e Toru Fujii, quest’ultimo venerabile progettista che aveva già firmato alcuni famosi obiettivi OM; questo brevetto si prefiggeva di risolvere i problemi di aberrazione cromatica della soluzione precedente, e come detto venne utilizzato invece per creare la versione 24mm 1:3,5 shift con decentramento lanciata nel 1984; quest’obiettivo è passato alla storia per la famosa lente anteriore di grande diametro in vetro ED, delicata quanto costosa, e in effetti 3 dei 5 “embodiments” di questo brevetto prevedono proprio una lente frontale realizzata con tale materiale.

 

 

I dati grezzi del terzo “embodiment” mostrano un vetro ED con indice di rifrazione 1,497 e dispersione (numero di Abbe) 81,6 utilizzato nell’elemento frontale.

 

 

Le stesse considerazioni valgono anche per il quarto “embodiment”.

 

 

Idem dicasi anche per il quinto; purtroppo, viste anche le modeste differenze geometriche, non c’è modo di sapere quale dei 3 esemplari sia stato effettivamente utilizzato nel 24mm shift di serie.

 

 

Andando quindi a riassumere l’evoluzione tecnica dello schema ottico retrofocus da 100° di Olympus fra il 1972 e il 1980: il primo schema a 12 lenti del 4 Maggio 1972 venne utilizzato nei prototipi L.Zuiko; il secondo schema a 13 lenti del 10 Maggio 1972 costituisce uno studio alternativo ma non venne utilizzato; il terzo schema del 20 Marzo 1973 passa a 11 lenti e introduce il flottaggio a distanze brevi; il quarto schema del 21 Agosto 1973 costituisce un approfondimento del precedente per testare soluzioni e valutare la relativa correzione; il quinto schema del 30 Giugno 1975 costituisce il modello utilizzato per l’OM Zuiko 18mm 1:3,5 di serie; il sesto schema del 4 Novembre 1980 incarna un’evoluzione con vetri ED del precedente per correggere l’aberrazione cromatica, tuttavia non venne prodotto come 18mm ma fu ridimensionato a 24mm 1:3,5 per la versione shift.

Tornando ai progettisti, incuriosisce il fatto che lo schema di serie a 11 lenti dell’OM Zuiko 18mm 1:3,5 sia stato disegnato nel 1975 da Jihei Nakagawa, che in carriera effettivamente ha firmato anche gli OM Zuiko 8mm 1:2,8 fisheye, 16mm 1:2,8 fisheye, 21mm 1:3,5, 24mm 1:2,8, 35mm 1:2, 50mm 1:1,4, 55mm 1:1,2, 100mm 1:2,8, 135mm 1:2,8 e 1000mm 1;11, oltre alla base concettuale del 21mm 1:2, mentre l’evoluzione con vetri ED del 1980 sia stata finalizzata da altri tecnici; quello che non appare dai freddi dati è che in quello scorcio degli anni ’70 i rapporti fra Nakagawa-San e Olympus Optical Co. si devono essere deteriorati, dal momento che sul finire della decade il progettista lasciò l’azienda per la quale aveva disegnato tanti obiettivi di successo per passare all’arrembante Sigma, lasciando quindi Olympus orbata di un tecnico di tale valore.

 

 

Per definire un overlap temporale, l’ultimo brevetto firmato da Jihei Nakagawa per Olympus fu quello per lo schema di uno zoom grandangolare 24-40mm 1:4 (mai prodotto in grande serie ma del quale esistono esemplari completi in mano a collezionisti), depositato in Giappone il 23 Febbraio 1977.

 

 

Successivamente, troviamo invece questo brevetto di Nakagawa-San a favore di Sigma che descrive gli schemi di tele 300mm 1:4,5 Apo e 400mm 1:5,6 Apo depositato in data 27 Febbraio 1980.

 

 

Lo stesso giorno, e notate l’ironia della cosa, Jihei Nakagawa depositò per Sigma anche un brevetto dedicato ad un supergrandangolare retrofocus da 18mm 1:2,8, calcolando quindi per il nuovo datore di lavoro lo stesso tipo di obiettivo che aveva già progettato per Olympus nel 1975, stavolta però senza alcuna attenzione al contenimento delle dimensioni ma piuttosto all’economia di scala nella scelta dei vetri ottici, evidentemente più economici rispetto al 18mm Zuiko.

