Olympus OM Zuiko 180mm 1:2

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; tornando a parlare degli obiettivi Zuiko destinati al sistema reflex 35mm Olympus OM (1972-2002) è bene ribadire come nella prima decade queste ottiche si siano distinte non soltanto per prestazioni elevate e spesso piacevolmente atipiche (come nei grandangolari retrofocus con resa molto elevata ai bordi) ma soprattutto per l’estrema compattezza, al punto che negli anni ’70 condizionarono di fatto lo sviluppo tecnico di tutto il settore, imponendo ai concorrenti di imboccare la stessa via.

Con l’avvento degli anni ’80, invece, l’azienda nipponica attenuò la rigidità di questo diktat, e per completare il corredo con focali e modelli particolari o professionali accettò di concepire e produrre obiettivi anche molto corpulenti e pesanti; il protagonista odierno appartiene proprio a questa categoria, tuttavia le sue dimensioni e peso, certo un po’ fuori quota per gli standard Olympus OM, sono ampiamente giustificati dalle caratteristiche geometriche, visto che stiamo parlando del luminosissimo teleobiettivo OM Zuiko Auto-T 180mm 1:2 che andò ad affiancarsi al parimenti luminoso e preesistente OM Zuiko Auto-T 180mm 1:2,8.

 

 

In effetti lo Zuiko 180mm 1:2 si presenta immediatamente come uno dei classici tele professionali superluminosi, con struttura robusta e massiccia per sopportare un impiego rude e lenti anteriori di grande diametro che definiscono la caratteristica estetica; per completare la livrea da “cannone” per professionisti l’azienda ha anche scelto per una finitura bianca, analoga a quella dei coevi supertele professionali Canon FD, una decisione che soddisfa anche esigenze tecniche perché quest’ottica utilizza 2 lenti frontali in vetro ED a bassissima dispersione, un materiale che prevede una dilatazione termica molto superiore alla media, e la finitura bianca riflettente aiutava a contenere il surriscaldamento del barilotto al Sole.

I teleobiettivi da 12°-14* (180-200mm) di grande apertura (1:1,8 – 1:2) costituiscono una nicchia molto circoscritta di modelli concepiti principalmente per riprese di sport al chiuso in palazzetti (ad esempio per il basket), anche se ripetutamente ho visto professionisti tenerne un esemplare al collo anche in esterni per eseguire ritratti al personaggio sportivo isolandolo completamente dallo sfondo caotico, e il novero di questi obiettivi è davvero limitato a pochi esemplari.

 

 

Questo schema mostra come la prima ottica di questo genere sia stato il Nikon Nikkor Ai 200mm 1:2 ED, introdotto nel Gennaio 1977, tuttavia e inaspettatamente Olympus bruciò il resto della concorrenza (ivi compresa Canon, specializzata proprio in pezzi del genere) e introdusse il nostro OM Zuiko Auto-T 180mm 1:2 nel corso del 1983 (purtroppo non sono riuscito a risalire alla data precisa), in concomitanza con l’arrivo del modello Olympus OM-4; Canon poi superò tutti in luminosità e nel Novembre 1988 lanciò l’EF 200mm 1:1,8 L autofocus, seguito nel Novembre 1989 dall’FD 200mm 1:1,8 L, tecnicamente identico al precedente e messo sul mercato in piccolissima tiratura col vecchio attacco per corpi macchina manual focus dopo le rimostranze dei numerosi professionisti che allora sfruttavano corpi macchina di questa generazione e non avevano ancora fatto il grande salto verso EOS.

Carl Zeiss entrò a far parte del novero nel Settembre 1992, quando introdusse il tele Aposonnar T* 200mm 1:2 nel sistema Contax-Yashica, seguito poi da Leica che nel Novembre 1994 svelò il tele Apo-Summicron-R 180mm 1:2; infine, nel nuovo millennio, Canon e Nikon hanno introdotto nuovi modelli ricalcolati, autofocus e stabilizzati, come il Nikkor AF-S VR 200mm 1:2 ED G del Gennaio 2004 e il Canon EF 200mm 1:2 L IS del Gennaio 2008.

