Minox 8x11mm e il suo retaggio

 

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; fra i modelli di fotocamera immortali, quelli che hanno coniugato in affascinante sinergia innovazioni tecnologiche, design e partecipazione da protagonisti agli eventi storici, la serie di apparecchi Minox tascabili per il formato 8x11mm include sicuramente alcuni dei modelli più iconici e innovativi che siano mai comparsi sul mercato; la mia intenzione vuole andare oltre la mera descrizione, peraltro succinta, delle principali versioni con le relative caratteristiche: vorrei altresì mettere a fuoco il retaggio che questa grande parentesi ci ha lasciato in eredità e distillare gli elementi che possono essere tuttora utili ed attuali per il fotografo moderno.

La fotocamera Minox, minuscolo apparecchio tascabile con dettagli deliziosi e un design senza tempo, sfruttava pellicola da 9,2mm di altezza ed impressionava fotogrammi da appena 8x11mm; questo piccolo gioiello di meccanica fine venne progettato nel 1936 da Walter Zapp, geniale e visionario tecnico a ruolo della Valsts Elektro-Technica Fabrika (VEF) di Riga, al tempo Repubblica di Latvia (Lettonia).

 

 

L’apparecchio disegnato da Zapp era qualcosa senza precedenti: mai prima di allora una fotocamera con funzioni complete era stata miniaturizzata ad un simile livello, il tutto scandito da un design straordinariamente nitido e moderno, un vero instant classic che sembrava piovere dal futuro; dopo test sperimentali condotti su prototipi questo primo modello venne prodotto dal 1938 al 1943 e oggi è convenzionalmente noto come Minox Riga proprio perché era allestito nella capitale lettone.

Nel corpo della Minox la relazione forma/funzione arriva a vertici realmente assoluti e la realizzazione interamente in metallo mudo restituisce la sensazione di un prodotto eterno, nato per sfidare il tempo sia come design che per durevolezza; la concezione originale ed ingegnosa prevede una porzione estraibile che espone il mirino, 2 ghiere per messa a fuoco e tempi di posa, il contafotogrammi ed un comando per inserire davanti all’obiettivo un filtro giallo incorporato, una finezza deliziosa in un oggetto di appena 80x27x16mm.

Vediamo alcuni dettagli dei brevetti originali di Walter Zapp, depositati nel Dicembre 1936; curiosamente, in tutti i casi la richiesta prioritaria fu consegnata in Finlandia e non il Lettonia.

 

 

Per facilità di comprensione condivido la versione statunitense richiesta un anno dopo, a fine 1937, mentre la richiesta prioritaria finlandese risale esattamente al 22 Dicembre 1936; da questa pagina si comprende come già a fine 1936 Zapp avesse definito non soltanto le caratteristiche tecniche di base ma anche il design definitivo della sua Minox, qui descritto con precisione di dettaglio.

Gli schemi mostrano infatti l’apparecchio chiuso in posizione di riposo e con la sezione estratta che lo rende pronto all’uso, rivelando anche il dorso posteriore estratto lateralmente per scoprire la sede per il particolare caricatore di pellicola, costituito da 2 bobine con elemento di raccordo; come si osserva dalla figura n°4, lo spazio incluso fra le 2 bobine del film viene sfruttato per contenere l’obiettivo.

 

 

Questa sezione del brevetto illustra invece i complessi meccanismi miniaturizzati che consentono di riarmare l’otturatore ed avanzare il film collassando la parte estraibile nel corpo ed estraendola nuovamente, una procedura molto rapida e pratica.

 

 

L’intestazione del brevetto conferma la richiesta prioritaria finlandese in data 22 Dicembre 1936 ed è interessante perché annota i principi informatori del progetto di Zapp: realizzare un apparecchio così compatto da trovar posto nel taschino della giacca, con pronta messa in opera e capacità di realizzare scatti in rapida sequenza, privo di comandi sporgenti e concepito in modo da proteggere mirino e obiettivo quando non in uso.

