Olympus OM Zuiko 18mm 1:3,5 – (prima parte)

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; la progettazione di obiettivi grandangolari spinti destinati ad apparecchi reflex ha seguito un lungo e tormentato percorso perché combinare un simile angolo di campo, spesso pari o superiore a 90° sulla diagonale, con uno schema di tipo “retrofocus” che garantisse l’ampio spazio libero posteriore per il movimento dello specchio costituiva un  cimento tecnico che richiese decenni per arrivare a risultati ottimali e paragonabili a quelli dei tradizionali supergrandangolari simmetrici per macchine a telemetro, prendendo la rincorsa dai primi anni ’60 e arrivando al traguardo di prestazioni ottimali solamente a fine anni ’80, con il Carl Zeiss Distagon T* 21mm f/2,8 per Contax-Yashica, il capostipite di una nuova generazione.

I modelli sviluppati e messi in commercio in queste 3 decadi hanno comunque registrato un progressivo implemento quanto a compattezza, qualità d’immagine e risposta ai bordi, sempre critica in questa tipologia di ottiche, e un esemplare che ha coniugato caratteristiche complessivamente interessanti è l’Olympus OM Zuiko 18mm 1:3,5 commercializzato nel 1976.

 

 

Il 18mm 1:3,5 OM Zuiko copriva 100° esatti sulla diagonale del formato 24x36mm, prevedeva un’apertura massima che per l’epoca e la categoria va considerata molto elevata, incorporava un sistema flottante automatico per le lenti collegato alla messa a fuoco per ottimizzare il rendimento a distanze brevi (introdotto qualche anno prima da Shimizu nel suo Nikkor-N Auto 24mm 1:2,8 ma a quel tempo ancora molto raro) ma, soprattutto, si distingueva per una compattezza davvero ammirevole, considerando il campo inquadrato e le 11 lenti dello schema, una miniaturizzazione che il fabbricante perseguì anche con scelte drastiche come quella di lasciare l’ingombrante lente frontale emisferica a sporgere oltre la montatura, come avviene oggi in certi obiettivi supergrandangolari speciali come ad esempio il Canon EF 17mm 1;4 TS-E L: questo piccolo supergrandangolare si guadagnò poi una fama da ottica molto uniforme sul campo, caratteristica inconsueta per un superwide retrofocus, pertanto si può complessivamente affermare che sia stato un interessante caposaldo nel lento progresso della categoria.

 

 

L’OM Zuiko 18mm 1:3,5 arrivò sul mercato un anno dopo la famosa Olympus OM-2 e l’abbinamento sul corpo macchina, notoriamente compattissimo, fa intendere il grande risultato conseguito dai progettisti dell’obiettivo per contenerne a sua volta le dimensioni.

L’obiettivo misura appena 42mm di lunghezza per 62mm di diametro e pesa appena 250g; il diaframma a 6 lamelle chiude da 1:3,5 ad 1:16 con stop sui valori interi e funzionamento a tutta apertura, la messa a fuoco con flottaggio automatico può arrivare a 0,25m (inquadrando all’incirca 20x30cm di campo) e la baionetta è la classica Olympus OM; essendo retrofocus questo supergrandangolare consente di mettere a fuoco ed esporre TTL sfruttando regolarmente lo specchio reflex della fotocamera, mentre la montatura anteriore con lente sporgente prevede un tappo a pressione di notevole spessore che protegge tale elemento.

Tutti gli esemplari di 18mm 1:3,5 OM Zuiko erano dotati fin dall’origine di trattamento antiriflesso multistrato MC.

 

 

L’obiettivo era equipaggiato a corredo con un bussolotto semirigido per il trasporto e la dotazione standard prevedeva il tappo posteriore a baionetta convenzionale e il citato tappo anteriore a pressione; come accessorio opzionale era possibile acquistare uno stepper originale che dalla filettatura 49×0,75mm dell’obiettivo si allargava fino a 72×0,75mm; tale elemento, qui visibile con il relativo imballo, fungeva anche da paraluce e consentiva l’applicazione di filtri da 72mm senza correre il rischio di vignettature ai bordi nonostante l’angolo di campo da 100°.