Come si può osservare, solo 5 fabbricanti hanno avuto l’ardire di commercializzare modelli così specialistici e costosi, e stupisce che uno di essi sia proprio Olympus OM, a dimostrazione che dal 1980 in poi l’azienda ha profuso uno sforzo immane per rendere il corredo OM una credibile alternativa per i professionisti, salvo poi perdere il treno giusto, quello dell’autofocus.

 

 

Peraltro, come si può osservare in questo ritaglio da una brochure statunitense del Dicembre 1985, il progetto Olympus fu ancora più ambizioso perché simultaneamente non venne introdotto soltanto lo Zuiko 180mm 1:2 ma anche 2 fratelli maggiori di analoghe caratteristiche professionali (e dei quali parleremo in futuri articoli), ovvero il 250mm 1:2 e il 350mm 1:2,8, entrambi all’epoca titolari del record di luminosità nella rispettiva focale; il fotografo sportivo o naturalista Olympus che si trovasse ad operare in condizioni di luce critica aveva quindi a disposizione ben 3 nuovi ordigni di grande efficacia.

La scarsa documentazione ha reso difficile capire il momento esatto in cui questi modelli vennero introdotti, partendo dalla constatazione che molti li ritengano arrivati a fine anni ’80, pertanto ho cercato di recuperare brochure, cataloghi e listini dell’epoca, regredendo cronologicamente alla ricerca dell’antequem più lontano nel tempo.

 

 

Iniziamo quindi da questo listino U.S.A. del Febbraio 1988, nel quale i 3 superluminosi da 180mm 1:2, 250mm 1:2 e 350mm 1:2,8 sono regolarmente presenti; notate come all’epoca l’azienda non avesse pensionato i classici tele e supertele presenti nel sistema fin dagli albori e ora tecnicamente superati dai nuovi modelli in livrea bianca, pertanto nelle focali da 180mm a 1.000mm convivevano pacificamente i 180mm 1:2 e 1:2,8, il 200mm 1:4, il 250mm 1:2, il 300mm 1:4,5, il 350mm 1:2,8, il 400mm 1:6,3, il 500mm 1:8 Reflex, il 600mm 1:6,5 ed il 1.000mm 1:11, un’offerta davvero ridondante!

E’ anche bene osservare i prezzi estremamente elevati che caratterizzavano i nuovi modelli bianchi: il 180mm 1:2 costava 4.070 Dollari contro i 950 Dollari del comunque luminoso 180mm 1:2,8 e i 360 Dollari del 200mm 1:4, e anche i modelli da 250mm 1;2 e 350mm 1:2,8 veleggiavano su cifre per pochi, con prezzo identico fissato a 5.490 Dollari, quando con 630 Dollari si portava a casa l’onesto Zuiko 300mm 1:4,5.

Questi listini erano comunque in linea con la concorrenza Canon e Nikon e risultavano giustificati sia dalla sofisticazione meccanica legata alla messa a fuoco che dall’impiego di lenti in vetro ED di ampio diametro, all’epoca ancora estremamente costose.

 

 

Questo schema riassuntivo da una brochure del Dicembre 1985 (quindi diffusa 3 anni prima) elenca a sua volta i 3 teleobiettivi superluminosi, evidenziati in grafica.

 

 

Il citato antequem più datato ci è fornito da una fonte particolare: si tratta di una pubblicazione periodica intitolata Olympus VisionAge che l’azienda concepì come raffinato strumento d’informazione e divulgativo destinato ai clienti OM più esperti; in questa immagine osserviamo a sinistra la copertina del primo numero prodotto, e a destra la pagina 22 che già illustra in versione definitiva uno dei 3 teleobiettivi bianchi di nuova generazione, in questo caso l’impressionante 250mm 1:2 (notate le dimensioni rapportate al minuscolo corpo macchina); dal momento che questo periodico venne pubblicato in Giappone nel Giugno 1984, possiamo dedurre che all’epoca, almeno sul mercato interno, questi teleobiettivi erano già regolarmente in commercio, facendo quindi risalire la loro introduzione al momento in cui fu presentata la reflex OM-4, nel 1983.