Se questi documenti vennero depositati a Febbraio 1980 evidentemente il progettista aveva calcolato questi obiettivi per Sigma nel 1979, così come il brevetto per lo zoom OM Zuiko 24-40mm 1:4 depositato a Febbraio 1977 era stato elaborato nel corso del 1976, subito dopo il 18mm 1:3,5 OM Zuiko di produzione; pertanto nell’interregno 1977-1979 dev’essere accaduto qualcosa che attualmente ignoriamo e che indusse Nakagawa-San a lasciare il brand Olympus, per il quale aveva disegnato numerosi obiettivi della serie OM, 11 dei quali in produzione e famosi, per approdare a Sigma; il progettista rimase poi fedele a questa nuova azienda, dal momento che ancora nel 2004 è possibile individuare brevetti di Nakagawa a nome di quel brand.

Questo ignoto retroscena spiega le ragioni per cui lo schema definitivo con lente anteriore ED del 1980 non sia stato calcolato da Jihei Nakagawa.

Torniamo ora al modello di serie e analizziamo in dettaglio il suo schema con i relativi vetri ottici.

 

 

Il gruppo ottico dell’OM Zuiko 18mm 1:3,5 definisce un classico supergrandangolare retrofocus; sue caratteristiche tipiche, anche in relazione ai brevetti precedenti “di avvicinamento” sono l’andamento rifrattivo delle 5 lenti anteriori (convergente, divergente, divergente, convergente, divergente) e i 2 caratteristici doppietti cementati interni, con elementi di forte spessore adiacenti al diaframma; osservando l’obiettivo nell’uso pratico si nota che passando da infinito a distanza minima (0,25m) la parte frontale del barilotto con le lenti anteriori rimane fissa, pertanto la messa a fuoco è messa in atto solamente dal modulo di menti posteriori, il cui corrispondente avvicinamento e allontanamento da quelle anteriori in posizione fissa determina anche il flottaggio di compensazione, una soluzione elegante che semplifica la meccanica rispetto ad un sistema nel quale l’intero gruppo ottico avanzi e nel contempo un modulo di lenti preveda una corsa differenziata secondaria di compensazione.

Per quanto riguarda i vetri ottici, forniti dalla vetreria nipponica Ohara, nello schema troviamo 6 tipologie differenti, ovvero Lanthanum Crown, Lanthanum Dense Flint, Dense Flint, Barium Dense Flint, Lanthanum Flint e Dense Phosphate Crown; complessivamente abbiamo 5 lenti agli ossidi delle Terre Rare e 2 elementi in vetro a dispersione parziale anomala.

Procedendo dalla lente frontale troviamo quindi un un Lanthanum Crown tipo Ohara S-LAL7 in L1, un Lanthanum Dense Flint tipo Ohara S-LAH53 in L2 ed L3, un Dense Flint tipo Ohara S-TIH11 in L4, un Barium Dense Flint assente nei cataloghi moderni e corrispondente alla vecchia codifica Ohara BASF6 in L5, un Lanthanum Flint tipo Ohara S-LAM54 in L6, un Dense Flint tipo Ohara S-TIM22 in L7, un Lanthanum Flint tipo Ohara S-LAM60 in L8, un Dense Flint tipo Ohara S-TIH6 in L9 e un Dense Phosphate Crown tipo Ohara S-PHM52 in L10 ed L11.

Accanto ai codici specifici Ohara ho aggiunto la classificazione standard Schott, con l’eccezione del vetro in L8 perché questo particolare Lanthanum Flint sembra essere una versione specifica Ohara che non è presente nelle tabelle della citata vetreria tedesca.

La dotazione di vetri è abbastanza sofisticata, sebbene i due PSK in L10 ed L11 con dispersione parziale anomala, introdotti per controllare l’aberrazione cromatica, all’atto pratico non svolgano compiutamente il loro compito e ai bordi siano visibili evidenti frangiature blu.

Gli schemi di questa generazione, per quanto di alto lignaggio e realizzati allo stato dell’arte, pagano l’assenza di superfici asferiche e vetri ED per correggere efficacemente certe aberrazioni, materiali oggi accessibili a basso costo e largamente impiegati anche in modelli di bassa gamma e che all’epoca erano invece preclusi, salvo rarissime eccezioni.