In questa immagine l’obiettivo è presente 2 volte perché siamo in presenza di serie differenti che descriveremo in seguito; la struttura del barilotto condivide lo standard con gli altri modelli della serie, prevedendo elementi esterni tutti in lega leggera brunita e un settore gommato con rilievi romboidali sulla ghiera di messa a fuoco, elementi che assieme al caratteristico riferimento della focale in smalto verde sulla ghiera del diaframma definiscono un’estetica che è sopravvissuta al tempo e risulta tuttora piacevole.

 

 

Il tappo a pressione standard viene quindi calzato sull’obiettivo e va ad appoggiarsi a fondo-corsa contro il labbro metallico leggermente sporgente che si trova subito davanti alla ghiera per il diaframma.

 

 

Lo stepper opzionale 49-72mm, annerito frontalmente con finitura opaca per evitare riflessi, viene invece avvitato ad una filettatura convenzionale; questo accessorio è oggi quasi introvabile e alcuni possessori del 18mm 1:3,5 OM Zuiko hanno provato a sostituirlo con stepper commerciali di analoghe caratteristiche, tuttavia l’esemplare originale Olympus prevede anche il necessario avanzamento del cono per sovrastare il profilo della lente sporgente, mentre certi modelli di terze parti sono più schiacciati e in questo specifico caso impediscono l’applicazione del filtro; eventualmente si può ovviare al problema scegliendo modelli differenziati ed applicando in cascata su uno stepper da 49-62mm un secondo esemplare da 62-72mm.

 

 

Lo stepper 49-72mm originale Olympus è servito da un massiccio e pesante tappo metallico a vite con zigrinatura perimetrale che risulta atipico: infatti al suo interno è brandizzato col marchio Olympus e il relativo diametro dell’attacco ma sulla grande superficie esterna risulta anonimo, senza alcuna scritta applicata: in questa illustrazione si può osservare la progressione con l’obiettivo “nudo” e la successiva applicazione dello stepper 49-72mm, di un filtro a vite da 72mm e del relativo tappo protettivo a vite; quest’ultimo non va forzato sullo stepper perché si rischia di trovarselo bloccato a fondo corsa; questo tappo è estremamente protettivo ma anche pesante e scomodo da utilizzare, pertanto nell’uso pratico io preferisco prendere a prestito dall’OM Zuiko 300mm 1:4,5 un tappo da 72mm convenzionale, in plastica e con coppia di clips a molla sui lati, che risulta molto più pratico e veloce da rimuovere e applicare.

La dotazione completa del 18mm 1:3,5 OM Zuiko includerebbe quindi: obiettivo, tappo posteriore, tappo anteriore a pressione per l’obiettivo senza adattatore, bussolotto semirigido di trasporto, stepper originale 49-72mm, eventuali filtri da 72mm (le versioni originali Olympus di questo diametro si limitavano a UV/Skylight e filtri di contrasto giallo/arancio/rosso per il bianconero) e tappo anteriore a vite metallico.

Questa soluzione con l’obiettivo compatto che richiede tuttavia uno stepper aggiuntivo per applicare i filtri aumentando l’ingombro venne mutuata dal celebre Carl Zeiss Distagon 18mm f/4 per Contarex, lanciato una decina di anni prima e a sua volta equipaggiato con uno stepper che porta la filettatura utile addirittura a 96mm, in modo da condividere i grandi filtri degli zoom Carl Zeiss Vario-Sonnar previsti per tale sistema; inoltre lo stepper Zeiss è cromato a specchio, esponendo quindi il sistema a rischi di riflessioni interne, mentre la versione Olympus è opportunamente annerita.

