Obiettivi Fujinon per grande formato

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; l’azienda nipponica Fuji Photo Film Co., Ltd vanta una tradizione inveterata nel settore, sia come leader nella produzione di materiale sensibile che nell’ambito delle attrezzature fotografiche: infatti questo celebre brand ha prodotto fotocamere fin dal 1948, identificando tali apparecchi col nome Fujica e i relativi obiettivi come Fujinon.

Nell’epoca d’oro della fotografia analogica le fotocamere reflex Fujica 35mm erano abbastanza note e diffuse per il buon rapporto qualità/prezzo e non va dimenticato che l’azienda ha messo sul mercato anche un’articolata gamma di apparecchi di formato superiore, dalle folding 6×4,5cm alle telemetro 6×7 e 6x9cm fino ad una corpulenta monoreflex a sistema per il formato 6x8cm, mentre in tempi recenti obiettivi concepiti e prodotti da Fuji hanno equipaggiato apparecchi Hasselblad (H e Xpan) e anche la nuova linea di valide fotocamere digitali create dalla stessa azienda nipponica.

 

 

Si tratta quindi di una presenza cospicua e variegata, tuttavia nell’ambito delle ottiche Fujinon per fotografia esiste un intero comparto creato negli anni ’70 che risulta sconosciuto ai più ed è relativo agli obiettivi professionali per apparecchi di grande formato.

 

 

Questa serie di ottiche venne rapidamente sviluppata fino a creare una linea molto completa che copriva tutte le esigenze del settore, e ovviamente si tratta dei classici modelli di grande formato con gruppo ottico montato su un otturatore centrale a sua volta destinato al lensboard anteriore dell’apparecchio a corpi mobili.

 

 

Con l’avvento degli anni ’80 la linea venne ammodernata, modificando le sigle identificative delle varie categorie ed estendendo l’antiriflesso proprietario EBC a famiglie di obiettivi che in precedenza non lo prevedevano; l’EBC, acronimo di Electron Beam Coating, sfruttava un cannone ad elettroni per sublimare i materiali da depositare sotto vuoto – fino ad 11 strati successivi – e consentiva di sfruttare anche materiali difficili da far evaporare come l’ossido di zirconio.

 

 

Questo Fujinon SF 180mm 1:5,6 soft-focus è un classico esempio di questa linea di ottiche Fuji professionali per grandi formati e si possono apprezzare i tipici elementi estetici e tecnici di questa categoria.

Le ottiche Fujinon per grande formato garantivano una qualità ottica di primo livello ed erano costruite con la precisione e la robustezza richiesta da un impiego professionale, tuttavia nel nostro paese non ebbero assolutamente la diffusione meritata per una serie di concause: da un lato il professionista che utilizzava un banco ottico di grande formato poteva contare su una qualità d’immagine comunque elevata anche con obiettivi oggettivamente obsoleti e quindi non era stimolato a rinnovare il suo parco ottiche andando in cerca delle ultime novità del settore, e dall’altro il nostro mercato è stato storicamente dominato dai 2 principali brand tedeschi, ovvero Schneider Kreuznach e Rodenstock, per cui il passaparola fra colleghi ha sempre premiato modelli come i vari Super-Angulon, Grandagon, Symmar, Sironar, Apo-Ronar o Tele-Arton, impedendo ad altri marchi di crearsi un’adeguata nicchia di mercato.

Per queste ragioni gli ottimi obiettivi Fujinon appartenenti a tale categoria non riuscirono mai a sfondare (sorte del resto condivisa anche dagli interessanti Nikon Nikkor dello stesso tipo), tuttavia la loro qualità e la gamma molto completa meritano sicuramente un rendiconto sistematico; passiamo quindi ad analizzare questi modelli, descrivendoli per tipologie; occorre anticipare che la sigla identificativa utilizzata in questo caso è quella originale anni ’70, poi modificata nel decennio successivo, ed è anche necessario ricordare che certi modelli della prima serie scompariranno nella seconda e viceversa, pertanto un elenco completo ed esaustivo verrà definito al termine dell’articolo.

