Nikon zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5 del 1975

Nikon zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5 del 1975, il primo zoom grandangolare della storia.

 

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; il concetto di obiettivo a focale variabile, comunemente detto zoom, esiste fin dagli albori della fotografia, dal momento che ben presto vennero descritti sistemi che consentivano di modificare la focale spostando certi elementi, sebbene allora si trattasse di varifocali che richiedevano la compensazione di fuoco manuale ad ogni variazione introdotta; questo sistema venne successivamente sviluppato per l’utilizzo cinematografico, settore in cui il regista e il direttore della fotografia potevano avvantaggiarsi dell’incredibile possibilità di effettuare una carrellata in presa diretta, modificando la lunghezza focale senza soluzione di continuità; per renderlo utilizzabile in questo settore lo zoom venne perfezionato introducendo la parafocalità, cioè la capacità di mantenere costante il piano di fuoco selezionato indipendentemente dalla variazione di focale, e concependolo in modo da garantire un’apertura massima costante in tutto il range disponibile, permettendo quindi di zoomare durante la ripresa senza variazioni d’illuminazione nella scena.

A questo stadio di sviluppo gli zoom, funzionalmente, erano già molto simili a quelli attuali e lo step successivo, timidamente azzardato negli anni ’50, fu quello di adattarli anche all’uso fotografico, aumentando focali e coperture per renderli compatibili al formato 24x36mm, cosa che richiedeva ulteriori perfezionamenti anche per garantire il potere risolvente necessario all’osservazione diretta di una stampa notevolmente ingrandita, prova decisamente più critica rispetto alla proiezione di un’immagine in continuo movimento; Voigtlaender, Carl Zeiss e Nippon Kogaku furono i pionieri in questo campo, producendo obiettivi a focale variabile tecnicamente avanzati per l’epoca, tuttavia un limite che sembrava invalicabile era l’accesso a visioni sostanzialmente grandangolari: la diagonale da 43,2mm e l’elevata correzione richiesta dagli standard fotografici, coniugata con le limitate possibilità del tempo, indicavano in circa 65° di campo le colonne d’Ercole di questi obiettivi, e così fu per molto tempo.

La Nippon Kogaku, oggi Nikon Corporation, non soltanto riuscì a precorrere i tempi mettendo subito a catalogo obiettivi a focale variabile per il suo sistema Nikon F ma comprese fin da subito che il vero potenziale dello zoom come obiettivo tuttofare universale consisteva proprio nell’accesso alle focali grandangolari, e infatti a inizio anni ’60 realizzò subito un prototipo di zoom-Nikkor 3,5-8,5cm 1:2,8-4 di elevata luminosità ed escursione standard (da medio grandangolo a medio tele) che sarebbe stato interessantissimo e purtroppo non superò lo stadio di prototipo, forse per una combinazione di fattori come peso, dimensioni, costo e forse qualità non ottimale; tuttavia il germe dello zoom tuttofare era comunque su terreno fertile e poco dopo la Nippon Kogaku ebbe un’altra intuizione visionaria quando realizzò una Nikkorex, semplice fotocamera reflex destinata ad un vasto pubblico, equipaggiata all’origine con un obiettivo zoom-Nikkor 43-86mm 1:3,5, anticipando di fatto, e di decenni, la successiva moda della compatta con interfaccia intuitiva e fornita di uno zoom in grado di soddisfare da solo le principali esigenze del proprietario, sebbene la copertura grandangolare fosse limitata al minimo sindacale (43mm, in pratica la diagonale del formato) e una buona resa ottica anche ai bordi venisse garantita solo alle focali centrali.

Si trattò comunque di un esperimento significativo e lo zoom-Nikkor 43-86mm 1:3,5, forse anche per il costo di produzione contenuto e la luminosità sufficiente e costante, fu promosso direttamente al sistema Nikon F.

Naturalmente si trattava solo di un palliativo temporaneo e se, nella gamma tele, i fotografi targati Nikon potevano già accedere ad un’estesa gamma di focali compresa fra 85mm e 600mm, per i grandangolari erano ancora costretti a ricorrere ad una batteria di Nikkor a focale fissa; peraltro anche la concorrenza più qualificata non sembrava in grado di replicare efficacemente e persino Zeiss, quando sfoderò i suoi mastodontici e straordinari Vario-Zonnar per Contarex, a inizio anni ’70, lo zoom “tuttofare” (si fa per dire, considerando il peso e la messa a fuoco minima) esordiva comunque da 40mm, rinunciando ad ulteriori velleità grandangolari.

