Obiettivi Canon rangefinder da 28mm (prima parte)

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; a mio avviso, nel formato 24x36mm l’obiettivo medio-grandangolare da 28mm è un pezzo fondamentale perché, come già scritto in precedenza, ad una visione già chiaramente di ampio respiro e sufficiente in molti contesti abbina una resa della prospettiva e una scansione dei piani piacevolmente dinamiche ma non ancora forzate, producendo immagini molto equilibrate; non a caso infatti proprio il 28mm è stato per decenni il grandangolare del classico corredo minimale universalmente diffuso in questo formato, affiancato al normale da 50mm e al medio-tele da 135mm.

In un precedente articolo avevo preso in considerazione i classici modelli da 28mm 1:2,8 e 28mm 1:3,5 appartenenti alla serie Canon FD, obiettivi destinati alle reflex Canon anni ’70 e ’80 equipaggiate con tale attacco, e oggi dedicherò invece la mia attenzione ai 28mm proposti da Canon a corredo della precedente generazione di fotocamere a telemetro da lei commercializzate, ottiche interessanti perché condividono lo stesso attacco LTM dei corpi Leica e quindi esiste una compatibilità trasversale fra i sistemi.

 

 

L’azienda Canon inizialmente acquisiva gli obiettivi necessari ai suoi primi modelli di fotocamera da Nippon Kogaku, quindi con la oggi sconcertante realtà di un corpo Canon con ottica Nikon, tuttavia nell’immediato dopoguerra si mosse rapidamente per emendarsi da questa dipendenza, e infatti già nel 1948 la Nippon Kogaku sospese ogni fornitura di ottiche a Canon, e dal 1950 in poi l’azienda sviluppò in rapida successione una notevole serie di obiettivi che si guadagnarono in breve tempo una fama lusinghiera per la loro qualità ottica; in questo novero troviamo anche i grandangolari da 28mm protagonisti del pezzo, ottiche che a quel tempo erano in realtà considerati grandangolari spinti.

Per le sue fotocamere a telemetro in attacco LTM Canon propose inizialmente un 28mm 1:3,5 e quindi, 6 anni dopo, un 28mm 1:2,8; oggi queste aperture massime possono fare sorridere ma all’epoca della rispettiva presentazione non esisteva al mondo un 28mm così luminoso per tale formato, un primato a quel tempo giustamente sottolineato da Canon e che evidenziava il know-how acquisito in poco tempo anche a confronto di mostri sacri come Carl Zeiss Jena o Leitz Wetzlar; osserviamo infatti una timeline con le prime ottiche da 28mm prodotte per il formato 24x36mm.

 

 

La prima azienda a proporre tale focale fu Carl Zeiss Jena, nel 1933, tuttavia il suo Tessar 2,8cm per Contax sfruttava un classico schema Tessar a 4 lenti forzato oltre i suoi limiti e per arrivare a 76°, pertanto l’apertura massima era ridotta ad appena 1:8, valore oggettivamente penalizzante con i film di bassa sensibilità dell’epoca.

L’azienda Leitz, che vedeva nella sofisticata Contax una pericolosa rivale delle sue Leica, reagì rapidamente e nel 1935 presentò il suo Hektor 2,8cm a 5 lenti; questo modello arrivava con 2 anni di ritardo sulla primizia Zeiss, e pur offrendo il vantaggio del telemetro accoppiato la sua apertura massima restava limitata ad 1:6,3; il 28mm esisteva quindi fin dagli anni ’30, tuttavia i modelli tedeschi disponibili prevedevano una luminosità troppo ridotta per un utilizzo generalista.

Nel 1951 la situazione mutò quando proprio Canon presentò il suo Serenar 28mm 1:3,5 (ricordo che tali ottiche assunsero la denominazione Canon solo dopo il 1953), un obiettivo che offriva 2 f/stop di vantaggio rispetto all’Hektor e 2,5 f/stop rispetto al Tessar, aprendo inedite opportunità di ripresa a luce ambiente.

