Continua dalla seconda parte

 

 

Infatti fu solamente nel 1967 che Zeiss presentò l’S-Pleogon 85mm 1:4, obiettivo che copriva ben 125° sul formato 23x23cm ed era stato calcolato dalla nuova generazione di progettisti specializzati nel settore, ovvero Wolfgang Roos e Rudi Winzer; questo modello, che rimase unico e senza evoluzioni, era destinato alla fotocamera RMK A 8,5/23 per esigenze di ripresa su vaste aree oppure di documentazione a bassa quota.

Questo schema originale Zeiss mette anche in risalto la struttura del sofisticato otturatore basato su 4 dischi rotanti, ciascuno dei quali prevede un settore mancante il cui passaggio sincronizzato sull’asse ottico determina la posa; nella sezione dello schema sono anche indicati graficamente e in sequenza il diaframma (sotto), la torretta girevole con i filtri (al centro) e i dischi rotanti dell’otturatore (sopra).

 

 

La sezione da una brochure Zeiss mostra il family-feeling con i precedenti Pleogon e Pleogon A da 90° ma anche la maggiore complessità strutturare richiesta dalla copertura drasticamente superiore (il nuovo schema utilizza 12 lenti).

 

 

Infatti, rispetto al Pleogon 153mm 1:5,6, nell’S-Pleogon 85mm 1:4 troviamo 2 grossi elementi divergenti supplementari e anche il sottile doppietto cementato all’altezza del diaframma risulta raddoppiato, aggiungendone un secondo all’altro lato dell’iride; la doppia coppia di grandi lenti divergenti nella parte esterna dello schema è una chiara citazione dei corrispondenti progetti di Ludwig Bertele per Wild e, in particolare, la lente d’aria interposta fra tali elementi contribuiva a controllare l’aberrazione sferica di alto ordine, permettendo di spingere l’apertura fino ad 1:4, valore ottimo per un campo da 125°.

 

 

Purtroppo Roos e Winzer non hanno lasciato un brevetto per questo schema, tuttavia possiamo intuire che si trattava di una costruzione molto costosa, soprattutto per la criticità dei 2 doppietti collati centrali evidenziati in grafica, con lenti sottili e difficili da lavorare che probabilmente comportavano un’elevata percentuale di scarti; la distanza fra i 2 doppietti era stato accuratamente calibrata in fase di calcolo per far spazio all’ingombrante complesso con otturatore rotante, torretta per filtri e diaframma.

Le serie Topar – Pleogon – S-Pleogon copriva le esigenze standard nelle categorie 60° – 90° – 120° e rispondeva direttamente alla corrispondente proposta Wild rappresentata da Aviotar – Aviogon – Super-Aviogon; naturalmente Zeiss si adoperò per soddisfare anche necessità più di nicchia, e ad esempio mise a punto gli speciali Topar AS (1968) e i derivati S-Topar A1 e A2 (1984) con focali da 57mm 1:2 (su formato 40x40mm) e 80mm 1:2 (per formato 60x90mm); questi obiettivi garantivano un’apertura massima elevata e una risoluzione spinta che consentiva di operare con speciali film ad altissima definizione e ottenere un riconoscimento dei dettagli analogo a quello di formati superiori.

Questi modelli venivano applicati a velivoli e caccia che procedevano ad alta velocità ed erano montati in gruppi di 5 oppure 3 su speciali fotocamere come i modelli KRb 6/24 e KA 106 A (5 ottiche da 57mm 1:2) oppure KRb 8/24 (3 obiettivi da 80mm 1:2) e KA 107 A (5 obiettivi da 80mm 1:2).

Tutti gli obiettivi visti finora prevedevano comunque una focale inferiore alla diagonale del formato e offrivano a vari livelli una visione invariabilmente grandangolare, tuttavia in certi casi risultava utile una ripresa con angolo di campo più ridotto e inquadratura ravvicinata per aumentare il livello di ground reconoissance dei dettagli; già negli anni ’30 Robert Richter aveva disegnato il modello Telikon 1:6,3, un teleobiettivo dal 30° che venne largamente utilizzato dalla Luftwaffe negli ultimi anni del conflitto, e successivamente dal nuovo banco di lavoro alla Carl Zeiss di Obercocken riuscì a recuperare la proprietà intellettuale di tale disegno e replicarla.

