Nikon AF Zoom-Nikkor 35-70mm 1:2,8

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; il passaggio dall’ultimo scorcio degli anni ’50 all’inizio della nuova decade ha visto la nascita e la progressiva introduzione di obiettivi a focale variabile, i cosiddetti zoom, nel corredo delle più moderne reflex 35mm; questa miglioria fu di notevole importanza e nel tempo ha radicalmente cambiato l’approccio stesso a certi generi di fotografia.

Il ridotto potenziale tecnico disponibile a quel tempo inizialmente circoscrisse la disponibilità a zoom di lunga o lunghissima focale, con escursione utile interamente nel campo dei teleobiettivi, e limitando la massima copertura angolare a focali corrispondenti alla diagonale del formato, come lo storico e famoso Zoom-Nikkor 43-86mm 1:3,5 di inizio anni ’60, tuttavia l’esigenza di uno zoom con caratteristiche universali, che offrisse una copertura sia grandangolare che tele passando per il classico normale da 50mm e garantisse un’agilità operativa adeguata in moltissime situazioni, era presente e ampiamente condivisa fin dagli esordi: del resto il primo zoom fotografico della storia, il Voigtlaender Zoomar, era effettivamente un 36-82mm 1:2,8 e pagava in termini di prestazioni la scelta tuttavia logica di una copertura da medio grandangolare a medio tele con grande apertura costante, perché questo era il territorio di caccia in cui uno zoom poteva esibire una superiorità funzionale devastante, trattandosi delle focali più comunemente utilizzate in moltissime circostanze.

 

 

Per ribadire il concetto, la stessa Nippon Kogaku, storicamente antesignana del segmento con i suoi Zoom-Nikkor presenti nel corredo F fin dall’esordio nel 1959 (Zoom-Nikkor 8,5-25cm 1:4-4,5), già nel Maggio 1961 aveva mostrato un interessantissimo Auto Nikkor Wide Zoom 3,5-8,5cm 1:2,8-4, mostrando quindi di comprendere da subito l’universo di potenzialità celate dietro un’escursione wide/tele, per quanto ancora moderata; purtroppo il progetto coraggioso si scontrò ancora una volta con i limiti tecnologici del tempo che limitavano le prestazioni effettive, e di questo modello vennero realizzati solamente alcuni prototipi, forse tre, immediatamente riconoscibili come tali per il caratteristico tappo posteriore verde; questo specifico esemplare spiccava nella raccolta di un celebre collezionista nipponico poi passato a miglior vita, e venne in seguito messo all’incanto da Westlicht di Vienna.

Dopo questo primo tentativo non andato in porto, la Nippon Kogaku fra gli anni ’60 e i primi anni ’70 sviluppò svariati obiettivi zoom, senza tuttavia ritornare sui propri passi includendo una focale realmente grandangolare, lasciando come unico presidio in questa categoria ancora in divenire il già citato ed economico 43-86mm 1:3,5; negli anni ’70 si arriverà addirittura al paradosso di avere già uno zoom completamente grandangolare (lo Zoom-Nikkor Ai 28-45mm 1:4,5 del Settembre 1975, primo al mondo) quando il tanto atteso modello wide/tele non era ancora disponibile.

 

 

Il primo zoom wide/tele universale dell’azienda arrivò finalmente nel Settembre 1977, concretizzandosi come Zoom-Nikkor Ai 35-70mm 1:3,5; questo modello, noto come “72mm” (in riferimento all’attacco filtri, per distinguerlo dal successivo modello da 62mm con posizione macro uscito alcuni anni dopo), era un obiettivo costoso ma concepito con criteri professionali quanto a costruzione e resa ottica e divenne subito il favorito di chi poteva permettersi di acquistarlo, confermando come questa categoria di zoom meritasse la massima attenzione da parte dei fabbricanti.