Con l’avvento dei turbolenti anni ’70 cambiò anche il modo di documentare gli eventi sociali, sempre più frequenti e caotici, immortalandoli “da dentro” con l’uso di obiettivi grandangolari, anche spinti, quindi per un’intera generazione di fotoreporter d’assalto si acuì ulteriormente l’esigenza di uno zoom grandangolare ma leggero e maneggiabile per affrontare con disinvoltura queste situazioni e non perdere l’attimo in un cambio di obiettivo.

La Nippon Kogaku, ormai cosciente del suo ruolo di sistema privilegiato dal professionista e famosa per il suo sterminato corredo di obiettivi, sentì gravare la responsabilità di questa lacuna e, sfruttando le sue notevoli risorse tecniche, nel 1975 seppe dare una risposta, mettendo in produzione il primo zoom completamente grandangolare mai arrivato sul mercato, lo zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5, un obiettivo che è passato alla storia.

Valutando le sue caratteristiche con parametri moderni, l’escursione focale e la luminosità possono fare sorridere ma in realtà all’epoca l’accesso a 75° di campo fu una conquista realmente straordinaria per tanti fotografi, che finalmente potevano realizzare foto di reportage, cronaca e persino architettura sfruttando uno zoom; inoltre, come ha confermato in tempi recenti anche la scelta Leica di realizzare un varifocale Tri-Elmar per corpi M proprio basato sulle lunghezze 28, 35 e 50mm, questa serie di focali risulta veramente perfetta per il reportage cittadino e, se posso aggiungere un’annotazione personale, io stesso passeggio a caccia di immagini sfruttando di frequente un Olympus OM Zuiko zoom 28-48mm 1:4, obiettivo di copertura analoga, ed utilizzandolo con molta soddisfazione; tornando al 1975, il fotografo che prima era obbligato a mettere in borsa tre Nikkor fissi da 28mm, 35mm e 50mm poteva sostituirli in blocco col nuovo 28-45mm e, affiancandolo al classico e ormai apprezzato zoom-Nikkor 80-200mm 1:4,5, riusciva a coprire l’ampio intervallo fra il grandangolare da 28mm e il tele da 200mm con due soli obiettivi, sopportando l’apertura massima di 1:4,5 (magari caricando la macchina a TRI-X); il reporter, tenendo al collo due corpi Nikon equipaggiati con i relativi zoom-Nikkor grandangolare e tele, acquisiva un notevole potenziale e poteva reagire istantaneamente a qualunque necessità.

Lo zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5 fu presentato nel Settembre 1975 e la produzione prese il via dalla matricola 174.011; ovviamente, a quei tempi, l’obiettivo venne commercializzato in montatura “K”, cioè con ghiere gommate ed estetica analoga a quella dei modelli successivi introdotti nel 1977 ma ancora privo di interfaccia per il diaframma di tipo Ai, quindi la relativa ghiera presenta un bordo privo di discontinuità, la forcella per l’interfaccia esposimetrica risulta ancora rovesciata e senza le due classiche asolature e, infine, manca sul bordo della ghiera la seconda scala con i valori del diaframma destinata alla lettura diretta nel mirino; per questo modello la sequenza delle matricole è poco chiara, perché esiste un primo lotto di 16.074 esemplari (compresi fra 174.011 e 190.085, dato non definitivo ma relativo all’esemplare con numerazione più alta finora incontrato) nell’ambito del quale si assistette alla transizione dalla montatura tipo “K” a quella “Ai” (infatti l’esemplare illustrato, con matricola 180.329, presenta già il secondo tipo di montatura, introdotta nel Giugno 1977); poi la produzione proseguì inizializzando un nuovo blocco di matricole a partire da 210.001 (senza tuttavia che l’obiettivo fosse stato minimamente modificato o aggiornato) e la numerazione più elevata di questo secondo lotto è 213.654, corrispondente ad altri 3.654 esemplari, per una produzione complessiva di almeno 19.728 pezzi fra il Settembre 1975 e l’Agosto 1978: un interregno piuttosto breve giustificato dal nuovo e più performante zoom-Nikkor 25-50mm 1:4 che era in rampa di lancio e verrà presentato nel 1979.