La configurazione senza stepper e con la grande lente frontale sporgente risulta comunque spettacolare e connota in modo inequivocabile l’estetica dell’OM Zuiko 18mm 1:3,5.

Vediamo le pagine dedicate a questo modello nelle prime brochure del sistema.

 

 

Sull’opuscolo anni ’70 dedicato alle ottiche Zuiko per corpi Olympus OM queste sono le facciate dedicate al 18mm 1:3,5; l’immagine d’esempio a corredo mostra con chiarezza come all’epoca mancasse ancora l’educazione visiva all’immagine supergrandangolare e ai relativi ed inconfondibili vocaboli: questa fotografia è infatti banale e soprattutto non esprime la forza visiva e la manipolazione di prospettiva e spazio che un obiettivo da 100° consente; sarebbero serviti ancora anni per arrivare ad un adeguato e puntuale sfruttamento di tale potenziale, e fortunatamente pionieri come i fotografi Jeanloup Sieff o Cheyco Leidmann stavano provvedendo a sdoganare questi nuovi orizzonti.

 

 

La pagina affiancata mostra una fotografia dell’obiettivo con la sezione del complesso schema ottico retrofocus e descrive i principali punti di forza del modello, identificati nella vista rettilineare senza distorsione, nell’elevata apertura massima 1:3,5, nell’estrema compattezza e nella facoltà di operare sfruttando lo specchio reflex in modo convenzionale.

La brochure suggerisce un impiego preferenziale in foto di architettura e interni, cercando anche di sfruttare la forte dinamizzazione prospettica per effetti drammatici; il documento dichiara anche che le prestazioni ottiche sono analoghe a quelle di un ben più facile 28mm e sottolinea ancora come il flottaggio delle lenti impedisca il deterioramento qualitativo a distanze brevi.

Nella serie dei dati sintetici si ricorda anche che la messa a fuoco avviene con avanzamento rettilineo, un indubbio vantaggio utilizzando sullo stepper un filtro polarizzatore o digradante grigio lineare.

 

 

Questa scheda in formato A4 risale invece al Gennaio 1978 e proviene da un lussuoso raccoglitore che era destinato esclusivamente ai rivenditori autorizzati del marchio come fonte di informazioni e immagini da utilizzare durante la vendita; la prima facciata mostra l’obiettivo su Olympus OM-1 e con lo stepper 49-72mm in posizione, riporta i dati tecnici principali già descritti in precedenza e sottolinea nuovamente i punti di forza del  modello: angolo di campo da 100°, luminosità, compattezza, operatività con diaframma a tutta apertura, lettura esposimetrica TTL attraverso l’obiettivo, trattamento antiriflesso multistrato che minimizza le riflessioni dannose e sistema flottante che riduce le aberrazioni col fuoco a distanze brevi; per l’uso vengono nuovamente suggeriti ambiti come architettura, interni ed effetti drammatici dovuti alla resa del supergrandangolare.

Le note aggiuntive raccomandano di tenere sempre il tappo a pressione sull’obiettivo non in uso per proteggere la lente sporgente, ricordano che lo stepper 49-72mm per i filtri funge anche da paraluce e suggeriscono anche i vetri di messa a fuoco intercambiabili più idonei all’obiettivo, come i modelli 1-1, 1-5, 1-10 e 1-13.

 

 

Sul retro della stessa scheda troviamo fotografie con lo stepper e l’obiettivo in vista frontale e di profilo, didascalie esplicative, la sezione dello schema ottico e tabelle con la profondità do campo calcolata per un circolo confusionale di 1/30mm alle varie aperture di diaframma disponibili e per le distanze indicate sulla ghiera, sia in metri che in piedi.