Lo Zoom-Nikkor 35-70mm 1:3,5, evoluto come detto nel modello AiS “62mm” con posizione macro del Settembre 1981 e quindi affiancato dalla più popolare e meno pretenziosa versione 35-70mm 1:3,3-4,5 AiS dell’Ottobre 1984, venne ampiamente utilizzato ed apprezzato dai professionisti, tuttavia l’avvento dell’autofocus ruppe tali equilibri e offrì l’opportunità di ricalcolare quest’obiettivo portando l’apertura massima ad 1:2,8 e riconcependo completamente la montatura per le esigenze della messa a fuoco automatica.

 

 

Questa importante evoluzione si concretizzò con l’AF Zoom-Nikkor 35-70mm 1:2,8, un obiettivo dichiaratamente professionale che venne presentato nell’Ottobre 1987, quindi reagendo molto rapidamente all’introduzione del nuovo sistema (il primo corpo Autofocus, la Nikon F-501AF, era giunto nei negozi solo nel 1986) e arrivando addirittura in anticipo rispetto al primo corpo AF professionale lanciato dalla casa, la Nikon F4, introdotta nel Settembre 1988 quando il professionale AF 35-70mm 1:2,8 era sul mercato da quasi un anno.

Dal punto di vista sistematico, l’AF Zoom-Nikkor 35-70mm 1:2,8 fu prodotto in montatura non D (quindi senza informazione sulla distanza di fuoco fornita al corpo macchina) dall’Ottobre 1987 al Settembre 1992, per un totale parziale di 129.846 esemplari a partire dalla matricola 200.001; nel Settembre 1992 venne introdotta la versione D con matricola a partire da 400.001, tuttavia già nel 1993, dopo 20.572 esemplari, la ROM interna dell’obiettivo venne aggiornata e modificata, dando vita di fatto ad una nuova generazione del tipo D con matricola iniziale 600.001 e produzione protratta nel tempo fino al 2005, aggiungendo altri 237.839 esemplari e portando la produzione totale a 388.257 obiettivi.

 

 

In realtà, seguendo gli indirizzi di mercato (ricordiamo che già nell’Aprile 1989 Canon aveva proposto un versatile zoom standard professionale EF 28-80mm 1:2,8-4 L con escursione ampliata e motore USM), nel Febbraio 1999 Nikon introdusse un ben più moderno AF-S Zoom-Nikkor 28-70mm 1:2,8 IF ED D, con montatura aggiornata e più robusta, motore ad ultrasuoni, lente asferica ed elementi in vetro ED, tuttavia il vecchio ma più economico AF Zoom-Nikkor 35-70mm 1:2,8 rimase comunque a listino assieme al nuovo 28-70mm per alti 6 anni.

 

 

L’AF Zoom-Nikkor 35-70mm 1:2,8 è stato quindi un obiettivo importante in casa Nikon, il primo zoom standard luminoso e professionale ad elevata resa ottica dell’era autofocus e primo tassello di quello che si sarebbe concretizzato come il classico trio di zoom professionali (supergrandangolare, normale e tele) con apertura 1:2,8 che in seguito avrebbe riscosso grande successo fra i professionisti e sarebbe stato offerto e sempre aggiornato dai principali contendenti.

Questo zoom proponeva già caratteristiche interessanti, come l’apertura costante 1:2,8 e la posizione macro aggiuntiva e indipendente dall’elicoide di fuoco, tuttavia pagava ancora l’appartenenza alla primissima serie di AF Nikkor, obiettivi che meccanicamente a volte non sembravano all’altezza della solida complessione tipica dei modelli manual focus che il avevano preceduti, un dettaglio che in seguito l’azienda risolverà ma questo AF Nikkor della prima ora rientra ancora nell’interregno caratterizzato da materiali e soluzioni a volte un po’ cheap.

