Nikon Fisheye-Nikkor 6mm 1:2,8

 

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; gli obiettivi cosiddetti “fisheye” o a occhio di pesce sono dei supergrandangolari i quali, adottando una progettazione particolare che rinuncia a correggere la distorsione geometrica, sono in grado di inquadrare letteralmente da orizzonte a orizzonte, accettando appunto una distorsione che procedendo dal centro raggiunge infine un valore del 100% ai bordi del campo; questo tipo di schema venne ideato circa un secolo fa da Robin Hill trasformando la lente frontale di un tripletto in un enorme menisco divergente; questo primo fisheye, prodotto dalla londinese Beck, venne sfruttato in meteorologia, posizionandolo in zenitale e documentando la coltre nuvolosa dell’intero cielo; il fisheye rimase confinato in questi ambiti ristretti finchè Nikkon Kogaku, produttrice delle celebri fotocamere 35mm Nikon, a inizio anni ’60 non introdusse la prima ottica Fisheye-Nikkor specificamente dedicata alla fotografia, trasformando uno pezzo meramente tecnico in strumento per dare sfogo alla creatività e inventare immagini pubblicitarie di grande impatto visivo.

 

 

Negli anni ’60 e ’70 Nippon Kogaku divenne rapidamente l’azienda leader in questa specifica nicchia, creando ben 8 modelli differenti pur restando nell’ambito delle ottiche antecedenti alla fase autofocus; infatti in quel periodo videro la luce i seguenti modelli:

  • Fisheye.Nikkor 8mm 1:8 (07/1962 180° di campo – immagine circolare inscritta nel formato)
  • Fisheye-Nikkor 7,5mm 1:5,6 (01/1966 180° di campo – immagine circolare inscritta nel formato)
  • Fisheye-Nikkor 10mm 5,6 OP (07/1968 180° di campo – immagine circolare inscritta nel formato proiezione ortografica)
  • Fisheye-Nikkor 6mm 1:5,6 (02/1970  220° di campo – immagine circolare inscritta nel formato)
  • Fisheye-Nikkor 8mm 1:2,8 (02/1970  180° di campo – immagine circolare inscritta nel formato visione reflex)
  • Fisheye-Nikkor 6mm 1:2,8 (03/1972  220° di campo – immagine circolare inscritta nel formato  visione reflex)
  • Fisheye-Nikkor 16mm 1:3,5 (02/1973  170° di campo – immagine a copertura totale  visione reflex)
  • Fisheye-Nikkor 16mm 1:2,8 (07/1979  180° di campo – immagine a copertura totale  visione reflex).

In questa occasione voglio prendere in considerazione un modello molto particolare, il Fisheye-Nikkor 6mm 1:2,8 con copertura addirittura spinta fino a 200°, grande apertura e visione reflex, caratteristiche all’epoca quasi inimmaginabili.

 

 

Il Fisheye-Nikkor 6mm 1:2,8 da 220°, qui visibile in un advertising nipponico della prima ora, è una delle ottiche Nikon più iconiche, famose e favoleggiate della storia, sia per l’imponente lente anteriore a cupola (che porta il diametro massimo a 236mm per 5,2kg di peso) che per le iperboliche caratteristiche ottiche, come l’angolo di campo portato addirittura a 220° nonostante l’apertura massima 1:2,8 e la possibilità di inquadrare sfruttando la visione reflex del corpo Nikon (con uno spazio dietro l’ultima lente pari a ben 6 volte la focale dell’obiettivo) e di esporre a piena apertura utilizzando l’esposimetro TTL dell’apparecchio fotografico.

Un’ottica del genere consentiva quindi di fotografare oltre il piano delle fotocamera stessa, vedendo letteralmente dietro le spalle del fotografo; curiosamente, quando l’obiettivo venne commercializzato nel Marzo 1972, questa prerogativa non costituiva più una primizia perché, sempre in casa Nikon, il Fisheye-Nikkor 6mm 1:5,6 del Febbraio 1970 aveva già introdotto tale copertura estrema, tuttavia il nuovo e più ingombrante modello garantiva un’accelerazione tecnica impressionante sul predecessore, migliorando la luminosità massima di 2 f/stop e consentendo, appunto, una precisa visione reflex con esposizione TTL, mentre nel 6mm 1:5,6 il gruppo ottico arretrava così tanto da imporre l’esercizio con specchio sollevato e mirino esterno.

