Mirino multifocale per Canon a telemetro

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; gli apparecchi fotografici hanno sempre dovuto fare i conti con la necessità di inquadrare con precisione soggetto da immortalare, e se agli albori con i relativi modelli a lastre di grande formato era sufficiente mettere un vetro smerigliato al posto dello chassis e determinare così il campo inquadrato, con l’avvento di modelli più miniaturizzati e con pellicola in rullo fu necessario adottare altre procedure e creare mirini esterni che svolgessero tale compito, ancora più fondamentale in fotocamere di piccolo formato con le quali era vitale sfruttare al 100% la superficie del fotogramma e non ci si poteva permettere inquadrature approssimative da ritagliare successivamente in camera oscura.

Inizialmente il concetto delle ottiche intercambiabili con differente angolo di campo, oggi ovvio e scontato, era al di là da venire e la stragrande maggioranza dei fotografi o fotoamatori si accontentava dell’ottica “normale” che equipaggiava il suo apparecchio, pertanto un semplice mirino ad inquadratura fissa era più che sufficiente, tuttavia agli albori degli anni ’30 gli apparecchi a telemetro 35mm come Leica e Contax videro fiorire cospicui corredi di obiettivi intercambiabili che misero in evidenza il problema della relativa inquadratura, questione eventualmente risolta da Leitz e Zeiss Ikon introducendo mirini multifocali a torretta, tuttavia si trattava sempre di accessori esterni ed ingombranti che peraltro obbligavano a mettere preventivamente a fuoco utilizzando il telemetro incorporato nella fotocamera e quindi a spostare l’occhio al mirino esterno per l’inquadratura, previa regolazione manuale del parallasse sulla sua montatura in funzione della distanza misurata… Era quindi una soluzione non certo funzionale.

Nel 1954 il settore vide una svolta con l’introduzione della Leica M3 con il relativo mirino esterno munito di cornicette proiettate nel campo visivo, avvicendando le quali il fotografo poteva visualizzare direttamente il campo coperto da obiettivi con 50, 90 e 135mm di focale (o da 35, 50 e 90mm con l’alternativa Leica M2); questo nuovo indirizzo consentiva di mettere a fuoco col telemetro incorporato e accoppiato e simultaneamente definire l’inquadratura con l’ottica montata al momento, un significativo passo avanti rispetto al passato.

Nel frattempo l’azienda nipponica Canon aveva sviluppato una interessante e articolata gamma di apparecchi 35mm a telemetro largamente ispirati ai modelli Leica, a partire dall’attacco a vite 39x1mm con telemetro compatibile, tuttavia mantenendo questo tipo di montatura non aveva seguito l’azienda tedesca nell’accelerazione tecnica introdotta coi modelli M, e per un paio di anni mantenne il classico mirino con singola focale a 50mm; nel 1956 tuttavia anche i modelli Canon iniziarono ad acquisire vocaboli estetici dei corpi M, partendo dall’ampia finestra anteriore del mirino introdotta con la Canon L2 di quell’anno; i tecnici nipponici, anziché fare totale affidamento su cornicette mobili proiettate in un campo visivo fisso, per definire le varie inquadrature fin da subito presero in considerazione l’opzione di un mirino che invece variasse otticamente il campo inquadrato, adattando l’intera inquadratura al campo dell’obiettivo impiegato.

Questa opzione prevedeva in origine la possibilità di visualizzare il campo ripreso da un leggero grandangolare da 35mm o da un normale da 50mm, selezionabili ruotando un’apposita ghiera, e questa iniziale opzione era prevista sulla citata L2 del 1956 e sui successivi modelli L3, VL e VL2 del 1957-58; le versioni VIL e VILT del 1958 oltre ai campi visivi selezionabili da 35mm e 50mm prevedevano anche le cornicette ausiliarie per la focale 100mm e, infine, la Canon P del 1959 consentiva di modificare la struttura ottica del mirino a telemetro per visualizzare il campo inquadrato effettivo per le focali da 35, 50 e 100mm con controllo del parallasse.

 

 

 

Questo fertile sostrato e il relativo sviluppo di un mirino a telemetro con variazione ottica del campo inquadrato vedrà la sua apoteosi con i corpi Canon rangefinder più sofisticati come il modello 7 del 1961 e 7s del 1965, canto del cigno dell’azienda nel settore che consentiva addirittura la selezione manuale di 5 differenti focali, 3 delle quali con campo visivo dedicato e 2 accoppiate.

 

 

Il sistema Canon a telemetro anni ’60 era arrivato ad un livello di sviluppo e diversificazione per certi versi pari o addirittura superiore a quello Leitz, col fiore all’occhiello del “Dream Lens” 50mm 1:0,95 e un’ampia scelta di focali, dal supergrandangolare da 19mm ai supertele fino al 1.000mm: il modello Canon 7s del 1965 si faceva notare per l’esposimetro al solfuro di cadmio incorporato ma non TTL (se vogliamo, una sorta di Leicameter integrato negli ingombri del corpo) ma soprattutto per il citato e sofisticato mirino multifocale che integrava il telemetro, la correzione automatica del parallasse e varie inquadrature per coprire diversificate esigenze.