 

 

L’AF Zoom-Nikkor 35-70mm 1:2,8 prevedeva un barilotto con ghiera di controllo delle focali a scorrimento rettilineo, tuttavia non si poteva catalogare come zoom “one touch” perché la messa a fuoco era gestita da una ghiera indipendente; nella parte anteriore troviamo un attacco filtri con passo filettato da 62×0,75mm e una baionetta esterna per applicare il relativo paraluce (Nikon HB-1); durante la messa a fuoco manuale o automatica questa porzione dell’obiettivo avanza e arretra, modificando le sue dimensioni fisiche.

Sempre nella parte anteriore troviamo quindi la ghiera di messa a fuoco, dotata di settore gommato con sbalzi a rilievo e doppia scala in metri e piedi con indici fino a 0,6m o 2’; per questi ultimi si può notare la semplificazione produttiva ottenuta serigrafandoli semplicemente sul materiale anziché adottare incisioni riempite di smalto come nella serie precedente; bisogna poi notare che la ghiera con relative scale è completamente esposta e ruota anche durante la messa a fuoco automatica, richiedendo quindi attenzione per non interferire inavvertitamente con le dita.

Questa ghiera è poi seguita da un piccolo settore che riporta i dati identificativi del modello, la linea di fede per il fuoco e 2 riferimenti per la correzione necessaria utilizzando pellicole e filtri da infrarosso; di seguito troviamo poi la seconda ghiera, di ampia sezione e parimenti rivestita con un tappeto antiscivolo in gomma, il cui scorrimento modifica la lunghezza focale; questa ghiera prevede anche un pulsante di sblocco cromato che, solamente su focale 35mm, abilita anche la parziale rotazione di tale elemento, lungo un settore identificato da una lettera “M” (per Macro); questo sistema era già stato introdotto nello Zoom-Nikkor AiS 28-85mm 1:3,5-4,5 del Dicembre 1985 (il cui schema ottico è simile a quello del nostro 35-70mm ed era stato progettato dallo stesso team) e prevede la seguente prassi; con zoom su 35mm, si ruota la ghiera di messa a fuoco principale fino alla distanza minima di 0,6m, poi si preme il pulsante di sblocco e si mette in rotazione la seconda ghiera: seguendo la linea di colore arancio fino alla lettera “M”, questa ulteriore regolazione ridurrà progressivamente ed ulteriormente la messa a fuoco minima da 0,6m a 0,28m, corrispondente ad un rapporto di riproduzione 1:4.

Questa soluzione aumenta la versatilità dell’obiettivo, tuttavia obbliga a realizzare immagini ravvicinate solamente sulla focale grandangolare, con le conseguenti esagerazioni prospettiche; è quindi utile per riprese naturalistiche ambientate ma nella macro di oggetti solitamente si fruttano invece focali più lunghe proprio per offrire una riproduzione prospettica e delle proporzioni più piacevole, opzione invece preclusa a quest’obiettivo.

La sezione di barilotto che segue questa ghiera è visibile solamente con obiettivo su 35mm e riporta una serigrafica con le principali lunghezze focali disponibili; passando invece a 70mm il movimento della ghiera fa collassare tutta la parte anteriore, coprendo di fatto tale elemento e riducendo le dimensioni complessive del sistema.

Infine, nella parte inferiore troviamo un secondo riferimento bianco per impostare le aperture e quindi la ghiera del diaframma, con caratteristiche AiS ed i relativi valori da 1:2,8 a 1:22; per l’impiego a priorità di tempi o program è necessario che la ghiera rimanga impostata sul valore minimo 1:22 e sulla destra è presente il relativo sistema di blocco, un dettaglio che assieme alla scritta “D” presente o assente costituisce l’unica varabile estetica nella serie: infatti i primi modelli non D prodotti dal 1987 al 1992, come quello illustrato, prevedevano il blocco tramite la rotazione di un nottolino, mentre le versioni D prodotte dopo il Settembre 1992 adottavano invece il sistema di blocco a scorrimento.