 

 

Di questo modello venne realizzato un prototipo preliminare; tale esemplare prevede una matricola unica e anomala, 261001 (gli obiettivi di serie partiranno invece da 628001), e annovera svariate caratteristiche che scompariranno immediatamente fin dal primo esemplare prodotto; tali peculiarità sono la focale effettiva 6,3mm indicata sulla piastrina nel basamento (in realtà sarebbe esattamente 6,25mm, poi arrotondata a 6mm nella serie), la dicitura Nippon Kogaku (dal primo esemplare prodotto modificata in Nikon), la torretta porta-filtri girevole a sbalzo collocata a destra anziché a sinistra, le scale di messa a fuoco ad andamento invertito (con le misure minime a sinistra anziché a destra), la ghiera di messa a fuoco munita di attacco filettato per un pivot ausiliario (eliminato dalla produzione nei modelli più tardi Ai ed AiS) e soprattutto una ghiera del diaframma di sezione molto ampia, con la numerazione a sbalzo nella parte anteriore e presa di forza con godronature sottili e omogenee, mentre nella serie la sezione verrà ridotta, introducendo un settore distanziale satinato cromo, e le godronature sulla ghiera diventeranno alternate a sbalzo (passando poi a diamante negli esemplari Ai-AiS); infine, la matricola del prototipo è riportata in bianco sul cannotto rifinito in nero, mentre nella serie sarà applicata a smalto nero sul settore cromato, qui assente.

La parte ottica e meccanica rimase invece invariata.

 

 

In realtà questo prototipo 261001 fu assemblato a tempo di record subito dopo il completamento del relativo calcolo ottico, nell’autunno 1970, per essere presentato ufficialmente alla Photokina di Colonia dello stesso anno (3-11 Ottobre), e considerando che il primo esemplare di serie arrivò solamente nel Marzo 1972 notiamo che passarono ben 17 mesi fra i 2 eventi, probabilmente spesi a mettere a punto procedure produttive sostenibili e ad affinare i vari dettagli descritti in precedenza.

Questa scheda fa parte di una brochure realizzata a cura della Cofas S.pA. di Roma, all’epoca importatore unico dei prodotti Nikon sul territorio italiano, e venne creata appositamente per illustrare le numerose novità introdotte da Nippon Kogaku proprio alla Photokina del 1970; notate come fin da subito l’obiettivo sia stato rubricato come un prodotto speciale e già questo documento avvertiva che per ottenerlo occorreva un ordine specifico e un’attesa di ben 12 mesi, dettaglio che di sicuro fu per molti un deterrente all’acquisto ancor più del prezzo di listino molto selettivo.

Quest’obiettivo costituisce un notevole exploit,impiega lenti di grande diametro e una massiccia  e robustissima montatura, pertanto il suo prezzo di listino era decisamente alto, 600.000 Yen giapponesi del 1972; se aggiungiamo caratteristiche funzionali assolutamente di nicchia è facile immaginare una produzione molto ridotta, ed è esattamente così: dal Marzo 1972 al 1998, quando il Fisheye-Nikkor 6mm 1:2,8 uscì di scena, oltre al prototipo iniziale vennero assemblati 29 esemplari in attacco F, 179 in attacco Ai e 57 in attacco AiS, per un totale di appena 266 obiettivi, numeri che ne fanno uno dei Nikkor in attacco F più rari.

