Nikon Nikkor 35mm 1:1,4

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; proseguendo la mia analisi sui più significativi obiettivi Nikkor a messa a fuoco manuale appartenenti al classico corredo reflex in attacco Nikon F, voglio doverosamente dedicare un articolo ad uno dei modelli più iconici e storicamente significativi del lotto, il Nikkor 35mm 1:1,4; questo celebre grandangolare superluminoso fu il primo 35mm ad offrire tale apertura su un corpo reflex (con i relativi problemi di calcolo per garantire spazio allo specchio della fotocamera) e la sua interminabile carriera in diverse configurazioni di barilotto si è addirittura dipanata per mezzo secolo, dal 1970 al 2020, battendo in questo anche il pur longevo obiettivo che aveva indicato la via, ovvero il Leitz Summilux-M 35mm 1:1,4.

Il Nikon 35mm 1:1,4 ha quindi incarnato tutte le opzioni possibili per un Nikkor a fuoco manuale, ovvero F, F-C multicoated (con i distinguo che vedremo), K gommato, Ai e AiS, senza mai rinnegare l’originale schema ottico disegnato negli anni ’60 da uno dei più grandi Maestri del settore, e restando a catalogo, altero e imperturbabile, per ben 34 anni dopo l’avvento del sistema AF e dei corrispondenti obiettivi AF-Nikkor, sospeso nel tempo come solo i pezzi più carismatici e leggendari sanno essere; tutto questo giustifica abbondantemente un profilo dedicato a tale modello.

 

 

Il Nikkor 35mm 1:1,4 venne presentato al pubblico mondiale alla Photokina di Colonia dell’autunno 1970 ma in realtà in Giappone la sua produzione era già iniziata da qualche mese, precisamente a maggio; quest’obiettivo affiancava a top di gamma il già luminoso Nikkor-O Auto 35mm 1:2 arrivato 5 anni prima e divenne immediatamente il sogno proibito di tutti i fotoreporter targati Nikon, ai quali si schiudeva la prospettiva di replicare con la fida reflex Nikon F ciò che i privilegiati utenti Leica potevano fare già da un decennio con un corpo M ed il Summilux-M 35mm 1:1,4.

L’obiettivo, qui illustrato in una versione AiS prodotta negli anni ’80, turbò i sogni dei fotografi ma il prezzo esclusivo limitò parzialmente la sua effettiva diffusione; il 35mm 1:1,4 fu infatti prodotto in diverse varianti che descriveremo in seguito, e scandendo le varie fasi con un riallineamento della matricola di partenza (quindi a partire da 350.001, 360.001, 370.001, 385.001, 400.001, 430.001 e infine 600.001 per l’ultimo lotto compreso fra 2006 e 2020), tuttavia la produzione non raggiunse mai numeri impressionanti nonostante i 50 anni di permanenza costante a listino, e la possiamo riassumere come segue;

  • tipo F (“Nippon Kogaku Japan” e “Nikon”): 11.424 pezzi (05/1970 – 1973)
  • tipo F – C (Nikkor-N-C Auto) multicoated: 7.067 pezzi: (1973 – 01/1976)
  • tipo K gommato (leggero overlap col precedente): 4.488 pezzi (12/1975 – 1977)
  • tipo Ai: 16.628 pezzi (1977 – 11/1981);
  • tipo AiS: (11/1981 – 2005 e 2006 – 2020): 93.974 pezzi;

per un totale di 133.581 obiettivi che, su 50 anni di carriera, fanno circa 2.670 pezzi all’anno di media.

Come si può notare, in ottica collezionistica, alcune tipologie risultano poco diffuse, e in particolare il Nikkor-N-C Auto 35mm 1:1,4 con montatura tipo F ma denominazione “C” (7.067 mezzi) e la versione gommata “tipo K” subito antecedente alla versione Ai (4.488 pezzi) risultano i modelli più rari.