 

 

Il progettista consegnò in rapida successione per la richiesta di brevetto finlandese altri 2 documenti, presentati il 23 e 24 Dicembre 1936 e strettamente correlati a quello principale del 22 Dicembre; il primo di essi riguarda la struttura del nuovo caricatore di pellicola, costituito da 2 bobine plastiche simmetriche collegate e distanziate da una striscia dello stesso materiale; la loro struttura è asimmetrica e quella ricevente prevede la presa di forza per l’avanzamento (n° 6).

 

 

I claims riassuntivi del brevetto raccontano come Walter Zapp intendesse creare un caricatore nel quale innanzitutto il film scorresse in linea fra le 2 bobine, senza piegature intermedie; questo elemento verrà ripreso più avanti nello svolgimento del pezzo e naturalmente serviva a massimizzare lo spianamento del film per sfruttare al massimo le qualità dell’obiettivo (è sperimentalmente provato che se il film rimane piagato per un certo tempo tale settore non garantirà la perfetta planarità, una volta steso sul piano focale); si dichiara anche l’intenzione di presentare un caricatore la cui bobina ricevente si aggancia al sistema di avanzamento semplicemente inserendolo nell’apparecchio e munito di un raccordo fra le bobine che serva da impugnatura durante il caricamento.

E’ interessante notare che l’intenzione originale era quella di ottenere il film ritagliando 4 strisce da pellicola 35mm non perforata, ricavando bobine da 8,73mm di altezza ed impressionando negativi 6x9mm, e tale formato era infatti previsto sul prototipo realizzato nel 1936 e rimasto in possesso di Zapp per tutta la vita; poi i risultati evidenziarono che l’ingrandimento richiesto era troppo elevato e comprometteva la qualità finale delle immagini, pertanto sulla Minox Riga di produzione (1938) si passò a pellicola da 9,2mm di altezza con fotogrammi da 8x11mm, la cui superficie era del 60% superiore rispetto ai propositi iniziali.

 

 

L’ultimo brevetto del Dicembre 1936 riguarda il sistema di messa a fuoco, con l’obiettivo montato su un elicoide filettato di precisione e messo in rotazione grazie a 2 ingranaggi conici accoppiati, uno dei quali mosso dalla relativa ghiera sul corpo macchina.

 

 

L’intestazione del brevetto evidenzia come una priorità del progetto fosse quella di disegnare un sistema di messa a fuoco che riducesse al minimo le tolleranze meccaniche, anche in questo caso per garantire un perfetto allineamento e sfruttare completamente le prestazioni dell’ottica sui piccoli negativi da sottoporre a forti ingrandimenti.

 

 

La Minox, dopo 2 anni di sperimentazioni sul prototipo, nacque praticamente adulta e impressiona notare come il design e le caratteristiche generali rimasero largamente immutate per decenni a seguire, senza la necessità di vistose correzioni in corsa; il modello Riga è l’unico prodotto il Lettonia e pur condividendo con i modelli successivi il design ed elementi funzionali come la ghiera di messa a fuoco fino a 20cm e la scala dei tempi da 1/1000” a 1/2” + B e T presenta anche caratteristiche peculiari del modello, fra le quali: realizzazione in acciaio inox (!), un materiale robusto e con finitura superficiale durevole che comportò un peso di 130g (superiore a quello dei modelli successivi), scritte specifiche sul dorso “VEF Riga  Made in Latvia”, presenza di un solo filtro giallo inseribile ed obiettivo Minostigmat a 3 lenti in 3 gruppi privo di antiriflesso, una versione utilizzata solo sulle Minox Riga dal 1938 al 1943 e che lasciava problemi irrisolti di nitidezza ai bordi.

Come curiosità, durante l’occupazione sovietica del 1940-41 le Minox Riga prodotte furono aggiornate con la scritta Made in USSR; non è dato di sapere se dopo la nuova occupazione a fine 1944 e prima del trasferimento temporaneo a Wetzlar ne siano state realizzate altre.

 

 

Per quanto riguarda l’obiettivo utilizzato nelle varie serie, si tratta ovviamente di un elemento critico e fondamentale perché dalle sue prestazioni dipendeva largamente il risultato finale e quindi il successo dell’apparecchio, specie se si considera che una semplice stampina 10x15cm avrebbe già richiesto un ingrandimento di circa 14x, pari a quello utilizzato sul comune 24x36mm per ottenere una gigantografia 33x50cm…

Tecnicamente sulle varie Minox si avvicendarono 3 differenti configurazioni di ottica da 15mm 1:3,5: nel 1938 sulla Minox Riga esordì il Minostigmat, un semplice tripletto di Cooke a 3 lenti in 3 gruppi con limiti intrinseci che mostravano il fianco a critiche.

