Olympus M-1 (seconda parte)

Riprende dalla prima parte.

 

 

Infatti, se ad esempio osserviamo questa M-1 presente in un’altra brochure dell’epoca, osserviamo una ghiera dei tempi convenzionale, con i tempi da 1” a 1/60” indicati in colore azzurro per ricordare l’intervallo ammesso con il lampeggiatore elettronico (synchro X), del tutto simile a quella poi applicata nelle successive OM-1, tuttavia il nottolino della frizione presenta un trattino rosso di riferimento allargato, mentre nella OM-1 definitiva il riferimento è ridotto ad un piccolo puntino.

 

 

Questo secondo corpo M-1 è ancora più anomalo perché non soltanto è presente il nottolino con trattino rosso anomalo ma anche la scala dei tempi prevede tutti gli indici di colore nero, come avveniva con la precedente MDN prototipo del 1969; curiosamente questa M-1 prevede anche una delle numerazioni seriali più alte che abbia verificato, quindi cade l’ipotesi che si tratti di uno dei primissimi esemplari, magari assemblato con una ghiera derivata dall’esperienza MDN.

Questa immagine consente anche di apprezzare il già citato nitore formale che caratterizza la M-1, mentre i materiali e le finiture dei suoi comandi richiamano in qualche modo il mondo della microscopia, settore in cui Olympus era stata leader per decenni e il cui know-how costituiva evidentemente una marcia in più sui concorrenti.

Il dettaglio ingrandito del logo M-1 evidenzia come fosse leggermente vistoso, un elemento poi normalizzato con la successiva scritta OM-1.

 

 

Questo esemplare mostra invece il nottolino anomalo, con trattino rosso di grandi dimensioni, ma ritorna alla ghiera dei tempi standard, con doppia colorazione per differenziare i tempi in funzione della sincronizzazione flash.

 

 

Infine, questa immagine mostra 2 esemplari affiancati, il primo con scala dei tempi completamente nera e nottolino con trattino rosso allargato e in secondo con scala dei tempi regolare e nottolino a sua volta con puntino rosso standard, come quello poi utilizzato sulla OM-1; ho quindi rilevato 2 varianti sia per la ghiera dei tempi (nera o azzurra/nera) e per il nottolino girevole (con trattino o con puntino); non esiste alcuna informazione precisa che possa giustificare una collocazione sistematica di questi elementi discordanti, probabilmente montati a caso da lotti di pezzi differenti realizzati in precedenza.

 

 

Peraltro, osservando gli spaccati di officina originali di differente origine e riferiti alla M-1, il nottolino metallico godronato che mette a frizione la griffa di trascinamento mostra in modo generico la parte in  questione, senza dettagliare e farci capire quali fossero le intenzioni dei progettisti.

 

 

Fra le anomalie e rarità possiamo anche aggiungere la M-1 in livrea nera, prodotta in pochissimi esemplari e in questo caso in perfetto stato di conservazione con uno Zuiko 55mm 1:1,2 a sua volta della serie preliminare M-System; notate come il filetto bianco sulla leva dell’autoscatto e sull’interruttore di accensione per l’esposimetro risulti a sua volta completamente annerito; questo dettaglio sulla levetta che attiva l’esposimetro merita un approfondimento relativamente ai successivi corpi OM-1 in livrea nera: infatti questo dettaglio verrà modificato in corsa.

 

 

Prendendo in considerazioni le 3 principali varianti del modello OM-1, cioè la OM-1 originale senza attacco per il motore (1972-74), la OM-1 MD predisposta per il motore (1974-1979) e la OM-1n con spia di pronto-flash aggiunta nel mirino (1979-1987), nella prima variante priva di prese per il trascinamento motorizzato tale interruttore è completamente nero, come nella M-1 black.

 

 

Osservando un esemplare del secondo tipo (1974-79), si può osservare piccola placchetta con la scritta MD sul frontale e i relativi contatti e tappo per la presa di forza che definiscono la compatibilità con winder e motor-drive, e anche in questa serie è stata mantenuta la levetta interamente nera.

 

 

Infine, passando alla OM-1n prodotta dal 1979 al 1987 e caratterizzata da una nuova hot-shoe con contatti aggiuntivi e spia per il flash nell’oculare, notiamo che nella versione nera la levetta che accende l’esposimetro ha finalmente acquistato il trattino bianco che caratterizza tutti i corpi cromati.