Vediamo ora in dettaglio le varie versioni avvicendatesi grazie alle informazioni presenti in schede e brochure d’epoca pubblicate su vari mercati.

 

 

TIPO F “Nippon Kogaku Japan”

La versione presentata alla Photokina di Colonia del 1970 e già in produzione in precedenza, sul mercato globale risulterà disponibile solamente nel Marzo 1971; questo modello prevede un barilotto metallico interamente nero (compresa la ghiera anteriore) con le classiche godronature a sbalzo di quella serie, la denominazione anteriore “Nippon Kogaku Japan”, il diaframma a 9 lamelle, la massima chiusura ad 1:22 e un paio di vetri del tipo Lanthanum Dense Flint del suo schema ancora formulati con ossido di torio che nel tempo ha prodotto una leggerissima radioattività e il classico ingiallimento delle lenti; fin dall’origine il Nikkor 35mm1:1,4 vantava il sistema flottante CRC (Close Range Correction) e fu il primo obiettivo Nikon per uso convenzionale a sfruttare il trattamento antiriflesso multistrato su tutte le lenti.

 

 

Questo stralcio da una brochure giapponese per la Nikon F2 divulgata nel 1971 mostra già il nostro 35mm1:1,4 orgogliosamente in batteria assieme gli altri modelli.

TIPO F “Nikon”

 

 

La versione F prodotta dal 1971 al 1973 condivide le stesse caratteristiche peculiari descritte in precedenza ma abbandona la denominazione iniziale “Nippon Kogaku Japan” sul frontale (utilizzata in realtà su pochi esemplari) in favore della più semplice “Nikon”; questa scheda relativa a tale modello fa parte dei famosi volumi “Amphoto” realizzati all’epoca dall’importatore statunitense e concepiti come dispense aggiornabili per le quali si poteva sottoscrivere un abbonamento a pagamento per ricevere le nuove schede quando disponibili.

Queste schede erano una messe di informazioni e considerazioni utili: ad esempio, in questo caso il documento sottolinea la versatilità di un’apertura 1:1,4 combinata con messa a fuoco fino a 0,3m con sistema flottante, indicando il modello come alternativa al classico 50mm 1:1,4; suggerisce anche l’uso nella ripresa ambientata di soggetti umani quando sia necessaria una copertura superiore alla media con incremento di profondità di campo senza eccedere però in deformazioni prospettiche; le schede Amphoto fornivano anche informazioni sulla ripresa macro con ciascun modello, tuttavia il 35mm 1:1,4 è sicuramente poco adatto a questo impiego, specie se serve planeità di campo (infatti la riproduzione è ufficialmente sconsigliata), mentre nella macro convenzionale la scheda suggeriva di chiudere ad 1/11 con ottica invertita e quanto più possibile con obiettivo normalmente orientato sulle prolunghe, evidentemente per compensare la forte curvatura del piano con un incremento di profondità di campo; fra i dati curiosi viene anche specificato che col 35mm 1:1,4 è possibile riempire in fotogramma con una testa in verticale da 0,5m di distanza, con 2 teste in orizzontale da 0,6m e da 1 a 3 persone in piedi si possono invece fotografare stando a 2,1m.

In questa scheda compare anche il complesso e caratteristico schema ottico a 9 lenti che caratterizza quest’obiettivo.

 

 

Questa scheda venne invece diffusa nel Marzo 1972 e riguarda sempre il tipo F con scritta “Nikon” (1971-73); anche in questo caso si evidenzia la versatilità dell’obiettivo grazie all’apertura massima 1:1,4 combinata con la copertura grandangolare del 35mm e con l’aggiunta del sistema flottante e dell’antiriflesso multicoating.
Tipo F “Nikkor-N-C Auto”

 

 