Sulla AII del 1948 arrivò quindi il Pentar, un obiettivo a 5 lenti in 4 gruppi costituito a un gruppo anteriore tipo Tessar a 4 lenti con una lente piano-concava posteriore che correggeva la curvatura di campo residua e provvedeva allo spianamento del film col quale era a diretto contatto: questo risolse i problemi di curvatura di campo e planeità ma l’elemento posteriore esposto creava problemi perché si sporcava e tendeva a danneggiare il film.

Si corse quindi rapidamente ai ripari e con la Minox AIII del 1950 arrivò il definitivo Complan, basato sempre su un tipo Tessar a 4 lenti con doppietto posteriore collato ma privo della quinta lente di campo sul piano focale prevista nel precedente esemplare; la curvatura di campo residua venne invece corretta prevedendo un piano focale leggermente concavo che obbligava il film a seguire un profilo curvo che si adeguava alla proiezione dell’obiettivo e teneva a fuoco ogni porzione del campo.

Il Complan 15mm 1:3,5 rimase in servizio per oltre vent’anni, poi a inizio anni ’70 l’ottica venne ribattezzata semplicemente Minox e nel frattempo fu dotata di un antiriflesso molto migliorato che ottimizzava le prestazioni col colore e il comportamento in controluce.

 

 

Questo raro advertising giapponese del 1950 mostra una sezione della Minox AII con lo schema ottico del 15mm 1:3,5 Pentar introdotto assieme a tale modello; dal 1948 le fotocamere vennero prodotte in Germania e la AII costituisce la prima evoluzione rispetto al modello Riga, col corpo in lega leggera anziché acciaio inox; nell’illustrazione si vede chiaramente lo schema ottico con un piccolo modulo tipo Tessar-Elmar nella parte anteriore e la quinta lente piano-concava di campo posta in prossimità del piano focale: si tratta della struttura più complessa mai montata su una Minox ed è possibile apprezzare anche la presenza di 2 filtri anteriori perché rispetto al modello Riga è stato aggiunto un filtro verde.

La AII fu l’unica prodotta dalla nuova società Minox GmbH nello stabilimento di Wetzlar, le successive vennero invece assemblate a Giessen.

La successiva AIII prodotta dal 1950 al 1954 introduce il definitivo obiettivo Complan e introduce notevoli migliorie alla compensazione automatica del parallasse nel mirino, un autentico lusso in un apparecchio così piccolo che, grazie allo scafo in lega leggera, ora pesa appena 70g, quasi la metà rispetto alla Riga in acciaio; la AIII fu anche equipaggiata con la catena metallica con riferimenti per il fuoco ravvicinato che vedremo in seguito.

 

 

Il modello IIIs prodotto dal 1954 al 1959 ricalca le caratteristiche del precedente, introducendo però una presa di sincronizzazione che consentiva l’utilizzo del flash; durante la produzione si intervenne anche sui 2 filtri inseribili, eliminando quello caldo e sostituendolo con un filtro grigio ND, forse ritenuto necessario perché, come vedremo, l’obiettivo lavora solo alla massima apertura e in pieno Sole con 1:3,5 in certe situazioni anche 1/1000” potrebbe non bastare.

 

 

La AIIIs è sicuramente la più sfruttabile delle Minox classiche e prive di esposimetro, grazie all’obiettivo migliorato e alla possibilità di sfruttare vari lampeggiatori.

 

 

In questa immagine si possono osservare i dettagli nella parte posteriore, col dorso scorrevole che scopre il vano destinato al caricatore di pellicola, il piano focale e la presa di forza di avanzamento; i caricatori bianconero dedicati consentivano di impressionare anche 50 fotogrammi (in seguito ridotti ai classici 36), un’autonomia davvero notevole per chi, all’epoca, era abituato a chassis con 2 lastre piane o a biottiche 6×6 con 12 scatti a disposizione; curiosamente, particolari caricatori con autonomia ridotta a 15 pose erano ufficialmente denominati “weekend”.