 

 

Restando in tema, questa OM-1 nera della prima generazione (1972-74) è anomala perché l’esemplare nacque senza predisposizione per il motore, come tutti i corpi prodotti in quell’epoca, poi venne aggiornato in seguito da qualche laboratorio, sostituendo il fondello e i componenti necessari per applicare motore e winder; siccome nei corpi motorizzati ab origine tale caratteristica era indicata da una placchetta con scritta cubitale “MD” applicata sul frontale, in basso a destra della baionetta, e visto che in questo esemplare in tale zona era invece presente il rivestimento adesivo intero, il tecnico che effettuò l’aggiornamento decise invece di incollare tale placchetta nel carter superiore, accanto al nottolino che mette a frizione la griffa del film; poi, nel corso degli anni, l’adesivo ha ceduto e il piccolo particolare ha cambiato leggermente posizione.

 

 

Tornando alle anomalie della M-1, un elemento caratteristico che storicamente la identifica subito rispetto ad una OM-1 è rappresentato dalle 3 viti radiali che sull’esterno fissano la baionetta di attacco per l’obiettivo; teoricamente nei corpi M-1 queste viti sono a taglio, mentre nelle OM-1 prodotte in seguito sono del tipo Phillips con sagoma a croce; tuttavia osservando questi 2 esemplari di M-1, entrambe ortodosse con tempi lenti azzurri e nottolino della frizione con puntino rosso, notiamo subito che un corpo macchina prevede le viti a taglio e l’altro il tipo Phillips, pertanto – a meno di una sostituzione in corsa durante un tagliando – sono usciti dalla linea di produzione corpi M-1 che praticamente replicavano tutte le caratteristiche definitive della OM-1 prima serie ad eccezione della calotta col logo M-1.

 

 

Peraltro quando fu creata la M-1 le viti di tipo Phillips erano presenti ed utilizzate già da svariati anni, e infatti le 4 che fissano il fondello dell’apparecchio sono di questo tipo in tutte le M-1 prodotte; quindi la scelta di adottare il più obsoleto tipo piatto per le viti che fissano la baionetta non dipende da una mancata disponibilità ma fu un atto voluto e cosciente, incidentalmente replicato anche nella corrispondente baionetta posteriore delle ottiche Zuiko serie M-System.

 

 

Passando ai numeri di matricola, è stato affermato che nell’intervallo fra il Luglio e l’Ottobre 1972 per il mercato giapponese siano state assemblate circa 5.000 Olympus M-1, tuttavia le matricole sequenziali osservabili sul fondello di svariati esemplari sembrano indicare una produzione ben superiore; infatti, dando per scontato un inizio a 100.001, come sovente avveniva in Olympus anche per le ottiche Zuiko, in questa serie di corpi M-1 abbiamo esempi che spaziano fra 105.753 e addirittura 141.926, lasciando appunto intendere numeri più importanti, una considerazione avvallata anche dalla produzione delle relative ottiche coeve della serie M-System, anch’esse solamente per il mercato interno nipponico e unicamente per il corpo M-1: infatti il normale M-System 50mm 1:1,8 ha visto matricole superiori a 22.000 e l’M-System 50mm 1:1,4 superiori a 30.000, quantità di obiettivi standard ingiustificabili per appena 5.000 corpi macchina,

La Olympus M-1 non offriva funzionalità frivole e mirabolanti, concentrandosi su quanto ci si aspetta da una classica ed affidabile meccanica a funzionamento manuale, tuttavia il suo progetto e la sua ingegnerizzazione sono notevoli e condivido volentieri questi spaccati di officina dell’epoca che documentano nel dettaglio la sua complessa e ammirevole costruzione, un tripudio di micromeccanica e piccoli componenti realizzati con minime tolleranze che oggi lasciano attoniti, in tempi in cui qualche integrato e pre-assemblato è sufficiente a riempire un apparecchio anche sofisticato.

 

 

Questi documenti sono preziosi perché si riferiscono esplicitamente all’originale corpo M-1, come confermato dal caratteristico marchio visibile sul top nello spaccato; osservate come un robusto telaio in pressofusione che include la maschera del piano focale garantisca adeguata robustezza e precisione di allineamento/posizionamento anche in un corpo così compatto; anche il dorso promette adeguata rigidità mentre il fondello se vogliamo costituisce un punto debole perché è sottile e il modulo con l’attacco filettato per il treppiedi è ancorato solamente al suo lamierino, pertanto serrando troppo forte il dispositivo di attacco o applicando troppo peso a sbalzo alla M-1 è facile deformare verso l’esterno il fondello .

