Mirini Photomic per Nikon F (seconda parte)

Continua dalla prima parte

 

 

Il modello T del 1965 contribuì a mettere a fuoco l’estetica definitiva della Nikon F Photomic, eliminando la discontinuità stilistica creata dalla cellula esterna col vano batterie sporgente, e il risultato appare tuttora convincente e affascinante nell’equilibrio delle sue asimmetrie.

Un altro elemento caratteristico di questi Photomic è la sottile feritoia alla base del frontale col relativo comando per indicizzare di volta in volta l’apertura massima dell’obiettivo in uso, una piccola seccatura che Nippon Kogaku eliminò solamente dal 1977 con la nuova interfaccia agli obiettivi di tipo Ai.

 

 

Dal punto di vista tecnico le modifiche all’interno del Photomic T furono notevoli, dal momento che ora il sistema esposimetrico era parte integrante del gruppo ottico del mirino; infatti al suo interno erano predisposte 2 cellule al CdS, situate ai lati dell’oculare, che ricevevano luce dal pentaprisma tramite due settori in vetro aggiuntivi con superficie specchiata a 45° e lente condensatrice per indirizzare il fascio sull’elemento fotosensibile; la misurazione TTL Nikon avveniva quindi a valle di specchio e vetro di messa a fuoco, e questo dettaglio obbligò a predisporre sul selettore ASA situato nel “camino“ di interfaccia alla ghiera dei tempi degli indici di correzione per starare la sensibilità in presenza di vetri di messa a fuoco speciali che prevedessero una trasparenza alla luce differente dal modello standard.

 

 

Questa foto da catalogo evidenzia gli elementi apparentemente dissonanti che invece forgiarono l’estetica vincente della Nikon F Photomic T, come il “camino“ di collegamento alla ghiera dei tempi con selettore ASA incorporato, la superficie inclinata sul lato opposto e la piastra anteriore satinata a contrasto col brand name e il marchio F.

 

 

Questo schema mostra invece gli elementi tecnici e meccanici celati all’interno del Photomic, con la grande resistenza variabile circolare collegata ai diaframmi e il galvanometro che con una finezza di ottica veniva visualizzato simultaneamente sul top e nel mirino; nel circuito si possono apprezzare i 2 fotoresistori al solfuro di cadmio e la citata resistenza variabile; quest’ultimo elemento, nel corpo degli anni e con la relativa usura da contatto, ha creato problemi in vari esemplari.

 

 

Com’è noto il TTL Nikon in seguito si è evoluto, e da un primo tipo con cellule accanto al mirino è passato ad una versione che sfruttava un settore semitrasparente nello specchio reflex che lasciava passare luce su uno specchio secondario posto dietro il primo e in grado di indirizzare il fascio luminoso ad un gruppo condensatore e quindi alla fotocellula posta in basso, nel mirabox, una soluzione che rendeva indipendente la misurazione dalla trasparenza dei vetri di messa a fuoco e la manteneva attiva con qualsiasi mirino; per sottolineare con quale anticipo la tecnologia appena descritta fosse stata ventilata in casa Nippon Kogaku vi mostro questo brevetto firmato da Shigeo Ono: il documento descrive proprio un’opzione di questo tipo e la sua data di presentazione è il 31 Ottobre 1967, molti anni prima dell’effettiva introduzione sul mercato.

Il passaggio alla lettura TTL col nuovo mirino T del 1965 proiettò la Nikon F in posizioni tecnologicamente all’avanguardia rispetto alla concorrenza, semplificando molte prassi fotografiche a partire dalle riprese macro, tuttavia un limite evidente del Photomic T rimase sempre la lettura esposimetrica integrale su tutto il campo ripreso, senza selettività o aree di prevalenza, una caratteristica che con molti soggetti critici imponeva di attingere all’esperienza e avvicinarsi nuovamente al soggetto principale per una lettura selettiva.

Ben presto in azienda si resero conto che con questa modalità di misurazione, e in assenza di attenzioni particolari da parte del fotografo, in molte circostanze si incorreva in esposizioni errate, specialmente con le pellicole invertibili a colori dalla ridottissima tolleranza, e i tecnici Nippon Kogaku presero in considerazione molti modelli ed eseguirono numerose prove comparative fino a mettere a punto una soluzione che venne considerata il compromesso ottimale nella maggioranza delle situazioni, ovvero un settore circolare da 12mm al centro del fotogramma 24×36 al quale corrispondesse il 60% della lettura complessiva, andando poi progressivamente a scalare fino ai bordi nei quali l’importanza del valore letto risultava molto inferiore anche se non nulla.