 

 

Una pietra miliare nell’evoluzione delle Minox è il modello B, introdotto nel 1958 e mantenuto a listino fino al 1972; questa versione prevedeva infatti un esposimetro incorporato al selenio, quindi senza necessità di alimentazione, il tutto aumentando la lunghezza del corpo in modo solo marginale.

 

 

La Minox B del 1958, pur con ingombri così ridotti, forniva all’utilizzatore tutto quello che poteva servirgli: tempi fino a 1/1000”, obiettivo con prestazioni ottime e apertura 1:3,5, messa a fuoco fino a 20cm, esposimetro incorporato e 2 filtri inseribili a piacimento, con la raffinatezza dell’esposimetro che teneva conto automaticamente del loro assorbimento luminoso; questo modello rimase in produzione per ben 14 anni e in parallelo con la più compatta AIIIs priva di esposimetro, dalla quale si differenziava a sufficienza per giustificarne l’affiancamento.

 

 

Questo stralcio da un manuale della Minox B è interessante per 2 dettagli: puntualizza come le versioni con finitura esterna opzionale nera fossero vezzosamente denominate “Minox Private Eye”, quasi a sottolineare l’attitudine voyeuristica di una microcamera nera e poco appariscente, e mostra come in certi paesi fosse stato creato un Minox Custom Service con sviluppo e stampa prepagate, simile al concetto Kodachrome, in modo da trattare il materiale il laboratori ufficiali con chimici ed attrezzature allo stato dell’arte e garantire quindi la massima qualità possibile.

 

 

In questo schema è possibile osservare la Minox B con l’esposimetro in evidenza; l’estetica dell’apparecchio rimane equilibrata e molto piacevole e va segnalata l’ovvia aggiunta della terza ghiera per impostare la sensibilità del film; dal punto di vista sistematico, la texture superficiale dell’elemento sensibile al selenio cambiò foggia durante la produzione.

 

 

La forza del sistema Minox 8x11mm stava anche in una gamma di accessori parimenti miniaturizzati e concepiti in modo ingegnoso, spesso sfruttando tecnologie avanzate che anticipavano i tempi; ad esempio, per la Minox B non erano disponibili solamente compatti adattatori per cubo-flash e lampade lampo monouso ma anche un notevole lampeggiatore elettronico Minox ME-1 che ne replicava le forme integrandosi completamente nel suo design; dal momento che non era ovviamente possibile alloggiare al suo interno le batterie necessarie, venne creato un pack estremamente compatto con elementi al nickel-cadmio ricaricabili che si poteva tenere in tasca, collegandolo al flash con un apposito cavo.

 

 

Il 1969 fu un anno topico per Minox, dal momento che mentre la classica AIIIs priva di esposimetro risultava ancora in vendita, e la B con esposizione manuale ed esposimetro al selenio era parimenti a catalogo, l’azienda mise contemporaneamente in commercio un terzo modello, la MInox C; quest’ultima riusciva a differenziarsi a sua volta anche dalla esposimetrica B perché non solo implementava il sistema con un elemento fotosensibile al solfuro di cadmio ma introduceva anche un nuovo otturatore alimentato da una grossa batteria PX27 da 5,6v che da un lato rinunciava ai tempi lenti manuali sotto 1/15” ma dall’altro consentiva anche l’esposizione automatica a priorità di diaframmi, con tempi sfruttabili da 1/1000” a 7” interi (10” nelle ultime serie), rendendo di fatto l’utilizzo della Minox ancora più semplice e immediato.

Questa fotocamera rimase in produzione fino al 1978 e fu molto apprezzata dalla nuova generazione di clienti perché manteneva la classica Minox al passo coi tempi e le novità della tecnologia.

 

 

Poco dopo, nel 1972, anche il modello B venne aggiornato con il nuovo esposimetro al solfuro di cadmio e relativa batteria, eliminando il vistoso riquadro di elementi al selenio e aggiornando la scala dei tempi di posa, comunque ancora disponibili nell’intervallo compreso fra 1/1000” e ½” + B; questo modello fu denominato BL, rimase in produzione fino al 1977 e costituiva un’alternativa alla Minox C con la quale condivideva la tecnologia esposimetrica, rinunciando all’automatismo per mantenere il controllo manuale dei tempi lenti e dell’esposizione a sovrapposizione di indici.