 

 

Uno dei primi documenti ad occuparsi del nuovo mostro di Nippon Kogaku fu il “libro Nikon” edizione 1974 prodotto da Amphoto di Garden City (NY), all’epoca distributore del marchio negli States e famoso per realizzare pregevoli volumi a schede dedicati al sistema Nikon (chiedo scusa per la scansione non eccelsa, la realizzai nel 1998 con gli hardware dell’epoca partendo già da una fotocopia); come si può osservare da queste immagini che ritraggono un esemplare di serie della primissima generazione F, rispetto al prototipo 261001 la torretta girevole per filtri sporge ora a sinistra, le scale delle distanze si sviluppano verso destra, la ghiera del diaframma si è ristretta (prevedendo anche godronature a sbalzo alternate anziché zigrinature omogenee) ed è comparso il settore satinato cromo sul quale è riportata la matricola, confermando che tutti i dettagli evidenziati nell’immagine precedente sono rimasti relegati al singolo prototipo; viceversa la presa filettata per il pivot di aiuto alla messa a fuoco è ancora presente nel tipo F e scomparirà solo in seguito, probabilmente prendendo atto che in un’ottica con profondità di campo così estesa le operazioni di messa a fuoco non erano così critiche e frequenti da richiedere una prolunga ausiliaria.

Il testo molto telegrafico suggerisce l’uso per riprese metereologiche, urbanistiche per documentare grandi masse di persone in aree specifiche, per il monitoraggio all’interno di tubi, caldaie et similia e, naturalmente, per fotografie commerciali e pubblicitarie ad effetto; il testo aggiunge anche un avvertimento al fotografo per evitare di inquadrare parti del proprio corpo, visto l’angolo di campo da 220° in ogni direzione!

Il documento sottolinea dimensioni pari a 263mm di diametro, 171mm di lunghezza e 5,2kg di peso, e ricorda che questo modello produce sul fotogramma 24×36 un’immagine circolare da 23mm di diametro, mette a fuoco fino a 0,25m (con un rapporto di riproduzione 1:21,4) e consente di chiudere il diaframma fino ad 1:22; altri dati sono importanti dal punto di vista sistematico perché per la torretta dei filtri interni vengono indicate 6 tipologie, compreso il giallo-verde XO che verrà poi omesso nelle serie successive, riducendo l’offerta a 5, mentre il contenitore ligneo a corredo citato in questa sede verrà in seguito rimpiazzato da una più moderna valigetta metallica.

Naturalmente, considerando i 6mm di focale, la profondità di campo nitido risulta estremamente estesa, e anche con l’obiettivo regolato su infinito il limite prossimo di nitidezza accettabile è a 0,941m col diaframma completamente aperto ad 1:2,8 e addirittura 0,219m ad 1:22, mentre alle distanze minime la profondità di campo prossima si estende praticamente fino alla lente frontale, pertanto occorre attenzione ad eventuali residui di sporco o impronte digitali sulla medesima perché si rischia di trovarli a fuoco sull’immagine finale.

 

 

Gran parte della mistica legata al 6mm 1:2,8 dipende nell’enorme lente frontale dai riflessi iridescenti che lascia intravedere gli elementi più interni come galassie lontane di un affascinante microcosmo; il riferimento astronomico non è campato in aria, dal momento che il Maestro Stanley Kubrick, nel suo film del 1968 “2001 a space odissey” per creare l’inquietante occhio onniveggente del computer di bordo HAL9000 utilizzò proprio un antesignano del nostro obiettivo, l’originale Fisheye-Nikkor 8mm 1:8 del 1962!

Questo Fisheye-Nikkor 6mm 1:2,8 fu il primo ad esordire direttamente con il rivestimento antiriflesso multistrato NIC (Nikkor Integrated Coating), perché gli antesignani 8mm 1:8, 7,5mm 1:5,6 e 10mm 1:5,6 OP per tutta la loro carriera dovettero accontentarsi della versione precedente, più semplice, mentre l’8mm 1:2,8, che negli esemplari recenti prevede a sua volta il NIC, quando esordì nel Febbraio 1970 utilizzava anch’esso il trattamento preesistente.

 

 

Le versioni più recenti erano fornite con questo bauletto metallico imbottito, molto robusto e sicuramente idoneo a conservare e trasportare un oggetto così costoso e delicato.