 

 

Questo brevetto è significativo al riguardo e documenta anche una curiosa anomalia: infatti il documento è depositato da Robert Richter a nome di Carl Zeiss, tuttavia esso risulta depositato nella Bundesrepublik Deutschland il 31 Marzo 1939, quando Richter era ancora un dipendente della Carl Zeiss Jena e si trovava in realtà nel Dritten Reich (quindi la denominazione Bundesrepublik è un refuso), con richiesta pubblicata dal relativo ufficio patenti in data 13 Marzo 1941; a questo punto lo stesso documento venne nuovamente pubblicato dal nuovo ufficio brevetti della Germania Occidentale in data 17 Dicembre 1953, con ratifica finale del brevetto DFR il 2 Agosto 1956.

Apparentemente sembra che il brevetto per il Telikon 1:6,3 prebellico originale non sia stato ratificato in tempo prima del termine del conflitto, con conseguente dissoluzione del preesistente stato tedesco che rendeva res nullius i relativi brevetti, pertanto è come se la procedure interrotta fosse stata resettata e ripresa dall’inizio, stavolta a beneficio della fondazione Zeiss di Heidenheim e non della defunta Carl Zeiss Jena della quale Richter era un dipendente quando il documento venne inizialmente sottoscritto.

In questo modo Richter e Carl Zeiss si trovarono titolari della proprietà intellettuale sul Telikon 1:6,3 e poterono avviarlo serenamente alla produzione.

 

 

Il caratteristico schema Telikon prevede un doppietto anteriore (cementato o con una sottile spaziatura ad aria) e 2 lenti posteriori di grande diametro, la prima divergente e la seconda convergente; il progetto non prevede vetri particolari o a bassa dispersione, tuttavia le prestazioni di quest’obiettivo erano ottime e dopo l’impiego estensivo nel periodo bellico visse una seconda giovinezza come teleobiettivo aerofotogrammetrico Carl Zeiss.

Inizialmente il Telikon aveva esordito come ottica da 750mm 1:6 montata sulla fotocamera Carl Zeiss Jena Rb 75/30, un apparecchio del 1940 per formato 30x30cm (23° il campo coperto) con magazzino di pellicola da 23cm x 60m e 180 esposizioni e otturatore con tempi da 1/75” a 1/300”, poi nel Dopoguerra il Telikon di Carl Zeiss Oberkochen, passato alla focale 610mm (24”) e con apertura iniziale 1:6,3 subito passata ad 1:4, venne invece utilizzato sugli apparecchi RMK a 60/23 23x23cm (obiettivo 610mm 1:6,3) o sui più moderni TRb 69/24 115x213mm e KA 180A 115x213mm (obiettivo 610mm 1:4).

 

 

Il Telikon 610mm di nuova generazione, passato da apertura 1:6,3 ad apertura 1:4, venne anche aggiornato otticamente, e dallo schema iniziale con doppietto anteriore e 2 lenti spaziate posteriori si passò a questa configurazione con 3 lenti nella parte frontale che contribuivano ad una migliore correzione dell’aberrazione cromatica.

 

 

La differenza fra i 2 schemi appare evidente in questa grafica; purtroppo non esiste un brevetto specifico per il modello più moderno a 5 lenti con apertura 1:4.

 

 

Il Telikon è un modello che  arrivava senza soluzione di continuità dalla precedente produzione prebellica di fotocamere e ottiche aerofotogrammetriche Carl Zeiss Jena, e del resto anche lo speciale dipartimento Zeiss Aerotopograph creato dalla Fondazione Zeiss e con sede a Monaco di Baviera utilizzava un logo grafico palesemente derivato dall’omologo precedentemente impiegato dal 1921 al 1945 nella corrispondente sussidiaria (Zeiss Aerotopograph G.m.b.H. Jena) creata da Carl Zeiss Jena.

Passando all’ambito dell’impiego terrestre, inizialmente ci si dovette appoggiare a vecchi modelli, come un Topogon 150mm 1:15 o un Ortho-Protar 160mm 1:25, entrambi per formato 18x24cm e decisamente poco luminosi, poi rimpiazzati dai nuovi modelli Geodar da 210mm, 304mm e 600mm, anch’essi con apertura massima molto modesta (ma comunque adatta ad un impiego statico) e disegnati per il formato 18x18cm; su questa serie Geodar non sono disponibili ulteriori informazioni.

Risulta invece più interessante una serie di fotocamere stereometriche prodotte da Zeiss e caratterizzate da una coppia di obiettivi distanziati fra loro che consentivano, appunto, riprese metriche stereo.

