Obiettivi Canon rangefinder da 28mm (seconda parte)

Continua dalla prima parte

Passiamo ora ad analizzare gli schemi ottici di questi 28mm Canon rangefinder.

 

 

Come visto, entrambi si basano su una formula Doppio Gauss quasi simmetrica a 6 lenti in 4 gruppi e con 2 doppietti cementati, tuttavia l’architettura è nettamente diversificata; infatti nel 28mm 1:3,5, più datato e semplice da calcolare, la struttura è conforme ad un Doppio Gauss classico invertito, con i doppietti collati accanto al diaframma e gli elementi singoli posti all’esterno, mentre nel 28mm 1:2,8 abbiamo la coppia di doppietti cementati all’esterno e 2 menischi singoli all’interno, accanto al diaframma.

In entrambi i casi lo schema risultante è estremamente compatto, anche se la struttura simmetrica e il ridotto diametro degli elementi esterni impongono compromessi sulla trasmissione luminosa residua ai bordi, problema invece trascurabile nei grandangolari retrofocus per reflex grazie alla specifiche prerogative di tali strutture.

 

 

Volendo cercare un precursore, il caratteristico schema del 28mm 1:2,8 richiama le soluzioni presenti nel Carl Zeiss Jena Orthometar 35mm 1:4,5 del 1937 (raro obiettivo per Contax prodotto solamente per un anno e in meno di 1000 esemplari); infatti anche l’Orthometar prevede 2 doppietti cementati all’esterno e una coppia di menischi all’interno, vicino al diaframma, tuttavia gli antenati più lontani dello schema Canon si possono idealmente ricercare nel Goerz Hypergon del 1900 (che utilizzava solamente 2 lenti falciformi simmetricamente contrapposte, con molti limiti relativamente all’apertura e ad alcune aberrazioni) o nel Carl Zeiss Jena Topogon del 1933, che ai 2 elementi dell’Hypergon ne aggiungeva altri 2 all’esterno, creando una struttura simmetrica a 4 lenti in 4 gruppi; nel caso del Canon gli elementi esterni sono diventati doppietti cementati, una soluzione che garantisce maggiori variabili di correzione per varie aberrazioni, a partire dalle cromatiche, soprattutto perché in questo caso l’angolo di campo è “limitato” a 76°, mentre l’Hypergon del 1900 garantiva addirittura 135° e il Topogon almeno 90°.

Gli schemi ottici dei Canon rangefinder 28mm 1:3,5 e 28mm 1:2,8 furono calcolati entrambi da Hiroshi Ito, un progettista che negli anni ’50 diede un contributo davvero fondamentale allo sviluppo di tale corredo ottico, firmando non soltanto questi 28mm ma anche i Canon 35mm 1:2, 50mm 1:1,8, 50mm 1:1,2, 50mm 1:0,95, 85mm 1:1,5 e 100mm 1:3,5; l’azienda doveva essere quindi molto riconoscente a Ito-San perché praticamente da solo aveva creato l’ossatura del sistema di obiettivi il cui apprezzamento servì da volano per lo sviluppo commerciale e i successi futuri.

Per omaggiare tanta perizia proporrò a seguire i brevetti dei 2 obiettivi integralmente (anche grazie alla loro stringatezza), scegliendo la più comprensibile versione statunitense.

 

 

Lo schema del Canon rangefinder 28mm 1:3,5 venne presentato da Hiroshi Ito per la registrazione prioritaria Giapponese il 31 Gennaio 1951, mentre questo documento U.S.A. fu depositato il 29 Giugno 1951; è quasi ironico osservare come il Giappone fino al 28 Aprile 1952 fosse formalmente occupato da statunitensi ed alleati (famose le fotocamere con incisione “made in occupied Japan”), e tuttavia già nel 1951 sue aziende brevettavano negli U.S.A. sofisticati schemi ottici per proteggerne la proprietà intellettuale: evidentemente erano ben coscienti del loro potenziale e che i rapporti di forza erano destinati a cambiare in breve tempo.

Questa prima pagina con le relative grafiche del brevetto mostra la sezione dello schema, un classico Doppio Gauss invertito con la lente posteriore di grande diametro per migliorare per quanto possibile la trasmissione luminosa ai bordi; come si può osservare manca ancora completamente l’influenza di schemi specifici come il Russar di Roosinov, all’epoca ancora sconosciuto fuori dall’URSS, oppure del Biogon di Bertele, a quel tempo in fase di calcolo nel suo buen retiro svizzero ma ben lungi dall’essere commercializzato, pertanto i progettisti si affidavano a strutture Gaussiane semplici anche per grandangolari come questo.