Questo schema di officina è storicamente impagabile anche perché in calce, alla voce HOUSE CODE, indica proprio MDS, confermando come la M-1 sia effettivamente la reflex compatta illustrata accanto al corpo scomponibile MDN nell’organigramma complessivo del Gennaio 1969 visto in precedenza.

 

 

Questa seconda pagina si focalizza su componenti per l’avanzamento del film, in molti casi caratterizzati da piccole dimensioni e fattura di precisione; il nottolino girevole sul frontale, già trattato, risulta identificato dal codice CA9141 e fa parte dell’assemblato n° 14.

 

 

Questa terza pagina è principalmente dedicata all’otturatore, un modello sul piano focale con scorrimento orizzontale e tendine in seta gommata che consentono tempi fissi compresi fra 1” e 1/1000” + posa B; notate i numerosi componenti meccanici che trovano posto sotto l’otturatore, in un’apposita sede ricavata nella pressofusione principale.

 

 

Nella quarta pagina troviamo invece il posizionamento del piano focale e di altri componenti meccanici sul fondello, oltre alla griffa di trascinamento e al rocchetto ricevente; questi documenti sono molto esplicativi e indicano anche la posizione e il tipo di frena-filetti o lubrificante eventualmente necessario.

 

 

La quinta pagine descrive il modulo pre-assemblato frontale con la piastra e la flangia della baionetta assieme all’autoscatto; il meccanismo di quest’ultimo, indicato come V40 SELF-TIMER, è proposto come un gruppo già completo e mi lascia supporre che venisse acquistato esternamente da un’azienda specializzata; in questo schema sono presenti anche il cassetto per i vetri di messa a fuoco intercambiabili e vari componenti dell’esposimetro, compreso il grosso galvanometro che definisce i valori nel mirino.

 

 

Infine, la sesta e ultima pagina mostra nel dettaglio l’assemblaggio di specchio reflex / mirabox, mirino e pentaprisma, con una sezione supplementare che descrive il circuito esposimetrico dell’apparecchio; notate come tutte le pagine siano riferite al modello M-1 con codice interno MDS.

 

 

Per quanto riguarda le ottiche della M-1, la serie di obiettivi Zuiko marcati M-System e prodotti in quei mesi del 1972 appositamente per il mercato nipponico sono già stati descritti in un mio precedente articolo dedicato ai prototipi di ottiche OM Zuiko, tuttavia è bene ribadire che queste ottiche erano già identiche alle prime serie dei corrispondenti modelli marcati OM-System, e la sola differenza è rappresentata dalla denominazione M-System, appunto, e dalle viti piatte nella baionetta in luogo del tipo Phillips utilizzato negli OM-System; ovviamente gli M-System dell’estate 1972 sono conformi alla primissima style policy, con doppio fletto anteriore cromato (chrome nose) e antiriflessi semplice, non MC.

In questa immagine possiamo ammirare un corredino di Zuiko M-System costituito dal grandangolare 28mm 1:3,5, dal normale 50mm 1:1,8 e dal tele 135mm 1:3,5; in tutti gli esemplari sono in evidenza l’antiriflesso semplificato, i fletti cromati e la denominazione M-System che li caratterizza; il 135mm 1:3,5 risulta interessante perché con la matricola 100.285 risulta uno dei primi prodotti in assoluto.

 

 

Oggi queste ottiche riemergono spesso equipaggiate con tappi frontali standard, analoghi a quelli poi usati per anni nelle ottiche OM-System e caratterizzati dal bordo lineare con scritta Olympus centrale in argento, tuttavia nel progetto originale del corredo M-System i tappi anteriori delle ottiche prevedevano un aspetto analogo alle versioni che proteggevano i corpi macchina, senza scritte argentate e con un bordo spesso con rilievi zigrinati paralleli assente nel modello definitivo utilizzato per anni.

In questa foto si possono osservare alcuni esemplari del tappo originale M-System assieme all’illustrazione ricavata da una brochure della primissima ora nella quale i tappi per obiettivo e corpo macchina sono illustrati ancora nell’ipotesi preliminare di design, addirittura senza marchio Olympus in rilievo al centro.

Questi tappi “M-System” sono molto rari e, ritengo, storicamente importanti, quindi l’anno scorso fui molto felice quando finalmente riuscii ad acquisire il mio primo esemplare dopo anni di attesa.

 

 

Ecco l’aspetto di un tappo “M-System” da 49mm applicato ad un 35mm 1:2,8 Zuiko “M-System”; effettivamente l’accessorio appare visivamente greve, soprattutto per il massiccio bordo zigrinato a sbalzo, e bisogna ammettere che da un punto di vista meramente estetico il modello definitivo ingentilisce molto l’aspetto dell’obiettivo al quale è accoppiato.