 

 

In effetti il gruppo mirino/telemetro delle Leica, qui nell’ancor più sofisticata versione per M5 con galvanometro incorporato destinato ai valori esposimetrici, è un piccolo capolavoro di ingegneria e meccanica fine, tuttavia il campo inquadrato dalla parte ottica compone una visione fissa, corrispondente alla focale più grandangolare ammissibile, e la casa non ha mai introdotto sistemi per modificare otticamente il campo visivo.

 

 

In questo schema analogo realizzato per la progenitrice M3 si può osservare chiaramente la serie di cornici proiettando le quali il fotografo può immaginare il campo inquadrato nell’ambito dell’immagine fissa visualizzata dal mirino.

 

 

Il rovescio della medaglia di questa soluzione, come visualizzata da questo esempio che mostra i mirini di Leica M3 ed M4-P, sta nel fatto che utilizzando focali più lunghe, come i tele da 90 o 135mm, le cornicette che rifilano tali visioni ristrette nell’immagine grandangolare di partenza risultano piccole e rendono poco confortevole la precisa valutazione del campo effettivamente incluso, problema reso più evidente nei modelli recenti a 6 cornici la cui sagoma è mancante in buona parte del profilo, una caratteristica che infatti ha dato vita al 135mm 1:2,8 Elmarit-M con “occhiali” aggiuntivi per ingrandire il campo nel mirino e anche ad analoghi prototipi da 90mm.

 

 

Sul corpo Canon 7 del 1961 era presente un selettore che introduceva fisicamente una serie di cornicette a correzione del parallasse accoppiata, abbandonando quindi il sistema a prisma rotante dei modelli precedenti, tuttavia venne disegnata dai tecnici Canon anche una opzione che alterava fisicamente la composizione ottica del mirino, visualizzando a pieno campo le corrispondenti inquadrature; questa soluzione venne replicata anche in tempi relativamente recenti, quando Kyocera Corporation mise in cantiere la serie di apparecchi Contax G e il cui mirino incorporava una sorta di zoom per adeguare l’inquadratura ai vari obiettivi disponibili, mentre la Nikon SP del 1957 adottava un concetto leggermente differente, fornendo la fotocamera con 2 differenti mirini affiancati (con copertura a 28mm e 50mm) e relative cornicette di riduzione per le focali 28, 35, 50. 85, 105 e 135mm, tuttavia non esisteva la possibilità di modificare otticamente il mirino per adattare la sua intera copertura all’obiettivo in uso come nel caso del progetto Canon.

 

 

Osservando il manuale della fotocamera Canon, il sistema di visione viene definito “mirino universale” per le focali 35, 50, 85, 100 e 135mm con controllo automatico del parallasse sull’inquadratura; nel modello di serie questo avviene avvicendando cornicette proiettate in stile Leica ma l’idea di una versione con elementi ottici mobili per coprire fisicamente tutte le inquadrature a pieno formato – come vedremo – era già stata sviluppata addirittura nel 1956.

 

 

Il modello di serie proiettava nel mirino le cornicette e rispetto alle coeve Leica M3 ed M2 non limitava la visione diretta alle focali più lunghe (M3, 50 – 90 – 135mm) o più corte (M2, 35 – 50 – 90mm) ma copriva l’intero intervallo, una opzione poi arrivata solo con la Leica M4; dal momento che Canon come medio-tele metteva a disposizione sia obiettivi da 85mm che da 100mm, l’azienda decise di accorpare entrambe le cornicette in un solo campo visivo.

 

 

Un’ulteriore raffinatezza di questo sofisticato mirino consisteva in una finestrella nella parte inferiore che indicava la lunghezza focale selezionata e quindi effettivamente visualizzata dal sistema, un’utile promemoria per non incorrere in errori dal momento che la scelta della focale era prettamente manuale e non gestita automaticamente da una camma nella baionetta dell’ottica come sulle Leica (ricordo che gli obiettivi dei modelli Canon prevedevano ancora l’attacco a vite 39x1mm, non più coperto a brevetto al contrario della baionetta M).

 

 

Pertanto, sui modelli Canon 7, 7s e 7sZ (quest’ultimo costituisce una leggera evoluzione della precedente, con piccole modifiche di dettaglio) la visualizzazione delle inquadrature effettive nel mirino si finalizzava con la rotazione di questa ghiera posta sul top, sopra al mirino stesso; sulla parte esterna e godronata della ghiera sono presenti 4 posizioni evidenziate, ciascuna delle quali va a coincidere con la finestra interna che mostra la corrispondente focale selezionata, partendo da 35mm per la tacca più a destra e arrivando a 135mm con quella opposta.

