Minolta VFC 24mm 1:2,8

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; sul territorio nazionale il marchio Minolta non soltanto ebbe una diffusione commerciale inadeguata al potenziale ma ora pezzi davvero importanti del suo recente passato rischiano di scivolare nell’oblio di una damnatio memoriae immeritata, e per scongiurare questa eventualità proseguo con la disanima di prodotti significativi proposti dal brand di Osaka; il protagonista odierno è il grandangolare VFC Rokkor 24mm 1:2,8, obiettivo dalle caratteristiche uniche e che grazie alla rotazione di una ghiera connessa a flottaggi interni permetteva di annullare o controllare l’orientamento della curvatura di campo, adeguando la giacitura del piano di fuoco allo sviluppo tridimensionale del soggetto e alle sue esigenze di profondità di campo nitido; VFC è infatti l’acronimo di Variable Field Curvature e questa è la storia di tale importantissimo modello.

Anche in questo caso i contenuti e la correttezza delle informazioni sono supportati dalla disinteressata collaborazione dei noti esperti e collezionisti Minolta di livello mondiale Andrea Aprà e Maury Jacks di Austin (Texas), il cui contributo iconografico e documentale è stato fondamentale e che ringrazio di cuore, auspicando sinergie del genere in molte occasioni future.

L’avvento della nuova serie di ottiche MC Rokkor (sigla della serie, non indica multicoating), formalizzata nel 1966, dava inizio ad una lunga rincorsa per creare un sistema professionale destinato alla futura ammiraglia X1 / XM / XK che sarebbe arrivata nel 1973, una reflex a sistema concepita sul target delle celebri e affermate Nikon F ed F2, pertanto fu avviata la progettazione di una serie di nuove ottiche per coprire le varie focali disponibili, fra le quali anche quella strategica da 24mm, molto utilizzata all’epoca per il reportage e nella foto pubblicitaria.

 

 

Il primo grandangolare Rokkor con attacco SR e focale 24mm venne presentato alla Photokina di Colonia nell’Ottobre 1970; questo modello era denominato ufficialmente Minolta MC W.Rokkor – OJ 24mm 1:2,8 e la sigla OJ indica uno schema ottico costituito da 10 lenti in 8 gruppi (quindi con 6 lenti singole e 2 doppietti collati); quest’obiettivo non fu mai prodotto regolarmente in serie e conosciamo il suo aspetto dai report realizzati da giornalisti inviati alla Photokina e dai relativi articoli pubblicati su riviste dell’epoca, come questo ritaglio dall’edizione di Novembre 1970 della testata italiana “Click fotografiamo”; tale ottica, seppure mai commercializzata, venne mostrata anche su numeri di “Nippon Camera” del 10 Luglio e 20 Novembre 1971.

In realtà questo schema ottico iniziale a 10 lenti in 8 gruppi era un work in progress perché il suo ideatore, Toshinobu Ogura, stava contemporaneamente lavorando al rivoluzionario concetto del Variable Field Curvature, messo in atto variando lo spazio centrale fra i moduli principali di lenti, anteriore e posteriore.

 

 

Il brevetto originale giapponese per lo schema iniziale a 10 lenti del 24mm OJ venne consegnato il 24 Maggio 1971 (46° anno dell’era Showa), con un ritardo superiore a 6 mesi rispetto alla presentazione in Photokina di un obiettivo che fisicamente utilizzava già tale schema ottico, un posticipo probabilmente dovuto al fatto che tale brevetto include già le specifiche per il sistema VFC, e sebbene quest’ultimo non sia mai stato utilizzato su questo schema iniziale a 10 lenti, fu poi largamente sfruttato nella sua evoluzione a 9 lenti in 7 gruppi introdotta poco dopo sviluppandola dal modello a 10 elementi.

 

 

Come si può osservare, il brevetto preliminare giapponese definisce lo schema per il 24mm a 10 lenti e introduce già concetti come la separazione del gruppo ottico in 2 moduli principali il cui differente posizionamento reciproco altera la giacitura del piano di fuoco, incurvandolo a piacimento nello spazio.

 

 

Analizzando i dati grezzi di calcolo relativi al primo schema OJ a 10 lenti in 8 gruppi, si può osservare come il posizione L3 ed L4 (evidenziate) siano presenti 2 lenti realizzate con l’identico vetro Dense Crown; subito dopo una di queste lenti scomparirà e prenderà vita la struttura definitiva a 9 lenti in 7 gruppi.