Parliamo ora di prestazioni; l’esperienza diretta degli utenti descrive il contesto di un obiettivo con ridotta distorsione, buon contrasto e un potere risolutivo non elevatissimo ma insolitamente uniforme sul campo e alle varie aperture, almeno per un retrofocus da 100°; trattandosi di un modello di nicchia le testate specializzate dell’epoca non si sono affannate a testare l’OM Zuiko 18mm 1:3,5 e quelle che seguono sono le prove disponibili.

 

 

Questo test venne realizzato dalla rivista italiana “Il Fotografo” – Mondadori, non più in edicola da quasi 40 anni, quando a inizio anni ’80 mise al banco una serie di supergrandangolari da 17-18mm di marche assortite; in questo caso veniva misurata la risoluzione su mire piane poste ad una distanza pari a 50 volte la lunghezza focale, valutando i risultati al centro (linea intera), 1/3 di campo (linea e punto), 2/3 di campo (linea con tratteggio ampio) e bordi estremi (linea con tratteggio sottile); pur ribadendo di nuovo i limiti del sistema (le linee al millimetro sono indicate senza specificare il contrasto residuo col quale sono lette e il sistema è influenzato da curvatura di campo e astigmatismo molto più che nell’uso reale su soggetti tridimensionali) si può apprezzare come i valori risultino effettivamente molto uniformi in ogni zona del campo e alle varie aperture, un comportamento all’epoca inconcepibile in un supergrandangolo (notate la linea tratteggiata fine dei bordi estremi quasi a livello dell’asse); i giudizi furono naturalmente molto positivi, anche considerando altre aberrazioni adeguatamente corrette.

 

 

Se infatti affianchiamo i diagrammi rilevati in tale contesto su altri supergrandangolari retrofocus di gran nome (Carl Zeiss Distagon T* 18mm 1:4 per Contax-Yashica, Canon FD 17mm 1:4, Nikon NIkkor 18mm 1:4), possiamo osservare come l’uniformità dell’OM Zuiko spicchi chiaramente, sebbene i concorrenti in asse siano in grado di produrre valori risolutivi superiori, e comunque circoscritti ad un’area ristretta della scena.

Questa caratteristica è comune a vari grandangolari Olympus OM Zuiko dell’epoca e costituiva realmente una ventata d’innovazione che veniva anche incontro ad una nuova consapevolezza sulla corretta composizione della scena, nella quale spesso elementi importanti sono decentrati in zone mediane o ai bordi e quindi si avvantaggiano di obiettivi che mantengano una buona qualità anche sul campo.

Come nota, gli OM Zuiko erano anche relativamente concorrenziali come listino ma in questo caso, forse per la complessità di ottica e meccanica, il 18mm 1:3,5 non risultava particolarmente a buon mercato, se consideriamo che il suo prezzo di 440.000 Lire dell’epoca praticamente bissava le 450.000 Lire richieste per il prestigioso e costoso Zeiss Distagon 18mm 1:4.

Un’ultima considerazione sul test: un obiettivo da 18mm misurato a 50 volte la focale impone di scattare con mire ad appena 90cm di distanza; Zeiss, Canon e Olympus sono flottanti e infatti tutti e 3 mostrano la curva per i bordi estremi su buoni valori, mentre il 18mm Nikon non prevede flottaggi e probabilmente fu molto penalizzato nel test da una distanza di scatto così ravvicinata.

 

 

Questa prova fu realizzata qualche anno dopo da “Modern Photography” e quindi replicata in lingua italiana da “Fotografate”; nel test si misura la risoluzione al centro e ai bordi (con standard differenti dai precedenti), e nelle stesse zone si valuta anche il trasferimento di contrasto MTF, misurato in percentili alla frequenza spaziale di 30 l/mm.

Anche in questo caso salta all’occhio l’uniformità dei valori risolutivi alle varie aperture e il giudizio fu nuovamente positivo.

Per aggiungere qualcosa di più preciso e attuale ho ottenuto collaborazione dall’amico Mark Jeffs, progettista ottico per una famosa azienda e con decenni di esperienza nel settore, che ringrazio molto per la cortesia; caricando i parametri del progetto di Nakagawa sul software di calcolo ottico CodeV sono stati ricavati i diagrammi MTF caratteristici dell’obiettivo e visualizzati con schemi conformi al tradizionale standard degli MTF Carl Zeiss.