La baionetta Nikon AF meccanicamente ricalca le quote della classica versione F, con l’aggiunta di una serie di contatti per l’interfaccia elettronica alla ROM dell’obiettivo e di una presa di forza che aziona un alberino e una serie di ingranaggi destinati alla messa a fuoco automatica; in questa prima generazione di AF-Nikkor non erano infatti presenti motori incorporati nell’obiettivo e la propulsione per la messa a fuoco automatica era fornita da un motore nel corpo macchina e dalla relativa spina che si accoppiava con la presa di forza nella baionetta dell’obiettivo; questo giustifica anche l’assenza di un commutatore per messa a fuoco automatica o manuale nell’obiettivo, dal momento che tale selettore si trovava invece sulla fotocamera e provvedeva ad arretrare la spina presente nella baionetta del corpo, rendendo quindi il sistema libero di girare autonomamente; il fotografo poteva così focheggiare a mano, trascinando tuttavia la cascata di ingranaggi e l’albero di rinvio… L’opzione più logica era ovviamente collocare micro-motori direttamente nell’obiettivo e la soluzione utilizzata inizialmente costituisce con senno di poi un vicolo cieco evolutivo.

 

 

Dal punto di vista ottico, come anticipato l’architettura utilizzata mostra molte analogie con lo schema presente nello Zoom-Nikkor 28-85mm 1:3,5-4,5, sia in versione AiS (1985) che AF (1986).

 

 

Infatti entrambi gli obiettivi sono stati calcolati da Kiyotaka Inadome col supporto di un team costituito da Hiroshi Okano, Naoto Ohta e Yoshinaru Shiokama; in effetti, anche ad un semplice sguardo, la caratteristica struttura comune con 4 gruppi di lenti appare evidente e i 2 sistemi si differenziano solo per piccoli dettagli minori, finalizzati rispettivamente ad ampliare l’angolo di campo o ad incrementare l’apertura massima.

 

 

Lo schema disegnato da Inadome-San per l’AF Zoom-Nikkor 35-70mm 1:2,8 prevede 15 lenti in 12 gruppi e sono chiaramente evidenziabili 4 moduli differenti; lo schema originale mostra come, passando dalla focale grandangolare 35mm qui visualizzata verso il tele, il primo gruppo arretri, il terzo resti stazionario e il secondo assieme al quarto avanzino.

 

 

Questa configurazione, osservando ora lo schema a 70mm, ha fatto avvicinare il primo modulo al secondo, in secondo si è allontanato dal terzo stazionario e il quarto si è invece accostato al terzo; la scelta intelligente di Kyotaka Inadome è stata quella di prevedere per il secondo e quarto modulo un movimento solidale in perfetta sincronia, come se fossero una sola entità, pertanto pur disponendo di un sistema a 4 gruppi e con 4 spazi che effettivamente variano durante la zoomata (indicati dalla V celeste), per gestire questo complesso sistema bastano in realtà solamente 2 camme: la prima movimenta il primo modulo (con una corsa non costante, indicata dalla freccia curva) e la seconda sposta simultaneamente il secondo e il quarto, imponendo ad entrambi una corsa identica come previsto dal progetto.

Questa scelta consente di comandare uno zoom a 4 gruppi con la stessa struttura meccanica di un più elementare obiettivo a 2 gruppi, e questa soluzione di Inadome-San ha consentito da un lato un evidente risparmio sui corsi di produzione e dall’altro ha permesso di aggiungere la complicazione costituita dalla posizione macro indipendente con rotazione della ghiera centrale restando in un ambito di fattibilità concreta; si è quindi trattato di un approccio molto “manageriale” e moderno alla progettazione dell’obiettivo.

 

 

Osservando i parametri secondari di progetto ricavati da brevetti originali, si ha conferma che il secondo e il quarto modulo si muovono in sincrono: infatti la loro distanza rispettiva dal terzo modulo stazionario, indicata da d16 e d21, passando da 35mm a 70mm varia in modo analogo.