Molti ritengono la profondità di campo frutto di un mero calcolo, e che a parità di fattori (lunghezza focale dell’obiettivo, formato coperto, distanza di messa a fuoco, apertura di diaframma, diametro del circolo confusionale ammesso) essa sia invariabilmente identica, viceversa l’andamento dell’aberrazione sferica può influire sulla leggibilità delle aree fuori fuoco, e nello specifico caso dell’OM Zuiko 18mm 1:3,5 ho notato una percezione di profondità di campo inferiore a quanto ci si potrebbe aspettare o a quella ottenibile in condizioni simili con altri obiettivi o zoom alla stessa focale; suggerisco quindi ai fortunati possessori del 18mm OM di mettere sempre a fuoco attentamente il soggetto principale e di non affidarsi troppo al “tutto a fuoco” che ci si aspetta da un supergrandangolare.

 

 

L’ingrandimento della sezione mostra lo schema ottico, la cui tipica configurazione troviamo con poche modifiche in altri obiettivi OM come ad esempio il 24mm 1:2.

 

 

Il foglio di istruzioni originale riporta il testo in 4 lingue, replicando quanto già visto nelle brochure; in questo caso i vetri di messa a fuoco suggeriti sono i modelli 1-1, 1-3, 1-4, 1-5, 1-10 e 1-13, ricordando però che il modello a microprismi 1-5 consente una visione molto chiara ma sul corpo OM-2 fornisce una lettura dei dati esposimetrici nel mirino errata, sebbene l’esposizione vera e propria, gestita da 2 fotocellule supplementari che leggono in tempo reale la luce riflessa dalla tendina dell’otturatore, risulti in ogni caso corretta.

 

 

L’obiettivo era quindi fornito con tappo posteriore standard, tappo anteriore a pressione mutuato dall’OM Zuiko Fisheye 16mm 1:3,5 lanciato in precedenza, tappo posteriore standard e bussolotto di trasporto (oltre, naturalmente, all’imballo esterno con istruzioni e garanzie); questo estratto dal listino statunitense del Febbraio 1988 (con unica eccezione dal listino di Marzo 1979 per un elemento non compreso nel precedente) permette di osservare cosa fosse possibile acquistare (o rimpiazzare in caso di smarrimento o deterioramento) per l’OM ZUiko 18mm 1:3,5.

All’epoca l’obiettivo nuovo con dotazione standard costava 960 Dollari ed era piuttosto costoso nella media del sistema: come riferimento, gli OM Zuiko 28mm 1:2,8 e 50mm 1:1,4 erano proposti a 210 Dollari ciascuno, i tele OM Zuiko 100mm 1:2,8 e 200mm 1:4 rispettivamente a 310 e 360 Dollari e il supertele OM Zuiko 300mm 1:4,5 a 630 Dollari; persino il sofisticato e luminoso 21mm 1:2 era vostro con appena 850 Dollari, quindi il 18mm 1:3,5 non era solamente un obiettivo di nicchia ma mediamente anche caro, almeno per lo standard del sistema, tuttavia è bene notare che il negoziante lo pagava all’ingrosso solamente 579,95 Dollari, quindi circa il 40% in meno del prezzo finale: tale era il costo del servizio al quale i clienti U.S.A. erano abituati, con commessi espertissimi e pazienti che si dilungavano per ore in spiegazioni e prove sul campo.

Oltre al set di base, il cliente poteva naturalmente acquistare il famoso stepper da 49-72mm che consentiva di applicare i filtri e svolgeva la funzione di paraluce; visto il costo contenuto (22 Dollari) è curioso come non venise offerto anch’esso nella dotazione standard, visto che risultava quasi indispensabile; per lo stepper erano anche disponibili 5 filtri originali da 72×0,95mm, 2 neutri (UV e Skylight) e 3 di contrasto per il bianconero (giallo, arancio e rosso), proposti a ben 70 Dollari ciascuno; il cliente poteva poi acquistare nuovamente lo speciale tappo a pressione anteriore condiviso col Fisheye 16mm 1:3,5 e quello posteriore standard (22 Dollari per il primo 7 Dollari per il secondo) e anche il bussolotto semirigido di trasporto che era fornito a corredo, tuttavia quest’ultimo è presente nei listini anni ’70 ma non in quelli della decade successiva.