 

 

Questi potenti tele dall’inconfondibile aspetto professionale e moderno furono poi un fiore all’occhiello del corredo OM fino alla sua uscita di scena (2002), come evidenziato da questo ritaglio di una brochure tarda, tuttavia da quando iniziarono a circolare i nuovi tele EF del sistema Canon EOS con autofocus veloce ed efficace, questi obiettivi Olympus OM divennero immediatamente obsoleti agli occhi dei potenziali utilizzatori.

 

 

Torniamo dunque al nostro OM Zuiko Auto-T 180mm 1:2; trattandosi di un modello squisitamente professionale e molto costoso veniva fornito con un’adeguata dotazione, che comprendeva una robusta valigetta di trasporto metallica con scomparti sagomati, un collare girevole e rimuovibile per il fissaggio su treppiedi, un ampio cappuccio anteriore in cuoio morbido, una cinghia per il trasporto e un filtro neutro protettivo da 100mm di diametro; infatti, nonostante l’obiettivo impieghi in prima posizione una lente in vetro ED (materiale notoriamente più delicato), il fabbricante ha scelto di non montare un filtro anteriore fisso, come avviene in modelli della concorrenza, per lasciare al fotografo la possibilità di scattare ad obiettivo “nudo”; purtroppo questo 180mm 1:2 non prevede un cassetto posteriore per filtri supplementari di piccolo diametro (previsto invece nei “fratelli” 250mm 1:2 e 350mm 1:2,8), pertanto qualora si rendessero necessari tipi diversi il proprietario era obbligato ad acquistare costosissimi modelli da 100x1mm.

 

 

L’obiettivo riecheggia senza remore la classica estetica dei tele Canon FD-L bianchi del tempo, presentando diverse soluzioni ben concepite come l’ampio paraluce telescopico anteriore con settore gommato che funge da presa di forza per estrarlo e anello protettivo frontale nello stesso materiale che consente di appoggiare l’ottica senza danneggiarla; la ghiera di messa a fuoco prevede scale in metri e piedi che, trovandosi su fondo chiaro, non utilizzano il classico smalto bianco per i metri, sostituito dal nero; l’obiettivo – come vedremo – adotta un sistema di messa  a fuoco interna molto sofisticato che consente di scendere fino a 1,6m e la ghiera (se l’obiettivo è in corretto stato di manutenzione) ruota dolcemente richiedendo uno sforzo minimo, dettaglio che compensa parzialmente la mancanza di autofocus.

Anche la ghiera del diaframma risulta anomala per il sistema OM; trovandosi in posizione posteriore accanto alla baionetta, mentre il collare girevole e rimuovibile per il treppiedi è molto robusto, consente di fissarlo al cavalletto sul centro di gravità del sistema e l’ampia staffa può essere anche utilizzata come impugnatura per il trasporto, tenendo obiettivo e corpo macchina sottosopra (il settore gommato antiscivolo posto nella parte superiore della staffa stessa suggerisce proprio questo impiego).

Complessivamente la costruzione è impeccabile, com’è lecito aspettarsi con un simile prezzo di listino.

 

 

La vista posteriore consente di apprezzare il caratteristico ed ampio strombo nel barilotto imposto dal diametro degli elementi anteriori, l’ampio settore gommato con rilievi “a diamante” che facilita la messa a fuoco, il meccanismo di svincolo per il collare di fissaggio, la ghiera del diaframma molto leggibile e infine la baionetta posteriore; quest’ultima è un elemento critico perché è abbinata ad un’ottica da quasi 2kg, quindi è saggio sostenere il complesso impugnando l’obiettivo anziché brandire il corpo macchina con l’ottica a sbalzo.