Il documento è accompagnato anche da diagrammi relativi ad aberrazione sferica, astigmatismo e distorsione; la correzione delle prime 2 è in linea con ottimi obiettivi dell’epoca mentre la distorsione, grazie allo schema simmetrico con diaframma al centro, risulta molto contenuta ed è poco superiore ad 1% a barilotto, rendendo l’obiettivo perfettamente idoneo anche a foto di architettura.

 

 

 

La discussione del brevetto dichiara il calcolo di un obiettivo migliorato con schema Gaussiano a 6 lenti, in grado di coprire o superare 75° di campo e con apertura massima 1:3,5, un valore superiore a quello offerto da qualsiasi obiettivo di quel tipo prodotto in precedenza.

Il documento conferma Hiroshi Ito nel ruolo di progettista per conto di Canon e ribadisce come la richiesta prioritaria giapponese fosse stata depositata il 31 Gennaio 1951, facendo capire come il grosso del lavoro di calcolo risalga invece al 1950; a quei tempi non erano ancora disponibili i nuovi elaboratori messi a punto dalle aziende del settore poco dopo, pertanto il disegno di questo modello ha avuto luogo sfruttando procedure più tradizionali, con calcoli lenti e tediosi supportati solo parzialmente da calcolatori meccanici.

Questa pagina descrive succintamente i principi informatori che hanno consentito il calcolo e la correzione dello schema e presenta un singolo “embodiment”, senza esemplari alternativi fra i quali scegliere per la produzione; in realtà la prassi di chiudere un brevetto con diversi modelli simili ed opzionali è un retaggio posteriore, quando i computer finalizzavano in breve tempo sequenze di calcolo prima molto dispendiose in termini umani, mentre in tempi precedenti era uso comune concentrarsi sul modello ottimale e presentare solo quello.

 

 

I claims finali nella terza ed ultima pagina ribadiscono i concetti e replicano la tabella con i dati grezzi di progetto dello schema ottico, come raggi di curvatura, spessori sull’asse, spazi fra fli elementi e parametri rifrattivi/dispersivi del vetro relativi alla frequenza dello spettro d-line; trattandosi di un obiettivo basato sullo schema Doppio Gauss, già ampiamente studiato, sperimentato ed utilizzato in precedenza, il documento cita naturalmente vari brevetti preesistenti legati a questa architettura, a partire da quello di Paul Rudolph per Carl Zeiss Jena (1897 negli States e 1896 in Germania) che porto al leggendario Planar.

 

 

Lo schema ottico del Canon rangefinder 28mm 1:3,5 tipo I e tipo II sfruttava 4 tipi di vetro ottico: Dense Crown (SK), Barium Flint (BAF), Flint (F) e Light Flint (LF); il Dense Crown la fa da padrone, opzionando metà degli elementi presenti, mentre va aggiunto che in questo progetto non sono presenti materiali agli ossidi delle Terre Rare con favorevole rapporto alta rifrazione/bassa dispersione, dettaglio anche logico perché al tempo del suo calcolo vetri del genere erano già in circolazione da anni solo negli U.S.A., grazie agli studi pionieristici di Eastman Kodak, mentre in Giappone sarebbero serviti ancora alcuni anni.

Partendo dalla lente frontale abbiamo quindi un Dense Crown SK11 in L1, un Barium Flint BAF8 in L2, un Flint F8 in L3, un Light Flint LF4 in L4 e un Dense Crown SK16 in L5 ed L6; il fatto stesso che il materiale più rifrangente presenti un indice di rifrazione di appena 1,6237 lascia intendere il basso profilo di questa dotazione, tuttavia la scelta di tutti vetri poco rifrangenti ha anche aiutato nella correzione di certe aberrazioni.

Occorre anche considerare che solamente 4 anni prima Canon riceveva ancora obiettivi da Nippon Kogaku e stava appena iniziando il suo percorso autonomo in questo settore, pertanto si può dire che stesse davvero accorciando i tempi per competere con i migliori.

Anche il brevetto relativo al successivo Canon rangefinder 28mm 1:2,8 comprende solamente 3 pagine.