Passando alla sistematica, l’Olympus OM Zuiko 18mm 1:3,5 normalmente è noto per un singolo modello, tuttavia la sua genesi e relativi sviluppi sono stati invece molto più articolati e travagliati di quanto si possa supporre ed esistono vari step di progetto intermedi o posteriori che non sono mai arrivati alla produzione di serie e sono ignoti agli appassionati; anche escludendo questi ultimi, per l’Olympus OM Zuiko da 18mm si possono identificare 4 differenti steps.

 

 

Infatti l’obiettivo è noto per avere 11 lenti, tuttavia quando il sistema venne presentato alla stampa internazionale, alla Photokina di Colonia nell’Autunno 1972, le foto di gruppo della primissima brochure includevano un Olympus OM System L.Zuiko Auto-W 1:3,5 f=18mm a 12 lenti (la codifica L indica infatti quel numero di elementi); quest’obiettivo non precedeva uno stepper avvitabile perché la sua montatura anteriore era più massiccia e incorporava l’attacco per i filtri e non venne mai prodotto in serie, imponendo ai clienti un’attesa di ulteriori 4 anni.

La versione di serie arrivò nel 1976, tuttavia il calcolo ottico era già pronto nel 1975 e in tale anno vennero realizzati alcuni esemplari di preserie, probabilmente da consegnare a professionisti per raccogliere le loro indicazioni; questa versione era già analoga a quella di serie, tuttavia mancava l’indicazione MC per multicoating e la denominazione sul barilotto era Olympus OM-System K.Zuiko Auto-W 1:3,5 f=18mm, dove la sigla K indicava appunto uno schema ad 11 lenti; non ricordo di aver mai visto uno di questi esemplari marcati K.Zuiko, tuttavia la loro esistenza è confermata.

L’anno successivo, 1976, venne finalmente commercializzato il 18mm di serie; questo esemplare prevedeva la denominazione Olympus OM-System Zuiko MC Auto-W 1:3,5 f=18mm e utilizzava lo schema a 11 lenti già testato nel precedente K.Zuiko.

Infine, intorno al 1981, l’obiettivo cambiò denominazione, seguendo gli aggiornamenti della style policy OM, e le nuove diciture erano: Olympus OM-System Zuiko Auto-W 18mm 1:3,5, con la sigla MC eliminata (ormai era scontato che tutti gli obiettivi fossero multicoated) e i valori di focale e apertura a posizioni invertite; in realtà sotto la pelle vennero anche modificati alcuni elementi che comandano il diaframma, le sue lamelle e la foggia di molte minuscole viti di fissaggio, modifiche comunque di entità poco rilevante mentre la quasi totalità della meccanica e la struttura del gruppo ottico rimasero invariate.

 

 

Questa illustrazione mostra l’unica immagine nota dell’originale L.Zuiko Auto-W 1:3,5 f=18mm del 1972, ricavata dalla foto d’insieme dell’epoca; l’obiettivo prevedeva ancora la denominazione M-System (il passaggio ad OM-System dopo le rimostranze Leitz avvenne solo dopo la Photokina 1972) e si può facilmente osservare come la montatura allargata necessaria per accogliere filtri di grande diametro necessari ad evitare la vignettatura fosse integrata nella struttura del barilotto, producendo quindi un obiettivo più ingombrante rispetto al successivo 18mm 1:3,5 a 11 lenti, illustrato sotto; anche la sezione trasversale dell’L.Zuiko mostra chiaramente la montatura anteriore allargata.

 

 

Gli schemi ottici dei 2 obiettivi vennero calcolato da progettisti diversi, tuttavia osservandoli affiancati si osservano notevoli similitudini, con la principale differenza rappresentata dalla dodicesima lente (evidenziata in rosso) che nel modello di serie venne eliminata; il 18mm L.Zuiko del 1972 sopravvive quindi come idea anche nel modello di serie del 1976.