In questo contesto Canon anticipò anche il prestigioso e precedente fornitore, dal momento che anche Nippon Kogaku lanciò un analogo W-Nikkor.C 2,8cm 1:3,5 per le sue Nikon serie S, tuttavia solo nel 1952, con un anno di ritardo rispetto a Canon; peraltro anche lo schema ottico utilizzato nel Nikkor è molto simile a quello del Serenar, quindi non escludo che i tecnici Nippon Kogaku abbiano dato uno sguardo al relativo brevetto, consegnato nel Gennaio 1951.

La risposta delle grandi firme tedesche fu invece tardiva; infatti Leitz Wetzlar propose un 28mm più luminoso dell’Hektor solamente 4 anni dopo Canon, nel 1955, e in ogni caso il Summaron 2,8cm 1:5,6 era un ottimo obiettivo ma pagava ancora dazio per l’apertura massima, mentre Zeiss, storicamente poco interessata alla focale 28mm, non diede seguito all’obsoleto Tessar 1:8.

Nel 1957 (almeno questo è il dato ufficiale, poi vedremo) Canon si avvantaggiò ulteriormente sulla concorrenza, affiancando la modello precedente un nuovo 28mm 1:2,8 di apertura superiore, mentre Nippon Kogaku seguì Zeiss in scia anche in questo dettaglio e confermò la sua idiosincrasia per il 28mm (mantenuta anche nel sistema F fino al 1970) e non aggiunse nuove versioni al 28mm 1:3,5 del 1952.

Il nuovo Canon 28mm 1:2,8 non aveva a sua volta rivali sul mercato come luminosità, e infatti la corrispondente risposta di Leitz Wetzlar arrivò solamente 8 anni dopo, nel 1965, quando lanciò il nuovo Elmarit-M 28mm 1:2,8 tipo 11801 basato su uno schema molto più ingombrante e complesso (9 lenti tipo Biogon) rispetto al corrispondente nipponico.

Questa prospettiva storica evidenzia quindi come i 28mm Canon rangefinder siano stati autentiche primizie al momento della presentazione, offrendo un’apertura massima mai vista prima.

 

 

Per quanto riguarda la sistematica, il 28mm 1:3,5 venne presentato nell’Ottobre 1951 con una montatura satinata cromo e molti richiami ai barilotti delle ottiche Leitz del tempo; inizialmente l’obiettivo era denominato Serenar e quindi, come detto, dal 1953 passò a Canon; notate come all’epoca fosse proposto anche in attacco a baionetta Contax a telemetro, una scelta sicuramente sensata perché i relativi utenti dovevano ancora destreggiarsi col citato Tessar 1:8.

Lo schema ottico risulta essere un Doppio Gauss a 6 lenti in 4 gruppi invertito, e stupisce come da uno schema solitamente usato in normali da 46° i tecnici siano riusciti ad ottenere i 76° propri di un medio grandangolare.

 

 

Il 28mm 1:3,5 venne poi evoluto esteticamente grazie ad un barilotto rivisto e noto come versione II; ufficialmente l’arrivo del tipo II si concretizzò nel Gennaio 1957, e infatti in questa brochure datata Ottobre 1956 la scheda del vecchio tipo I interamente satinato risulta barrata con la scritta “fuori produzione”; nello stesso documento compare anche il nuovo Canon 28mm 1:2,8, e questo evidenzia un’incongruenza cronologica perché l’azienda definisce ufficialmente l’introduzione di questo modello nel Giugno 1957, tuttavia il presente documento venne stampato e divulgato nell’Ottobre 1956, 8 mesi prima, e presenta già tale modello, quindi la vera commercializzazione risale in effetti a tale anno; questa considerazione risolve anche una seconda anomalia, perché proprio all’inizio del 1957 arrivò una nuova style policy per i barilotti con un design più moderno e varie parti rifinite in nero, tuttavia il 28mm 1:2,8 rimase sempre ancorato alla precedente tipologia completamente cromata, mentre il 28mm 1:3,5 già nel Gennaio 1957 passò alla livrea evoluta; pertanto, se il 28mm 1:2,8 fosse stato effettivamente lanciato nel Giugno 1957 come sostenuto dal costruttore, a sua volta avrebbe beneficiato degli aggiornamenti estetici con parti nere, che invece non arrivarono mai su questo modello.