 

 

Toshinobu Ogura richiese per conto di Minolta Camera Kabushiki Kaisha anche il corrispondente brevetto tedesco, depositato nel Maggio 1972, che consente di comprendere meglio i contenuti; in questo caso allo schema ottico iniziale OJ a 10 lenti ho affiancato in grafica anche quello del successivo e definitivo SI a 9 lenti, commercializzato sul 24mm Rokkor a partire dal 1973, e l’abbinamento consente di apprezzare come la configurazione ottica del nuovo schema derivi strettamente da quella precedente, riducendo il numero di lenti grazie all’eliminazione di uno dei 2 elementi anteriori descritti in precedenza; purtroppo Ogura-San effettuò questa evoluzione senza depositare un ulteriore brevetto specifico o altri dati, pertanto non abbiamo informazioni sui corrispondenti parametri geometrici e sui vetri ottici impiegati.

 

 

Analizzando le illustrazioni del brevetto si osserva come il tipico schema retrofocus del 24mm OJ a 10 lenti preveda un flottaggio interno all’altezza dello spazio D11, la cui variazione micrometrica gestisce non soltanto il normale flottaggio automatico alle brevi distanze (collegato alla ghiera di messa a fuoco) ma anche il controllo della curvatura di campo tramite una seconda ghiera appositamente predisposta.

Gli schemi in basso mostrano appunto la giacitura del piano di fuoco con lo spazio D11 pari a 0,223 (campo piano), 0,197 (piano convesso) e 0,257 (piano concavo); in parole povere, agendo sul controllo VFC il piano di fuoco si incurva nello spazio come una ciotola, portando i bordi ad un a distanza inferiore o superiore rispetto al centro; il documento mostra quindi come la funzione VFC fosse pronta e calcolata anche per la prima versione a 10 lenti già nel 1971, 4 anni prima dell’effettiva introduzione in commercio.

Un dettaglio di questi schemi risulta molto importante per comprendere il comportamento ottico caratteristico del 24mm 1:2,8 Minolta nell’uso pratico convenzionale: come si può notare osservando lo schema con VFC in posizione zero e obiettivo usato in modo convenzionale, (quello più in alto dei 3 proposti), il progettista per finalizzare una buona planeità di campo di partenza (fondamentale per gestire in modo avvertibile il VFC) ha dovuto accettare una certa quota di astigmatismo (coppie di curve che procedendo verso i bordi, dal basso all’alto, si separano fra loro a indicare una differente giacitura dei piani con dettagli in orientamento sagittale o tangenziale, cioè allineati o perpendicolari alla semidiagonale del formato); infatti astigmatismo e curvatura di campo sono 2 lembi della stessa coperta corta e spesso nei grandangolari occorre lasciare una certa quota di un’aberrazione per correggere meglio l’altra: molti fabbricanti preferiscono mantenere la curvatura per annullare l’astigmatismo, ottenendo un alto contrasto sul campo anche se con un piano di fuoco incurvato, mentre in questo caso specifico per introdurre la Variable Field Curvature Ogura-San ha dovuto giocoforza agire in modalità opposta, accettando un po’ di astigmatismo che è presente anche nella successiva versione a 9 lenti in 7 gruppi derivata da questa e, come vedremo, usata nei 24mm Minolta di serie per un decennio; l’astigmatismo peraltro venne puntualmente rilevato da chi ha eseguito test su queste ottiche, riconoscendolo responsabile per le minori prestazioni nelle zone periferiche rispetto all’asse.

Nell’interregno compreso fra l’MC W.ROKKOR – OJ 24mm 1:2.8 a 10 lenti mostrato in Photokina nell’Ottobre 1970 e il primo modello di produzione effettivamente commercializzato Toshinobu Ogura intervenne sul suo schema, eliminando la citata lente, ricalcolandolo complessivamente e creando la configurazione definitiva a 9 lenti in 7 gruppi; ignoro le ragioni che portarono a questa importante modifica in corsa quando il VFC era già stato previsto e calcolato per il tipo a 10 lenti, è possibile che con la nuova architettura gli effetti della regolazione VFC risultassero più netti ed efficaci ma è solo una mia ipotesi.

Un paio di ulteriori brevetti consentono di seguire i principi che scandirono l’evoluzione dei componenti meccanici delegati al flottaggio interno e le cui differenze potremo apprezzare nelle prossime sezioni dell’articolo.

 

 

Il primo brevetto (qui nella corrispondente versione tedesca) venne richiesto in Giappone da Shigeaki Sugano il 9 Luglio 1971.

 

 

Al suo interno sono contemplate sezioni meccaniche che prevedono ancora lo schema originale OJ a 10 lenti in 8 gruppi e mostrano ipotesi evolutive per il flottaggio interno collegato alla messa a fuoco ravvicinata (presente in ogni modello di 24mm 1:2,8 con tale schema, sia normale che con VFC aggiuntivo); queste proposte consentono di gestire le funzioni utilizzando soltanto 2 accoppiamenti filettati anziché 3, semplificando quindi la costruzione e contenendo i relativi costi.