 

 

La prima di esse presenta nuovamente la sezione del gruppo ottico visto in precedenza e 3 schemi con lo stato di correzione previsto per aberrazione sferica, astigmatismo e distorsione; il gruppo ottico conferma il particolare Doppio Gauss con menischi singoli centrali e doppietti cementati all’esterno, mentre  l’aberrazione sferica e l’astigmatismo prevedono curve favorevoli e la distorsione, nuovamente, risulta molto ben corretta, con un valore massimo praticamente invisibile (0,5% a barilotto).

 

 

Il brevetto statunitense del Canon rangefinder 28mm 1:2,8 conferma nuovamente Hiroshi Ito e Canon nei ruoli di progettista e azienda di riferimento; il documento U.S.A. venne depositato il 24 Agosto 1955 ma il corrispondente brevetto prioritario nipponico fu richiesto il primo Ottobre 1954, pertanto passarono circa 2 anni prima di sfociare nella produzione di serie, tempo che si rese necessario, ipotizzo, anche per una fornitura controllabile e costante dei vetri alle Terre Rare previsti nel progetto: infatti, uno dei 2 vetri appartenenti a tale tipologia e contemplati nei dati di brevetto presenta parametri rifrattivi e dispersivi simili a quelli di altri Lanthanum Crown come gli attuali LAK9 ed LAK14, tuttavia non corrisponde esattamente ad alcun tipo conosciuto, presente o passato, pertanto ritengo che Ito-San abbia calcolato l’obiettivo basandosi su dati provvisori di un materiale non ancora effettivamente disponibile ma solo annunciato, correggendolo in  seguito con una limatura finale quando i parametri del Lanthanum Crown effettivamente impiegato furono finalmente certi.

In questo caso il brevetto dichiara la presentazione di un grandangolare di grande apertura per apparecchi di piccolo formato, con angolo di campo superiore a 70° e diaframma che apre fino ad 1:2,8, valore mai proposto prima di allora con tale copertura.

Il documento passa poi a discutere i principi tecnici del progetto, proponendo nuovamente un singolo “embodiment” con i relativi parametri grezzi di calcolo; Ito-San era evidentemente orgoglioso del suo lavoro perché, citando gli schemi della prima pagina, afferma testualmente che “come si può osservare facilmente da quelle curve, le varie aberrazioni sono abbastanza insignificanti”.

 

 

La terza pagina replica i “claims” precedenti e propone una serie di citazioni a brevetti preesistenti che risultano in qualche modo correlati allo schema proposto, fra i quali il classico documento del 1933 di Robert Richter per Carl Zeiss Jena col disegno originale del grandangolare tipo Topogon, citato in precedenza; in questa lista di precedenti, curiosamente, spunta anche il brevetto italiano n° 474.044 in data 26 Agosto 1952, tuttavia non sono riuscito a risalire al suo contenuto.

 

 

In analogia con lo schema del precedente 28mm 1:3,5, anche quello del Canon rangefinder 28mm 1:2,8 utilizza 4 tipi di vetri ottici: Flint F, Lanthanum Crown LAK, Dense Flint SF e Light Flint LF; procedendo dalla prima lente abbiamo un Flint F4 in L1, un Lanthanum Crown imprecisato in L2, un Dense Flint SF3 in L3, un Dense Flint SF8 in L4, un Lanthanum Crown LAK11 in L5 e un Light Flint LF6 in L6.

Come anticipato, il vetro Lanthanum Crown in L2 non corrisponde esattamente ad alcun vetro esistente, anche estendendo la ricerca indietro di decenni; infatti il suo indice di rifrazione Nd= 1,697 e il suo numero di Abbe che definisce la dispersione Vd= 54,7 sono simili a quelli del tipo LAK9 (Nd= 1,691  Vd= 54,8) o del tipo LAK14 (Nd= 1,697  Vd= 55,4), tuttavia nessuna tipologia coincide esattamente col tipo descritto nel brevetto, mentre in secondo vetro alle Terre Rare, in L5, corrisponde al tipo LAK11.

E’ anche interessante osservare come Ito abbia utilizzato nei menischi centrali 2 vetri Dense Flint ad alta rifrazione ed alta dispersione, esattamente come previsto da Richter nel suo Carl Zeiss Jena Topogon del 1933, un ulteriore dettaglio che ribadisce i legami concettuali col famoso grandangolare tedesco.