 

 

Anche la vista dall’alto è invariabilmente dominata dall’elemento emisferico anteriore che consente di “vedere” fino a 110° rispetto all’asse di ripresa; questo esemplare è un obiettivo di tipo Ai, prodotto dal 1977 all’autunno 1981, ed è immediatamente riconoscibile per la corrispondente ghiera del diaframma modificata, con rilievi a diamante, forchetta di accoppiamento esposimetrico ruotata di 180° e arretrata, camma di accoppiamento Ai sul bordo posteriore e doppia scala del diaframma per il pozzetto a lettura diretta dei nuovi corpi macchina; sulla ghiera dell’obiettivo è presente anche il pin di accoppiamento al servomotore EE DS-12 destinato alla Nikon F2AS, pertanto sarebbe addirittura e rocambolescamente possibile utilizzare questo mostro con una F2 in automatismo di esposizione servomeccanico a priorità di tempi, ipotesi eventualmente concretizzabile in ambiti di sorveglianza con scatti intervallati e assenza di operatore! Naturalmente in questo caso è preferibile avvalersi di un corpo Nikon più moderno e con funzioni automatiche incorporate.

 

 

La vista di profilo con un corpo macchina Nikon F3, non certo compattissimo, rende l’idea delle dimensioni complessive e permette di apprezzare il massiccio piedistallo di appoggio che consente di operare in totale sicurezza.

La parte posteriore dell’ingombrante montatura è rifinita in smalto nero raggrinzente e il disco esterno prevede 5 attacchi, 3 filettati e 2 per una speciale cinghia di trasporto, anche se dubito che qualcuno si sia mai avventurato in giro con un simile e pesantissimo oggetto appeso al collo; è bene specificare che in esemplari più datati gli attacchi supplementari per cinghia non erano previsti.

Nell’immagine si nota anche la baionetta posteriore fissata con ben 5 viti di fermo, una precauzione lodevole in un obiettivo di tale stazza, sebbene un brandeggio sciagurato tenendo il corpo macchina con il 6mm a sbalzo immagino che produrrebbe rapidamente danni a tale distretto.

 

 

Questa vista ravvicina consente di apprezzare meglio la ghiera del diaframma di tipo Ai, col relativo accoppiamento esposimetrico a sinistra e il pin per il servo-EE DS12 a destra, e la posizione della lente posteriore che consente la messa a fuoco reflex, mentre il diaframma a chiusura e riapertura automatica è gestito dalla camma visibile alla sua destra.

Più in alto si può osservare come nella parte più stretta del barilotto non ci fosse posto per una torretta girevole dei filtri completamente occultata, pertanto in questo specifico modello è stata prevista una versione parzialmente esterna, protetta all’interno di un prolungamento dell’obiettivo con un’apertura all’estremità che consente di ruotare il disco con i filtri; notate anche il punto di fede romboidale, decisamente obsoleto per questa generazione di obiettivi e mai cambiato rispetto ai modelli precedenti.

 

 

La vista di profilo dello stesso elemento mostra che anche la ghiera di messa a fuoco ha mantenuto l’obsoleta struttura metallica, con sbalzi a rilievo alternati ed estremità godronate, sebbene nel programma Nikkor un settore gommato avesse rimpiazzato questo standard già a partire dal 1974 (serie “K”), ad indicare come in questi modelli prodotti per anni ma in tirature limitatissime venissero introdotti solamente gli aggiornamenti funzionali minimi necessari per adeguarsi ai nuovi standard nel frattempo introdotti, senza tuttavia rimaneggiare l’intero obiettivo.

In alto potete notare anche l’apertura che mostra il disco con i filtri interni, provvisto di arresti a scatto e sigle sull’esterno per identificare la tipologia in uso fra le lenti, e questa immagine evidenzia anche la posizione della matricola sul settore satinato cromo.

Vediamo ora alcuni documenti e brochure d’epoca che descrivono questo modello

 

 