 

 

Questi schemi mostrano il trasferimento di modulazione del contrasto (MTF) residuo dopo il passaggio attraverso l’obiettivo, valutandolo dal centro (a sinistra) fino ai bordi (a destra) e misurandolo alle frequenze spaziali di 10 cicli/mm (linee blu), 20 cicli/mm (linee verdi) e 40 cicli/mm (linee rosse); per ogni frequenza spaziale l’obiettivo viene valutato con mire orientate parallelamente alla semidiagonale (linea continua) o perpendicolarmente (linea tratteggiata), e le prove sono riferite a tutta apertura 1:3,5 e col diaframma chiuso ad 1:8.

Ad 1:3,5 i valori non sono eccezionali ma già si nota l’insolita uniformità centro/bordi alla critica frequenza spaziale di 40 cicli/mm (linee rosse); chiudendo ad 1:8 i valori migliorano drasticamente e configurano un’evidente uniformità sul campo, estesa a tutte le frequenze spaziali, tuttavia le curve tratteggiate con mire in orientamento perpendicolare alla semidiagonale di campo mostrano valori decisamente più bassi a causa dell’aberrazione cromatica laterale (chromatic aberration of the magnification) che crea frangiature colorate in grado di scomporre il bordo bianco/nero della mira, degradando la nettezza del passaggio densitometrico e quindi i valori MTF.

Si conferma quindi un comportamento piuttosto uniforme su tutto il fotogramma, tuttavia con residui di aberrazione cromatica laterale irrisolti, problema comune a praticamente tutti i supergrandangolari del tempo.

 

 

Il 18mm OM Zuiko era comunque un ottimo obiettivo per la sua epoca e infatti non venne mai sostituito da versioni migliorate nonostante la presenza di ulteriori progetti, continuando ad incarnare il grandangolare più spinto del sistema fino al 2002.

 

 

La gamma dei supergrandangolari OM Zuiko era composta dai modelli 18mm 1:3,5, 21mm 1:2, 21mm 1:3,5, 24mm 1:2 e 24mm 1:2,8 (il 24mm 1:3,5 Shift era considerato a parte); questi obiettivi adottavano rivestimenti antiriflesso multistrato, tuttavia spesso schemi complessi progettati all’epoca producevano comunque visibili riflessioni interne; vediamo quindi come si comporta effettivamente il 18mm 1:3,5 Olympus OM.

 

 

Questo scatto molto “cattivo” è stato reaizzato in pieno controluce col sole direttamente in campo, eseguendo 2 riprese ruotando la fotocamera verso l’alto e fondendole assieme in una singola vista; con la fonte di luce in questa posizione i riflessi interni sono molto contenuti e non si nota un’avvertibile presenza di flare o perdita di contrasto; il comportamento appare quindi buono, tuttavia inquadrare posizionando la sorgente d’illuminazione ai bordi estremi del campo risulta più critico e compare un vistoso alone di interriflessioni, risolvibile spostando anche di poco la fonte di luce forte.

 

 

L’Olympus OM Zuiko 18mm 1:3,5 è stato un obiettivo che per contenuti tecnici ha incarnato una tappa di rilievo nel lungo processo di evoluzione dei supergrandangolari retrofocus, molti dei quali sono qui illustrati a fargli compagnia; quando venne lanciato nel 1976, dopo 4 anni di sviluppi e ripensamenti, doveva condividere il sistema flottante già con il 18mm 1:4 Carl Zeiss e il 17mm 1:4 Canon FD, tuttavia l’uniformità del suo comportamento sul campo e alle varie aperture lo distingueva dal gruppo, così come l’apertura massima portata ad 1:3,5 (importante per mettere a fuoco con i telemetri di Dodin a immagine spezzata senza oscurare le mezzelune) e le sue dimensioni/peso da record per la categoria; anche se la concorrenza più qualificata era passata oltre, commercializzando obiettivi rettilineari e retrofocus con focali da 15, 14 e 13mm, l’azienda non si scompose e continuò a confidare nel 18mm 1:3,5 OM come limite estremo di copertura supergrandangolare offerto dalla casa.

Chiaramente i grandi progressi nei software e hardware di calcolo, così come nei vetri ottici e nelle lavorazioni asferiche, hanno portato negli ultimi anni ad un drastico miglioramento prestazionale in questa tipologia di obiettivi, però chi fotografa con tempi rarefatti e un occhio nostalgico al passato non può che apprezzare questo 18mm di quasi cinquant’anni fa e che con uno sbalzo da appena 42mm e in 250g di peso sa offrire ancora risultati adeguati.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

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