Mirini Photomic per Nikon F (prima parte)

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; a 55 anni dal suo lancio commerciale la reflex 35mm a sistema Nikon F prodotta da Nippon Kogaku continua ad esercitare imperterrita un fascino indiscreto sugli appassionati e costituisce uno dei pezzi più noti e leggendari nella storia della fotografia.

Una caratteristica peculiare del suo corredo, resa possibile dall’intercambiabilità dei vari componenti, è la presenza di mirini con esposimetro incorporato che si sono evoluti nel corso degli anni e che vennero identificati dall’azienda con un nome evocativo che è a sua volta leggenda: Photomic; questo articolo è dedicato proprio a questi noti e specifici accessori.

 

 

I mirini denominati Photomic, con la loro struttura tozza e la sagoma spigolosa e asimmetrica, definirono un’estetica inconfondibile e, per svariati anni, in abbinamento al relativo corpo Nikon F hanno incarnato la quintessenza della reflex 35mm professionale, soddisfacendo criteri di robustezza, affidabilità e soprattutto versatilità grazie alla cospicua offerta di accessori e obiettivi; se l’originale mirino a pentaprisma privo di esposimetro disegnato da Yusaku Kamekura era a sua volta iconico per la sagoma simmetrica e la struttura appuntita, i mirini Photomic dovettero scendere a compromessi col design per incorporare nuovi componenti come l’ingombrante resistenza variabile collegata alla ghiera del diaframma dell’obiettivo e il relativo sistema di indicizzazione dell’apertura massima, tuttavia lo scafo decisamente più corpulento e asimmetrico che ne derivò, connotato anche dal caratteristico “camino” col rinvio per i tempi di posa, contribuì a rendere la Nikon F unica ed immediatamente riconoscibile.

Ripercorriamo dunque l’evoluzione dei mirini Photomic per Nikon F partendo dalle origini del sistema.

 

 

I primi prototipi praticamente completi del corpo macchina risalgono all’anno 1957; in questa configurazione certi dettagli non erano ancora definitivi e si prendeva addirittura in considerazione la presenza di un mirino Albada supplementare in aggiunta a quello reflex, come sulle prime Alpa reflex, tuttavia già allora il mirino intercambiabile era una caratteristica prevista e il prototipo esibisce già una versione a pentaprisma semplice analoga ma non identica a quella definitiva, contemplando anche comandi di sgancio sul corpo di fattura differente.

 

 

Il primo mirino del prototipo esibisce in ogni caso il caratteristico design appuntito e simmetrico che segue pedissequamente il profilo del relativo sbozzo in vetro, mentre la cornice del mirino con sezione rettangolare verrà poi modificata aggiungendo una filettatura circolare per applicare lenti di correzione e altri accessori.

 

 

Il mirino a pentaprisma semplice definitivo presentato sul mercato assieme alla Nikon F nel 1959 aveva questo aspetto e la necessità di mostrare il brand name era stata risolta applicando sul corpo una piastrina col marchio Nikon e rendendo quindi superfluo inserirlo anche nei mirini intercambiabili.

Questo mirino mostra un’immagine chiara a lati non invertiti ma né il corpo né tale accessorio includono dispositivi esposimetrici e pertanto l’esposizione va misurata a parte e nel mirino non compare alcuna informazione ausiliaria.

 

 

Questi spaccati meccanici definiscono il mirino a pentaprisma semplice per Nikon F e la corrispondente versione per Nikon F2; questi accessori sono praticamente identici dal punto di vista tecnico ed estetico, tuttavia nel corpo F2 la piastrina col marchio Nikon venne omessa, pertanto il brand name fu applicato direttamente su ciascun mirino intercambiabile, compreso questo.

La Nikon F fu in vendita dal 1959 mentre il primo mirino Photomic con esposimetro e batterie incorporate fece la sua comparsa solamente nell’Aprile 1962; in questi 3 anni di interregno la Nippon Kogaku mise a disposizione una soluzione temporanea di compromesso, realizzando un esposimetro al selenio da applicare sopra il corpo macchina e che risultava accoppiato inizialmente solo alla ghiera dei tempi e veniva utilizzato con il pentaprisma semplice di serie.

Questo accessorio venne battezzato Nikon Exposure Meter ed è un oggetto poco conosciuto che invece vide avvicendarsi in rapida successione le varianti Model 1, Model 2 e Model 3, dando vita ad una sistematica specifica che non è mai stata troppo chiara nemmeno per gli appassionati del marchio; vediamo dunque di approfondire, dal momento che pur non trattandosi di mirini Photomic tout court questi esemplari ne furono comunque gli antesignani.