Subito dopo la presentazione di questo documento un altro tecnico della casa di Osaka a sua volta specializzato nel design meccanico degli obiettivi, Kyozo Uesugi, verificò sperimentalmente che delegare ad accoppiamenti filettati rotanti la gestione del flottaggio interno nel sistema ottico poteva comportare tolleranze meccaniche accettabili nel movimento di un sistema ottico “rigido” nella sua interezza ma troppo elevate per la precisione richiesta dal flottaggio interno.

 

 

Pertanto Uesugi-San depositò in Giappone un nuovo brevetto in data 7 Agosto 1972 (per facilità di lettura utilizzeremo invece la versione statunitense), e in questo documento propone una modifica al sistema di avanzamento differenziato delle lenti per escludere il rischio di tolleranze eccessive.

 

 

In questo progetto l’avanzamento del modulo avviene in linea grazie allo scorrimento di 2 cannotti cilindrici coassiali accoppiati con estrema precisione, e il movimento è impresso dalla rotazione di camme all’interno di asole a profilo inclinato; come vedremo in seguito, tale modifica compare nei modelli VFC di serie mentre è ancora esclusa dai prototipi, evidentemente conformati alle proposte precedenti di Shigeaki Sugano.

Quest’ultimo brevetto è molto importante anche perché finalmente compare lo schema ottico evoluto, il tipo SI a 9 lenti in 7 gruppi che verrà poi utilizzato nella serie; siccome il brevetto di Sugano del Luglio 1971 contempla ancora lo schema a 10 lenti in 8 gruppi e quello di Uesugi dell’Agosto 1972 prevede invece quello nuovo a 9 lenti in 7 gruppi, si può arguire che Ogura-San modificò la struttura ottica dell’obiettivo in un periodo compreso fra metà 1971 e metà 1972.

 

 

Il primo 24mm 1:2,8 ad entrare in produzione utilizzava quindi il nuovo schema a 9 lenti in 7 gruppi ed era una versione normale, già flottante ma priva del sistema VFC per controllare la curvatura di campo; ecco i vari modelli caratterizzati dallo schema “9/7” condiviso con il VFC ma privi di tale caratteristica.

– Minolta MC W.Rokkor – SI 1:2,8 f=24mm – commercializzato nel Maggio 1973 con barilotto in stile MC-X, ghiera di messa a fuoco con rivestimento gommato a prismi e codice interno 0610; di questa versione esiste un prototipo con matricola 2000001 e ghiera di messa a fuoco con rilievi alternati a sbalzo, insolitamente realizzati con un materiale sintetico gommoso anziché metallo;

– Minolta MC W.Rokkor / MC W.Rokkor-X 1:2,8 f=24mm (primi esemplari – SI, poi omesso) – introdotto nel 1974, inizia la differenziazione con la denominazione Rokkor-X per il mercato nordamericano e in questo anno la sigla SI che indica 9 lenti in 7 gruppi viene eliminata, seguendo la policy di tutto il corredo; il codice interno è 0610 per il Rokkor e 0610-300 per il Rokkor-X destinato al Nordamerica (come l’esemplare in foto); in questa fase dal 1974 al 1976 il peso dell’obiettivo si riduce progressivamente, tradendo la sostituzione di componenti metalliche con plastica e passando da quasi 400g a circa 275g;

– Minolta MD W.Rokkor / MD W.Rokkor-X 1:2,8 f=24mm – lanciato nel Luglio 1977 con codice 0610-500 per il Rokkor e 0610-700 per il Rokkor X; segue lo stile MD I con nuova tacca di accoppiamento MD;

– Minolta MD W,Rokkor / MD W.Rokkor-X 24mm 1:2,8 Ø 55mm – introdotto nel 1978, analogo al precedente con stessi codici; passa allo stile MD II e la scritta anteriore che nell’MD I era 1:2.8 f=24mm diviene 24mm 1:2.8 Ø 55mm;

– Minolta MD W,Rokkor / MD W.Rokkor-X 24mm 1:2,8 Ø 55mm nuova versione – presentato sempre nel 1978; segue sempre lo standard MD II ma il peso si riduce ulteriormente a 215g e la parte inferiore del barilotto appare svasata, più larga presso la baionetta e più stretta vicino alla ghiera di messa a fuoco; si tratta di una vistosa revisione del barilotto e infatti anche i codici cambiano, passando a 0684-100 per i Rokkor e 0684-300 per i Rokkor-X;

Questo è l’ultimo modello ad utilizzare lo schema a 9 lenti in 7 gruppi poi condiviso anche con il modello VFC che sarà il protagonista dell’articolo, perché già a partire dal Giugno 1981 il Rokkor 24mm 1:2,8 normale approderà ad una versione in stile MD III che utilizza un nuovo schema a 8 lenti in 8 gruppi, sempre flottante.