 

 

La prima serie è denominata SWD (Super Wide Deluxe) ed identifica gli obiettivi con l’angolo di campo più spinto; prendendo spunto dalla produzione Schneider, che prevedeva sia la serie Super-Angulon 1:5,6, con schema più complesso e angolo di campo superiore, che la linea Super-Angulon 1:8, con schema più semplice, copertura ridotta e prezzo più contenuto, in casa Fuji hanno creato la linea SWD con obiettivi a schema derivato proprio dal Super-Angulon, apertura 1:5,6 e angolo di campo da ben 106°; i modelli inizialmente disponibili erano da 65mm, 75mm e 90mm, in grado di coprire formati dal 4×5” al 5×7”.

 

 

La serie SW prevede a sua volta grandangolari spinti, tuttavia lo schema ottico è semplificato a 6 lenti, l’apertura massima arriva solo ad 1:8 e l’angolo di campo è limitato a 100°, replicando in pratica la citata prassi Schneider della doppia serie 1:5,6 – 1:8; i Fujinon SW erano sensibilmente più abbordabili rispetto al tipo SWD e per tale ragione la scelta di modelli risulta fin da subito più estesa, potendo contare sulle focali 65mm, 75mm, 90mm, 105mm, 120mm e 300mm, per formati dal 4×5” all’immenso 18×22”.

Naturalmente la copertura inferiore degli SW, a parità di formato, limita l’entità dei movimenti consentiti (decentramento e basculaggio), rendendoli un po’ meno versatili.

 

 

La serie W identifica il classico obiettivo “normale” da grande formato che, di norma, garantisce un cerchio di copertura decisamente più ampio rispetto alla diagonale del film in uso proprio per consentire al fotografo di applicare sull’apparecchio i movimenti necessari a controllare prospettiva e profondità di campo; per tale ragione lo schema ottico di questi obiettivi (quasi sempre un 6 lenti simmetrico tipo Plasmat) solitamente prevede una copertura grandangolare, intorno a 70° – 72°, e nel caso dei Fujinon W i progettisti sono addirittura arrivati ad 80° (per intenderci, l’angolo di campo di un 25mm sul formato 24x36mm), una soluzione che garantisce margini di manovra molto ampi perché, ad esempio, su lastre 4×5” con diagonale di circa 155mm il relativo normale Fujinon W 150mm 1:5,6 garantisce invece un cerchio da ben 245mm di diametro, che passa addirittura a 306mm scegliendo invece il Fujinon W 180mm 1:5,6.

La serie W comprendeva inizialmente i seguenti modelli; 125mm 1:5,6, 135mm 1:5,6, 150mm (in versione 1:5,6 a 6 lenti o 1:6,3 con schema Tessar a 4 lenti), 180mm 1:5,6, 210mm 1:5,6, 250mm 1:6,7, 300mm 1:5,6 e 360mm 1:6,3.

Osservando i dati riportati nello schema potete notare come la grande copertura angolare effettiva, qualora non ci sia l’esigenza di applicare decentramenti o basculaggi, consenta di utilizzare la serie W anche come grandangolare per un formato superiore: ad esempio, il 150mm 1:5,6 chiuso ad 1:22 (valore che consente lo sfruttamento effettivo degli 80° di campo), potrebbe passare dal formato 4×5” (10x12cm) al 6,5×8,5” (16,5×21,5mm) e il 180mm 1:5,6 coprirebbe di fatto l’8×10” (20x25cm); questa caratteristica rende la serie W molto versatile perché lo stesso obiettivo funge da normale con circa 50° di campo e ampia possibilità di movimento sul formato nominale ma anche da grandangolare con 80° di campo (valore già rispettabile) senza movimenti su un formato maggiore.

Come curiosità, limitatamente alle focali 180mm 1:5,6, 210mm 1:5,6 e 250mm 1:6,7 era possibile ordinare l’obiettivo con lo speciale otturatore centrale Copal EC n° 1 a controllo elettronico, alimentato da una batteria e in grado di gestire tempi di posa da 1/400” fino a ben 32” interi, un’opzione evidentemente introdotta per rispondere all’analoga offerta di brand concorrenti tedeschi.