 

 

Questi modelli erano ad esempio i tipi Zeiss SMK 40 e Zeiss SMK 120, con interasse fra i 2 obiettivi rispettivamente di 40cm e 120cm che ha ispirato la denominazione.

 

 

Questi apparecchi montavano l’unico obiettivo Topogon prodotto ad Oberkochen nel Dopoguerra, un Topogon 60mm 1:11 che curiosamente prevedeva una messa a fuoco fissa a circa 20m, non regolabile dall’operatore, e sfruttava un otturatore centrale con tempi da 1” a 1/400” + B e T; notate la matricola Zeiss speciale, dedicata alla serie per fotogrammetria

Questo Topogon, nonostante facesse i conti con la diffrazione per l’apertura iniziale modesta, garantiva una risoluzione di almento 145 l/mm in asse e 90 l/mm ai bordi.

 

 

Seguendo la ben nota logica contorta dell’overengineering, anziché predisporre nella coppia di obiettivi una ghiera di messa a fuoco convenzionale e regolabile alla Zeiss si sono presi invece la briga di calcolare e produrre una serie di aggiuntivi ottici altamente corretti, con ciascuno dei quali gli obiettivi risultavano a fuoco ad una nuova distanza predeterminata ed indicata sulla montatura stessa; non trovo spiegazioni logiche ad una soluzione così contorta se non il timore che, in presenza di normali elicoidi di messa a fuoco sui 2 obiettivi distanti fra loro, l’operatore commettesse qualche errore di distrazione regolandoli diversamente, cosa esclusa dalla coppia di aggiuntivi identici, che tuttavia imponevano ancora una messa a fuoco su pochi steps predefiniti e lo sfruttamento della profondità di campo.

Questi apparecchi lavoravano su uno specifico formato 80x100mm ed esisteva un ulteriore modello, denominato TMK 12, che produceva a sua volta immagini stereo utilizzando però un obiettivo Zeiss Stereotar 120mm 1:8 a copertura angolare più modesta.

Nel campo della ripresa terrestre vennero anche concepite speciali fotocamere in montatura azimutale per i tracking dei satelliti; questi 2 modelli erano denominati BMK 46/18 e BMK 75/18, lavoravano su formato 18x18cm ed utilizzavano speciali obiettivi Astro-Topar estremamente luminosi dei quali non si conoscono dettagli tecnici; il primo modello utilizzava un Astro-Topar 460mm 1:2 e il secondo un monumentale e costoso Astro-Topar 750mm 1:2,5 la cui produzione si ridusse ad alcuni esemplari; questi modelli si contrapponevano all’Astrotar disegnato da Lufdwig Bertele per Wild, a sua volta utilizzato per gli stessi scopi.

Come considerazione finale sulla serie di ottiche e fotocamere aerofotogrammetriche postbelliche di Carl Zeiss / Zeiss Aerotopograph, occorre dire che per contenere i costi rilevanti il fabbricante si è impegnato anche a fornire proposte modulari, per cui ad esempio troviamo il modello kS 153 che poteva montare gli obiettivi S-Topar 57mm 1:2, S-Topar 80mm 1:2 e Telikon 610mm 1:4, offrendo prestazioni diversificate, così come la RMK TOP vista in precedenza poteva sfruttare in alternativa moduli con il Pleogon A3 153mm 1:5,6 e Topar A3 305mm 1:5,6, contenendo i costi complessivi.

Altri modelli come la RMK A 15/23 hanno avuto una lunga vita commerciale e su di esse si sono avvicendate varie generazioni evolute dello stesso obiettivo Pleogon 153mm, ovvero le varianti A, A1 e A2, con e senza piastra reseau (nel primo caso l’apparecchio era denominato RMK AR 15/23).

Va altresì annotato che questi obiettivi erano tutti progettati esplicitamente per la fotogrammetria, tuttavia sono esistite fotocamere di questa categoria, come la SK2, che utilizzava ottiche Zeiss normalmente presenti nel corredo Linhof e Hasselblad, nella fattispecie il grandangolare Biogon 53mm 1:4,5 e lo speciale UV-Sonnar 105mm 1:4,3 con lenti in quarzo e fluorite per la ripresa ad ultravioletto, senza dimenticare che lo stesso normale per Hasselblad Planar 100mm 1:3,5 era stato disegnato per un occhio alla ripresa aerea di questo tipo e offriva valori di risoluzione eccezionalmente elevati ed uniformi alle grandi aperture abbinati ad una distorsione estremamente ridotta, seppure non al livello dei modelli specifici.