Appare evidente che il sistema Variable Field Curvature, sebbene già compitamente descritto nel brevetto del 1971, deve avere richiesto una lunga gestazione e messa a punto, specialmente per la complicata meccanica, e questo spiega perché il relativo schema evoluto “9/7” abbia inizialmente esordito sul Rokkor 24mm 1:2,8 in versione convenzionale; in realtà il primo prototipo dell’obiettivo con sistema VFC applicato vedrà la luce solamente nel 1974.

 

 

Il Minolta VFC 24mm 1:2,8 (qui rappresentato dal prototipo matricola 2000035 e da un esemplare di serie del tipo MC-X) segue naturalmente la style policy delle serie Rokkor alle quali appartiene ma si distingue per la presenza di una ghiera supplementare nella parte anteriore che può essere ruotata in entrambe le direzioni, allineando il suo punto di fede a riferimenti colorati che identificano l’entità della curvatura di campo positiva o negativa volutamente introdotta.

Siccome la diversa giacitura nello spazio tridimensionale che i bordi assumono con tale operazione modifica di fatto anche la profondità di campo a fuoco, nella parte inferiore sono presenti degli indici supplementari accanto a quelli normalmente sfruttati con VFC a zero, e i loro colori si accoppiano con i riferimenti della ghiera VFC anteriore e consentono di apprezzare sulla ghiera di fuoco il limite effettivo di profondità di campo con il settaggio correntemente impostato; naturalmente le regolazioni e gli indici sono doppi, a seconda dell’orientamento scelto per la curvatura di campo.

Anche in questo caso cerchiamo di organizzare una tassonomia delle varie versioni avvicendatesi.

– Minolta VFC Rokkor – SI 1:2.8 f=24mm prototipo matricola 2000035 – esemplare iniziale del 1974 (a sinistra nella foto) con caratteristiche peculiari che vedremo in seguito nel dettaglio;

– Minolta VFC Rokkor-X 1:2.8 f=24mm prototipo matricola 2000003 – esemplare del 1974 che risulta più moderno del precedente nonostante il seriale ed è privo della sigla SI (9 lenti in 7 gruppi), indicando una produzione del 1974 più tarda rispetto al prototipo 2000035 che invece lo precede;

– Minolta MC VFC Rokkor / Rokkor-X 1:2.8 f=24mm – primo modello di serie (come l’esemplare a destra in foto), lanciato nell’Aprile 1975; i codici sono 0615 per i Rokkor e 0615-300 per i Rokkor-X e quest’obiettivo vince subito “The International Honorary Mention” alla INTERKAMERA in Praga (The centre for international cooperation in the field of audiovisual engineering and art in Prague).

– Minolta MD VFC Rokkor / Rokkor-X 1:2.8 f=24mm – lanciato nel Settembre 1977 si uniforma allo stile MD I e i codici previsti sono 0615-500 per i Rokkor e 0615-700 per i Rokkor-X;

– Minolta MD VFC Rokkor / Rokkor-X  24mm 1:2,8 Ø 55mm- introdotto nel 1978, passa allo stile MD II con la scritta anteriore modificata da 1:2.8 f=24mm a 24mm 1:2.8 Ø 55mm; i codici sono 0615-500 per i Rokkor e 0615-700 per i Rokkor-X e ogni altro dettaglio è identico al tipo del 1977 (è ragionevole pensare che la produzione dei tipi MD I ed MD II del 1977 1978 rientrasse in un singolo lotto, poi aggiornato cambiando semplicemente la ghiera frontale);

– Minolta MD VFC 24mm 1:2,8 – introdotto nel Gennaio 1982, è conforme allo standard MD III, quindi scompaiono le denominazioni Rokkor e Rokkor-X e la montatura anteriore può accettare un paraluce ad innesto rapido; il nuovo codice è 0615-800 e questa costituisce l’ultima evoluzione del 24mm VFC; purtroppo dai dati disponibili non è possibile definire il momento in cui uscì dal mercato, probabilmente per esaurimento scorte.

 

 

La produzione del 24mm 1:2,8 VFC si può riassumere come segue;

  • modello MC-X: circa 3.000 pezzi;
  • modello MD I: circa 2.500 pezzi;
  • modello MD II: circa 500 pezzi;
  • modello MD III: circa 2.000 pezzi;

per un totale di 8.000 esemplari; siccome i modelli MD I ed MD II sono formalmente identici a parte una scritta nella ghiera frontale, facile da sostituire, come anticipato è opinione comune che entrambi corrispondano ad un singolo lotto di 3.000 pezzi, a 500 dei quali sarebbe stata sostituita la ghiera frontale per aggiornarli ad MD II.