 

 

Anche in questo caso le migliorie tecnologiche sono state integrate nel corpo mantenendone la purezza del design e, anzi, migliorandone la simmetria; notate come le ghiere, col caratteristico design e prive di sbalzi, conferiscano all’apparecchio un’estetica ancora incredibilmente piacevole e moderna.

 

 

Fra le caratteristiche peculiari della Minox BL troviamo l’eliminazione del filtro di selezione verde, pertanto è disponibile solamente il tipo grigio neutro ND (la scelta fu probabilmente suggerita dal maggiore utilizzo sulle Minox in quel periodo di film a colori rispetto al bianconero), mentre il vetro protettivo per l’obiettivo è a sua volta un filtro UV incolore; al comando che inserisce il filtro ND è stato accoppiato anche il test della batteria.

 

 

Nel 1978 alla Minox C automatica succede il modello LX, ridisegnato dal Prof. Richard Fischer; il corpo risulta più corto rispetto alla C e le sue funzioni sono sostanzialmente replicate, con omissione dei tempi lenti manuali e la possibilità dell’esposizione automatica a priorità di apertura, tuttavia la nuova LX prevede ghiere ridisegnate, il pulsante di scatto spostato a destra della ghiera dei tempi per migliorare l’ergonomia ed evitare di mettere accidentalmente le dita davanti all’obiettivo, il tempo di posa più rapido portato ad 1/2000” e l’aggiornamento dell’esposimetro con fotodiodo al silicio e filtro blu per ottimizzare la risposta spettrale: sul top sono presenti anche 3 LED: uno rosso indica sovraesposizione, uno giallo l’utilizzo di tempi lunghi in automatismo e uno verde serve per il test della batteria.

 

 

La LX fu prodotta dal 1978 al 1995 e nonostante gli interventi più vistosi all’estetica e all’ergonomia mantiene comunque l’inconfondibile family feeling dei corpi Minox 8x11mm.

 

 

Il lavoro di miniaturizzazione dei corpi moderni risulta ancora più lodevole osservando l’ingombro della batteria tipo PX27 da 5,6v necessaria per il funzionamento!

Per questo articolo ho scelto volontariamente di non approfondire troppo dettagli o varianti speciali né di prendere in considerazione i modelli derivati più semplici come la EC – ECX oppure quelli più tardi, come CLX, TLX o LX 2K, ormai concepiti solo come tautologie ridondanti, celebrative e prive di spirito innovativo; l’ultimo modello che considero significativo è quindi la AX.

 

 

La Minox AX fu prodotta in tiratura limitata dal 1992 al 1995 in finitura argento o nera su alluminio oppure placcata oro su ottone; la AX ha la sua ragion d’essere a ben 55 anni dalla prima, rivoluzionaria Minox Riga proprio perché è un ritorno alle origini, alla sorgente originale: un apparecchio con dimensioni e peso praticamente identici a quelli della AII d’epoca e con lo stesso funzionamento meccanico senza esposimetro, con scala di tempi completa; un flash-back nel passato, quindi, con la sola concessione di ghiere e pulsante di scatto aggiornati al nuovo design di Fischer introdotto con la LX.

Come promesso tralascio la lunga sequela di modelli speciali con finiture particolari o preziose, tuttavia voglio condividere qualche esemplare in livrea nera, sempre prevista dai cataloghi Minox forse anche per il diffuso utilizzo di tali fotocamere da parte di servizi di intelligence e relativi agenti, a partire da quelli britannici di Sua Maestà che fecero incetta di Minox Riga mettendole subito al lavoro.

 

 

Ecco quindi nel loro fascino crepuscolare una Minox LX assieme ad un’anziana AIIIs un po’ provata da decenni di servizio; personalmente ritengo comunque che la finitura satinata chiara si sposi benissimo con le linee della 8x11mm, rendendo quindi i corpi neri meno appetibili.