La versione denominata N-C (dove “C” sta per “coating”) ha identificato nella produzione Nikon le ottiche tipo F che, prima dell’evoluzione ad un barilotto con ghiere gommate denominato “tipo K”, venivano aggiornate col nuovo antiriflesso multistrato Nikkor Integrated Coating (NIC) pur mantenendo la vecchia montatura F interamente metallica e dal design obsoleto; nel caso del 35mm 1:1,4 la versione Nikkor-N-C Auto fu presentata nel 1973 e rimase teoricamente disponibile fino al Gennaio 1976, quando il tipo “K” con ghiera gommata era già sul mercato dal Dicembre precedente, tuttavia il 35mm 1:1,4 è l’unico caso in cui la denominazione “C” venne aggiunta solamente per uniformità col resto del corredo, dal momento che – come anticipato – le sue lenti prevedevano il multicoating su tutte le superfici fin dal primo esemplare mostrato nel 1970, sebbene la diffusione del trattamento multistrato sarebbe iniziata solo alcuni anni dopo e questa caratteristica sul 35mm 1:1,4 non fosse inizialmente indicata in alcun modo.

Il barilotto risulta identico alla versione Nikkor-N Auto prodotta in precedenza, tuttavia in questa transizione al tipo N-C del 1973 il diaframma venne semplificato passando da 9 a 7 lamelle, forse cercando una migliore scorrevolezza in elementi così ampi e in rapido movimento prima e dopo lo scatto, con problematiche ignote alle ottiche a telemetro con diaframma manuale.

 

 

L’inquadratura frontale mostra in dettaglio la denominazione “Nikkor-N-C Auto” che identifica questo modello di transizione prodotto in tiratura esigua.

Tipo K

Nella generazione K, introdotta tipicamente intorno al 1974 ma con varie eccezioni, le ottiche Nikkor vennero ridisegnate approdando ad un’estetica più moderna ed aggressiva, abbandonando le ormai datate godronature metalliche a sbalzo in luogo di ghiere lineari e rivestite in gomma; il design dei Nikkor tipo K è già virtualmente identico a quello dei successivi Ai lanciati nel 1977, con eccezione della ghiera del diaframma, ancora priva della relativa camma fresata di tipo Ai ed equipaggiata con la forchetta esposimetrica di vecchio tipo, priva di aperture.

La versione K del 35mm 1:1,4 fu prodotta dal Dicembre 1975 al 1977 e questa scheda del Maggio 1976 illustra proprio tale modello, immediatamente riconoscibile per la fascia gommata sulla ghiera di messa a fuoco e per la forchetta sulla ghiera del diaframma ancora “piena” e ruotata di 180° rispetto a quella che troveremo sui Nikkor Ai; la versione K gommata è la più rara di tutte, essendo prodotta in appena 4.488 esemplari, e fra le caratteristiche degne di nota abbiamo l’aggiornamento dei vetri ottici al torio con versioni che ne sono prive, quindi dal tipo K del 1975 non si assiste più all’ingiallimento metamittico delle lenti dovute all’azione di tale componente.

Per aggiornare le versioni K alla configurazione Ai era disponibile il relativo kit n° 30 (in sostanza veniva fornita una ghiera del diaframma con nuove specifiche da applicare in sostituzione di quella originale), tuttavia questa conversione presentava incompatibilità con alcuni corpi prodotti svariati anni dopo.

Notate come, in questo documento, si sottolinei la possibilità di eseguire riprese macro con ottica in posizione normale o invertita senza fornire alcuna avvertenza sui limiti ottici dello specifico modello in questo esercizio così lontano dai suoi parametri di progetto.

 

 

Anche questa scheda giapponese è relativa al tipo K e consente di apprezzare come il design del barilotto sia ormai conforme a quello dei successivi Ai, con eccezione dell’interfaccia esposimetrica al corpo macchina.