 

 

Tornando alla produzione effettiva di corpi M-1, a parte le matricole sui fondelli abbiamo anche la citata produzione relativamente abbondante di ottiche standard “M-System”, quasi 2.000 Zuiko 55mm 1:1,2, sicuramente oltre 22.000 Zuiko 50mm 1:1,8 e almeno 30.000 Zuiko 50mm 1:1,4, come questa immagine ci conferma; è vero che Olympus aveva pianificato di continuare la produzione col marchio M-1 ed M-System fino all’inaspettata obiezione di Leitz Wetzlar, tuttavia sembra strano che dopo 5.000 corpi avesse già messo in cascina circa 55.000 obiettivi standard…

 

 

Restando in argomento con le rimostranze Leitz, naturalmente quando i manager di Wetzlar si affacciarono allo stand Olympus della Photokina 1972 presentando le loro ragioni non soltanto era stato prodotto un consistente lotto di fotocamere ed obiettivi M-1 ed M-System ma anche tutti i cartacei divulgativi riportavano inevitabilmente tali denominazioni; proprio per non gettare ogni cosa al macero, in attesa di ristampare tutto i pragmatici nipponici aggiornarono i documenti preesistenti, aggiungendo sulla copertina il logo aggiornato Olympus OM-1 e applicando anche un ulteriore adesivo che spiegava come il nome M-1 sarebbe stato modificato in futuro per questioni di marchi registrati; questa rara brochure fotografa proprio questo momento di transizione imprevisto e un po’ concitato, mentre con la produzione la situazione fu più tranquilla: i prodotti finiti vennero inscatolati e venduti come M-1 ed M-System, mentre tutti i pezzi realizzati ex-novo o da completare dopo la Photokina furono invece aggiornati, in sostanza limitandosi a montare una calotta col logo OM-1 sul corpo macchina e una ghiera frontale con la scritta OM-System sugli obiettivi Zuiko.

 

 

Questa reazione garbata alla cortese obiezione Leitz aveva dato vita alla OM-1 definitiva, poi evoluta nel 1974 predisponendo l’attacco per winder e motore di avanzamento (OM-1 MD) e nel 1979 passando ad OM-1n (con interfaccia migliorata al flash e spia di pronto-lampo nel mirino); la OM-1n uscì di scena nel 1987 e quindi rimase sul mercato per 3 lustri, 15 anni sufficienti a cambiare il mondo della fotografia nel settore reflex 35mm.

Questo specifico esemplare, appartenente alla prima serie 1973-74 ancora priva di attacco per il motore, va notato per la curiosa livrea “panda” con corpo cromato e ghiera dei tempi nera, come sui corpi black; trattandosi di un’immagine ufficiale Olympus presa da una brochure ritengo che si tratti di una prova eseguita in azienda e non dell’esperimento di qualche fotoriparatore Frankenstein-oriented.

 

 

Per quanto riguarda la continuità fra M-System ed OM-System nel parco di ottiche Zuiko, i modelli già presenti nella configurazione originaria passarono ad OM-System proseguendo dalla matricola raggiunta in precedenza, mentre tipi non presenti nel gruppo iniziale M-System e introdotti dopo la transizione, come questo OM Zuiko 200mm 1:5, partirono ovviamente da zero o, meglio, da 100.001, proprio come questo 200mm che costituisce quindi il primo esemplare prodotto in assoluto.

 

 

La genesi della Olympus M-1, col suo lungo travaglio pregresso in azienda durato oltre un lustro, ci ha regalato una fotocamera che se vogliamo non aggiungeva nulla sul piano funzionale alla migliore concorrenza ma lo faceva in modo rivoluzionario: un corpo piccolo e silenzioso come una telemetro, miniaturizzato ma affidabile, leggero ma otticamente impeccabile, costruito con qualità e finitura da microscopi professionali e nobilitato da un mirino ad elevato ingrandimento e molto luminoso; ai fan-boy di altre aziende che esibivano la muscolarità delle loro fotocamere professionali l’utente Olympus poteva replicare che anche la sua minuscola reflex poteva sostituire svariati vetri di messa a fuoco, usare motori e winder, comandi a distanza, dorsi datari o ad alta capacità, interfacciarsi a telescopi, oscilloscopi, microscopi e quant’altro…