 

 

Una Minox B esposimetrica in finitura nera “Private Eye”; notate come la parte mobile collassata in posizione di riposo provveda a coprire sia il mirino che l’obiettivo; proprio l’obiettivo che “non c’è” e l’insolita finestra quadrata di ripresa in luogo del classico cilindro sporgente costituivano uno dei dettagli più moderni e di rottura del concetto Minox.

 

 

Infine, ecco un corpo Minox C in livrea nera, abbinato alla caratteristica borsa pronto di nuova generazione che prevedeva uno snodo nella parte centrale per ribaltarla e scoprire rapidamente metà del corpo macchina.

Questi sono in sintesi le informazioni salienti sul famoso sistema Minox 8x11mm, storicamente rilevante non soltanto per le moderne soluzioni tecniche, funzionali e di design introdotte nel tempo ma anche perché, come anticipato, è stato un modello molto sfruttato da agenti di ogni appartenenza, fino a farne nell’immaginario collettivo la “macchina da spia” per eccellenza; probabilmente anche lo stesso fabbricante aveva tacitamente accettato tale ingombrante ruolo, dandosi addirittura premura di realizzare accessori che strizzavano l’occhio a questo tipo di utilizzo.

 

 

Ad esempio, era disponibile una specifica imbragatura con piccolo treppiedi che consentiva di accoppiare l’obiettivo della Minox all’oculare di un binocolo, creando di fatto un potentissimo teleobiettivo col quale immortalare soggetti molto lontani e ignari.

 

 

La facile occultabilità e la possibilità di mettere a fuoco fino a 20 cm con vari riferimenti sulla scala rendeva la Minox particolarmente adatta anche per riprodurre documenti classificati o per spionaggio industriale, specie considerando la disponibilità di speciali caricatori con pellicola ad elevata risoluzione e forte contrasto che garantivano risultati sufficienti nonostante il fotogramma minuscolo; a tale scopo l’azienda mise a disposizione un distanziatore con supporti regolabili, analogo ai modelli creati da Leitz, e soprattutto un visore che consentiva di ingrandire i piccolissimi negativi per visionarne agevolmente il contenuto.

 

 

Lo stativo di riproduzione consentiva di regolare la lunghezza dei segmenti telescopici per riprodurre originali in formato A4, A5 e A6, eventualmente caricando la Minox con pellicole come la Agfaortho 25 ASA suggerita dal prospetto, mentre il lettore di microfilm Minox M811 garantiva un ingrandimento di ben 29x su uno schermo di 32cm illuminato da una lampada alogena da 150w.

Con questo ultimo dettaglio esaurisco la mera descrizione e passo a considerazioni che ritengo interessanti; il sistema Minox 8x11mm parte da un postulato azzardato: ottenere immagini convenzionali, di qualità paragonabile a quelle a cui siamo abituati, utilizzando però un minuscolo negativo da appena 88mm2, quando il “piccolo” 24x36mm ne sfrutta 864, il 6x6cm 3080 e così via…

L’intero concetto Minox si basa quindi su un tour de force, ottimizzando tutti gli elementi, i passaggi e gli aspetti della catena cinematica per sfruttare al 100% il potenziale insito in quel piccolo ritaglio di emulsione; questi stessi concetti si possono a buon diritto applicare ancora oggi nella nostra prassi fotografica quotidiana, non importa quale sistema o formato utilizziamo, permettendo anche a noi di eliminare i colli di bottiglia e ottenere il massimo delle informazioni dalle nostre immagini.

Il retaggio lasciato da Minox è quindi una lezione senza tempo e sempre attuale, soprattutto oggi: infatti, se nell’argentico le colonne d’Ercole della miniaturizzazione nei prodotti di largo consumo sono state il formato 24x36mm, col digitale i sensori sfruttati da vari fabbricanti prevedono dimensioni via via più piccole, chiamando in causa problematiche e limiti assolutamente affini a quelli della Minox.

Vediamo quindi gli insegnamenti che possiamo fare nostri da questa gloriosa stagione di microcamere.