 

 

In questa tabella riassuntiva ricavata da una brochure anni ’90 possiamo apprezzare altri elementi del 180mm 1:2, come lo schema a 10 lenti in 8 gruppi, il diaframma che chiude da 1:2 ad 1:22, la lunghezza di 174mm, il peso esatto di 1.900g e anche le tipologie di vetri di messa a fuoco più adatti, problematica sicuramente poco preoccupante in un obiettivo 1:2; la lunghezza fisica dell’obiettivo non varia durante la messa a fuoco grazie alla citata messa a fuoco interna flottante.

Vediamo ora di addentrarci nei segreti tecnici che si celano dietro questo luminoso tele OM Zuiko.

 

 

Il gruppo ottico venne calcolato da Masaki Imaizumi e la richiesta prioritaria di brevetto giapponese fu depositata per Olympus Optical Co., Ltd .il 24 Dicembre 1982 (per comodità di comprensione noi stiamo utilizzando il corrispondente documento statunitense); avendo raccolto anche i brevetti dei 2 modelli di focale superiore, posso dire che il 180mm 1:2 è stato l’ultimo ad arrivare, perché tali documenti per le versioni da 250mm 1:2 e 350mm 1:2,8 erano già stati depositati rispettivamente il 24 Agosto 1982 e il 21 Luglio 1981, ed è buffo pensare come in momenti in cui tutto l’ambiente continuava ad apprezzare e magnificare i prodotti OM in virtù della loro compattezza e leggerezza ormai proverbiale, in ambito aziendale stessero invece progettando mastodontici tele luminosi da quasi 4kg di peso!

Come si può osservare dallo schema del “preferred embodiment” riportato nell’intestazione del brevetto, all’interno è previsto un modulo flottante per la messa a fuoco interna che non si limita, come nel caso di Canon e Nikon, a movimentare un singolo gruppo di lenti ma contempla un doppio flottaggio, nel quale la lente IIa e il doppietto cementato IIb si spostano all’indietro con una corsa indipendente e asolidale, una soluzione molto complessa e sofisticata che costituisce l’elemento più importante del brevetto.

 

 

In realtà il documento prevede 2 differenti “embodiments”: il primo corrisponde al 180mm 1:2 di produzione e i colori della grafica evidenziano le lenti che flottano durante la messa a fuoco.

 

 

Un secondo prototipo alternativo contempla addirittura un 180mm con apertura 1:1,8, quindi ancora più luminoso; in questo caso le lenti flottanti sono 4, suddivise in 2 doppietti cementati, ciascuno dei quali arretra con una corsa leggermente differente rispetto all’altro, e questo modello non è mai arrivato alla fase produttiva, costituendo tuttavia un impressionante esempio di progettazione che ha anticipato di ben 5 anni quella del Canon EF 200mm 1:1,8 L, calcolato nel 1987 da Sadatoshi Takahashi, Hideki Ogawa e Hiroshi Endo.

Il presupposto teorico introdotto da Imaizumi-San definisce che una messa a fuoco flottante col movimento di un gruppo singolo introduce sfavorevoli aberrazioni focheggiando a distanze ravvicinate, mentre se il movimento è finalizzato da 2 elementi con corsa differenziata (pertanto modificando lo spazio d’aria fra di essi) tali difetti si possono mantenere sotto controllo.

 

 

Questi diagrammi evidenziano con chiarezza tale concetto; nello schema è visualizzato lo stato di correzione per aberrazione sferica, curvatura di campo/astigmatismo, distorsione e coma nel modello da 180mm 1:2 di produzione, con in alto la sequenza con fuoco iniziale ad infinito, al centro lo stato a distanza di fuoco intermedia con flottaggio sdoppiato (a sinistra) e flottaggio singolo convenzionale (a destra) e in basso lo stato a distanza di fuoco minima, sempre con flottaggio doppio (a sinistra) o singolo (a destra).

Come si può osservare, già passando a distanze intermedie nella configurazione classica a flottaggio singolo l’aberrazione di coma inizia a peggiorare rispetto allo stesso obiettivo con flottaggio doppio asolidale; poi, scendendo alla distanza minima, le differenze diventano molto marcate e nell’ipotesi a flottaggio singolo aberrazione sferica, curvatura di campo/astigmatismo e coma risultano molto penalizzati.