Questo modello è alla base del celebre e apprezzato semi-spot di Nikon e venne introdotto per la prima volta nella successiva evoluzione del mitino, il Photomic Tn commercializzato nell’Aprile 1967.

 

 

Questo nuovo Photomic è esteticamente identico al tipo T del 1965 (per riconoscere il modello Tn occorre notare il piccolo pulsante aggiuntivo per il test batterie posizionato a sinistra della sigla F e piccole varianti grafiche nel selettore ASA), tuttavia dal punto di vista tecnico costituisce un passo avanti epocale perchè introduce una “filosofia“ di lettura esposimetrica che si rivelerà vincente e diventerà una firma caratteristica dei modelli Nikon a venire, proponendo appunto un’area centrale da 12mm (visualizzata nei relativi vetri di messa a fuoco) che concentra il 60% della sensibilità di lettura, col rimanente 40% a degradare in modo progressivo verso i bordi; questo protocollo verrà modificato leggermente soltanto con l’avvento di corpi Nikon con lettura matrix multizona, nei quali per necessità tecniche la percentuale attribuita al settore centrale varierà leggermente anche in modalità semi-spot.

 

 

Nella pubblicità precedente i Photomic tipo T e Tn sono illustrati in parallelo, suggerendo addirittura l’opzione di possederli entrambi ed utilizzarli alternativamente a seconda dei soggetti ripresi, tuttavia in fase di definizione del nuovo modello in casa Nippon Kogaku avevano addirittura ipotizzato l’opzione di un Photomic che consentisse di selezionare a piacimento le modalità di lettura integrale oppure spot!

Questo brevetto venne depositato nel Giugno 1966, è firmato da Jun Shimomura, Shigeo Ono e Takashi Kageura per Nippon Kogaku e descrive la tecnica di un Photomic TTL nel quale fra gli specchi a 45° e le fotocellule al CdS è presente un gruppo ottico a tripletto che, spostando la lente divergente centrale, è in grado di concentrare più o meno il fascio proiettato, permettendo quindi di scegliere fra una lettura integrale su tutto il campo o una misurazione selettiva e circoscritta alla sola area centrale; questa soluzione non arrivò mai alla serie, forse riconoscendo la superiorità del sistema semi-spot nell’uso generico rispetto ad una misurazione spot più tecnica ed impegnativa.

Con il modello Tn (TTL new) del 1967 il mirino Photomic aveva raggiunto la sua maturità tecnica per quanto riguarda i componenti esposimetrici, e infatti questi ultimi in seguito non sarebbero più stati modificati e servirono anche come base per il Photomic DP-1 della successiva Nikon F2; l’azienda si concentrò quindi su elementi di dettaglio per perfezionare ulteriormente il suo gioiello e nel Settembre 1968 presentò il modello definitivo della serie, denominato Photomic FTn.

 

 

Il Photomic FTn, in realtà disponibile solo dal 1969, raggiunse l’optimum tecnico/funzionale e infatti rimase poi in produzione immutato fino al 1974; pertanto, considerando i 15 anni di carriera della Nikon F, nel 10 anni dal 1959 al 1969 si sono avvicendati ben 6 dispositivi esposimetrici, mentre la versione FTn è rimasta sul mercato per 5 anni senza ulteriori evoluzioni.

Le principali differenze rispetto al precedente Photomic Tn riguardano i ganci di fissaggio al corpo, modificati, che hanno imposto di restringere la piastra anteriore col brand name per aggiungere una nuova levetta di svincolo, a sinistra sul frontale; questo aggiornamento coinvolgeva anche il corpo Nikon F, pertanto le fotocamere con matricola superiore a 6900001 erano già compatibili col tipo FTn, mentre quelle precedenti andavano aggiornate in assistenza; altre differenze riguardano il pulsante di accensione, premendo il quale in posizione di riposo a macchina spenta si attiva il controllo batterie tramite movimento del galvanometro esposimetrico, la scala ASA estesa da 6 a 6400 con nuovi indici di riferimento per la staratura richiesta da specifici vetri di messa a fuoco, l’aggiunta del tempo di posa impostato visibile nel mirino accanto al galvanometro, la possibilità di ruotare a vuoto il selettore dei tempi con apparecchio in posa B per simulare la lettura con 2“ e 4“ di posa e un nuovo meccanismo per indicizzare l’apertura massima dell’obiettivo che richiede di inserire l’ottica in macchina ed effettuare una doppia rotazione a fondo corsa con la ghiera del diaframma per agganciare la forcella e definire il valore massimo di diaframma (verificabile dalla feritoia esterna con indici smaltati).