1) OBIETTIVO – qualità, corretta apertura, planeità di campo

 

 

L’avvento del digitale ci ha ricordato come l’occhio umano di un soggetto giovane riesca a distinguere fino a 12 linee in un millimetro di copia stampata (da cui i famosi 300 dots per Inch richiesti per le stampe), pertanto già per una fotografia 10x15cm da negativo Minox sono necessari circa 14 ingrandimenti lineari, ai quali corrisponderebbe una risoluzione originale di circa 170 l/mm per mantenerne 12 sull’ingrandimento finale: questo naturalmente sottintende che l’obiettivo debba essere di ottima qualità ma ciò non basta: infatti, considerando gli effetti della diffrazione sulle aperture con lo spettro luminoso utilizzato, a questi livelli una chiusura dell’iride anche su valori medi penalizza il potere risolutivo in modo inaccettabile, e anche per questo è stato scelto di utilizzare il 15mm Minox solamente a tutta apertura 1:3,5, proprio per sfruttarlo ad un valore in cui le aberrazioni sono già ragionevolmente corrette ma la diffrazione non è ancora invasiva e consente la risoluzione necessaria; per sfruttare un simile potenziale occorre naturalmente un perfetto allineamento del sistema ottico (infatti è una delle priorità del progetto originale) e anche garantire che ogni porzione del negativo sia perfettamente a fuoco, condizione soddisfatta misurando la curvatura di campo residua dell’ottica e predisponendo un piano focale leggermente concavo con pressa-pellicola di identico profilo che incurvano leggermente il fotogramma, accoppiandolo in modo opportuno alla curvatura di campo dell’obiettivo e tenendo a fuoco simultaneamente ogni zona del campo; la stessa procedura è sfruttata anche nell’ingranditore dedicato che sfrutta la stessa ottica.

Come già visto, sul corpo macchina la corretta giacitura del film sul piano focale è promossa anche dal caricatore col film che si srotola in linea senza piegature nette.

 

 

2)  FRAME – riempire il fotogramma col soggetto principale per non dover tagliare in seguito

E’ ovvio che all’aumentare dell’ingrandimento la nitidezza sulla copia finale sarà inferiore (a parità di distanza di osservazione!); pertanto, qualora nella fotografia sia presente un soggetto principale chiaramente dominante e che giustifica in sé lo scatto, è buona norma avvicinarsi per escludere dettagli periferici inutili e riempire il fotogramma per quanto possibile con tale soggetto; questo eviterà in seguito di dover ingrandire di più per ritagliare elementi non necessari e re-inquadrare l’immagine.

 

 

3) IMPUGNATURA – attuare tutte le procedure per evitare mosso e micromosso

I libri di ottica ci mostrano come la curva MTF finale di un sistema sia condizionata non solo da quella fornita dall’immagine aerea dell’obiettivo ma anche dal contributo di fattori come la curva MTF caratteristica del film, il velo atmosferico, gli errori di fuoco e il micromosso; i manuali di istruzione Minox hanno sempre descritto in dettaglio le migliori posture per impugnarla correttamente durante lo scatto e le procedure per scattare la fotografia evitando questa deleteria variabile; occorre quindi la massima attenzione al micromosso perché può compromettere severamente la nitidezza finale.

 

 

4) SENSIBIBILITA’ DEI MATERIALI – più è bassa e migliore è il dettaglio

Un fotogramma piccolo come il Minox è sistematicamente soggetto a forti ingrandimenti (anche una stampina standard Minox Custom Service da 3×4”, circa 7x10cm, richiedeva già oltre 9x); pertanto è caldamente consigliabile utilizzare le pellicole di sensibilità più bassa perché garantiscono non soltanto la grana più fine (oggi, mutratis mutandis, a bassi ISO un sensore fornisce comunque la migliore gamma dinamica e pulizia, quindi il discorso resta valido) ma anche il massimo potere risolutivo, rinforzando la catena cinematica iniziata con un ottimo obiettivo usato abbastanza aperto per evitare la diffrazione e con un piano focale predisposto per tenere a fuoco l’intero fotogramma simultaneamente; per Minox esisteva anche lo speciale caricatore con pellicola Agfa Agepe FF per microfilm a 12 ASA che consentiva di sfruttare tutto questo ai suoi estremi limiti; con film poco sensibili l’uso di tempi lenti diventa frequente, e naturalmente in questi casi l’azienda suggeriva caldamente di sfruttare un treppiedi per non compromettere il risultato.