Un distinguo per i filtri anteriori, sempre da 55mm; nelle versioni 24mm 1:2,8 con schema “9/7” convenzionali, privi di VFC, la ghiera filettata anteriore ruota durante la messa a fuoco (problema eliminato con il modello del 1981 a schema “8/8”, la cui ghiera con attacco filtri resta stazionaria durante la messa a fuoco e ruota solamente la lente frontale all’interno della montatura), mentre gli obiettivi 24mm 1:2,8 con VFC prevedono tutti la ghiera anteriore fissa (a ruotare con l’azionamento del VFC è solo la lente anteriore, mentre focheggiando tutto resta statico); in quest’ultimo caso fa eccezione il prototipo 2000035, la cui parte frontale è solidale alla ghiera di fuoco e ruota con essa.

Passiamo ora in rassegna l’interessantissimo prototipo 2000035 del 1974 che, nonostante quella numerazione, in pratica costituisce la versione di VFC con caratteristiche più “primitive” attualmente nota.

 

 

Nella parte frontale le differenze interessano le scritte, e troviamo VFC ROKKOR – SI anziché MC VFC ROKKOR (o ROKKOR-X) come nel primo modello di serie del 1975; naturalmente anche la matricola è particolare ed identifica l’esemplare come prototipo.

Questo prototipo è l’unico esemplare di VFC noto ad utilizzare la sigla SI che definiva lo schema ottico, il cui uso venne derubricato appunto nel corso del 1974.

 

 

La meccanica del 2000035 prevede molti dettagli peculiari che lo differenziano dal modello di serie dell’anno successivo: la ghiera anteriore ruota assieme a quella di messa a fuoco, la zigrinatura della ghiera VFC applicata per migliorare la presa risulta differente, la piastrina adesiva con il profilo di curvatura di campo è stata perduta nel corso degli anni, i riferimenti per il controllo della curvatura di campo abbinati alla ghiera VFC sono più numerosi rispetto alla serie e distribuiti su un campo più ampio, la ghiera VFC avanza e arretra in modo solidale con quella di messa a fuoco (mentre nel modello di serie i due elementi si distanziano), il rivestimento gommato è più ampio e prevede 4 fasce a prismi anziché 3, il settore con le distanze di messa a fuoco è più largo e strombato a tronco di cono, la grafica con gli indici di profondità di campo normali o con VFC è compressa in uno spazio minore, il riferimento per l’allineamento utilizza ancora un punto smaltato perché all’epoca della produzione la pallina in rilievo non era ancora entrata in gioco, gli indici speciali per la profondità di campo col VFC sono in numero superiore rispetto alla serie (notate anche il riferimento della curvatura di destra mancante) e la ghiera del diaframma è satinata cromo con numeri neri.

 

 

Le viste laterali evidenziano la maggiore estensione degli indici colorati sotto la ghiera VFC anteriore; la vite nera che si nota a sinistra sulla ghiera satinata del diaframma consentiva di eliminare i click-stop sui valori interi.

 

 

Questa immagine mostra la fondamentale differenza meccanica fra il prototipo 2000035 del 1974 e un modello MC-X di serie: si può infatti notare che passando dalla messa a fuoco su infinito a distanze ravvicinate tutta la montatura anteriore del prototipo con ghiera VFC ruota e avanza assieme alla ghiera di messa a fuoco, e di conseguenza anche il punto di allineamento per la regolazione VFC non si trova più in posizione centrale ma si sposta lateralmente, rendendo difficili le operazioni, senza contare che la trazione sul comando VFC può facilmente trascinare anche la ghiera per la messa a fuoco, modificando la distanza impostata preventivamente.

Nell’esemplare di serie, invece, la ghiera di messa a fuoco e il cannotto anteriore con la ghiera VFC e l’attacco per i filtri sono 2 elementi distinti, e passando a distanze brevi la ghiera di messa a fuoco non si sposta, mentre il barilotto anteriore con la ghiera VFC avanza in linea, senza alcuna rotazione né per l’attacco filtri né per la ghiera VFC stessa, mantenendo il punto di allineamento di quest’ultima sempre al centro.

Questa miglioria rende le operazioni molto più agevoli ma ha anche comportato la riprogettazione della meccanica, utilizzando soluzioni più complesse che possiamo analizzare grazie al certosino lavoro di Maury Jacks.

 

 

Questi sono gli elementi principali che costituiscono il Minolta MC VFC Rokkor 1:2.8 f=24mm; i componenti più in alto sono quelli che sovrintendono alla messa a fuoco e ai flottaggi per il VFC e vi prego di notare i 2 pin sotto la ghiera in alto a destra, avvitabili alla medesima grazie alla filettatura prevista e alle tacche per cacciavite all’estremità: questo dettaglio consentirà di comprendere la procedura di assemblaggio descritta in seguito; notate anche i 2 moduli principali di lenti, anteriore e posteriore, già pre-assemblati in castoni.