Come si può notare, in questo esemplare Ai, la ghiera del diaframma differisce dal precedente standard “K” utilizzato dal 1974 al 1977 perché è presente un profilo sporgente destinato ad accoppiarsi con la camma Ai dei nuovi corpi macchina; inoltre la forcella d’interfaccia esposimetrica ai corpi pre-Ai risulta in posizione rovesciata (viti di fissaggio rivolte verso il soggetto) e riporta due aperture quadrate che consentono di illuminare i valori 1:4 ed 1:8 sulla seconda scala delle aperture situata sul bordo della ghiera e sfruttata dai corpi Nikon dotati di pozzetto per la lettura diretta del valore di apertura da mostrare nel mirino; trattandosi di un obiettivo Ai, il valore più chiuso (1:22) non è smaltato in colore arancio, come invece avviene nei successivi AiS; naturalmente l’obiettivo, disponendo sia di forcella che di interfaccia Ai, può essere montato su tutti i corpi Nikon e Nikkormat prodotti a partire dal 1959 ed arrivando fino ai modelli moderni, sebbene le ultime versioni sfruttino solamente l’interfaccia elettronica con l’obiettivo, senza accoppiamento meccanico Ai del diaframma, quindi utilizzando ottiche Nikkor di questo tipo disabilitano l’esposimetro, obbligando ad esporre in manuale leggendo l’esposizione separatamente.

L’obiettivo veniva fornito con un robusto tappo anteriore a vite in alluminio da 72mm di diametro, al quale occorreva prestare attenzione perché poteva rimanere bloccato se veniva serrato a fondo-corsa.

Osservando la baionetta, si nota la lente posteriore di piccolo diametro e anche una palpebra paraluce rifinita in nero opaco sporgente dalla montatura e che, con obiettivo in posizione sul corpo, si trova ad ore 6; la Nippon Kogaku non ha mai spiegato chiaramente le ragioni per cui questa sporgenza metallica asimmetrica è stata inserita nel progetto: la mia opinione è che, in certi corpi Nikon privi di interfaccia Ai come la F2, la parte inferiore del mirabox fra baionetta e specchio potrebbe produrre riflessi speculari, quindi – per sicurezza – il fabbricante ha aggiunto questo schermo che blocca qualsiasi luce parassita; purtroppo tale elemento, presente anche in altri Nikkor dell’epoca, adattando l’obiettivo a corpi macchina estranei come i Canon EOS full-frame (prassi oggi abbastanza comune), durante la rotazione crea interferenza con certi componenti della fotocamera (ad esempio, il supporto dei contatti dorati), impedendo fisicamente il montaggio; questo obbliga eventualmente l’utente a togliere le viti che lo vincolano e ad estrarre il settore metallico col la palpebra, rimuovendo temporaneamente l’impedimento.

L’obiettivo prevedeva un paraluce anteriore ad inserimento con vite di fermo, il tipo HK-1, tuttavia la stessa montatura anteriore svolge una certa funzione protettiva, specialmente sulle focali più lunghe, alle quali – come si vede in foto – le lenti anteriori rientrano ulteriormente; l’organizzazione del barilotto su ghiere separate per messa a fuoco, variazione di focale e impostazione del diaframma consente di regolare ogni parametro con grande precisione e senza che l’impostazione di un parametro vada inavvertitamente ad inficiare quella di un altro, come potrebbe succedere con uno zoom con struttura detta “one touch”, nel quale la ghiera di messa a fuoco scorre longitudinalmente impostando anche la focale.

La piccola camma sporgente che è visibile a destra sul bordo inferiore della ghiera del diaframma costituisce la presa di forza alla quale si interfacciano i dispositivi per il controllo servomeccanico del diaframma destinati ai mirini esposimetrici Photomic della Nikon F2 (DS-1 per il Photomic DP-2, DS-2 per il Photomic DP-3 e DS-12 per il Photomic DP-12); questi accessori, accoppiati al sistema esposimetrico del Photomic grazie ad una coppia di contatti sul fianco del medesimo, trasformavano la Nikon F2 in un apparecchio automatico a priorità di tempi ed operavano ruotando fisicamente la ghiera del diaframma grazie ad un motore elettrico alimentato da una serie di batterie a pastiglia al NiCd ricaricabili analoghe a quelle usate sull’Hasselblad 500EL; questa camma è una testimonianza dell’attenzione Nikon alla non obsolescenza del sistema: infatti i servo-EE della serie DS erano destinati unicamente ad alcune Nikon F2 Photomic e sono stati prodotti in numero esigo, tuttavia da quel momento tutti gli obiettivi Nikkor dotati di ghiera manuale del diaframma, compresi gli ultimi AF-S Nikkor antecedenti alla serie G, vennero equipaggiati con questa piccola camma, che permetteva di comandare una Nikon F2 a priorità di tempi con servo elettro-meccanico anche equipaggiandola con un AF-Nikkor prodotto nel nuovo millennio.