 

 

Per quanto riguarda il K.Zuiko del 1975 che costituisce una preserie del modello di produzione lanciato l’anno successivo, non esistono immagini di tale modello ma il suo aspetto dovrebbe essere quello illustrato, con barilotto identico al successivo e differenze limitate alle scritte identificative, dove troviamo la denominazione K.Zuiko e notiamo l’assenza della sigla MC; riguardo a quest’ultimo dettaglio, non ci è dato di sapere se la preserie fosse effettivamente priva di multicoating oppure la dicitura fosse stata semplicemente omessa.

 

 

In effetti, varando questa serie, apparentemente l’intenzione di Olympus era quella di dotare ogni obiettivo della relativa sigla alfabetica che definisce il numero di lenti dello schema, sulla farsa riga delle ottiche NIkkor di Nippon Kogaku, a loro volta inizialmente caratterizzate da tale soluzione (H = 6 lenti, S = 7 lenti, O = 8 lenti, etc.), tuttavia – forse anche perché la stessa Nikon dalla serie “K” gommata del 1974 aveva abbandonato quella soluzione – progressivamente tale sigla non venne più impiegata; questo stralcio del listino statunitense di Febbraio 1978 è quindi un interessante documento storico perché l’impiegato responsabile della sua compilazione per comodità utilizzò un elenco obsoleto nel quale le ottiche contemplavano ancora la famosa sigla alfabetica; il nostro 18mm 1:3,5 e quindi denominato proprio L.Zuiko Auto-W 1:3,5 f=18mm, sebbene gli esemplari contemporaneamente commercializzati non utilizzassero la lettera L.

 

 

Venendo al modello di serie lanciato nel 1976, in questa immagine abbiamo 2 viste del primo tipo a sinistra e scorci analoghi del secondo tipo a destra; come si può osservare gli obiettivi sono esternamente identici e senza smontarli e analizzare con perizia la sagoma di certi componenti del diaframma si possono riconoscere solamente perché nel secondo tipo manca la denominazione MC e troviamo il valore di apertura dopo la focale, a sua volta privata del prefisso f=.

 

 

Per quanto riguarda la cronologia di questo overlap fra versioni, l’azienda non ha mai fornito dati ufficiali, tuttavia questo dettaglio ingrandito proviene da una scheda d’officina con gli esplosi meccanici dell’obiettivo: la sigla 1281 indica che venne compilata a Dicembre 1981 e come si può osservare la sigla MC presente nella versione precedente risulta cancellata, mentre la denominazione 1:3,5 f=18mm è sostituita da 18mm 1:3,5; questi dettagli suggeriscono quindi che a fine 1981 tale transizione fosse già stata introdotta, pertanto il secondo tipo dell’obiettivo era in produzione quantomeno dal 1981, 5 anni dopo il lancio.

 

 

Per quanto riguarda i numeri di produzione, l’OM Zuiko era un obiettivo di nicchia e anche relativamente costoso per il listino OM, destinato a clienti non abituati ai budget imposti da nomi come Leitz o Carl Zeiss, quindi nonostante sia rimasto a catalogo per 26 anni, dal 1976 al 2002, gli esemplari prodotti non furono molti; come spesso avveniva con le ottiche Olympus OM, il primo numero seriale fu 100.001, e l’obiettivo “MC” primo tipo con matricola più elevata che ho censito è quello illustrato a sinistra, ovvero 103.736, mentre la matricola più elevata da me incontrata in assoluto, ovviamente appartenente ad un modello del secondo tipo, è quella presente sull’obiettivo a destra, cioè 106.739.