Come si può osservare dalle schede, entrambi gli obiettivi condividono uno schema Gaussiano quasi simmetrico a 6 lenti in 4 gruppi (tuttavia il 28mm 1:2,8 sfrutta un’architettura differente che vedremo in seguito), si avvalgono di un barilotto che non ruota durante la messa a fuoco ed è dotato di blocco di infinito, consentono di focheggiare fino ad 1 metro e il loro diaframma prevede 6 lamelle e chiude fino ad 1:22; il 28mm 1:3,5 tipo I sfrutta filtri da 34mm, mentre il 28mm 1:3,5 tipo II e il 28mm 1:2,8 passano a filtri da 40mm.

Per quanto riguarda le misure, Il 28mm 1:3,5 tipo I prevedeva un diametro di 48mm, una lunghezza di 18,5mm e un peso di 145g; il 28mm 1:3,5 tipo II, con barilotto decisamente più ingombrante, passava a 24,7mm di lunghezza (con diametro invariato a 48mm) ma il peso scendeva a 120g per il maggiore impiego di alluminio; infine, il 28mm 1:2,8 dichiarava un diametro di 48mm, una lunghezza di 20mm e un peso di 159g.

Tutti naturalmente sono equipaggiati con un attacco a vite 39×1 compatibile con i corpi Leica e prevedono anche il relativo accoppiamento al telemetro, gestito da una ghiera in ottone che ruota duramente la messa a fuoco; questo li rende direttamente utilizzabili sulle Leica a vite e anche sui modelli a baionetta M, applicando il relativo e noto adattatore da 1mm di spessore.

 

 

Questa brochure venne invece divulgata quasi 2 anni dopo la precedente, nel Settembre 1958, e l’obiettivo illustrato nella scheda del 28mm 1:3,5 appartiene al tipo II, radicalmente rivisto e con una montatura molto più aggressiva che passa al nero per la presa di forza sulla ghiera di messa a fuoco e l’anello frontale; notate invece come il 28mm 1:2,8 abbia mantenuto l’originale e ormai obsoleta finitura satinata della serie precedente, quindi si assisteva al paradosso del modello luminoso top di gamma col barilotto tipo vecchio mentre il più economico 28mm 1:3,5 beneficiava di notevoli aggiornamenti estetici, al punto che il 28mm 1:2,8 commercializzato contemporaneamente sembrava quasi appartenere ad una generazione precedente, mentre in realtà era arrivato sul mercato un lustro dopo il 28mm 1:3,5.

Ignoro le ragioni per cui vari obiettivi Canon nel 1957 siano passati alla livrea con parti nere e il 28mm 1:2,8 no, forse la conversione meccanica con la specifica montatura del gruppo ottico era più complessa rispetto al modello meno luminoso e si decise di soprassedere, tuttavia questa è solo una illazione.

Notate come il documento faccia anche riferimento a nuovi vetri impiegati nel 28mm 1:2,8; in effetti, come vedremo, il 28mm 1:3,5 si avvale solo di materiali tradizionali mentre nel luminoso troviamo 2 lenti in vetro agli ossidi delle Terre Rare con alta rifrazione e bassa dispersione.

Un’altra curiosità è la consuetudine con cui Canon, all’epoca, descriveva il trattamento antiriflesso dei suoi obiettivi; ovviamente il multicoating era ancora al di là da venire ma apparentemente i creativi che realizzavano le brochure catalogavano il rivestimento corrente in funzione del colore dei riflessi che produceva, quindi per il 28mm 1:3,5 parlano di “rivestimento porpora” e per il 28mm 1:2,8 di “rivestimento magenta”, qualunque cosa voglia dire.

 

 

Questa immagine affianca i Canon 28mm 1:3,5 tipo I e tipo II; ribadendo che il modello più obsoleto fino al 1953 era denominato Serenar, le modifiche applicate nel Gennaio 1957 hanno effettivamente prodotto un obiettivo decisamente più moderno, e le 2 versioni sembrano separate da un’era geologica, pur condividendo in effetti lo stesso, identico gruppo ottico.