L’obiettivo ha un aspetto tozzo a cagione del suo ampio diametro (75mm), tuttavia la lunghezza è sufficientemente contenuta (91mm dallo sbalzo posteriore) e nell’uso pratico risulta piacevolmente compatto ed ergonomico; nonostante i complessi cinematismi imposti dallo schema ottico a 11 lenti in 7 gruppi con 3 moduli mobili, uno dei quali flottante in direzione asincrona rispetto agli altri, l’ampia montatura anteriore resta fissa durante la rotazione della ghiera di messa a fuoco (il cui movimento è seguito solamente dal gruppo di lenti anteriore che ruota all’interno del barilotto) e questo facilita il compito ai fotografi che utilizzano il filtro polarizzatore.

Questo modello prevede un attacco filtri da 72×0,75mm e nella parte anteriore riporta i classici dati identificativi in smalto bianco; ovviamente, trattandosi di un obiettivo prodotto nel 1975, le lenti sono rivestite con trattamento antiriflessi multistrato NIC; Le due ampie ghiere per controllare la messa a fuoco e la variazione di focale sono rifinite con un settore gommato e risultano separate da una presa di forza in alluminio godronato con un punto di fede nero che le serve entrambe; la ghiera di messa a fuoco prevede 2 scale in metri e piedi, rispettivamente graduate fino a 0,6m e 2ft, mentre quella per il controllo della funzione zoom riporta le lunghezze focali 28, 35, 40 e 45mm; la meccanica con doppia ghiera ha reso impossibile applicare i riferimenti per il controllo della profondità di campo (presenti invece negli zoom-Nikkor con sistema one-touch) e curiosamente sono assenti anche i riferimenti per la correzione di fuoco in infrarosso, indici che avrebbero trovato facilmente posto sulla presa di forza metallica centrale, accanto al punto di fede.

La messa a fuoco minima a 60cm dal piano focale è da considerarsi soddisfacente, se pensiamo che al momento in cui questo zoom venne presentato il corrispondente Nikkor 28mm 1:3,5 si fermava a valori analoghi, e consentiva di effettuare riprese d’effetto anche a stretto contatto con la folla.

La ghiera del diaframma riporta le aperture comprese fra 1:4,5 ed 1:22; trattandosi di un obiettivo ad apertura costante non sono presenti indici correttivi della massima apertura alle varie focali; in questo esemplare, appartenente alla generazione Ai introdotta nel 1977, tale ghiera presenta già le relative caratteristiche peculiari (camma di accoppiamento Ai, forcella di interfaccia ai modelli precedenti con viti di fissaggio in posizione anteriore e due aperture quadrate, seconda scala con i valori del diaframma per la lettura diretta dei valori destinati al mirino, denominata da Nikon Automatic Direct Reading, ADR); viceversa, i modelli prodotti dal Settembre 1975 al Giugno 1977 presentano una ghiera del diaframma conforme alle specifiche del tipo “K” (bordo continuo privo di camma Ai, forcella piena ruotata di 180° con viti di fermo verso la fotocamera, assenza di seconda scala ADR); in ogni caso entrambe le versioni si interfacciano all’esposimetro degli apparecchi Nikon e Nikkormat prodotti prima del 1977 utilizzando la citata forcella che, sebbene disponibile in due varianti, svolge l’identica funzione.