Tipo Ai

 

 

Il tipo Ai, descritto in questa pagina del Sales Manual statunitense per rivenditori specializzati Nikon, fu prodotto dal 1977 al Novembre 1981 e segue la naturale evoluzione dei corpi macchina, oggetto di una piccola rivoluzione che abbandonò l’accoppiamento esposimetrico tramite l’iconica forchetta e il relativo perno per approdare ad una soluzione più funzionale e moderna, ovvero un anello girevole coassiale alla baionetta della fotocamera (collegato al resistore variabile dell’esposimetro) dal quale sporge un pin che va in battuta nella relativa sporgenza sul retro della ghiera del diaframma presente sui nuovi obiettivi Ai e viene poi trascinato dal movimento della ghiera stessa.

La versione Ai, con rivestimento gommato ereditato dal tipo K e nuova ghiera del diaframma, ha perso circa 15g rispetto al tipo F originale e 10g rispetto al K (400g contro 415g e 410g) ma ne mantiene inalterato lo schema ottico; occorre annotare che dal modello Ai del 1977 la chiusura minima del diaframma passerà da 1:22 ad 1:16.

 

 

Questa pagina fa parte di un documento creato per aiutare i rivenditori statunitensi a piazzare il prodotto e convincere i potenziali clienti; secondo la scheda i sales points da suggerire sono la copertura grandangolare da 62°, la grande apertura relativa, l’angolo di campo coperto dalla maggioranza dei lampeggiatori elettronici, il sistema flottante CRC che mantiene elevate prestazioni fino a 0,3m , l’uso di comuni filtri da 52mm, condivisi con molti altri Nikkor da 20mm a 200mm e la possibilità di operare in ambiti come il fotogiornalismo, riprese in luce ambiente, sport in interni e all’aperto, ritratti in avaliable light, foto candid, matrimoni, paesaggi e riprese col flash.

La versione Ai è immediatamente riconoscibile per la ghiera del diaframma con labbro posteriore sagomato per ricevere il pin della fotocamera di tale generazione, la forchetta con 2 fori di scarico e una seconda scala del diaframma sulla ghiera con  valore 1:16 di colore bianco come gli altri.

Tipo AiS

Il tipo AiS, l’ultima versione di questo modello, fu in produzione dal Novembre 1981 al 2005 e quindi nuovamente dal 2006 al 2020 (o, quantomeno, fino al 2020 fu presente a listino, eventualmente ad esaurimento scorte).

 

 

Dal punto di vista ottico e meccanico il tipo Ai e il nuovo AiS sono pressoché identici e il principale distinguo riguarda l’interfaccia fra la leva nell’obiettivo che consente di aprire e chiudere il diaframma e il suo corrispondente sul corpo macchina che provvede ad azionarla durante lo scatto; la standardizzazione delle corse ha permesso con gli AiS di concepire corpi Nikon dotati anche di automatismo a priorità di tempi oppure program che gestiscono in tempo reale l’effettiva chiusura del diaframma senza che il valore sia preimpostato sulla ghiera prima della posa ma operando invece con quest’ultima settata sul valore di massima chiusura.

Il Dettaglio che immediatamente rende riconoscibile un AiS è proprio il numero che definisce la massima chiusura del diaframma sulla scala secondaria presente nel retro della ghiera e che fu predisposta per leggere otticamente nel mirino il valore impostato: nelle ottiche Ai questo numero (nel nostro caso 1:16) è di colore bianco mentre negli AiS è smaltato in arancio, fungendo da promemoria al fotografo che lavorando in Tv o in P deve preventivamente ruotare la ghiera fino a posizionarla sulla massima chiusura possibile.

La scheda allegata proviene da una brochure di epoca AiS, tuttavia la fotografia utilizzata ritrae ancora un modello della precedente serie Ai: infatti anche nell’immagine monocromatica si osserva facilmente che il numero 16 della scala secondaria è smaltato in bianco, quando invece dovrebbe essere in arancio e quindi apparire più scuro anche in bianconero.