E’ quindi ragionevole ipotizzare una produzione complessiva di 7.000 pezzi scarsi, dei quali poco meno di 4.000 appartenenti al primo modello e poco meno di 3.000 al secondo; va quindi considerato un obiettivo poco comune e la rarità unita alla domanda in costante aumento ha fatto progressivamente lievitare i prezzi sul mercato fino a valori piuttosto elevati, se si parla di esemplari intonsi; si può anche notare come i 3.000 esemplari circa del secondo tipo siano stati realizzati nel corso di oltre 20 anni, ad indicare un netto calo della domanda collegato allo sfavorevole andamento di mercato dell’intero sistema OM dopo il mancato aggancio al treno dell’autofocus professionale.

 

 

Parlando di versioni è doveroso citare anche questa interpretazione realizzata dall’organizzazione OM Labor che, partendo da esemplari normalmente reperiti sul mercato dell’usato, provvede a revisionarli completamente e a lucidare le parti metalliche esterne, eliminando la finitura nera originale e proponendo queste versioni satinate a specchio (notate come gli smalti bianchi siano sostituiti dal nero per esigenza di leggibilità); si tratta sicuramente di esemplari spettacolari, sebbene qualcuno faccia notare che l’originalità del modello viene completamente stravolta, specie nel caso di esemplari rari e costosi.

 

 

Nonostante approfondimenti posteriori il 18mm OM Zuiko di serie rimarrà otticamente uguale a se stesso fino al 2002, tuttavia un’evoluzione dello schema finalizzata a correggere il suo principale limite, l’aberrazione cromatica laterale, grazie all’adozione di un grande elemento frontale in vetro ED a bassissima dispersione verrà ingrandita in scala e impiegata nel famoso Olympus OM Zuiko 24mm 1:3,5, la cui copertura con decentramento applicato arriva appunto a 100°; questo schema avrebbe potuto sostituire quello corrente in una versione aggiornata e otticamente migliorata dell’OM Zuiko 18mm 1.3,5, tuttavia forse le tiepide richieste per tale modello convinsero il management a non investire ulteriormente in questa focale, puntando invece su una conversione al 24mm shift.

 

 

L’evoluzione complessiva dello schema Olympus OM da 100°, al netto dei passaggi intermedi mai prodotti, passa puindi attraverso questi 3 steps: schema iniziale a 12 lenti del 1972 (L.Zuiko Auto-W 1:3,5 f=18mm, del quale vennero realizzati solo prototipi), schema a 11 lenti del 1976 (18mm 1:3,5 di serie) e schema elaborato con elemento frontale ED (utilizzato nell’Olympus OM Zuiko Shift 24mm 1:3,5 di serie del 1984); nei 3 schemi il fingerprint comune è evidente e occorre anche aggiungere che in tutti gli studi e i brevetti realizzati da Olympus per la serie OM Zuiko esiste il limite comune dei 100° di campo: nessun obiettivo con copertura maggiore è mai stato ipotizzato, come se il management avesse indicato in tale valore le colonne d’Ercole da non superare perché tale angolo di campo era ritenuto sufficiente.

 

 

Tornando allo schema con esplosi meccanici, con la grafica di colore rosso ho evidenziato le 11 lenti che costituiscono lo schema ottico, mentre in verde ho marcato gli elementi che risultano modificati nel secondo modello rispetto al primo; possono sembrare numerosi ma osservando meglio la stragrande maggioranza riguarda la sostituzione di minuscole viterie con un modello aggiornato che costituisce una variante insignificante, e gli unici elementi realmente modificati sono la ghiera frontale con le nuove diciture, le lamelle del diaframma e un disco che comanda la sua chiusura.

Abbiamo visto come lo sviluppo dello schema retrofocus da 100° per il sistema reflex 35mm Olympus OM sia stato molto più articolato di quanto immaginabile; passiamo quindi in rassegna tutti i brevetti relativi alle varie fasi di tale ricerca.

 

Continua, lunedì 10 giugno 2024, nella seconda parte.

 

 

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