 

 

La linea W utilizza uno schema a 6 lenti in 4 gruppi simmetrici, tuttavia accettamdo angoli di campo più modesti e rinunciando ad ampie possibilità di decentramento e basculaggio, ottimi risultati si possono ottenere anche con più semplici schemi tipo Tessar a 4 lenti in 3 gruppi, soprattutto adottando negli elementi esterni i moderni vetri ad alta rifrazione/bassa dispersione; con questo principio informatore nacque la linea Fujinon L, con obiettivi normali a 4 lenti dal prezzo più contenuto rispetto al tipo W (quasi 40% in meno) che rinunciavano alla grande copertura dei cugini di classe superiore, limitandosi a 59° oppure 53° a seconda dei modelli.

La serie Fujinon L comprendeva inizialmente obiettivi da 210mm 1:5,6, 300mm 1:5,6 e 420mm 1:8 e l’inferiore copertura angolare, per mantenere gli stessi movimenti di decentramento e basculaggio, imponeva di fatto l’adozione di una focale più lunga rispetto alla serie W (ad esempio, il 210mm a 4 lenti Fujinon L ha un cerchio di copertura da 240mm, mentre il Fujinon W 150mm 1:5,6 arriva 245mm di diametro nonostante la focale decisamente più corta), tuttavia nella riproduzione di oggetti (nella quale spesso i movimenti erano chiamati in causa per tenere tutto a fuoco ed aggiustare la resa prospettica) un angolo di ripresa più ristretto solitamente non costituisce un handicap ma, anzi, può contribuire ad un rendimento complessivo più piacevole eliminando le dinamizzazioni prospettiche introdotte da una focale più corta.

 

 

La serie Fujinon A (dove A indica Apochromat) costituisce a sua volta una linea di ottiche di focale “normale” per il formato che tuttavia si colloca al top di gamma: infatti, pur adottando uno schema a 6 lenti in 4 gruppi tipo Plasmat simile a quello sfruttato nella serie W, questi obiettivi garantivano una correzione apocromatica ed erano pertanto utili nella creazione di lastre per la quadricromia o in arti grafiche, sebbene la superiore risoluzione e resa cromatica che garantivano consentissero ottimi risultati anche nell’impiego convenzionale o a grande distanza; l’unico balzello da pagare per queste caratteristiche era l’apertura massima più ridotta perché, curiosamente, il listino era in pratica allineato a quello dei meno specialistici Fujinon W.

La linea A comprendeva inizialmente un 180mm 1:9, un 240mm 1:9 e un 600mm 1:11 con 70° di copertura, oltre ad un mastodontico 1.200mm 1:24 da 50° di campo e 2,5 chilogrammi di peso la cui immensa copertura, 1.120mm sulla diagonale, lo rendeva idoneo alle arti grafiche per riprodurre 1:1 originali di grandi dimensioni.

 

 

La serie Fujinon SF si allontanava invece drasticamente dalla ipernitidezza della serie A, dal momento che si trattava di obiettivi soft-focus destinati a ritratti e riprese nelle quali una certa morbidezza e l’alone diffuso attorno alle alte luci fossero utili allo scopo; in realtà i Fujinon SF meritano attenzioni particolari (a suo tempo furono peraltro oggetto di tesi per un celebre progettista ottico nipponico) perché la loro struttura e il relativo comportamento differisce dagli standard classici incarnati, ad esempio, da un modello come il Rodenstock Imagon, basato su un doppietto acromatico con relativo diaframma forato “a setaccio” nel quale l’immagine risulta sempre morbida; nel caso dei Fujinon SF lo schema utilizza invece un tripletto con aberrazione sferica sottocorretta nelle zone esterne, e chiudendo il diaframma ad 1:16 o su valori inferiori il loro effetto si annulla e l’obiettivo produce un’immagine convenzionale, piacevole e priva dell’eccesso di dettaglio presente in altri modelli.