 

 

A fine anni ’80 – inizio anni ’90 l’importatore Nikon per la Svizzera realizzava un pregevole catalogo annuale modellato su quello americano visto in precedenza, e anche in questo caso su una pagina anni ’90, quindi ovviamente riferita alla versione AiS, troviamo la stessa fotografia di un tipo Ai, con numero 16 smaltato in bianco!

Approfittiamo di quest’ultima brochure per ricordare come l’obiettivo sfruttasse il paraluce metallico a vite Nikon HN-3 (e questo vale per tutte le versioni).

 

 

La mistica di questo famoso modello viene ulteriormente accresciuta dalla sua carriera parallela e poco nota in seno all’Ente Spaziale Americano; infatti la NASA ha sempre avuto un rapporto privilegiato con Nippon Kogaku, utilizzando vari corpi macchina e obiettivi di sua produzione e ottenendo anche ottiche progettate ad personam come l’UV-Nikkor 55mm 1:2; in questo senso la NASA ha utilizzato anche il Nikkor 35mm 1:1,4, acquisendo prima 19 esemplari conformi alla serie Nikkor-N-C Auto e poi altri 16 esemplari negli anni ’80.

Come vedremo, la particolarità di questi obiettivi consiste nell’utilizzo di una montatura interamente metallica e di design obsoleto anche per gli obiettivi prodotti negli anni ’80, con esclusione di qualsiasi elemento in plastica o gomma infiammabile e con viti di serraggio corrispondenti a particolari specifiche e fissate con resine epossidiche; questi dettagli erano in conformità ai nuovi e severi protocolli sulle caratteristiche dei materiali imbarcati sulle nevette spaziali introdotti in seguito al terribile incidente del 27 Gennaio 1967, nel quale l’intero equipaggio di Apollo 1 perse la vita in un rogo nel corso di un’esercitazione.

 

 

Il Nikkor 35mm 1:1,4 tipo NASA di generazione Ai e AiS ha quindi questo aspetto, con ghiere interamente metalliche che ricordano le serie F e viti sovradimensionate a taglio per essere evidentemente compatibili con utensili di bordo standardizzati.

 

 

Come potete osservare l’obiettivo prevede una interfaccia al diaframma di tipo Ai con relativa forchetta vestigiale forata ma ogni elemento in plastica o gomma risulta sostituito da metallo, così come le viti di piccole dimensioni ed eventualmente difficili da individuare qualora si svitassero accidentalmente; per agevolare le operazioni la ghiera del diaframma prevede solo una scala in piedi con numeri sovradimensionati, mentre sulla ghiera stessa è presente un foro filettato al quale andava avvitato un pivot metallico che facilitava la rotazione con i grossi guanti da missione.

 

 

Nonostante l’aspetto datato, l’obiettivo prevede inequivocabilmente un’interfaccia di tipo Ai, come confermato dalla relativa fresatura sul bordo della ghiera e la caratteristica forchetta forata.

 

 

Questo esemplare è interessante perché il codice interno applicato da NASA in sede di acquisizione è stato poi alterato, modificando il 301 finale in 302.

 

 

L’obiettivo di questa serie appartiene alla fornitura anni ’80 di 16 obiettivi, con matricole originali Nikon da 1001 a 1016; dal momento che questo esemplare era il secondo, con matricola 1002, è possibile che la numerazione finale 302 identificasse col 3 il modello e con 02, appunto, la numerazione sequenziale Nikon; se questa mia ipotesi fosse corretta il 301 indicherebbe l’esemplare con matricola 1001 mentre questo, appunto, è il 1002.

Questa immagine mostra anche un secondo foro filettato sulla ghiera del diaframma che consentiva a sua volta l’applicazione di un pivot per agevolare le operazioni. Notate anche l’ulteriore numerazione 799249 aggiunta manualmente e l’adesivo che sancisce la proprietà di NASA.