 

 

Il sistema meccanico per la Variable Field Curvature del prototipo 2000035 doveva esplorare le potenzialità di questo nuovo universo e quindi venne progettato semplificando la struttura e accettando il fatto che la ghiera VFC ruotasse assieme a quella di messa a fuoco, impedimento perdonabile in un prototipo.

In questo caso l’elemento 2 è statico e fissato alla montatura, la filettatura esterna di 3 si avvita a quella interna di 2 mentre il modulo posteriore di lenti 1, a sua volta, si accoppia col proprio filetto esterno a quello interno di 3; la ghiera di messa a fuoco è collegata a 3 e il modulo anteriore di lenti 4 accoppia il proprio filetto esterno a quello interno di 3; nell’assemblaggio finale la rotazione di 4 sotto impulso della ghiera VFC svita il modulo allontanandolo da 1 per finalizzare il controllo della curvatura di campo, tuttavia 4 è montato su 3, e quando quest’ultimo ruota durante la messa a fuoco anche il sistema VFC lo segue.

 

 

Nel modello di serie le corrispondenti strutture meccaniche sono invece più complesse e radicalmente differenti: in questo caso l’elemento statico solidale alla montatura è 1, il filetto esterno posteriore di 2 si avvita a quello interno di 1 e la ghiera di messa a fuoco viene allacciata a 2; l’elemento 3 è solidale a 2 e ruota con esso grazie a 4 pin leggermente sporgenti da 2 che si agganciano a corrispondenti aperture su 3; il modulo di lenti posteriore 4 passa attraverso 3 e la sua filettatura esterna si accoppia a quella interna di 2: ora le asole A di 4 sono in corrispondenza delle asole B di 3 (queste ultime seguono un profilo inclinato); l’elemento 5 entra in 4 e i suoi pivot esterni, preventivamente svitati, vengono poi riavvitati attraverso le aperture B ed A, rendendole accoppiate; infine, il modulo di lenti anteriore 6 si avvita a 5 abbinando il proprio filetto esterno a quello interno di 5.

In questo caso la complessa meccanica consente un avanzamento rettilineo e tale caratteristica mantiene allineata la ghiera VFC a qualsiasi distanza, una fondamentale miglioria rispetto al prototipo che consentiva inoltre di minimizzare le tolleranze meccaniche del flottaggio, come visto in precedenza analizzando il brevetto di Kyozo Uesugi.

 

 

In questa immagine, osservando l’assemblato del modello MC-X di serie, si può apprezzare come azionando il VFC in entrambi i sensi il modulo anteriore avanzi progressivamente (parte satinata cromo che emerge dal resto del sistema), mentre il gruppo di lenti posteriore resta stazionario nella stessa posizione modificando lo spazio interposto fra i due gruppi; questo comportamento si replica anche a distanza ravvicinata, semplicemente partendo da un assetto in cui tutto il gruppo di 9 lenti risulta più avanzato rispetto a prima.

 

 

L’esclusivo sistema Variable Field Curvature divenne naturalmente un fiore all’occhiello della produzione Minolta e le brochure dedicavano ampio risalto a questa geniale sofisticazione tecnica, come nel caso di questo catalogo generale statunitense 1981-82 che illustra graficamente in modo chiaro le manipolazioni su piano di messa a fuoco e profondità di campo consentite dalla regolazione VFC, ricordando anche la possibilità di utilizzare l’obiettivo come un 24mm convenzionale, a regolazione azzerata.

 

 

E’ importante ricordare che il sistema VFC fu applicato da Minolta anche allo speciale Rokkor 35mm 1:2.8 Shift CA, un leggero grandangolare che abbinava il decentramento sui 2 assi al sistema per il controllo della curvatura di campo (introdotto, in questo caso, per controllare la profondità di campo quasi come se il modello consentisse anche il basculaggio, forse per rispondere al modello Canon FD 35mm 1:2,8 TS); quest’obiettivo era un vero concentrato di tecnologie, ivi compreso il diaframma automatico anche con shift applicato (grazie ad un sistema di controllo analogo ad un cavo Bowden per freni da bicicletta miniaturizzato), e il vero limite è la focale 35mm, con angolo di campo troppo modesto per molte esigenze della foto di architettura.

 

 

E’ possibile che si sia arrivati a condividere il VFC anche con questo 35mm 1:2,8 perché, considerando il cerchio suo di copertura maggiorato necessario ai decentramenti, in realtà lo schema di questo 35mm equivale a quello di un 24mm, e osservando la sezione dei relativi gruppi ottici si nota come siano praticamente identici, pertanto Minolta sfruttò una sinergia produttiva, trasferendo nel 35mm Shift CA le esperienze già maturate col 24mm VFC ed ottenendo i proverbiali due piccioni con una fava.