Queste considerazioni chiudono il cerchio sui prodotti fotogrammetrici Carl Zeiss da ripresa, tuttavia esiste tutta la branca complementare dei dispositivi e obiettivi per stampa-rettificazione delle relative lastre esposte, settore nel quale l’azienda era parimenti leader.

Gli ingranditori-rettificatori per stampare lastre fotogrammetriche devono soddisfare specifiche esigenze come accogliere un negativo di tali dimensioni, consentire stampe enormi senza essere tuttavia eccessivamente ingombranti, garantire eccellente nitidezza e spianamento del foglio di carta sensibile e includere movimenti sui vari assi per riallineare le inquadrature e tenere comunque tutta l’immagine a fuoco seguendo i principi di Scheimpflug; gli speciali ingranditori creati da Carl Zeiss per tale specifico utilizzo erano denominati SEG (denominazione già utilizzata nell’Anteguerra da Carl Zeiss Jena con la sua serie di prodotti analoghi, altro elemento di continuità)  e sono particolarmente noti nel settore i modelli SEG 5 e SEG 6, introdotti rispettivamente nel 1952 e 1977.

 

 

Questa illustrazione mostra il modello SEG 5 e il relativo schema meccanico; lo strumento è colossale, con doppio condensatore e lente di Fresnel da 400x400mm, lampada ai vapori di mercurio ad alta pressione da 125W ed fortissima intensità luminosa, un completo sistema di movimenti sui 3 assi con messa a fuoco e definizione del vanishing point automatiche e  stampa sul foglio mantenuto aderente grazie ad un potente piano aspirante più cambio di ingrandimento motorizzato con comando a pedale (questi ultimi 2 opzionali); la lampada a scarica di gas è stata adottata perché un corrispondente esemplare ad incandescenza avrebbe imposto potenze nell’ordine dei 4.000w, richiedendo una notevole dissipazione di calore la cui dissipazione forzata significava ingombri ancora più accentuati.

 

 

Questi dispositivi sono estremamente sofisticati e basati su svariati brevetti (l’ìimmagine mostra lo schema elettrico del SEG 5, incredibilmente intricato per un “semplice” ingranditore), tuttavia il nostro interesse specifico nell’economia di questo approfondimento si concentra sul suo speciale obiettivo da ingrandimento, insolitamente molto grandangolare per ridurre la distanza di proiezione e limitare l’altezza del mastodontico ingranditore.

Infatti per l’ingranditore SEG 5, concepito fin dal 1950 basandosi sui concetti dei corrispondenti Carl Zeiss Jena prebellici e presentato nel 1952, venne creato uno speciale obiettivo da ingrandimento denominato Carl Zeiss Topogon-V 180mm 1:6,3, un’ottica con copertura nominale da 90° e in grado di stampare formati fino al 30x30cm; questo modello era caratterizzato da un’elevata risoluzione sul campo e una eccezionale correzione della distorsione, contenuta entro 50 nanometri (0,00005mm) sull’intero lato del fotogramma (!); questo speciale Topogon da ingrandimento, nel corso degli anni, si è evoluto in 3 varianti:

  • Topogon V 180mm 1:6,3 del 1952 (con massima apertura fruibile in stampa 1:12,5);
  • Topogon V2 180mm 1:6,3 del 1972 (con massima apertura fruibile in stampa 1:9);
  • Topogon-V 180mm 1:5,6 del 1979 (con massima apertura fruibile in stampa 1:5,6).

Nel corso degli anni l’obiettivo è diventato dunque leggermente più luminoso ma, soprattutto, ha portato il diaframma più aperto utilizzabile senza compromessi qualitativi ad 1:12,5 ad 1:9 e infine a 1:5,6, guadagnando quindi oltre 2 f/stop e rendendo quindi i tempi di posa più brevi; quest’ottica era chiamata a supportare ingrandimenti da 0,5x a 6,5x, accettando quindi anche la scala 1:1 e addirittura anche una leggera riduzione.

 

 

La prima versione era denominata Topogon-V 180mm 1:6,3 e le parti ottiche erano incluse in un modulo che comprendeva un otturatore comandato a distanza per i tempi di esposizione e un filtro rosso ad inserimento motorizzato; la versione V2 era simile ma lo schema leggermente ricalcolato, come visto, consentiva di stampare ad aperture maggiori.