Lo zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5 fu quindi un obiettivo epocale che sancì la nascita di una nuova era nel costume fotografico e anche di un nuovo settore, gli zoom grandangolari, che avrebbe beneficiato nel tempo di uno sviluppo incredibile approdando ai diffusi ed apprezzati modelli attuali, alcuni dei quali esordiscono da focali davvero cortissime, addirittura 11mm; se tutto questo era contestualizzato nell’autunno 1975, desterà stupore ancora maggiore apprendere che in realtà il progetto venne finalizzato svariati anni prima, dal momento che il padre di quest’obiettivo, il grande matematico Soichi Nakamura, lo aveva calcolato addirittura nel 1970, presentandolo per la richiesta di brevetto giapponese il 15 Dicembre di quell’anno; questo ribadisce un problema già riscontrato in altri modelli, ovvero l’iter farraginoso e subordinato a ponderati ripensamenti manageriali che alla Nippon Kogaku si interponeva fra la progettazione teorica dell’obiettivo e la sua industrializzazione per la produzione di serie: non è raro riscontrare interregni di 5, 6 oppure 7 anni, un tempo infinito in momenti di grande sviluppo tecnico e concorrenza serrata che spesso spegnevano la freschezza eversiva di un nuovo progetto… In questo caso venne rimandato di un lustro un momento storico e sicuramente un obiettivo del genere, se prodotto immediatamente, sarebbe entrato subito in servizio a documentare i caotici eventi di quel tempo.

Soichi Nakamura fu un grande e talentuoso personaggio che in carriera, fra le altre cose, progettò anche i potenti zoom-Nikkor ED 180-600mm 1:8 e 360-1200mm 1:11, lo zoom-Nikkor 35-70mm 1:3,5, il famoso Nikkor 80mm 1:4,5 autofocus del 1971 (!), il luminosissimo Nikkor ED 200mm 1:2 e il diffuso Nikkor Ai e AiS 50mm 1:1,8; disegnando lo zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5, Nakamura ha previsto tre diversi modelli, uno dei quali con 10 lenti in 6 gruppi e gli altri due modelli con 11 lenti in 7 gruppi, grazie all’aggiunta di un elemento singolo posteriore; proprio il terzo embodiment, caratterizzato dall’undicesima lente di maggiore spessore, fu rubricato per la produzione di serie.

Questi schemi, ricavati dal brevetto originale, mostrano come i primi due esemplari prevedessero un sistema di flottaggi ancora più complesso: infatti lo schema ottico era suddiviso in 4 moduli secondari, ciascuno dei quali durante la variazione di focale effettuava uno spostamento asolidale rispetto agli altri, un sistema realmente complesso da gestire; viceversa, il modello prodotto in serie accorpò il secondo modulo al terzo (costituito dal doppietto situato dietro il diaframma), e in questo modo i moduli flottanti da movimentare erano solamente 3.

Questa ulteriore illustrazione presente bel brevetto mostra come sarebbe stato gestito il flottaggio durante la variazione di focale nello schema a 4 moduli mobili: quello anteriore G1, passando da 28mm a 45mm, arretra con un movimento non lineare, aumentando leggermente la progressione della sua corsa col procedere della zoomata, mentre gli altri 3 moduli posteriori avanzano ma non in sincrono, per cui il terzo (G3) avanza più del quarto (G4) e il secondo (G2) più del terzo (G3); nel modello di serie il comportamento è simile, tuttavia i gruppi G2 e G3 non presentano più differenze nella loro corsa, muovendosi in sincrono come un singolo modulo.

Considerando l’escursione focale e l’anno di progetto, la correzione delle aberrazioni prevista in sede di progetto è buona; un certo astigmatismo alla focale inferiore si annulla progressivamente, l’aberrazione sferica non desta problemi e la distorsione, nonostante un angolo di campo da 75°, non supera mai il rassicurante valore del 2%; un effetto collaterale positivo del diaframma flottante che si sposta assieme ai gruppi di lenti consiste nella distorsione che mantiene un valore assoluto pressoché costante e non modifica mai il suo orientamento in tutta l’escursione focale, quindi in tutte le condizioni d’uso l’obiettivo dovrebbe produrre una distorsione a barilotto pari a circa il 2%, valore difficilmente apprezzabile che lo rende perfetto anche per riprese di architettura.

Analizzando lo schema con i dati grezzi e i vetri ottici impiegati, è necessaria una premessa; mentre oggi un obiettivo zoom viene considerato come un banale accessorio a corredo, la cui disponibilità è data per scontata e per il quale ci si aspetta un prezzo abbordabile, a quei tempi era visto dai fotografi come qualcosa di mirabolante, una specie di magia possibile solamente ricorrendo a tutte le risorse della tecnologia; pertanto l’utente era psicologicamente pronto ad accettare un prezzo di listino esoso ma giustificato dal grande exploit messo in campo, e questo margine di manovra aggiuntivo (la possibilità di proporre lo zoom ad un prezzo di listino molto elevato, appunto) consentiva alle aziende di progettare e produrre obiettivi a focale variabile realmente realizzati allo stato dell’arte della tecnica di quel tempo.