Era quindi possibile gestire il flou lavorando a tutta apertura senza diaframma a setaccio, introducendo quest’ultimo in 2 versioni (fornite a corredo) e/o sovrapponendolo parzialmente alla chiusura del diaframma dell’otturatore; invece, operando ad 1:16 o con chiusure maggiori, il flou scompariva, garantendo un’immagine corretta, ovviamente con la nitidezza consentita da uno semplice schema a tripletto.

La serie SF inizialmente prevedeva 3 modelli con apertura 1:5,6: un 180mm, un 250mm e un 420mm, con diametro del cerchio di copertura rispettivamente pari a 200mm, 300mm e 500mm.

Molti anni fa adattai il 180mm SF su soffietto applicato ad un corpo Nikon, realizzando immagini soft-focus su 24×36 di aspetto molto piacevole, sebbene stessi sfruttando appena il 22% della diagonale realmente disponibile.

 

 

Con i grandi formati accade di rado, tuttavia può subemtrare l’esigenza di una ripresa tipo tele, con angolo di campo ridotto, schiacciamento dei piani e avvicinamento del soggetto; solitamente, in tali frangenti, il professionista sfruttava un normale di lunga focale destinato a formati maggiori, come ad esempio un 300mm per lastre 8×10” piazzato sul 4×5” al posto del normale da 150mm, tuttavia ottiche normali di lunga focale per formati maggiori prevedono anche una copertura molto superiore (nel nostro caso non sfruttata) che comporta valori risolutivi più bassi e solitamente compensati dall’esuberanza del formato più grande.

Per lavori di alto livello si avvertiva quindi l’esigenza di obiettivi per grande formato con un autentico schema tele, che consentissero una ripresa ad angolo ristretto mantenendo la copertura della lastra in uso, modelli come ad esempio i Tele-Xenar o i Tele-Arton di Schneider Kreuznach; naturalmente anche Fuji Photo Film, impostando la sua gamma, ha tenuto conto di tali richieste e ha creato la serie Fujinon T, con schema tele a 5 lenti e copertura massima limitata a 33°; inizialmente fu disponibile un solo modello, il 400mm 1:8 che poteva coprire fino al 5×7” e che sul classico 4×5” garantiva una copertura simile a quella di un 110mm sul 24x36mm, un valore che può sembrare modesto ma in questi casi l’esigenza è quella di ottenere la classica compressione dei piani di un tele, non avvicinare un soggetto molto distante.

In questo settore è bene citare la sperimentazione di Giorgio Giovanni Maria Jano che realizzò immagini tele adattando al banco un acromatico da ben 1 metro di focale.

 

 

In realtà la produzione di ottiche per grandi formati da parte di Fuji non esordì di punto in bianco negli anni ’70 ma esisteva una piccola serie pregressa, in montatura normale priva di otturatore, che si basava su uno schema Tessar classico a 4 lenti in 3 gruppi (meno evoluto rispetto a quello dei nuovi Fujinon L); questa linea fu mantenuta a catalogo e semplicemente denominata Fujinon, con obiettivi da 180mm, 210mm , 250mm e 300mm che sfruttavano al limite la copertura consentita da uno schema tipo Tessar (59°) e garantivano un’apertura massima 1:4,5. apprezzabile per la categoria; naturalmente la ragione della loro permanenza a listino risiedeva nel prezzo contenuto.

Questa serie esaurisce le tipologie di ottiche Fujinon professionali per grande formato, tuttavia il fabbricante accorpava a tale serie anche i suoi obiettivi da ingrandimento, destinati alla stampa dei negativi tramite ingranditore, pertanto descriveremo contestualmente anche tali modelli.

Anche in questo caso le ottiche da ingrandimento Fujinon, per quanto ottime, passarono sotto silenzio nel nostro mercato perché, di nuovo, lo strapotere dei brand Schneider e Rodenstock era conclamato e le ottiche utilizzate nelle camere oscure italiane di quel periodo erano invariabilmente i classici Componon, Comparon, Rodagon o Rogonar, sebbene sia Fuji che soprattutto Nippon Kogaku avessero realizzato una gamma completa per ingrandimento.