L’approccio progettuale a zoom con 4 gruppi può prevedere l’adozione di un modulo frontale con valore complessivo convergente oppure divergente; nell’AF Zoom-Nikkor 35-70mm 1:2,8 troviamo questa seconda soluzione che, tecnicamente, tende a privilegiare le prestazioni alla focale più corta rispetto alla lunga (viceversa sarebbe stato con un modulo frontale convergente); ipotizzo che il progettista, tecnico molto esperto e quotato, abbia scelto questa via perché prestazioni leggermente inferiori a 70mm, sia pure ancora a livelli professionali, siano adatte alla pratica del ritratto, solitamente associata – appunto – a focali più lunghe.

 

 

Le tabelle del brevetto con le aberrazioni previste a 35mm e 70mm confermano una correzione leggermente migliore alla focale grandangolare, tuttavia il ridotto astigmatismo anche a focale tele compensa il leggero coma fornendo un’immagine non aggressiva ma comunque definita, adatta proprio al ritratto, mentre la curvatura di campo leggermente superiore sempre a 70mm in questa pratica non crea problemi; è interessante notare come il progettista abbia distribuito uniformemente la distorsione alle varie focali partendo a barilotto e passando poi a cuscinetto: in questo modo abbiamo valori praticamente trascurabili alla focale normale, degni di un 50mm macro, mentre a quelle estreme non si eccede comunque dal 2.5% circa, valore misurabile in certi grandangolari a focale fissa e decisamente ridotto per uno zoom di quell’epoca.

 

 

Questa tabella riassume i parametri grezzi di progetto dell’AF Zoom-Nikkor 35-70mm 1:2,8; curiosamente non è disponibile un brevetto originale, eventualmente rilasciato ai tempi della progettazione (fine 1985 – primavera 1986), e questi dati li ho recuperati in modo roccambolesco da un brevetto molto più tardo (Novembre 1993) depositato da Kenzaburo Suzuki per Nikon Corporation nel quale ipotizzava l’aggiunta di uno stabilizzatore d’immagine attivo su un modulo di lenti di tale modello, pubblicando contestualmente e finalmente anche i parametri di base dell’obiettivo convenzionale di produzione!

Nonostante le alte prestazioni e la caratura professionale, in quest’obiettivo non sono utilizzati vetri con caratteristiche estreme: non è presente materiale ED a bassissima dispersione e le uniche 2 lenti realizzate con vetro agli ossidi delle Terre Rare, un Crown al lantanio LAK, prevedono una tipologia con parametri non spinti e indice di rifrazione di appena 1,67; vediamo ora in dettaglio le caratteristiche dello schema.

 

 

Innanzitutto occorre ricordare che, salvo casi eccezionali, i vetri ottici presenti negli obiettivi Nikkor sono prodotti da Hikari, una vetreria controllata da Nikon Corporation, pertanto le sigle dei vetri qui indicate sono riferite proprio al catalogo Hikari, con una singola eccezione che vedremo.

Nelle 15 lenti dell’obiettivo sono utilizzate 6 tipologie di vetro ottico, fra le quali fa da padrone il tipo Dense Flint SF (colore magenta), un materiale che prevede un indice di rifrazione molto elevato ma anche alta dispersione cromatica (indicata dal numero vD= piuttosto basso) e che risulta più economico dei modelli ad alta rifrazione e bassa dispersione agli ossidi delle Terre Rare; in questo schema bel 6 lenti sono realizzate proprio con vetro tipo SF; abbiamo poi in L2 ed L3 un vetro Lanthanum Crown LAK (HIkari E-LAK02) con dispersione contenuta ma rifrazione non molto elevata, in L6 ed L8 un vetro Fluorite Crown FK a base di fluoruri e con dispersione molto ridotta (vD= 70,41) ma non ancora di classe ED (Hikari E-FK5),  in L11 ed L12 un vetro Phosphate Crown PK con media rifrazione e dispersione cromatica molto contenuta (Hikari E-PKH1) e in L13 ed L14 vetri del tipo Dense Crown SK (Hikari SK5 ed SK16).