 

 

La vista frontale dello stesso esemplare mostra un’evidente usura nelle lamelle del diaframma che, unitamente alle numerose abrasioni esterne, lasciano intendere come l’obiettivo sia stato ampiamente sfruttato.

 

 

Questo adesivo sul contenitore dell’obiettivo venne compilato quando il pezzo entrò nell’inventario e riporta alcune informazioni, fra le quali il prezzo pattuito al fabbricante; i clienti Nikon che acquistarono in negozio il loro Nikkor 35mm 1:1,4 a caro prezzo saranno lieti di osservare come invece a NASA, nonostante le numerose modifiche create ed applicate appositamente, fosse stato applicato un listino da saldo di appena 125,00 Dollari!

 

 

E’ bene specificare che tutte le modifiche volte ad eliminare certi materiali, la sostituzione di ghiere, viti e quant’altro venivano applicate solo sugli obiettivi destinati ad essere imbarcati sulle navette spaziali; NASA acquistò altri obiettivi Nikkor di varie tipologie per uso interno convenzionale, e come si può osservare si tratta in questo caso di modelli assolutamente standard, sui quali vennero semplicemente applicati gli adesivi e le numerazioni di riferimento ma senza richiedere alcuna alterazione.

 

 

Passiamo ora ad analizzare lo schema ottico dell’obiettivo; l’architettura complessiva ricorda vagamente quella del Nikkor 35mm 1:2 del 1965, e infatti entrambi gli obiettivi vennero calcolati dallo stesso progettista.

 

 

L’intestazione del relativo brevetto statunitense ci informa infatti che quest’ottica venne calcolata da Yoshiyuki Shimizu, uno dei venerabili Maestri in seno alla Nippon Kogaku che ha formato una generazione di progettisti e disegnato altri famosi Nikkor dell’epoca come i vari 6mm 1:2,8 Fisheye,16mm 1:2,8 Fisheye, 24mm 1:2,8, 28mm 1:2, 35mm 1:2, 35mm 1:2,8 tipo K, 500mm 1:8 Reflex, 1000mm 1:11 Reflex e molti altri; la richiesta prioritaria giapponese venne formalizzata il 25 Novembre 1967, ovviamente a nome di Nippon Kogaku.

 

 

Il brevetto prevede 3 diverse opzioni, la prima delle quali venne scelta per la produzione; nei 2 prototipi alternativi le differenze si ravvisano soprattutto nelle 3 lenti dietro il diaframma: in un esemplare il raggio di curvatura nel punto di incollaggio del doppietto risulta convesso e non con concavo mentre nell’altro l’incollaggio riguarda la seconda e terza lente di quella serie anziché le prime due.

 

 

Il brevetto prevede anche schemi con lo stato delle principali aberrazioni relative al modello di serie, tuttavia è difficile giudicare perché nei primi 2 diagrammi il fondo-scala di riferimento è davvero poco restrittivo; comunque l’andamento delle curve è quello caratteristico di un grandangolare retrofocus di questo tipo e sicuramente la maggiore difficoltà incontrata avrà riguardato il controllo dell’aberrazione sferica.

 

 

In questo estratto con la discussione iniziale del brevetto Shimizu-San descrive le difficoltà inerenti il progetto e le opzioni scelte per procedere; senza scendere in dettagli troppo tecnici o criptici, il progettista ha dovuto barcamenarsi per contenere le aberrazioni pur mantenendo un ampio spazio retrofocale (in effetti 1,064 volte la lunghezza focale stessa) e un diametro accettabile degli elementi, anche considerando lo spazio non eccessivo concesso dalla vecchia baionetta Nikon F.

 

 

Questa tabella raccoglie i parametri grezzi di progetto dello schema ottico, ovvero i raggi di curvatura delle superfici, lo spessore degli elementi sull’asse o la relativa spaziatura, l’indice di rifrazione e la dispersione del vetro riferita alla lunghezza d’onda della luce D-line; il costante riferimento ad una copertura diagonale da 62° (quando quella nominale per un 35mm è 64°) lascia intendere che la focale effettiva sia leggermente superiore, intorno a  36mm.