 

 

La prime serie comprende i Fujinon EP, dove P indica “Professional” in quanto si tratta dei modelli al top di gamma con schema tipo Plasmat a 6 lenti in grado di fornire le massime prestazioni; in questa linea era presente un particolare 38mm 1:4,5 (destinato a negativi di mezzo formato 18x24m o tipo 126 da 24x24mm), un 50mm 1:3,5, un 75mm 1:5,6, un 90mm 1:5,6, un 105mm 1:5,6 e un 135mm 1:5,6, in grado di coprire negativi dal 24x36mm al 4×5”; l’ampia copertura angolare da 56° costituisce un vantaggio perché consente di stampare, ad esempio, un 6x6cm col 75mm, un 6x9cm col 90mm e un 4×5” col 135mm, lavorando con una distanza di proiezione più ridotta che permette forti ingrandimenti anche in assenza di un ingranditore dalle grandi dimensioni.

Come curiosità, a metà anni ’90 adattai il Fujinon EP 90mm 1:5,6 su un’otturatore centale Copal Press 1 e lo montai su un banco Arca Swiss F line con binario corto da 20cm e soffietto grandangolare a sacco, impressionando negativi 6x9cm grazie ad un dorso di riduzione per pellicola in rullo 120, ottenendo negativi ottimamente incisi e contrastati.

 

 

L’altra linea, denominata Fujinon ES, prevede obiettivi con il più semplice schema Tessar a 4 lenti e dal costo abbordabile, idealmente destinati ai fotoamatori (in realtà il prezzo comunque contenuto delle ottiche da ingrandimento ha sempre indotto a scegliere in ogni caso i modelli top, personalmente ho stampato per anni solo con Rodenstock Rodagon e Apo-Rodagon di varie focali); la serie ES prevede un’apertura massima pari a 1:4,5 per tutti i modelli e focali da 50mm, 75mm, 90mm, 105mm e 135mm che consentivano di spaziare dal 24x36mm al 4×5”.

 

 

Questo listino statunitense attivo al primo Febbraio 1982 mostra la transizione della gamma verso modelli aggiornati, introducendo nuove sigle identificative e mostrando come il rivestimento antiriflesso EBC fosse ormai esteso a quasi tutti i modelli, mentre in precedenza alcune tipologie ne facevano a meno.

Il documento consente alcune interessanti valutazioni: ad esempio, si può osservare come la compresenza di supergrandangolari con la stessa lunghezza focale e differenziati solo per 1 f/stop di apertura massima (come nel citato esempio degli Schneider Super-Angulon 1:5,6 ed 1:8) fosse perfettamente giustificata dalla netta differenza di listino; il 90mm 1:5,6 a 8 lenti costava infatti 1.341 Dollari mentre, rinunciando ad un diaframma e ad alcuni millimetri di copertura, per il 90mm 1:8 erano sufficienti appena 683 Dollari, anche grazie all’eliminazione di 2 lenti e del relativo incollaggio a doppietto; è anche interessante notare come le pregiate versioni AS apocromatiche prevedessero prezzi non dissimili dai classici “normali” (prima chiamati W ed ora NWS): infatti un 180mm 1:5,6 NWS costava 608 Dollari e per il 180mm 1:9 AS ne erano necessari 715; come ultima considerazione, i teleobiettivi risultavano invece piuttosto costosi (1.331 e 1.616 dollari), nonostante la struttura ottica abbastanza semplice, probabilmente per le notevoli dimensioni di lenti e montatura.

 

 

Questo schema descrive congiuntamente i vari modelli di produzione, evidenziando le versioni che vennero prodotte solamente nella vecchia configurazione, quelle introdotte soltanto nell’ambito della nuova e infine quelle compresenti in entrambe; ad esempio, nelle linee supergrandangolari le versioni più economiche con apertura 1:8 furono oggetto di vari aggiornamenti perché dalla nuova serie ribattezzata NSWS scomparvero le focali da 65mm, 75mm, 120mm e 300mm , vennero confermate le focali da 90mm e 105mm e fece il suo esordio un inedito modello da 125mm; il nuovo corso limitò anche i normali di classe economica a schema Tessar (ora denominati LS), lasciando solo il modello da 210mm 1:5,6; nei “normali” NWS comparve un 105mm 1:5,6 destinato al formato 6x9cm (ma comunque in grado di coprire fino al 4×5” rinunciando ai brandeggi), negli apocromatici (ora AS) uscirono di schema i lunghissimi 600mm 1:11 e 1.200mm 1:2,4 ed arrivarono i nuovi modelli da 300mm 1:9 e 360mm 1:10 e, infine, nei teleobiettivi (passati da T a TS) al 400mm della prima serie si aggiunsero anche un 600mm 1:12 ed un 300mm 1:8, quest’ultimo non descritto nella brochure ma presente in un organigramma che descrive il cerchio di copertura utile dei vari modelli.