Un’ultima variazione non citata dalla letteratura riguarda la posizione del vano per le 2 batterie al mercurio da 1,35v necessarie ad alimentare il circuito, che dal fianco del Photomic passa al fondo; proprio la presenza di 2 batterie richiama un curioso episodio della mia giovinezza, quando trovai in Africa, nella scalcinata bottega di fotografo di un paesino sui monti dell’Atlante, una Nikon F Photomic FTn nera in vendita, lasciata da un turista inglese rimasto a secco di contante; per questioni lunghe da spiegare, in quella spedizione non avevo portato con me il consueto corredo fotografico, pertanto acquistai quella F Photomic FTn col suo Nikkor-S Auto 50mm f/1,4 per documentare il resto del viaggio.

Il negoziante fu tuttavia in grado di trovare solamente 1 batteria tipo 625 al mercurio in buone condizioni, mentre la seconda era scarica e pertanto il circuito era alimentato ad 1,35v anzichè 2,7v… Definendo la corretta esposizione al sole con la regola del 16, riuscii a quantificare l’entità dell’errore esposimetrico con tale alimentazione, e starando il Photomic col la selezione di un valore ASA differente fui in grado di compensarlo e miracolosamente il rullini di film per diapositive

Kodak Ektachrome 64 ISO che avevo acquistato il loco risultarono in seguito correttamente esposti!

 

 

Nonostante gli ingombri teorici rimangano analoghi a quelli del tipo precedente, la piastra anteriore più ridotta rende il Photomic FTn apparentemente più snello e configura la classica estetica della Nikon F fissata nell’immaginario degli appassionati; in questa immagine si può apprezzare bene la feritoia sul frontale, sotto la scritta Nikon, che consente di verificare a colpo d’occhio se l’indicizzazione corretta dell’apertura massima sull’obiettivo in uso è andata a buon fine, un’operazione possibile con valori compresi fra 1:1,2 e 1:5,6, mentre obiettivi di apertura inferiore sono privi di forcella di accoppiamento (che infatti nella ghiera è posizionata davanti al valore 1:5,6), richiedendo di “azzerare“ il Photomic (con una pressione manuale sotto il relativo pin di aggancio che fa scattare i meccanismi) e di procedere poi con l’esposizione stop-down al valore di lavoro effettivo, sfruttando il pulsante per il controllo della profondità di campo per chiudere l’iride.

 

 

Questo stralcio di testo ribadisce gli aggiornamenti citati e sottolinea come inizialmente il modello FTn sarebbe stato disponibile solo in abbinamento ad un corpo macchina Nikon F nuovo, proponendo poi il mirino come accessorio separato solamente in seguito, una scelta di mercato già vista anche col modello precedente.

 

 

Per gli appassionati di tecnica, ecco uno schema relativo al Photomic modello FTn proveniente da un manuale destinato ai laboratori di assistenza ufficiali.

 

 

Per quanto riguarda la finitura, la Nikon F in quanto apparecchio dichiaratamente professionale venne fin da subito offerta anche in livrea nera, apprezzata dai professionisti in quanto meno appariscente, e tale opzione giocoforza dovette riguardare anche i mirini; infatti lo stesso modello a pentaprisma semplice che equipaggiò la macchina al suo esordio nel 1959 fu prontamente disponibile in esecuzione nera, e naturalmente tale opzione rimase valida anche per i successivi Photomic esposimetrici.

 

 

Infatti le versioni Photomic del 1962, Photomic T del 1965, Photomic Tn del 1967 e Photomic FTn del 1968 furono tutte commercializzate anche con la piastra anteriore rifinita in nero e scritte a contrasto di colore bianco, creando col corpo Nikon F nero combinazioni indubbiamente fascinose al punto che una piccola sub-collezione di 5 corpi F neri di varie epoche con i relativi mirini a pentaprisma semplice più i 4 Photomic anch’essi in finitura nera potrebbe essere un’opzione golosa per gli appassionati del marchio, peccato che a distanza di 50 o 60 anni sia ormai difficile recuperare esemplari con questa delicata finitura in condizioni impeccabili e non restaurati.