Il nuovo modello era più ingombrante ma fu una caratteristica quasi benvenuta perché il tipo originale era talmente miniaturizzato da rendere quasi difficile gestire le ghiere senza interferenze reciproche, e anziché affidarsi unicamente alla presa di forza con relativo “campanellino” di blocco a infinito l’utente del tipo II per la messa a fuoco poteva invece sfruttare direttamente la nuova ghiera, decisamente più ampia; notate come in entrambi i casi esista solamente una scala di messa a fuoco, in metri o piedi a seconda del mercato (scelta che favorisce la compattezza), mentre ulteriori stilemi di modernità del tipo II sono la numerazione dei diaframmi equidistante e la presenza del riferimento per la correzione di fuoco in infrarosso, sebbene all’atto pratico risulti poco utile perché il modestissimo spostamento richiesto rientra abbondantemente nell’intervallo di profondità di campo a tutta apertura.

 

 

Il 28mm 1:2,8 recepisce invece alcuni dettagli di questa nuova Style Policy, come i valori del diaframma equidistanti e la presenza dell’indice per messa a fuoco ad infrarosso, tuttavia non venne mai aggiornato alla livrea in prevalenza nera, pertanto il suo aspetto è sempre stato vintage, anche ai tempi in cui era regolarmente prodotto e commercializzato.

Grazie allo schema ottico simmetrico e con ridotto spazio retrofocale quest’obiettivo risulta eccezionalmente compatto e leggero per la categoria 28mm 1:2,8, prerogative che gli si possono riconoscere tuttora.

Anche in questo caso abbiamo solamente una scala per le distanze e all’aspetto poco moderno contribuisce anche il tappo cromato, a pressione e con marchio a sbalzo, di ovvia ispirazione Leitz; bisogna invece apprezzare la ghiera del diaframma equidistanze e con numeri ben spaziati e trattini aggiuntivi, tutte soluzioni che consentivano di impostare l’apertura predefinita con molta precisione anche su valori intermedi.

 

 

L’anello frontale e la palpebra paraluce che lo raccorda al gruppo ottico sono naturalmente rifiniti in nero per minimizzare i riflessi, tuttavia questa è l’unica concessione alla modernità di un obiettivo la cui estetica occhieggia più i Leitz anni ’30 che il futuro, con dettagli inequivocabilmente rètro come la presa di forza per il fuoco con “campanellino”.

 

 

La vista di tre quarti posteriore evidenzia la fattura metallica di elevata qualità e mostra la camma filettata in ottone che si accoppia meccanicamente al telemetro del corpo macchina e consente il controllo della messa a fuoco; notate come anche nel 28mm 1:2,8 l’indice di correzione per film infrarosso preveda uno spostamento trascurabile e mantenuto nell’intervallo di profondità di campo a tutta apertura, un dettaglio indice della buona correzione cromatica del sistema.

 

 

Lo scorcio posteriore in asse mostra invece l’attenzione al controllo dei riflessi anche in uscita, con tutte le parti inscritte dalla ghiera telemetrica accuratamente rifinite in nero; l’immagine mostra anche le minuscole dimensioni del nocciolo ottico, inconcepibili per chi è abituato ai modelli retrofocus per reflex, e il sistema di blocco su infinito per la messa a fuoco, tipica eredità Leitz; personalmente ho sempre osteggiato questo particolare perché la culla metallica che accoglie il “campanellino” in molti casi non consente uno spostamento micrometrico dalla battuta di infinito ma prevede un piccolo scatto iniziale che non consente di regolare l’obiettivo a quella precisa distanza, un limite che oggi viene evidenziato utilizzando tali obiettivi su corpi mirrorless digitali che grazie al live-view con forte ingrandimento consentono una messa a fuoco diretta estremamente precisa, palesando il limite citato in precedenza quando si opera a infinito o quasi (naturalmente con focali così corte il problema è comunque trascurabile).

 

(continua nella seconda parte)

 

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