Complessivamente, considerando le differenti focali disponibili nelle serie anni ’70 e anni ’80, la gamma di ottiche professionali Fujinon per grande formato annovera 40 differenti opzioni, alle quali sia aggiungono 11 obiettivi da ingrandimento, una scelta molto ampia e diversificata che non poneva limiti al fotografo e che non fu certo la causa del sostanziale flop commerciale di questa gamma, quantomeno sui nostri mercati.

 

 

Per quanto riguarda gli otturatori adottati, a parte la già descritta eccezione del modello elettronico da richiedere su ordinazione e destinato solamente a 3 obiettivi, per i classici otturatori centrali meccanici l’azienda si rivolgeva a partner nipponici come Copal e Seiko, ormai noti per il know-how e le realizzazioni nel settore, utilizzando modelli Seiko 0, Copal 0, Copal 1 e Copal 3.

 

 

Questo schema riassuntivo è molto interessante perché descrive la copertura effettiva dei vari modelli in funzione dei formati di pellicola disponibili; la progettazione moderna ha garantito alle varie versioni una copertura angolare notevole, talvolta superiore anche alla media dei concorrenti, e infatti tutti i modelli proposti coprono almeno il 4×5” – 10x12cm, anche le focali più corte come il 65mm 1:5,6 SWD – NSWD o il 105mm 1:5,6 NWS; la copertura dei “normali” W – NWS – WS è particolarmente apprezzabile perché con gli 80° di campo garantiti un classico 150mm 1:5,6 riusciva a passare oltre un 5×7” e un 210mm 1:5,6 sfiorava i bordi dell’8×10” – 20x25cm; lo schema permette infine di apprezzare la differente copertura garantita dai supergrandangolari a 8 lenti e apertura 1:5,6 (SWD – NSWD) rispetto a quelli a 6 lenti con apertura 1:8 (SW – NSWS): la differenza è sufficiente per garantire un cerchio analogo utilizzando il modello di focale inferiore, pertanto il 75mm 1:5,6 copre quanto il 90mm 1:8 e il 90mm 1:5,6 come il 105mm 1:8, fornendo ovviamente vantaggi al fotografo di architettura.

Questo schema comprende solamente i modelli di prima generazione, pertanto gli obiettivi nuovi arrivati con in face lifting anni ’80 non sono contemplati, ed è bene ricordare nuovamente che il diametro del cerchio di copertura e il relativo valore angolare sono da intendersi col diaframma chiuso all’apertura di lavoro 1:22 (classica per gli utenti dei grandi formati) perché col diaframma spalancato l’obiettivo garantisce una copertura più ridotta, specialmente negli schemi ottici simmetrici.

La serie di ottiche Fujinon per grandi formati concretizzata negli anni ’70 costituiva quindi una proposta convincente e articolata in alternativa ai classici brand tedeschi che si spartivano questo settore professionale, proponendo modelli anche particolari (come i soft focus con schema a tripletto e aberrazioni annullate dalla diaframmazione) e un listino non di rado vantaggioso rispetto ai soliti noti; tuttavia, come detto, questo mondo rifugge dalle piccole rivoluzioni e i fotografi “da banco ottico” erano affezionati ai loro vetri stagionati e dal comportamento ben noto, pertanto sia la serie Fujinon che i corrispondenti Nikkor di Nippon Kogaku non ebbero il successo commerciale che i presupposti tecnici sicuramente avrebbero garantito.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

 

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