Questi obiettivi hanno furoreggiato negli anni ’50 e ’60, quindi oggi è difficile trovare prove o documentazione che li riguardino, tuttavia come chicca conclusiva voglio aggiungere un test eseguito dalla rivista fotografica statunitense Camera 35, specializzata appunto in attrezzature e foto di piccolo formato.

 

 

Camera 35 era un bimestrale e nell’uscita di Ottobre/Novembre 1968 verificò su mire il potere risolutivo di una nutrita schiera di grandangolari Canon, sia della serie a telemetro che appartenenti alla gamma FL per reflex, mettendo al banco ben 9 obiettivi compresi i 2 celebri superwide da 19mm, a telemetro e tipo R per reflex (in grafica sono evidenziati i 28mm discussi in questa sede); per le nostre esigenze ho provveduto ad affiancare i risultati ottenuti dai 28mm 1:3,5 e 28mm 1:2,8 a quelli relativi alle focali immediatamente attigue, ovvero il 25mm 1:3,5 e il 35mm 1:2.

 

 

Le prove di Camera 35 esibivano il potere risolvente misurato su mire e definito alle varie aperture nel centro del fotogramma e ai bordi; nel nostro caso, trattandosi di grandangolari molto datati, si evidenzia un fisiologico flesso negli angoli rispetto al centro, mantenuto a tutte le aperture, e curiosamente in questa tornata di test il più anziano 28mm 1:3,5 esibisce sull’asse valori decisamente più favorevoli rispetto al più luminoso 28mm 1:2,8 (i numeri espressi sono in linee/mm sul negativo); in ogni caso, per l’epoca, si trattava di risultati positivi; è anche interessante, a margine, osservare le notevoli prestazioni del 25mm ad 1:8, probabilmente grazie ad uno schema questa volta effettivamente ritagliato sullo Zeiss Topogon originale che garantisce sempre elevata risoluzione, mentre il 35mm 1:2 fornisce a sua volte buoni risultati, e in questo caso è invece avvantaggiato dalla progettazione più recente, trattandosi di uno degli ultimi rangefinder ad essere calcolato (fu lanciato nell’Aprile 1962, con ritocchi estetici nel Luglio 1963).

Le ottiche Canon rangefinder sono state per anni un’alternativa alle firme tedesche, offrendo valida qualità ottica, barilotti curati e un prezzo competitivo che in molti casi – grazie alla compatibilità di innesto e all’accesso alla baionetta M con adattatore – ha indotto in tentazione anche i Leicisti, magari proprio su focali che nel corredo originale prevedevano aperture inferiori o erano addirittura assenti; i modelli da 28mm 1:3,5 e 28mm 1:2,8 hanno spostato in entrambi i casi l’asticella, proponendo aperture massime prima non disponibili e garantendo buone prestazioni in una focale importante ma stranamente non molto seguita dalla concorrenza, almeno fino a metà anni ’60; valutati col metro attuale si apprezza ancora la eccezionale leggerezza e compattezza (lo sbalzo dal corpo macchina di 18,5mm e 20mm rende la fotocamera quasi tascabile) e persino la fattura rètro, satinata cromo e interamente metallica, risulta gratificante dopo l’orgia di plastiche alle quali siamo abituati.

Questi modelli sono tuttora compatibili con qualsiasi corpo in attacco 39×1 o a baionetta M (con il relativo adattatore) e naturalmente si possono utilizzare ance su qualsiasi mirrorless a tiraggio corto sfruttando il relativo adapter da Leica a vite, pertanto sarebbe perfettamente possibile risvegliarli dal lungo sonno ed utilizzarli su sensore, dal momento che il nocciolo ottico compatto mantiene l’ultima lente abbastanza avanzata da garantire un minimo di telecentricità per un’immagine digitale senza troppi problemi ai bordi; purtroppo le ottiche Canon rangefinder, così come le corrispondenti Nikkor per Nikon S, ormai da tempo sono nel mirino di amatori e collezionisti, pertanto anche modelli non rarissimi o superluminosi come questi 28mm passano di mano a cifre non impossibili ma forse troppo elevate per un innocente intermezzo ludico domenicale, tuttavia dal 1951 al 1965 (quando vennero solamente eguagliati) sono stati gli obiettivi a telemetro da 76° più luminosi del mercato, pertanto meritano attenzione e considerazione anche dal mero punto di vista collezionistico.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

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