 

 

Il Nikon Exposure Meter era un accessorio con piastra di elementi al selenio di grandi dimensioni che si fissava alla fotocamera oscurandone buona parte del frontale ed accoppiandosi alla ghiera dei tempi con un “camino“ che costituiva un elemento poi ripreso da tutti i Photomic successivi; dal momento che tale dispositivo di fatto nascondeva il brand name dell’apparecchio, la scritta Nikon veniva riportata sull’aggiuntivo stesso, sotto gli elementi sensibili.

Questo accessorio, nella prima esecuzione qui visibile, riprendeva soluzioni e grafiche viste in precedenza sugli esposimetri aggiuntivi Leicameter di Leitz o sull’analogo dispositivo concepito per la serie Nikon S a telemetro; la tecnica si basa su moduli al selenio che sono in grado di produrre una debole differenza di potenziale elettrico quando vengono colpiti dalla luce solare, con un’intensità proporzionale alla quantità di luce incidente; questo garantisce l’innegabile vantaggio di funzionare senza supporto di alimentazione e batterie ausiliarie e lo schema nell’illustrazione mostra il semplice circuito con un galvanometro ad ago e una resistenza variabile collegata ai vari steps della ghiera dei tempi; un limite del sistema è invece la modesta precisione di risposta con bassi livelli di illuminazione e l’impossibilità di misurare selettivamente e coscientemente su una specifica area del soggetto, a meno di non avvicinarsi moltissimo alla medesima per effettuare la lettura.

 

 

Le illustrazioni di queste istruzioni nipponiche, sempre riferite al Model 1, mostrano come il galvanometro mobile fosse collegato agli indici delle aperture tramite questi settori geometrici bianchi e neri già in uso in dispositivi simili;  sull’altro lato il riferimento per impostare il valore ASA coincideva col piccolo indice triangolare dei 4 riportati sul bordo del disco, e quelli rimanenti venivano sfruttati quando sull’obiettivo era montato un filtro che richiedesse di compensare il corrispondente fattore di assorbimento.

 

 

Questa illiustrazione d’epoca è invece relativa al Nikon Exposure Meter Model 2, caratterizzato da elementi al selenio di dimensioni più ridotte e nuova grafica per le scale; notate come fosse anche possibile coprire la parte sensibile con uno schermo in plastica bianca trasparente per effettuare letture dirette della luce incidente che arrivava al soggetto.

 

 

Questa serie di dettagli è invece relativa al Nikon Exposure Meter Model 3 e mostra come nelle versioni 2 e 3 fosse stato aggiunto un pin di interfaccia meccanica alla forcella presente sulla ghiera del diaframma negli obiettivi Nikkor Auto per Nikon F, consentendo quindi di misurare l’esposizione a coincidenza di indici potendo contare sull’accoppiamento sia coi tempi che coi diaframmi, il tutto finalizzato con la complessa cascata di rinvii meccanici illustrati nell‘immagine; anche la grafica della ghiera principale venne semplificata per chiarezza e l’illustrazione mostra anche il booster esposimetrico applicato in posizione operativa e con la sua struttura che sporge poco rispetto alla fotocamera grazie alle dimensioni più ridotte del Nikon Exposure Meter di ultima generazione (la serie di settori al selenio passò dai 15 del Model 1 ai 9 dei tipi successivi).

 

 

Questa illustrazione mostra i 3 modelli con le caratteristiche salienti e relative differenze; nel tipo 1 l’intero settore frontale è occupato dagli elementi al selenio, imponendo una scritta Nikon di dimensioni inferiori, la parte superiore è completamente nera e i settori che collegano il galvanometro agli indici sulla ghiera girevole sono del classico tipo utilizzato sui Leitz Leicameter e simili; questa prima versione è accoppiata solamente alla ghiera dei tempi e quindi, come negli esposimetri Leica appena citati, dopo la misurazione l’ago del galvanometro definisce l’apertura di diaframma risultante che il fotografo dovrà poi settare manualmente sull’obiettivo in uso, e infatti la scala abbinata al galvanometro definisce appunto aperture da 1:2 ad 1:22.

In realtà gli obiettivi Nikkor Auto predisposti per la Nikon F prevedevano fin dall’esordio nel 1959 la forcella di aggancio a questo tipo di dispositivi sulla ghiera del diaframma, quindi la presenza dell’accoppiamento esposimetrico sia ai tempi che alle aperture era già contemplata in sede di progetto della fotocamera con relative ottiche, e il fatto che il Nikon Exposure Meter tipo 1 non prevedesse invece l’accoppiamento meccanico alla citata forcella del diaframma mostra la fretta con la quale questa prima versione è stata disegnata e messa in produzione.