Infatti, osservando ad esempio i vetri ottici scelti da Nakamura per le 11 lenti dell’obiettivo (materiali di produzione Hikari, vetreria controllata dalla Nippon Kogaku), troviamo 2 lenti a dispersione contenuta a base di fluoruri e metafosfati e ben 6 lenti agli ossidi delle Terre Rare con alta rifrazione e bassa dispersione: in pratica 8 lenti in vetro speciale su 11 complessive, una scelta che permetteva un calcolo senza compromessi ma comportava anche un aggravio di costi che era accettabile solo alla luce delle considerazioni appena espresse.

Gli spazi D5 e D13 definiscono i reciproci movimenti dei 3 moduli flottanti, ai quali va aggiunto anche lo spazio retrofocale che, passando da 28mm a 45mm, aumenta proporzionalmente all’avanzamento del terzo modulo.

Questo schema chiarisce meglio l’architettura del gruppo ottico; le 3 lenti anteriori di grande diametro prevedono un vetro PK a bassa rifrazione e bassa dispersione (numero di Abbe= 67,2) e un doppietto acromatico composto da un lanthanum Dense Flint ad alta rifrazione/bassa dispersione abbinato ad un FK a bassa rifrazione e dispersione molto contenuta (numero di Abbe: 70,1); tutto questo controlla l’aberrazione cromatica nei light pencils all’ingresso del sistema.

Il gruppo secondario, suddiviso in 2 moduli indipendenti, comprende 8 lenti con 3 doppietti collati, delle quali ben 5 agli ossidi delle Terre Rare (una in lanthanum Flint, una in lanthanum Crown e tre in lanthanum Dense Flint, la tipologia più estrema e costosa); il diaframma è compreso nel secondo modulo di lenti e, muovendosi assieme ad esse, richiede un rinvio telescopico che complica ulteriormente il sistema.

Il range effettivo di focali varia da 28,85mm a 44,19mm e i 3 spazi che definiscono i movimenti di lenti durante l’escursione sono indicati come D1, D2 e BF (Back Focus, spazio retro focale fra il vertice dell’ultima lente e il piano focale); passando da 28 a 45mm, lo spazio D1 si riduce da 30,3905mm a 5,8365mm, lo spazio D2 aumenta da 1,0864mm a 4,1597mm e lo spazio retrofocale passa da 37,768mm a 48,895mm; la precisione della misura spinta fino al decimillesimo di millimetro la dice lunga sulle tolleranze necessarie per garantire che nella produzione di serie le specifiche ottimali di progetto vengano regolarmente mantenute!

Questo schema realizzato appositamente visualizza la configurazione assunta dallo schema ottico dell’obiettivo di produzione passando da 28mm a 45mm, con la reciproca posizione e spaziatura dei tre moduli mobili; osservate come il diaframma segua il gruppo centrale nel suo movimento, una caratteristica utile per mantenere costante la distorsione.

L’utilizzo di un complesso schema a 3 gruppi mobili (in luogo del sistema a 2 gruppi sfruttato in analoghi obiettivi da 35-70mm) e la dovizia di vetri speciali sfruttati per la sua realizzazione confermano che Nakamura e la Nippon Kogaku si impegnarono a fondo per realizzare un obiettivo che fornisse la massima qualità ottica compatibile con l’avanzamento tecnologico dei suoi tempi, nonostante la scelta di un intervallo di focali difficile, contando sul fatto che un prezzo proporzionalmente elevato non avrebbe scoraggiato i Nikonisti, ormai avvezzi ai listini non propriamente popolari della casa e sicuramente entusiasmati da questa autentica primizia.

In effetti le aspettative della premessa non furono disattese e, nonostante una progettazione che in realtà risaliva al 1970, lo zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5 produceva immagini di elevata qualità, con buon contrasto e saturazione cromatica, e ai diaframmi centrali la correzione ai bordi era superiore alle aspettative, garantendo fotogrammi con nitidezza sufficientemente uniforme a soddisfare esigenze anche professionali; personalmente ho testato lo zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5 affiancandolo al successivo 25-50mm 1:4 del 1979 e, almeno relativamente ai miei specifici esemplari, il vecchio modello a 28mm presentava una correzione delle aberrazioni e un definizione ai bordi superiore a quella garantita dal 25-50mm, a riprova che il 28-45mm era stato realmente calcolato per fornire le migliori prestazioni possibili, senza compromessi.