In questa brochure statunitense del Luglio 1977 il Fisheye-Nikkor 6mm 1:2,8 nella nuovissima versione Ai è presentato assieme ai modelli 6mm 1:5,6 e 10mm 1:5,6 OP; come si può osservare i filtri incorporati ora sono le versioni UV, giallo chiaro, giallo scuro, arancio e rosso (Nikon  L1A, Y49, Y52, OR56 e R60), tuttavia è scomparso il sesto filtro giallo-verde XO che era previsto nel prototipo e nel tipo F ed era contemplato anche nei precedenti Fisheye-Nikkor 8mm 1:8, 7,5mm 1:5,6, 10mm 1:5,6 OP e 6mm 1:5,6; notate come proprio il modello 6mm 1:5,6, l’unico nella storia dei Fisheye-Nikkor a condividere la copertura da 220°, risulti drasticamente più compatto e leggero, tuttavia a parte il gap di luminosità questo modello non era retrofocus ed il lungo cannotto cilindrico pieno di lenti che si nota nella parte inferiore, oltre la baionetta, doveva entrare fino a pochi millimetri dall’otturatore, sollevando preventivamente lo specchio in corpi macchina compatibili ed imponendo l’utilizzo del mirino esterno visibile in foto (a copertura parziale, solo 160°, utilizzato unicamente per centrare in modo approssimativo l’inquadratura); notate anche come i 2 modelli 6mm 1:5,6 e 10mm 1:5,6 OP illustrati in basso utilizzino ancora il rivestimento antiriflesso antecedente al multicoating (qui definito arbitrariamente Nikon Standard Coating), nonostante il NIC fosse stato introdotto già da 5 anni, a ribadire quanto affermato prima: nei modelli a tiratura ridottissima non si investiva in aggiornamenti globali, mantenendo le caratteristiche originali, forse anche perché probabilmente era stato prodotto un lotto di esemplari e si attendeva il loro esaurimento nel tempo prima di produrne un altro con eventuali modifiche.

 

 

Questa brochure risale sempre al 1977 ma fu realizzata per il mercato italiano ed è la prima a descrivere sul nostro mercato i nuovi obiettivi tipo Ai; naturalmente per il 6mm 1:2,8 viene subito sottolineata la copertura da 220°, 40° oltre i limiti di un fisheye normale, e la comodità contestualmente legata al diaframma automatico e alla visione reflex.

 

 

La citazione alla “proiezione equidistante” indica il modo in cui l’obiettivo distribuisce gli elementi della scena sul fotogramma mettendo in relazione (con una costante C interposta, di solito corrispondente alla focale dell’obiettivo) l’angolo di campo q che caratterizza un punto della scena inquadrata rispetto all’asse di ripresa dell’obiettivo e la corrispondenza posizione Y dello stesso elemento riprodotto all’interno del cerchio immagine proiettato sul fotogramma; quella equidistante è il tipo di proiezione universalmente prevista nei Fisheye-Nikkor di uso comune e si definisce Y = C . q, in contrapposizione alla proiezione ortografica del Fisheye-Nikkor 10mm 1:5,6 OP ( Y = C . sin q) oppure alla proiezione equisolida del rarissimo Fisheye-Nikkor 6mm 1:5,6 SAP da 230° (Y = 2C . sin (q /2) ), realizzato nel 1969 come prototipo.

 

 

Allo stesso anno 1977 appartiene anche questa scheda, proveniente dal Sales Manual statunitense dedicato esclusivamente ai rivenditori autorizzati Nikon; questo tipo di documento indicava per ogni modello i punti di forza da sottolineare al cliente per convincerlo all’acquisto, e in questo caso viene rimarcata la copertura di ben 220°, la grande apertura, la possibilità di usare il mirino reflex per inquadrare e mettere a fuoco fino a 0,25m, la presenza del supporto per il fissaggio al treppiedi, la torretta con 5 filtri incorporati e la compatibilità con riprese scientifiche e industriali oltre che per foto ad effetto in contesti pubblicitari.

Questa scheda per la prima volta cita la presenza del tappo protettivo anteriore, in realtà mai illustrato in alcun documento, e ribadisce che questo modello era disponibile soltanto su ordinazione; notate anche la presenza del bauletto metallico in luogo dell’originale modello ligneo.

 

 

Questa brochure in lingua italiana è invece più tarda e risale al Febbraio 1986; il documento pone l’enfasi sul modello da 8mm 1:2,8 a proiezione circolare, più abbordabile e vendibile, rimarcando in ogni caso l’atout del 6mm 1:2,8, ovvero la copertura da 220°.