Una macchina perfetta, dunque? Ovviamene no; le seguenti considerazioni attingo ad esperienze personali perché una Olympus OM-1n fu effettivamente la prima fotocamera di proprietà che acquistai, quando avevo soltanto 15 anni, 6 mesi e 15 giorni di vita; il limite principale che riscontravo nell’uso pratico era legato all’esposimetro e ineriva ad una caratteristica voluta da Maitani già sulla vecchia Pen F esposimetrica mezzo formato e quindi trasferita al corpo M-1 / OM-1: a parte l’uso di elementi al solfuro di cadmio (soggetti ad abbagliamento e memoria, lenti a reagire ai bassi livelli di illuminazione ed alimentati da batteria al mercurio oggi bandita), la questione è che l’esposimetro leggeva praticamente su tutto il campo inquadrato, senza una prevalenza centrale che consentisse di effettuare la misurazione su un dettaglio importante, pertanto in molte situazioni la collimazione dell’ago portava ad esposizioni scorrette (un tipico esempio è la ripresa con ampio settore di cielo luminoso che portava alla sottoesposizione), obbligando quindi di volta in volta ad avvicinarsi molto al soggetto principale, misurare la posa su una porzione circoscritta e quindi ritornare indietro per la composizione finale, una prassi spesso nemmeno praticabile; inoltre, almeno nel mio esemplare, riscontravo una non linearità nella risposta ai vari livelli di luminosità, al punto che ben presto, per tagliare la testa al toro,acquistai un Gossen Lunasix 3 per lettura esterna.

Sempre in questo ambito, il galvanometro dell’esposimetro con relativi indici di riferimento neri risultano poco visibili su sfondo scuro, rendendo difficile in certi casi definire l’esposizione, un problema noto da tempo e infatti Nikon aveva già realizzato a tale scopo il minuscolo illuminatore DL-1 per i suoi mirini-esposimetri Photomic.

Altri elementi che avevo stigmatizzato riguardavano la resistenza di certi componenti: il già citato fondello divenne estroflesso al primo serraggio deciso sul cavalletto, e anche l’attacco filettato che fissa le slitte hot-shoe al pentaprisma (la fotocamera di base ne è priva) ha una resistenza meccanica insufficiente e la prima volta che un lampeggiatore elettronico compatto ad essa fissata oscillò un po’ di slancio tranciò di netto tale raccordo.

Infine, il pulsante di scatto non prevede blocchi di sicurezza, quindi a macchina armata una pressione involontaria in borsa o durante il maneggio comporta la perdita del fotogramma; questo elemento venne discusso da Maitani che confermò di averlo introdotto volontariamente: infatti era convinto che una fotocamera debba essere sempre predisposta allo scatto (del resto un motto della Leica a vite, la fotocamera su cui si formò, era “sempre pronta”) e a suo parere era preferibile perdere involontariamente un fotogramma piuttosto che una foto irripetibile che scompare nel volgere di un attimo mentre stiamo sbloccando il comando.

Naturalmente si tratta di considerazioni personali che non scalfiscono assolutamente la grande portata tecnica e commerciale della M-1 / OM-1 (poi bissata anche dalla notevole OM-2 che negli stessi limitati volumi faceva entrare persino l’automatismo a priorità di diaframma e la lettura esposimetrica/flash OTF sul piano focale, con doppia serie di fotocellule per misurazione preliminare ed esposizione in tempo reale), anche considerando la portata complessiva del corredo, la qualità generale delle ottiche Zuiko o il design spesso ingegnoso di molti accessori; il fascino indiscreto di questa piccola, grande fotocamera sta anche nel fatto che, quasi fosse un essere vivente, essa a tutti gli effetti ha un padre perfettamente individuabile, il geniale ingegnere dai modi gentili ma fermo sulle sue posizioni che con la sua creazione diede una svolta all’intero settore.

Yoshihisa Maitani ci ha lasciato prematuramente nel 2009 e ogni appassionato deve rivolgergli un ricordo colmo di gratitudine per le tante innovazioni che ha donato a questo meraviglioso mondo e delle quali ancora adesso tutti godiamo.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

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One Comment

  1. Giorgio Carpi Reply

    Ho usato le Olympus dal 1978 fino al 1996. Poi sono passato a Nikon, sempre manuali, con ottiche Ai-s. Quando infine ho avuto anche una Leica a telemetro ho capito molte cose del sistema OM.
    A posteriori riesco a trovare pochi difetti. Le cellule al CdS della OM-1. Ed una minore attenzione alla robustezza rispetto ai panzer Nikon. In particolare gli obiettivi credo che avessero i barilotti in alluminio per motivi di peso, anziché in più rigido ottone. Comunque le rimpiango.

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