 

 

Lo schema ottico disegnato nel 1967 da Shimizu-San prevede una struttura retrofocus con 9 lenti in 7 gruppi, e per la sua realizzazione sono stati impiegate 7 tipologie diverse di vetro ottico, con 5 elementi agli ossidi delle Terre Rare ad alta rifrazione/bassa dispersione; partendo dall’elemento frontale troviamo quindi in L1 un Barium Crown tipo BK4, in L2 un Very Light Flint tipo LLF1, in L3 ed L5 un Lanthanum Dense Flint tipo LASF44, in L4 un Crown tipo K10, in L6 un Dense Flint tipo SF56, in L7 ed L8 un Lanthanum Flint tipo LAF34 e in L9 un Lanthanum Crown tipo LAK8; si tratta quindi di una struttura sofisticata che fa ampio uso di vetri pregiati, e come già detto altrove solitamente i vetri ottici presenti negli obiettivi Nikkor erano prodotti e forniti da Hikari Glass Co., Ltd., struttura controllata da Nikon Corporation con sede presso 155 Aza-mitsumatashirahata, Komagata-cho, Yuzawa, Akita 012-0104, Giappone.

Lo spazio variabile per il flottaggio CRC corrisponde a quello dove si trova il diaframma, fra gli elementi L4 ed L5, e i tipi di vetri previsti all’origine e qui indicati richiedono un ulteriore ragionamento profondo; infatti uno dei vetri vetro Lanthanum Dense Flint disponibile nei primi tempi prevedeva l’uso di torio radioattivo, poi eliminato riformulando il vetro con leggere variazioni dei parametri rifrattivi/dispersivi, minime ma tali da non rendere il vetro impiegabile direttamente senza rimettere lo schema sul banco di calcolo per gli opportuni adattamenti, per quanto praticamente invisibili osservandolo ad occhio nudo; infatti, se andiamo a riguardare le sezioni quotate riportate in precedenza nelle schede relative alle diverse versioni, noteremo che lo spazio retrofocale fra il vertice della lente posteriore e il piano pellicola risulta essere 38,9mm nelle versioni F (1970-1975) e 38,1mm dalla serie K in poi.

Siccome le testimonianze confermano la scomparsa di fenomeni legati alla radioattività proprio nel passaggio fra il tipo Nikkor-N-C Auto e il tipo K, si può inferire che con l’avvento di quest’ultima serie la vetreria abbia iniziato a fornire il vetro LASF privo di torio e che a partire proprio dal tipo K con barilotto gommato lo schema ottico sia stato leggermente ricalcolato in questo senso.

Un’altra variabile legata ai vetri durante la serie è legata al Crown tipo K10 utilizzato in L4; infatti il K10 è un vetro all’ossido di piombo, un materiale che a un certo punto è stato messo al bando in quanto nocivo per l’ambiente, e a conferma di ciò nei listini della vetreria Hikari degli ultimi anni questa tipologia non esiste; ignoro se fino agli ultimi esemplari AiS prodotti sia sempre stato disponibile il tipo K10 previsto all’origine da Yoshiyuki Shimizu oppure se nuovamente lo schema sia stato rivisto per adattare per la seconda volta un vetro alternativo in luogo del K10 “inquinante”; le diverse quote dello schema dopo il 1975 confermerebbero comunque che la struttura è stata rivista almeno una volta, e a conferma di ciò ho anche le impressioni personali d’uso con una percezione di maggiore nitore e risolvenza a diaframmi medi in esemplari tardi rispetto ai primissimi tipo F.

Curiosamente, le riviste fotografiche di tutto il mondo a suo tempo non hanno testato il Nikkor 35mm 1:1,4, probabilmente ritenendolo un pezzo di nicchia per il suo costo elevato, e l’unica prova di questo genere che ho potuto recuperare venne realizzata in Giappone.