 

 

Anche questa scheda statunitense è abbastanza tarda, mostra un obiettivo di ultima generazione e rimarca i dati principali già discussi in precedenza, informandoci tuttavia che nella dotazione di filtri l’originale modello neutro L1A è stato sostituito nelle ultime serie dall’L1B, con taglio di frequenza dagli UV verso il visibile leggermente più marcato; la sezione del gruppo ottico evidenzia le grandi lenti divergenti anteriori che caratterizzano il modello.

 

 

Tornando allo schema ottico, qui visibile in due schede tecniche per il mercato U.S.A. e giapponese, si resta per l’ennesima volta rapiti dall’enorme lente anteriore da 213mm di diametro a profilo fortemente divergente, e in effetti proprio lo sdoppiamento del menisco frontale negativo dei fisheye classici da 180° in una serie di lenti multiple costituisce il “claim” fondamentale del relativo brevetto e l’elemento che permette a questo fisheye di coprire ben 220° di campo; notate anche la posizione del filtro incorporato e la sezione della relativa torretta.

 

 

Questo spaccato meccanico mostra invece i dettagli dell’inusitata montatura che si rese necessaria per accogliere un gruppo ottico così ingombrante e con lenti dal diametro radicalmente differenziato, e nonostante i tentativi dei progettisti per alleggerire tale struttura (come la parte conica del disco posteriore limitata ad una semplice paratia di spessore ridotto) la massiccia mole delle lenti frontali mantenne ineluttabilmente la massa oltre i 5 kg; in questa illustrazione si notato anche guarnizioni di tenuta antipolvere sugli elementi ottici esterni (1B e 2B)e il fulcro sul quale ruota la torretta porta-filtri incorporata (38).

Passando più specificamente alla parte ottica, lo schema di questo eccezionale obiettivo venne calcolato da Yoshiyuki Shimizu, uno dei venerabili Maestri del settore che ha influenzato la progettazione ottica Nippon Kogaku negli anni ’60 e ’70 e anche formato una nuova schiera di giovani colleghi; in effetti tutta la serie di ottiche Fisheye-Nikkor antecedenti all’epoca autofocus vennero disegnate unicamente da 3 valenti tecnici: Yoshiyuki Shimizu, Masaki Isshiki e Keiji Matsuki.

Per analizzare le caratteristiche del gruppo ottico previsto nel 6mm 1:2,8 utilizzeremo il relativo brevetto statunitense.

 

 

L’intestazione mostra l’inconfondibile schema ottico da 220° del nostro obiettivo, conferma Yoshiyuki Shimizu nel ruolo di progettista, Nippon Kogaku quale azienda di riferimento e indica nel 30 Settembre 1970 la data in cui venne depositata la richiesta prioritaria di brevetto giapponese; se ricordiamo che il prototipo iniziale matricola 261001 fu mostrato alla Photokina di Colonia il 3 Ottobre 1970 e che probabilmente Shimizu-San completò i calcoli non molto prima della richiesta di brevetto, possiamo immaginare il tour de force affrontato dai tecnici per disegnare la montatura, creare le lenti del primo esemplare e montare il tutto in tempo per l’importante evento!

 

 

Il brevetto riporta nuovamente lo schema ottico e osservandolo si può notare l’incidenza quasi impossibile dei light pencils marginali in entrata dalla lente anteriore (10), effettivamente in grado di inquadrare ciò che si trova dietro il piano di obiettivo, fotocamera e fotografo, una prestazione probabilmente utile in riprese zenitali metereologiche o astronomiche perché consentiva di inquadrare l’intera volta del cielo e di contestualizzarla includendo anche gli elementi presenti a terra attorno all’obiettivo; nello schema risulta anche rimarchevole lo spazio retrofocale posteriore: quest’ultimo è pari a 37,7mm e relazionato ai 6,3mm effettivi del gruppo ottico risulta essere 5,984 volte superiore alla lunghezza focale, un valore estremamente elevato.

Il brevetto allega anche alcuni diagrammi legati alle aberrazioni principali, con l’aberrazione sferica nella norma, una certa quota di astigmatismo nelle zone periferiche (probabilmente ineluttabile con questo angolo di campo e tipo di proiezione) e infine distorsione che, curiosamente, raggiunge il valore massimo del 100° alla stessa copertura dei fisheye standard (90° di semiangolo, quindi 180°) e poi mantiene tale valore fino al raggiungimento dei fatidici 220° (110° di semiangolo).