Nel tipo 2 il settore fotosensibile si restringe, consentendo di applicare una scritta Nikon di maggiori dimensioni, la corrispondente parte del top è satinata cromo, compare il pin per l’accoppiamento diretto ai diaframmi tramite la forcella sull’obiettivo e la grafica della ghiera principale risulta semplificata; in questo caso, disponendo di accoppiamento sia ai tempi che ai diaframmi, il galvanometro non deve più definire le aperture ma va fatto coincidere con un indice mobile presente nella relativa finestra, operazione sufficiente ad impostare la corretta esposizione.

Nel tipo 2 la sensibilità si imposta collimando il numero desiderato con un indice bianco e i valori ASA sono dettagliati nell’intervallo compreso fra 6 e 100 e molto meno per le sensibilità superiori, peraltro all’epoca di uso sporadico; notate come in questo modello i valori interi dopo 400 ASA passino a 1000 e poi a 2000 e 4000, una sequenza non standard, mentre accanto al riferimento per impostarli sono riportati gli indici di compensazione per l’assorbimento dei filtri; notate come tali indici in questo modello si trovino nella parte interna.

Infine, il tipo 2 mantiene nella parte sinistra lo scafo rastremato e arrotondato già visto nel modello precedente.

Il tipo 3, l’ultimo della serie, in sostanza replica gli elementi del tipo 2, tuttavia il riferimento per l’impostazione della sensibilità e gli indici di correzione per l’assorbimento dei filtri si trovano sull’altro lato della ghiera, verso l’esterno, in una zona che risulta più sporgente rispetto al tipo 2 e con un profilo geometrico anzichè arrotondato e sagomato attorno alla ghiera; anche l‘angolo inferiore sinistro del frontale presenta differenze e si caratterizza per uno spigolo smussato (visibile nel dettaglio con fotocamera intera), mentre nel tipo 2 questa discontinuità è assente.

Con la grafica di colore blu ho evidenziato 3 dettagli che consentono di riconoscere immediatamente le corrispondenti versioni, ovvero: la piastra al selenio estesa per tutto il frontale nel tipo 1, gli indici numerici per la compensazione dei filtri collocati sul lato interno nel tipo 2 e gli stessi elementi appena citati ma posti all’esterno nel tipo 3.

Questi accessori risultavano più nostalgiche citazioni del passato che strumenti proiettati al futuro e peraltro, quando si trovavano in posizione, snaturavano l’inconfondibile estetica della Nikon F, rendendola quasi irriconoscibile, pertanto alla Nippon Kogaku progettarono uno step upteriore, incorporando il sistema in un mirino intercambiabile che utilizzava gli stessi elementi ottici di quello a pentaprisma semplice utilizzato fino ad allora ma aggiungeva una cellula esterna con fotoresistore al solfuro di cadmio (CdS); questo un elemento garantiva buona sensibilità pur in presenza di una superficie attiva molto circoscritta ma era solamente in grado di variare la resistenza su un circuito già alimentato, imponendo il ricorso a batterie supplementari.

 

 

Questo nuovo mirino, capostipite di una generazione di accessori esposimetrici analoghi, venne battezzato Photomic e questa è la corrispondente grafica ufficiale definita da Nippon Kogaku.

 

 

Il nuovo mirino Photomic fu disponibile nell’Aprile 1962 ed ebbe un notevole impatto sull’estetica complessiva della Nikon F, fino ad allora snella e simmetrica grazie al modello originale a pentaprisma semplice disegnato da Kamekura, rendendola ingombrante ma ancora più riconoscibile grazie all’inconfondibile sagoma sbilenca del nuovo accessorio, il cui aspetto hi-tech contribuì a rafforzare ulteriormente l’impressione di un apparecchio d’elite ed altamente professionale, trasformando il bizzarro matrimonio fra la snella fotocamera e il tozzo Photomic in un’icona immortale, mentre la piastra verticale anteriore di grandi dimensioni e con brand name divenne un elemento distintivo delle Nikon professionali fino alla Nikon F2AS, ancora sugli scaffali nel 1980.

Nel mirino è chiaramente visibile “l’occhio“ anteriore con elemento al CdS e il vano sporgente per le batterie al mercurio da 1,35v che lo alimentano, mentre le dimensioni abbondanti vennero imposte sostanzialmente dalla grande resistenza variabile circolare collegata al complesso rinvio del diaframma e posizionata sopra il vertice del pentaprisma.

In questo advertising nipponico dell’epoca si può apprezzare come l’acquisto del corpo Nikon F con Photomic comportasse un aggravio di appena 8.500 Yen rispetto alla corrispondente fotocamera con mirino a pentaprisma semplice, il che – partendo da un listino di 44.500 Yen – significava un sovrapprezzo del 19%, sicuramente ragionevole.