 

 

A titolo di curiosità, il confronto delle aberrazioni ad infinito con l’esemplare di produzione 180mm 1:2 ed il prototipo 180mm 1:1,8 mostra uno stato di correzione molto soddisfacente anche in quest’ultimo, ad indicare come sarebbe stato possibile produrlo già a questo stadio di sviluppo.

 

 

La discussione del brevetto premette che a quel tempo era in crescita la domanda di teleobiettivi molto luminosi; tuttavia, sviluppandoli con messa a fuoco tradizionale, nella messa in opera si sarebbe riscontato lo spostamento del centro di gravità dovuto al movimento delle lenti in avanti e anche l’indurimento dell’elicoide delegato a spostare un simile peso.

La messa a fuoco interna col movimento circoscritto ad elementi piccoli e leggeri risultava quindi la soluzione, tuttavia una configurazione tradizionale a gruppo singolo causava un peggioramento del rendimento a distanze brevi; invece con la configurazione di Imaizumi-San, con 2 moduli che muovendosi in sincrono modificano lo spazio che li divide, le aberrazioni descritte nel testo risultano controllate.

 

 

Questo schema visualizza chiaramente quanto descritto nel brevetto: in alto abbiamo la configurazione di fuoco ad infinito, con i 2 elementi mobili in posizione iniziale e i relativi spazi anteriore, intermedio e posteriore pari a 9,80, 4,58 e 22,00; passando da infinito a 1,6m (schema in basso) i 2 elementi arretrano, tuttavia il doppietto cementato finalizza una corsa leggermente superiore rispetto all’elemento singolo che lo precede, per cui al termine della traslazione lo spazio anteriore è 16,61, quello posteriore 14,13 e quello intermedio risulta incrementato da 4,58 a 5,65; proprio questo è il segreto che si cela nell’OM Zuiko 180mm 1:2.

 

 

Per completezza di esposizione, un concetto simile venne applicato anche da Pierre Angenieux nel il suo famoso 180mm 1:2,3 per reflex 35mm anni ’90; in questo caso a muoversi con corsa asolidale solo il doppietto collocato subito dietro la lente frontale e quello posteriore, con quest’ultimo caratterizzato da una corsa molto maggiore, mentre il modulo centrale con il diaframma resta stazionario.

Il modello di Angenieux è parimenti interessante ma il brevetto è stato consegnato il 3 Dicembre 1985, quindi 3 anni dopo quello Olympus di Masaki Imaizumi, pertanto l’idea originale va attribuita al designer nipponico.

Vediamo ora alcuni dettagli interni grazie agli esplosi tecnici creati a suo tempo per i laboratori di assistenza ufficiale.

 

 

Questi elementi compongono la parte anteriore dell’obiettivo e possiamo apprezzare l’ampio paraluce estraibile e le prime 4 lenti di grande diametro con i relativi elementi di fissaggio; notate come questo documento sia stato deliberato nel Novembre 1984 (1184), tuttavia l’obiettivo a quel tempo era già in produzione.

 

 

Nella seconda pagina vediamo la lente singola L5 e il doppietto cementato L6-L7 che costituiscono gli elementi mobili del sistema di fuoco flottante, ma soprattutto un cannotto con asole per camme la cui rotazione abbinata alla ghiera di messa a fuoco gestisce lo spostamento differenziato di tali elementi ottici; questa è una tecnologia tipica degli zoom con variazione di focale a ghiera rotante, una tipologia che comprende la stragrande maggioranza delle ottiche OM Zuiko di quella categoria, pertanto in azienda disponevano del necessario know-how per realizzare questo sofisticato componente.

 

 

Nella terza ed ultima pagina troviamo invece l’insolita ghiera del diaframma posteriore (negli OM Zuiko di uso comune è frontale), accanto alla quale si può apprezzare la massiccia struttura monolitica della baionetta posteriore, rinforzata per l’occasione, e le ultime 3 lenti che definiscono lo schema ottico; notate anche l’assemblaggio del collare di fissaggio, con la staffa inferiore unita al sistema grazie a 4 viti.