 

 

L’ultima versione Topogon-V 180mm 1:5,6 risulta rivisto anche meccanicamente e ha un aspetto più moderno, con spina multipolare di interfaccia al sistema di controllo ma chiusura del diaframma controllata manualmente dalla manopola visibile sul frontale; anche in questo caso la matricola è anomala e specificamente riferita alla produzione fotogrammetrica.

Le fotografie senza termini di riferimento non rendono l’idea circa le mastodontiche dimensioni di quest’obiettivo da ingrandimento: infatti la sua altezza è circa 16cm, il diametro delle celle con gli elementi ottici nuovamente 16cm, il diametro totale circa 27cm e il peso nell’intorno dei 12kg.

 

 

Lo schema ottico si rifà al modello Topogon da riproduzione con grossi elementi aggiuntivi piano-paralleli già previsto da Richter nel brevetto originale Carl Zeiss Jena del 1933 e poi riproposto in quello Zeiss Oberkochen del 1952; purtroppo non sono disponibili dati relativi al terzo e più luminoso modello 1:5,6 del 1979 ma già l’originale tipo 1:6,3 segnala un’evoluzione rispetto allo schema iniziale, dal momento che in questa variante è stato introdotta la sottile coppia di lenti cementate al centro dello schema che costituiscono un po’ una firma degli obiettivi aerofotogrammetrici Carl Zeiss da ripresa, un dettaglio che porta quindi ad 8 gli elementi ottici utilizzati.

 

 

Un altro elemento di continuità con i citati modelli da ripresa è l’assortimento di vetri del doppietto cementato centrale, che utilizza nuovamente l’accoppiata Flint F2 e Dense Crown SK16, ricostituendo in tal modo il doppietto ipercromatico già descritto; i vetri utilizzati nella cella centrale tipo Topogon sono specularmente identici, mentre quelli impiegati per i grossi elementi piano-paralleli esterni differiscono per tipologia, dal momento che anteriormente troviamo un Dense Flint SF11 e posteriormente un Flint F3, un dettaglio interessante per un obiettivo che fa della simmetria per compensare la distorsione un suo punto di forza.

Il Topogon-V 180mm 1:6,3 verrà curiosamente affiancato da una speciale serie di 7 obiettivi Carl Zeiss Topar con apertura 1:8 e previsti per l’utilizzo con i rettificatori SEG; i modelli sono articolati nelle focali 109mm, 127mm, 134mm, 141mm, 156mm, 181mm e 190mm, coprono rispettivamente 28°, 29°, 29°, 29°, 30°, 33° e 35° sul formato 18x18cm e non sono disponibili ulteriori informazioni circa il loro utilizzo specifico, né perché sia stata predisposta una gamma con focali così poco differenziate; in ogni caso questi speciali Topar “repro” prevedevano uno schema differente, con 2 coppie di elementi singoli contrapposti come nel Topogon e l’aggiunta del sottile doppietto cementato centrale, per complessive 6 lenti in 5 gruppi e struttura perfettamente simmetrica.

Questi ultimi dettagli completano il nostro lungo viaggio nello sconosciuto universo degli obiettivi fotogrammetrici/topografici creati da Carl Zeiss Oberkochen dal Dopoguerra fino all’introduzione delle ultime generazioni di apparecchi e al successivo passaggio al digitale; è noto che gran parte del core business aziendale non si limiti alle ottiche da ripresa ma spazia in molti settori specialistici, civili e anche militari, pertanto questa particolare branca è stata sempre curata dall’azienda perché supportata da costante richiesta di mercato e dall’univoco apprezzamento per la consueta e proverbiale qualità costruttiva e dei risultati consentiti.

La grande evoluzione tecnologica moderna, dove chiunque con smartphone in mano può navigare una vista satellitare dell’intero pianeta o utilizzando un drone effettuare riprese incredibili, ha un po’ sfumato il fascino e la patina di esclusività che caratterizzava la documentazione aerea, connotata anche da sfumature epiche come quando l’operatore, pesantemente bardato per sopportale le gelide temperature in quota, si sporgeva dal portellone aperto con una pesante fotocamera in mano per immortalare il mondo (e spesso il nemico) sottostante, una sottile emozione che provai, ad esempio, scattando questa fotografia alle ore 16 del 22 Giugno 1997, affacciandomi al finestrino di un Cessna quadriposto pilotato dal compianto amico Stefano Matteucci per immortalare il centro storico della mia città e l’ammassamento nella piazza centrale dei figuranti per il palio del Niballo.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 


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