Le 14 lenti censite finora sono tutte riconducibili a vetri Hikari, tuttavia il materiale indicato in L9 (lente di colore verde in grafica) fa eccezione ed è di interpretazione criptica perché si tratta di un vetro del tipo Barium Light Crown BALK, un materiale davvero insolito e anche obsoleto, al punto che questa tipologia non è recensita nel normale catalogo Hikari utilizzato per la produzione Nikkor mentre ho trovato vetri con analoghe caratteristiche rifrattive e dispersive in elenchi molto datati e riferiti ad altri produttori, come i tipi Ohara BALK3, Hoya BALC3, Schott BALK3 o Sovirel B-18-60; è quindi possibile che una corrispondente versione Hikari fosse disponibile nel relativo catalogo quando l’obiettivo venne presentato, nel 1987, tuttavia tale modello è rimasto in produzione fino al 2005, e in cataloghi Hikari di tale epoca non ho trovato quel vetro; pertanto ho identificato il tipo di materiale ma ignoro esattamente chi lo abbia fornito e se in corso d’opera il fornitore originale abbia smesso di produrlo, obbligando a recuperarlo altrove.

Relativamente alla costruzione, l’ottima correzione cromatica complessiva apprezzabile nell’obiettivo nonostante l’assenza di vetri ED all’epoca ancora troppo costosi, è stata finalizzata da Kyotaka Inadome grazie ad un trucco da progettista smaliziato, già introdotto nel precedente 28-85mm 1:3,5-4,5: se osserviamo il tripletto di lenti cementate costituito dagli elementi L5, L6 ed L7, notiamo come sia costituito da una lente positiva centrale realizzata con vetro a bassa rifrazione e bassissima dispersione di tipo FK5 attorniata da 2 elementi sottili in vetro Dense Flint ad altissima rifrazione ed alta dispersione, scelti fra 2 diverse tipologie per differenziare i parametri; proprio questo tripletto così composto garantisce una correzione praticamente a livello di apocromaticità pur in assenza dei famosi vetri ED solitamente associati alla categoria.

Dal punto di vista del rendimento, quest’obiettivo ha sempre fornito prestazioni molto soddisfacenti, soprattutto prestando attenzione a schermare bene la lente frontale per ridurre il flare da interriflessioni generato dai numerosi passaggi aria/vetro che caratterizzano il suo schema, ben 24; volendo tracciare un profilo caratteristico, si può dire che da f/5,6 in poi la qualità d’immagine è molto buona su tutto il campo, e alle aperture maggiori al centro assistiamo ad una perdita contenuta mentre ai bordi estremi il divario aumenta un po’ specie alla focale massima, la più penalizzata dalla concezione di schema con modulo anteriore di tipo divergente.

 

 

Le curve MTF originali Nikon misurate a 10 e 30 cicli/mm di frequenza spaziale dal centro (sinistra) ai bordi (destra) col diaframma tutto aperto 1:2,8 definiscono in effetti un trasferimento di contrasto molto buono al centro, soprattutto considerando la massima apertura, con un progressivo ed evidente calo ai bordi.

Questo apprezzato e longevo obiettivo professionale svariati anni fa è stato sottoposto a test anche dal Centro Studi Progresso Fotografico e allego uno stralcio parziale di quelle prove perché forniscono informazioni più dettagliate.

 

 

Questi diagrammi riportano per ogni focale l’impressione soggettiva di nitidezza alle varie aperture e la parte in neretto che si sovrappone alla linea di qualità media definisce la differenza fra il rendimento al centro (limite superiore) e ai bordi (limite inferiore); come si può osservare, al centro da tutta apertura 1:2,8 fino ad 1:8 – 1:11 (quando la diffrazione inizia ineluttabilmente a ridurre la risolvenza) la qualità d’immagine è molto buona a tutte le focali; passando ai bordi, la resa ad 1:2,8 è nettamente inferiore rispetto al centro (un gradino di questo indice di qualità, ad esempio da 7 a 8, è già facilmente riconoscibile anche da un profano), tuttavia migliora subito ad 1:4 e ad 1:5,6 anche queste zone periferiche esprimono il massimo rendimento possibile, con valori molto simili a quelli del centro; chiudendo un paio di stop i valori sono analoghi a quelli espressi da buoni obiettivi a focale fissa dell’epoca, con esclusione soltanto della focale massima che, tuttavia, a diaframmi centrali, risulta anch’essa uniforme e su limiti comunque buoni.