 

 

Tornando allo schema ottico, questi sono i parametri grezzi di calcolo del modello di serie con le caratteristiche rifrattive e dispersive dei vetri adottati; spesso Olympus sfruttava materiali della vetreria Sumita ma in questo caso sembra che il fornitore sia stato Ohara (considerando la rispettiva disponibilità dei vetri adottati), e comunque anche in casa Ohara ho avuto evidenti difficoltà ad individuare le tipologie impiegate appartenenti alle categorie Phosphate Crown a dispersione contenuta (L5) e Special Flint (L7), trovandole sono con codici obsoleti in cataloghi molto datati ma non in quelli moderni.

Nello schema sono presenti anche le quote relative agli spazi variabili durante il flottaggio.

 

 

Lo schema ottico dell’Olympus OM Zuiko Auto-T 180mm 1:2 utilizza quindi ben 8 tipologie differenti di vetri su 10 lenti complessive, 2 delle quali sono realizzate in vetro ED a bassissima dispersione, com’è ormai consueto in questi teleobiettivi professionali, e altre 2 in vetro con dispersione ridotta e quote di dispersione parziale anomala, il tutto per minimizzare l’aberrazione cromatica.

Pertanto, muovendoci dall’elemento frontale verso il corpo macchina, in L1 ed L4 troviamo un vetro Phosphate Crown di categoria ED del tipo Ohara S-FPL-51, in L2 un Phosphate Dense Crown tipo Ohara S-PHM52, in L3 uno Special Short Flint tipo Ohara S-NBH5, in L5 un Phosphate Crown tipo Ohara PK-1 (sigla obsoleta di decenni or sono, non l’ho trovato nel catalogo attuale), in L6 un Dense Flint tipo Ohara S-TIM28, in L7 uno Special Flint tipo Ohara KZF-6 (altra sigla obsoleta perché questo vetro non è contemplato nel catalogo corrente), in L8 un Lanthanum Dense Flint ad alta rifrazione e bassa dispersione tipo Ohara S-LAH64, in L9 un Flint tipo Ohara S-TIM5 e in L10 un Lanthanum Crown tipo Ohara S-LAL12.

A parte questo complesso assortimento di vetri, a rendere indubbiamente costoso il gruppo ottico provvedono soprattutto le 2 lenti in vetro ED di grande diametro (quella anteriore intorno ai 90mm), oggi più abbordabili ma al tempo davvero costose, oltre naturalmente al sofisticato sistema flottante sdoppiato.

 

 

L’Olympus OM Zuiko Auto-T 180mm 1:2. assieme agli omologhi 250mm 1:2 e 350mm 1:2,8, costituisce quindi un modello anomalo per dimensioni, peso, prezzo e ambizioni d’uso, proiettato in un sistema che, come anticipato, mancò l’aggancio al treno giusto nello sviluppo del materiale professionale e imboccò una lenta a inesorabile parabola discendente proprio quando invece l’azienda stava producendo il massimo sforzo tecnico ed economico per introdurre corpi ed obiettivi altamente professionali e molto interessanti, relegati tuttavia ormai ad una dimensione aliena rispetto alla realtà di mercato, fatta di robuste e sovradimensionate fotocamere autofocus e ottiche con analoga caratteristica, nelle quali i primi studi ergonomici rendevano l’interfaccia d’uso piacevole facendo dimenticare la massa in gioco.

Olympus perse quindi in senso generale la grande scommessa per entrare nel gotha dei sistemi professionali, tuttavia questo 180mm 1:2, al netto della messa a fuoco manuale, è un’ottica di altissimo livello sotto il profilo ottico e meccanico che testimonia le grandi competenze del fabbricante e documenta altresì un radicale cambio di rotta nelle priorità aziendali, abbandonando la massima miniaturizzazione istituzionale, ormai perseguita anche dalla concorrenza, per avere campo libero e disegnare invece pezzi da novanta come questo notevolissimo tele superluminoso a correzione cromatica spinta.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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