 

 

Il listino da 55.000 Yen della Nikon F Photomic passava tuttavia ad un più impegnativo valore di 77.000 Yen aggiungendo il costoso Nikkor-S Auto 50mm 1:1,4 di recente introduzione e che da solo richiedeva un sovrapprezzo di 24.000 Yen, più altri 2.500 per la borsa pronto.

Noblesse oblige per possedere il top delle reflex professionali del tempo.

 

 

In realtà, dal punto di vista concettuale e operativo, il nuovo Photomic del 1962 non aggiungeva molto rispetto al precedente Nikon Exposure Meter tipo 3, offrendo sempre l’accoppiamento diretto alle ghiere di tempi e diaframmi ma in ogni caso vincolando il fotografo ad una lettura con cellula esterna, non TTL, con tutti i limiti del caso, dall’assorbimento di filtri e prolunghe non compensato automaticamente alla difficoltà di valutare l’area esatta di misurazione; sicuramente il vantaggio principale sta nell’integrazione permamente fra mirino di uso quotidiano ed esposimetro e nella migliore sensibilità del solfuro di cadmio ai bassi livelli di illuminazione, proponendo però come rovescio della medaglia un fenomeno di abbagliamento che imponeva una certa attesa per stabilizzare la lettura passando da forte luce a illuminazione attenuata e la necessità di alimentare il sistema tramite batterie.

 

 

Un altro vantaggio innegabile del primo Photomic era la visualizzazione del relativo galvanometro a coincidenza di indici direttamente sopra il campo visivo nel mirino, sebbene la misurazione su una vasta area e l’impossibilità di definirne esattamente i limiti rendeva comunque le misurazioni passibili di errori di valutazione, specialmente in presenza di forti contrasti come un cielo luminoso nella scena; in questo caso era giocoforza necessario avvicinarsi molto agli elementi importanti del soggetto (se possibile) ed effettuare una misurazione ravvicinata su di essi, e per tale pratica risultava eventualmente comodo il secondo galvanometro visibile sul top del Photomic, sul quale era anche presente un’area semitrasparente di colore bianco che illuminava la corrispondente visualizzazione all’interno del mirino.

Questo primo Photomic fu fondamentale per definire l’indimenticabile estetiva di tale generazione di mirini, tuttavia l’uso di una cellula esterna proponeva le citate limitazioni mentre la tecnologia del tempo additava la nuova frontiera di misurare l’esposizione utilizzando cellule interne e sfruttando la luce che arrivava allo specchio reflex direttamente dall’ottica, secondo la tecnologia detta TTL (acronimo di Through The Lens, attraverso l’obiettivo); Nippon Kogaku si mosse quindi in tale direzione, e sfruttando il grande vantaggio di incorporare tutto l’hardware esposimetrico in un mirino intercambiabile fu in grado di proporre l’esposizione TTL sulla Nikon F senza alcuna modifica al corpo e con completa retrocompatibilità, semplicemente predisponendo un mirino Photomic evoluto.

 

 

Tale mirino arrivò sul mercato nel Settembre 1965, venne denominato Photomic T (da TTL) e questa è la corrispondente grafica formale creata dall’azienda.

 

 

Nel nuovo Photomic T viene confermata l’estetica ormai famosa del modello originale e l’elemento distintivo più evidente è la scomparsa della cellula esposimetrica dal frontale, mentre il vano batterie risulta integrato sul fianco della struttura; l’attivazione del Photomic non avviene più con la rotazione della caratteristica “bandierina“ dietro la cellula ma grazie ad una coppia di piccoli pulsanti a doppia azione nella stessa posizione, con quello laterale che accende il dispositivo facendo uscire quello superiore e quest’ultimo che a sua volta spegne il sistema con una pressione dall’alto che lo riporta in sede.

Nonostante i 3 anni trascorsi dal lancio del Photomic non TTL e i notevoli progressi del tipo T con relative complicazioni tecniche, il prezzo della Nikon F Photomic T non lievitò in modo significativo, e per un corpo con tale mirino e prestigioso Nikkor-S Auto 50mm 1:1,4 erano necessari 79.500 Yen, contro i 77.000 del corrispondente combo precedente; curiosamente questa pubblicità nipponica propone anche alcune alternative per l’obiettivo in dotazione, indicando un prezzo di 81.250 Yen col Micro-Nikkor 55mm 1:3,5 e di 88.500 Yen con lo Zoom-Nikkor 43-86mm 1:3,5, mentre con 70.000 Yen esatti si portava a casa la Nikon F Photomic T accoppiata al validissimo Nikkor-H Auto 50mm 1:2.

 

Continua nella seconda parte (lunedì 8 aprile 2024)

 

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