 

 

Questo è lo schema ottico “9/7” utilizzato sui 24mm 1:2,8 Rokkor tradizionali dal 1973 al 1981 e sulle versioni VFC prodotte da metà anni ’70 fino a data imprecisata nel decennio successivo; purtroppo, come detto, non esiste un brevetto o un documento ufficiale che riporti le esatte caratteristiche di progetto di questo schema definitivo, pertanto dovrò rinunciare alla consueta analisi dei vetri ottici impiegati.

 

 

Questo schema mostra la serie di movimenti e flottaggi che interessano le lenti del 24mm VFC in funzione: durante la messa a fuoco da infinito a distanze brevi tutto il gruppo ottico avanza ma simultaneamente il modulo anteriore si avvicina leggermente a quello posteriore col flottaggio automatico di fuoco (e viceversa passando da distanze minime a infinito), mentre a prescindere dalla regolazione descritta in precedenza se attiviamo la ghiera VFC nei 2 sensi avremo un ulteriore movimento avanti o indietro del modulo anteriore: in sostanza lo spazio interposto fra i moduli gestisce la curvatura di campo, e il flottaggio di fuoco la tiene sotto controllo a valori minimi mentre cambia il tiraggio meccanico del sistema modificando la distanza impostata, mentre la ghiera VFC altera questo spazio manualmente e con escursione più ampia, permettendo quindi di introdurre volutamente curvatura positiva o negativa.

 

 

L’efficacia del sistema VFC con un certo tipo di soggetti è bene evidenziata da queste immagini di prova prodotte da Maury Jacks con il prototipo matricola 2000035 utilizzato a tutta apertura 1:2,8 e scattando a distanza sostanzialmente ravvicinata; nel primo caso, con VFC a zero, la messa a fuoco tradizionale con campo piatto non riesce a tenere in profondità di campo gli elementi più vicini all’estremità dell’immagine, che risultano sfuocati; producendo un piano di fuoco concavo che segue il profilo dei soggetti (seconda immagine), troviamo invece tutti gli elementi regolarmente a fuoco, nonostante l’apertura 1:2,8 che teoricamente non avrebbe fornito la profondità di campo necessaria; infine (terza immagine), una regolazione “sbagliata” del VFC con piano di fuoco convesso allontana ancora di più il punto di massima nitidezza ai bordi dal soggetto stesso, e le fotocamere all’estremità dell’immagine sono decisamente sfuocate.

Un elemento che rende ancora più interessante lo schema ottico “9/7” utilizzato nel VFC riguarda la famosa join venture fra Leitz e Minolta formalizzata nell’Aprile 1971, proprio quando Toshinobu Ogura stava evolvendo lo schema del 24mm OJ a 10 lenti nella versione definitiva a 9 elementi; nell’ambito della reciproca collaborazione, a Wetzlar manifestarono la necessità di completare la gamma di ottiche per Leicaflex con modelli ancora mancanti, fra i quali anche un grandangolare da 24mm, e si trovò rapidamente un accordo che prevedeva la fornitura da parte di Minolta dei gruppi completi relativi al suo 24mm 1:2,8 nella nuova configurazione “9/7”, elementi che costituivano la parte ottica del Leitz Elmarit-R 24mm 1:2,8 commercializzato a partire dal 1974

 

 

In molti si sono chiesti perché la versione Leitz non prevedesse il sistema VFC presente invece sull’obiettivo Rokkor che sfruttava lo stesso schema ottico, tuttavia – al di là di dietrologie sul desiderio di conservare in esclusiva tale tecnologia – la risposta più semplice sta nelle date: se l’Elmarit-R finito arrivò sui banchi di vendita nel 1974 l’accordo di fornitura doveva essere ben precedente, e a quel tempo nemmeno ad Osaka avevano ancora in produzione la versione VFC, solo ipotizzata teoricamente, ma anche Minolta all’epoca commercializzava una versione convenzionale e priva di tale miglioria.

L’assenza di una data certa per l’uscita di produzione del 24mm VFC Rokkor e del relativo schema “9/7” fa sorgere un problema proprio con questa fornitura a Leitz, dal momento che l’ultimo modello MD III fu lanciato a Gennaio 1982, poi lasciandolo a listino fino all’esaurimento dei 2.000 pezzi prodotti, mentre la versione Leitz Elmarit-R 24mm 1:2,8 con codice 11221 e gruppi di lenti forniti da Minolta fu disponibile fino al 1990, quando venne sostituita da un’altra con codici diversi (11257 dal 1990 al 1996 e quindi 11131 con codifica ROM dal 1996 fino addirittura al 2006) che, asseritamente, prevedeva il gruppo ottico prodotto direttamente da Leica, previo leggero aggiustamento per sostituire alcuni vetri proprietari Minolta non disponibili in altri cataloghi.