 

 

In questo test troviamo diagrammi MTF misurati da centro a bordo con diaframma 1:1,4 e 1:5,6 a 10 e 30 cicli/mm di frequenza spaziale con doppio orientamento sagittale e tangenziale, gli schemi relativi ad aberrazione sferica, astigmatismo/curvatura di campo e distorsione e la risolvenza misurata ad 1:1,4 e 1:5,6 in asse e in varie zone del campo con orientamento sagittale e tangenziale (cioè con linee della mira parallele o perpendicolari alla semidiagonale del formato); sia le curve MTF che le misurazioni della risolvenza evidenziano sul campo valori in lettura sagittale molto più alti rispetto a quella in orientamento tangenziale, con mire ruotate di 90° rispetto alle prime: questo comportamento può dipendere da astigmatismo oppure da aberrazione cromatica laterale (nel primo caso la giacitura dei piani con orientamento sagittale o tangenziale si trova a profondità diverse, nel secondo i fringings di aberrazione cromatica confondono il bordo delle mire bianche e nere perpendicolari alla semidiagonale ma non inficiano quelli delle mire allineate parallelamente); considerando che il diagramma di astigmatismo/curvatura di campo non palesa errori evidenti sono più propenso ad attribuire il comportamento ad aberrazione cromatica, fenomeno peraltro molto comune nei grandangolari retrofocus di vecchia generazione.

Fra gli elementi degni di nota nella lunghissima carriera del Nikkor 35mm 1:1,4 possiamo anche annotare il fatto che servì da campione di riferimento per il progetto del primo ed unico 35mm 1:1,4 retrofocus calcolato in Unione Sovietica, l’MC MIR-46 concepito dal KMZ di Krasnogork a fine anni ’70.

 

 

In realtà quest’obiettivo venne calcolato nel 1977 ma la gestazione fu poi lunga e travagliata, al punto che l’ottica definitiva venne svelata solamente nel 1983 e rimase praticamente allo stadio di prototipo, senza mai arrivare alla produzione in grande scala.

 

 

Questo è il brevetto originale dell’MC MIR-46 35mm 1:1,4; i lavori di calcolo vennero diretti da Volosov, figura leggendaria e longeva nella progettazione ottica sovietica che all’epoca era già attivo da circa 35 anni, avvalendosi di un team composto da Shpyakin, Khmelnikova e Lev.

 

 

Abbinando lo schema ottico del Nikkor 35mm 1:1,4 lanciato nel 1970 a quello dell’MC MIR-46 35mm 1:1,4 concepito nel 1977 le similitudini appaiono immediatamente evidenti, e la principale differenza consiste nello sdoppiamento di L4 in 2 elementi distinti, forse per supplire alla carenza di vetri particolari.

Il Nikkor 35mm 1:1,4 è stato quindi un obiettivo leggendario per molte ragioni, fornendo uno strumento prezioso ai fotografi di cronaca o agli appassionati di riprese ambientate in luce naturale e bruciando sul tempo pezzi pregiati come il Carl Zeiss Distagon o il Leitz Summilux-R; il coma alla massima apertura limitava la percezione di nitidezza e contrasto ma questi erano i limiti naturali di un progetto così ardito nato negli anni ’60, e in ogni caso a diaframmi medi il rendimento era molto elevato e l’obiettivo si poteva utilizzare come un qualsiasi 35mm senza pagare dazio a causa della grande apertura; nella sua carriera infinita che abbraccia mezzo secolo è arrivato a convivere anche con il nuovo e performante Nikkor AF-S 35mm 1:1,4G, l’obiettivo autofocus a 10 lenti con elemento asferico che a partire dalla Photokina 2010 ha iniziato a calcare le scene, raccogliendo il testimone del celebre predecessore.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

 

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