Vediamo ora come venne concepita e organizzata questa soluzione alternativa che prevedeva  l’effettiva selezione della focale nel mirino a pieno campo; per questa raffinatezza l’azienda si avvalse delle competenze di Hiroshi Ito, che per tutti gli anni ’50 aveva progettato famosi obiettivi Canon dedicati agli apparecchi a telemetro come i grandangolari 28mm 1:2,8 e 35mm 1:2, in normali 50mm 1:1,8, 1:1,2 e 1:0,95 e i medio-tele 85mm 1:1,5 e 100mm 1:3,5, pertanto quello chiamato in causa per definire questo sofisticato componente era un autentico pezzo da novanta dell’organico aziendale.

 

 

 

Il brevetto prioritario nipponico per questo specifico progetto venne richiesto a nome di Hiroshi Ito e Keizo Yamaji e fu depositato il 30 Ottobre 1956, quando la celebre Nikon SP con doppio mirino e 6 cornicette non era ancora stata introdotta.

Per semplificare la comprensione, in questa sede utilizziamo il brevetto statunitense richiesto il 22 Agosto 1957 e come si può osservare dalla pagina introduttiva con illustrazioni tecniche il segreto del mirino Canon che aggiusta otticamente il campo inquadrato alle varie focali senza accontentarsi di cornicette mobili su un campo fisso consiste in un modulo ottico girevole che assume varie configurazioni a seconda del suo orientamento, modificando di fatto il campo visibile dal fotografo; un concetto analogo viene sfruttato anche nei microscopi binoculari stereoscopici, nei quali dopo l’obiettivo primario anteriore per modificare i vari ingrandimenti era previsto un tamburo ruotante di obiettivi secondari nel quale eventualmente lo stesso gruppo ottico può essere utilizzato al contrario, con cilindro ruotato di 180°, per finalizzare un ingrandimento differente pur impiegando lo stesso modulo di lenti.

 

 

 

Il testo completo dell’articolo, qui condiviso come documento storico, spiega che l’elemento ottico multiplo e girevole visibile nell’illustrazione 2 della pagina iniziale si comporta alternativamente da mirino Albada o galileiano a seconda della posizione assunta grazie alla rotazione della ghiera esterna sul top della fotocamera, configurando pertanto il mirino per mostrare il campo visivo del corrispondente obiettivo; il progetto e la discussione dedicano comunque attenzione anche alle classiche cornicette mobili perché, come abbiamo visto, queste ultime sono comunque necessarie per definire il campo inquadrato alle varie distanze seguendo la correzione del parallasse fra asse di ripresa dell’obiettivo e mirino stesso.

Ho ridisegnato in bella copia questo elemento ottico per visualizzare la configurazione generale di questo complesso mirino alle varie focali ammesse.

 

 

 

Alla focale 35mm l’elemento ottico girevole è orientato con la lente divergente in posizione frontale e quella convergente in posizione posteriore, mentre i 2 settori esterni collati allo sbozzo centrale non vengono chiamati in causa.

 

 

Passando a 50mm, le 2 lenti esterne separate dal complesso sono ora inattive mentre i fasci luminosi attraversano il tripletto collato centrale tenendo la superficie di incollaggio curva nella parte anteriore.

 

 

Alla focale 85mm (servita dalle doppie cornicette per coprire anche il tele da 100mm) la posizione dell’elemento è ruotata di 180° rispetto alla precedente, utilizzando quindi sempre il tripletto collato centrale ma tenendo la parte con la superficie di unione incurvata rivolta verso la fotocamera.

 

 

Infine, con la copertura effettiva di un 135mm il mirino torna ad utilizzare le 2 lenti esterne, tuttavia con un assetto opposto rispetto a 35mm, posizionando l’elemento convergente nella parte anteriore e quello divergente di maggior diametro rivolto verso il fotografo.

 

 

Per modelli Canon a telemetro di ultima generazione con inquadrature multiple era stato quindi progettato un mirino alternativo molto sofisticato che non soltanto manteneva la correzione del parallasse ma adeguava otticamente il campo visivo all’obiettivo impiegato grazie ad un elemento ottico composito e girevole, pertanto va un plauso a Canon per avere ipotizzato un’alternativa che veniva incontro all’esigenza di un’inquadratura confortevole con le focali più lunghe.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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One Comment

  1. Martin Olesen Reply

    Unless I read the auto-translated text wrong, or it is wrong, then you state that Canon 7 models actually optically sizes the framing. (as opposed to Leica M models with same magnifiction and moving frames)

    But that is a Patent application theory – not the actual practical solution that Canon 7 has in reality.

    I have a Canon 7, have seen others (and the instruction manual), and they have the same finder type with fixed magnification for the changing frames and the rangefinder spot – just like the Leicas -except the rangefinder spot is not as clear in the Canon but the frames are better “defined”…

    Greetings from Martin (another Camera entusiast in Denmark)

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