 

 

Il testo del brevetto sottolinea come l’elemento principale di questo studio riguardi il disegno di un gruppo ottico anteriore innovativo, col quale sia possibile creare un fisheye da 110° di semiangolo di campo proprio sdoppiando il classico elemento divergente anteriore di questi obiettivi in 3 elementi separati, seguiti da un quarto elemento divergente biconcavo e da un quinto elemento convergente.

 

 

Questa tabella riassume i dati grezzi di progetto del Fisheye-Nikkor 6mm 1:2,8, proponendo da sinistra a destra i raggi di curvatura delle superfici esterne, i diametri esterni ed interni in battuta delle prime 3 lenti, gli spessori sull’asse delle lenti e gli spazi d’aria interposti, l’indice di rifrazione dei vetri usati e il numero di Abbe che definisce la dispersione cromatica dei medesimi; accanto a questi dati ho aggiunto la tipologia dei vetri ottici previsti, come di consueto forniti dalla vetreria “di casa” Hikari, tuttavia il Lanthanum Flint indicato per la terzultima lente, con indice di rifrazione nD= 1,79631 e numero di Abbe (dispersione) vD= 40,8 non è presente nei listini della vetreria Hikari presenti e passati, né degli altri produttori principali con l’eccezione di Hoya, il cui vetro CDFD2 corrisponde in effetti a queste specifiche; pertanto ho ipotizzato che per tale elemento si siano avvalsi della fornitura esterna.

 

 

Lo schema del Fisheye-Nikkor 6mm 1:2,8 prevede dunque 13 elementi, dei quali 12 sono lenti del sistema ottico e l’altro il filtro sulla torretta girevole incorporata; procedendo dall’enorme lente frontale troviamo quindi un vetro Borosilicate Crown BK7 tipo Hikari E-BK7 in L1, L2, L3 ed L13, un Dense Crown SK16 tipo Hikari E-SK16 in L4, un Dense Flint SF10 tipo Hikari E-SF10 in L5, un Crown K3 tipo Hikari E-K3 in L6 (il citato filtro incorporato), un Dense Flint SF2 tipo Hikari E-SF2 in L7, un Zinc Crown ZK5 tipo Hikari E-ZK5 in L8, un Lanthanum Flint LAF34 tipo Hikari E-LASF016 in L9, un Crown K3 tipo Hikari E-K3 in L10, il citato Lanthanum Flint LAF esistente unicamente nei vecchi cataloghi Hoya in L11 e un Dense Flint SF1 tipo Hikari E-SF1 in L12.

Il progettista ha dunque deciso di realizzare le 3 ampie lenti anteriori, le più costose da produrre, utilizzando il noto Borosilicate Crown BK7, economico e facilmente disponibile, subordinando tutto il resto del calcolo a questa costante; questo vetro peraltro, a fronte di una rifrazione oggettivamente bassa, prevede una dispersione cromatica piuttosto ridotta (vD= 64,2), pertanto asseconda la tipica esigenza di adottare elementi con questa caratteristica nel gruppo frontale dei supergrandangolari retrofocus.

A parte il misterioso Lanthanum Flint di L11, un’altra anomalia è costituita dal materiale di L8, un Crown allo zinco di utilizzo più unico che raro (questa è la prima volta che trovo un vetro del genere in migliaia di schemi e brevetti analizzati).

 

 

Il Fisheye-Nikkor 6mm 1:2,8 prodotto dal 1972 al 1998 è stato dunque uno dei pezzi più pregevoli del corredo Nikon reflex e uno dei modelli in cui il superiore know-how dell’azienda emerge in modo più evidente; poco più di 250 esemplari non avranno inciso in modo apprezzabile sui bilanci aziendali, sebbene si trattasse di un obiettivo molto costoso, ma il suo innegabile ruolo di trendsetter ha propiziato le vendite dei modelli più comuni, con quell’incredibile occhio multicolore pronto ad ammaliare gli appassionati dalle pagine di cataloghi e brochure e a diffondere un messaggio subliminale di eccellenza e primato tecnologico.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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