 

 

5) QUALITA’ OMOGENEA SEMPRE – anche nelle fasi di stampa

L’elevatissima risoluzione disponibile sul negativo sviluppato è solo una tappa intermedia del percorso. la sfida finale è quella di trasferirla senza perdite sulla stampa; un ingranditore convenzionale con le relative ottiche con focale adatta a formati superiori non prevede la precisione di allineamento, la planeità critica e la risoluzione necessari alla bisogna, pertanto l’azienda non si limitò a commercializzare speciali sviluppi finegranulanti che ottimizzavano le qualità delle pellicole Minox e anche una specifica tank con caricamento facilitato a luce diurna che consentiva di trattare in modo adeguato la minuscola pellicola ma si spinse oltre e commercializzò anche un ingranditore dedicato ed esplicitamente concepito per soddisfare le alte esigenze iniziali; tale ingranditore utilizza un obiettivo analogo a quello di ripresa, replicandone quindi la risolvenza perché parimenti lavorava a massima apertura 1:3,5, e anche il porta-negativi prevedeva la stessa sagoma concava presente sul corpo macchina, promuovendo quindi nuovamente una perfetta messa a fuoco del film, da centro a bordi, tutte caratteristiche che garantivano un risultato ottimale.

 

 

 

6) QUALITA’ FINALE GARANTITA DALL’AZIENDA – Minox Custom Service

Uno sviluppo a regola d’arte utilizzando reagenti appositi e la stampa con lo specifico ingranditore Minox erano i presupposti necessari per finalizzare il processo ed ottenere il massimo dal minuscolo fotogramma; per chi era poco avvezzo agli sviluppi casalinghi e non fosse in grado di allestire una camera oscura con l’ingranditore dedicato, l’azienda concepì il MInox Custom Service, ovvero una serie di laboratori perfettamente attrezzati e specificamente indirizzati al trattamento e alla stampa del materiale Minox, che fosse bianconero o negativo ed invertibile a colori, ai quali era possibile spedire le proprie pellicole in una speciale busta con servizi prepagati e ricevere indietro entro pochi giorni i film trattati e le eventuali stampe, il tutto realizzato a regola d’arte e a prezzi vantaggiosi; venne anche creata una sorta di garanzia sul numero minimo di stampe ottenibili per ogni caricatore.

Tutto questo evitava che procedimenti fai-da-te ad opera di maldestri amatori portasse a risultati non ottimali.

 

 

7) ESATTA MESSA A FUOCO – elemento fondamentale per la nitidezza finale

Tutti sappiamo che focheggiare correttamente è necessario, tuttavia in negativi da ingrandire pesantemente non è possibile ammettere tolleranze ed errori; siccome la Minox non prevede un telemetro o altri sistemi di riscontro e, viceversa, il suo obiettivo consente di arrivare fino a ben 20cm dal piano focale, l’azienda escogitò una soluzione ingegnosa e realizzò una catenella metallica che consentiva di assicurare l’apparecchio in cintura, guarnendola con una serie di borchie che fungevano in realtà da riferimenti di fuoco: lavorando a distanza ravvicinata, il fotografo tendeva la catenella fissata alla fotocamera con orientamento perpendicolare alla medesima, e gli elementi sulla catena stessa indicavano precise distanze di fuoco in un intervallo compreso fra 20cm e 60cm, ovvero il massimo allungo del braccio umano; questo espediente, coniugato all’estesa profondità di campo di un obiettivo da appena 15mm di focale, permetteva di ottenere immagini perfettamente a fuoco anche nel campo ravvicinato e venne sovente sfruttato anche dalle spie intente a riprodurre documenti sensibili.

Questa serie di considerazioni sono l’eredità che l’esperienza Minox 8×11 ci ha lasciato; nella maggioranza dei casi tali precetti possono essere applicati immediatamente da ciascuno di noi nella fotografia di tutti i giorni: non ci consentiranno di realizzare immagini più belle ma la rinnovata coscienza delle corrette procedure per sfruttare il potenziale disponibile ci permetteranno sicuramente di trovare nelle foto la massima nitidezza che il sistema da noi scelto può sostenere; quindi grazie Minox per la lezione odierna!

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

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