 

 

La sensibilità esposimetrica del circuito al CdS consentiva affidabili letture anche in condizioni d’illuminazione precarie che rendevano difficile valutare la posizione del relativo galvanometro nel mirino, pertanto per i Photomic la Nippon Kogaku realizzò l’accessorio DL-1, costituito da un piccolo illuminatore con batteria al mercurio da 1,35v e realtiva staffa metallica con ghiera girevole che consentiva di fissarlo alla filettatura dell’oculare, posizionando la lampadina sul top del Photomic proprio in coincidenza della piastrina che funge da presa di luce per il galvanometro nel mirino e che per tale ragione si trova nella stessa posizione in tutti i modelli (compresi i successivi DP-1 e DP-11 per F2, che quindi sono a loro volta compatibili con questo accessorio); accendendo il DL-1 con pulsanti identici a quelli del Photomic una piccola lampadina illumina la presa di luce e risolve il problema.

 

 

Col Photomic FTn la Nikon F era arrivata alla sua maturità tecnica e in questa configurazione venne mantenuta in commercio fino al 1974, con un overlap di 3 anni rispetto alla F2 che l’aveva ufficialmente rimpiazzata, accoppiata peraltro ad un Photomic DP-1 con elementi esposimetrici analoghi a quelli del Photomic FTn.

 

 

Questa immagine pubblicitaria realizzata agli sgoccioli della sua carriera (notate la leva di carica tipo“Apollo“, modificata e rivestita in plastica che caratterizzò le ultime serie) evidenzia l’aspetto squisitamente professionale di una Nikon F con Photomic FTn in finitura nera, in questo caso guarnita anche con motore e potente Zoom-Nikkor 50-300mm 1:4,5.

 

 

La Nikon F Photomic FTn fu utilizzata anche da NASA per missioni del programma Apollo, e in questa immagine possiamo ammirare proprio un esemplare di quel tipo; le principali modifiche rispetto ad una versione “civile“ di serie riguardano il sovradimensionamento di certi piccoli comandi (per adattarli all’uso con gli spessi guanti di missione) e soprattutto l’eliminazione di componenti in plastica, gomma e altri materiali infiammabili imposta dai rigidi protocolli introdotti dopo il disastroso rogo del 27 Gennaio 1967 nel quale l’equipaggio di Apollo 1 perse la vita durante un’esercitazione; questa revisione è apprezzabile sul Photomic osservando in dettaglio la levetta anteriore che sblocca il mirino e che in origine era rivestita in plastica; inoltre anche la finitura originale risulta sostituita da un rivestimento grigio con specifiche caratteristiche.

 

 

Come anticipato, la Nikon F2 arrivò a sostituire il modello F nel 1971, col Photomic DP-1 che ereditava la tecnologia legata alla misurazione esposimetrica dai mirini precedenti; infatti esiste questo prototipo di F2 con Photomic DP-1 che risale addirittura al 1967, 4 anni prima del lancio, nato ancora prima che fosse presentato il mirino FTn per Nikon F.

 

 

I mirini esposimetrici Photomic per Nikon F sono stati elementi iconici e fondamentali nella storia della tecnonogia applicata al settore e della fotografia in senso lato; la scelta di raggruppare tutti i componenti meccanìci ed elettrici legati all’esposimetro all’interno di un mirino intercambiabile fu un’idea molto intelligente perchè ha consentito di aggiornare progressivamente il corpo Nikon F alle novità tecniche che si affacciavano nel settore, mantenendolo competitivo e sulla breccia per lustri; l’inserimento di molta componentistica e batterie nel Photomic stesso impedì di realizzare modelli compatti, tuttavia per uno strano gioco del destino proprio il loro aspetto tozzo, sovradimensionato e sbilenco finì per piacere a tutti e divenne una concausa del loro successo.

Anche oggi il Photomic che domina un corpo F continua ad incarnare il simbolo della reflex 35mm professionale classica, e tale combinazione quando viene maneggiata e utilizzata procura ancora un piacere sensoriale difficile da spiegare a parole ma che i veri appassionati possono comprendere al volo.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

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