Per completare il quadro su questo interessante zoom grandangolare, ho estratto dalla documentazione ufficiale il materiale che lo riguarda.

Questa scheda giapponese è piuttosto completa e riporta ingombri, schema ottico e principali caratteristiche; notate la fotocamera marcata Nikomat anziché Nikkormat, una caratteristica dei corpi macchina destinati al mercato interno.

Questo disegno riporta la sezione del 28-45mm ed era presente in un catalogo Nikon anni ’70; evidentemente la casa mostrava con orgoglio la complessa struttura ottica e meccanica di quest’obiettivo, a testimonianza della sua avanzata tecnologia.

In questa immagine lo zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5 è protagonista della scena ed è immortalato assieme agli zoom-Nikkor 35-70mm 1:3,5, 43-86mm 1:3,5, 80-200mm 1:4,5, 50-300mm 1:4,5 ED e 180-600mm 1:8 ED; anche il 35-70mm e il 180-600mm erano progettati da Nakamura.

Questa scheda completa è ricavata da un catalogo realizzato dall’importatore americano; notate come, nelle possibili situazioni d’uso suggerite, ci si fa prendere la mano dall’entusiasmo, indicando praticamente tutto e il contrario di tutto.

Questa scheda invece è l’unica in lingua Italiana, ricavata da una brochure dei primi obiettivi Ai edita nel 1977 a cura della Cofas di Roma, all’epoca importatore nazionale; la scheda è succinta ma focalizza tre punti fondamentali relativi all’obiettivo: l’accesso per uno zoom alla focale grandangolare da 28mm, garantendo una versatilità senza precedenti in certi settori, le ottime prestazioni ottiche in tutte le circostanze e le regolazioni gestite tramite due ghiere, dettaglio che permette impostazioni molto precise.

L’ultima testimonianza è una tabella americana (seconda metà degli anni ’70) che illustra gli obiettivi Nikkor prodotti in precedenza che era possibile convertire al nuovo standard Ai, sostituendo il blocco la ghiera del diaframma con un modello dedicato presso i laboratori ufficiali, indicando anche il range di matricole dal quale tale trasformazione era meccanicamente possibile: nel caso del 28-45mm la matricola abbinata corrisponde al primo esemplare di produzione (174.011), quindi tutti i pezzi commercializzati in allestimento “K” potevano essere convertiti, sebbene con una spesa leggermente superiore rispetto ad altri modelli più semplici (33.50 Dollari dell’epoca anziché 18,50).

Lo zoom-Nikkor 28-45mm 1:4,5 fu quindi un passaggio molto importante nell’incessante cammino evolutivo dell’ottica fotografica, il primo obiettivo che garantisse l’accesso ad un grandangolare medio da 28mm, uno leggero da 35mm e un normale allargato da 45mm semplicemente ruotando una ghiera, una prerogativa di inestimabile valore per i Nikonisti che realizzavano fotografie urbane (dall’architettura alla street photography alla documentazione di cronaca), oppure di paesaggio; ai primi garantiva una fulminea capacità di reagire in mezzo all’azione o di fronte ad un soggetto inaspettato, guadagnando istanti preziosi che potevano fare la differenza, ai secondi permetteva di muoversi in libertà, anche su percorsi lunghi e impegnativi, senza portare al seguito un corredo ingombrante e costoso e affrancandoli dalla necessità di cambiare ottica, magari in passaggi impegnativi o pericolosi.

Soprattutto, la sua presentazione creò di fatto una nuova nicchia di mercato che i fotografi hanno dimostrato immediatamente di apprezzare, lanciando quindi un volano che ha spinto le aziende a dedicare risorse agli zoom grandangolari con esiti strepitosi dei quali tutti attualmente beneficiamo; chiunque oggi – me compreso – utilizzi con gioia e soddisfazione i moderni e sofisticati zoom di cortissima focale deve quindi rivolgere un pensiero riconoscente a questo primo, vetusto, modesto zoom grandangolare che fu il coraggioso archetipo di un’intera generazione.

Un abbraccio a tutti – Marco chiude.

 

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