La prova della distorsione conferma i valori visti nei diagrammi del brevetto, sia per l’inversione barilotto/cuscinetto passando da 35mm a 70mm sia relativamente ai valori massimi rilevati (2,5% e 2% circa); come anticipato, intorno a 50mm assistiamo ad un passaggio “a zero” con distorsione virtualmente assente, e considerando anche la risolvenza elevata ed uniforme espressa ad 1:5,6 con questa focale siamo in presenza di uno zoom in grado di affrontare anche critici lavori di riproduzione.

Un altro benefit dello schema con gruppo anteriore divergente, oltre alla possibilità di correggere ottimamente la focale corta, consiste nella migliore illuminazione sul campo, e infatti la vignettatura misurata a tutta apertura è estremamente ridotta, addirittura inferiore a 0,5 f/Stop su focale grandangolare, un valore difficilmente replicabile dalle focali fisse.

Prove di questo tenore e anche il riscontro diretto sul campo confermano come questo primissimo zoom Nikkor standard di caratura professionale e con apertura fissa 1:2,8 producesse già risultati molto soddisfacenti, e possiamo dire che il principale passo avanti introdotto nei modelli successivi di questa categoria, nel frattempo allargati progressivamente a 28mm e 24mm, si può rilevare soprattutto nel rendimento a tutta apertura nelle zone mediane e ai bordi, ora effettivamente sfruttabili senza remore, tuttavia all’epoca in cui il 35-70mm 1:2,8 fu lanciato, metà anni ’80, l’utenza anche professionale era conscia che gli zoom costituissero ancora un delicato compromesso e che per ottenere il massimo delle prestazioni fosse giocoforza necessario chiudere il diaframma di 2 o 3 stop per ottimizzare il rendimento, pertanto la grande apertura veniva sfruttata soprattutto come ausilio all’autofocus in condizioni di luce non favorevole ma per lo scatto il fotografo coscienzioso cercava sempre di chiudere un po’ il diaframma, tamponando quindi i limiti di rendimento fuori asse ad 1:2,8 ed 1:4.

Se dal punto di vista ottico l’obiettivo non deludeva le attese (elevate, considerando il prezzo di circa 30 anni fa assestato intorno a 1.800.000 Lire, non quisquilie), sul fronte meccanico il modello pagava l’appartenenza alla primissima generazione AF, con materiali, finiture e giochi meccanici eventualmente perfettibili e l’accoppiamento AF col motore incorporato nella macchina che oggi lo rende non funzionale con le Nikon prive di tale interfaccia; soprattutto, il modello è noto per un problema che subentrava sistematicamente nell’uso, rappresentato dall’appannamento delle lenti che costituiscono il terzo modulo stazionario (L11, L12 ed L13): la continua aspirazione o soffiaggio creati del secondo e quarto modulo che si avvicinano e allontanano da esso e la sfavorevole posizione dell’ingresso dell’aria nel barilotto depositano infatti una patina sul terzo modulo, obbligando a smontare l’obiettivo per pulire le superfici; in alcuni casi è stato segnalato anche lo scollamento del cemento che unisce L11 ed L12, eventualmente dovuto alla dilatazione termica molto differente fra il vetro Dense Flint ad altissima rifrazione della prima lente e il vetro Phosphate Crown a bassa dispersione della seconda; si tratta complessivamente di pecche di gioventù, ingenuità progettuali poi corrette nella produzione successiva che non devono comunque inficiare il giudizio complessivo su un obiettivo che concretamente aveva molto da offrire al fotografo Nikonista.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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