Tralasciando questo secondo dettaglio, è ipotizzabile che con il VFC Rokkor MD III del 1982 sia stato creato un singolo lotto di 2.000 esemplari fin dalle prime fasi, interrompendo poi la produzione per uso interno, mentre il partner/cliente Leitz ha continuato ad utilizzare quei gruppi ottici prodotti in Giappone almeno fino alla fine del decennio, creando una incongruenza temporale difficile da spiegare, a meno che a Wetzlar, apprendendo dell’intenzione di sospendere la produzione di quel nocciolo ottico “9/7”, non abbiano ordinato per tempo uno stock col quale supplire alle esigenze future, tuttavia dal 1982 al 1989 risulta una produzione di 1.000 obiettivi Elmarit-R 24mm 1:2,8 all’anno, quindi ben 8.000 gruppi ottici completi; naturalmente l’azienda di Osaka aveva il potenziale per soddisfare una simile richiesta in una singola soluzione, tuttavia tale “fornitura” corrisponderebbe all’intera produzione del 24mm VFC in tutte le serie, quindi l’ipotesi resta strana e una risposta definitiva potrebbero darla solamente soggetti all’epoca direttamente coinvolti nella questione.

 

 

Peraltro, affiancando lo schema ottico originale del Minolta VFC Rokkor del 1975 con quello dell’Elmarit-R ultima serie, pubblicato da Leica nel 2002, possiamo osservare che la loro struttura risulta visivamente identica, quindi anche al netto degli aggiustamenti eventualmente necessari per sostituire vetri specifici Minolta con versioni commerciali simili ma non identiche e proseguire la produzione autarchicamente, Leica ha effettivamente mantenuto la configurazione originale “9/7” dell’ottica Minolta fino agli ultimi esemplari distribuiti, quando il corrispondente Rokkor era ormai fuori produzione da vent’anni e più.

Il VFC Rokkor 24mm 1:2.8 è stato un obiettivo molto particolare e all’epoca quasi tutte le testate giornalistiche del settore hanno omesso di sottoporlo a prove, con la consueta eccezione de “il Fotografo” – Mondadori, rivista evidentemente ben supportata economicamente che in anni in cui certi importatori distribuivano le ottiche col contagocce, e le pubblicazioni concorrenti lottavano per avere un obiettivo da provare, era invece in grado di testare mensilmente svariati esemplari del sistema designato; a inizio anni ’80 ebbe quindi modo di provare anche il 24mm 1:2,8 VFC e il discorso si fa interessante perché all’epoca, in altra occasione, sottopose ad un test analogo anche la versione Elmarit-R 24mm 1:2,8 di Leitz, e proprio il tipo che veniva assemblato con gruppi ottici originali Minolta arrivati dal Giappone, quindi con rendimento ottico teoricamente sovrapponibile.

Naturalmente vanno rimarcati come di consueto i limiti di questo sistema di test basati sulla valutazione del potere risolvente tramite mire ottiche con trama sempre più fine, i cui risultati sono inevitabilmente influenzati da curvatura di campo e astigmatismo più di quanto tali aberrazioni penalizzino realmente nell’uso pratico, mentre i valori di risoluzione massima indicati senza il contrasto residuo al quale vengono letti forniscono solo un’indicazione parziale e incompleta sul comportamento dell’ottica.

 

 

Il test in parallelo di Minolta VFC e Leitz Elmarit-R è comunque interessante perché realizzato con identica metodologia, quindi le differenze eventualmente riscontrate sono reali, quantomeno nell’ambito della struttura formale del test con le controindicazioni appena descritte e limitatamente alla resa dei 2 esemplari utilizzati.

Innanzitutto si nota il diverso tono dei giudizi, trionfalistico per Minolta e molto severo per Leitz, quando in realtà i valori assoluti complessivi non sono molto dissimili (e certo non dovrebbero esserlo, trattandosi dello stesso gruppo ottico); in entrambi i casi viene rilevata una evidente presenza di astigmatismo, e in questo mi riallaccio alle considerazioni iniziali sulla necessità progettuale di accettarlo per compensare la curvatura di campo e garantire una piano di messa a fuoco piatto da sfruttare con VFC in posizione zero.

Il comportamento generale è quello caratteristico di un grandangolare retrofocus di progettazione non modernissima (ricordiamo che venne finalizzato intorno al 1971-72), con zone centrali molto brillanti e una fisiologica caduta procedendo verso i bordi, presente anche ai diaframmi centrali di migliore rendimento; tuttavia nel Minolta VFC assistiamo ad una sovra-correzione dei bordi estremi, che da 1:4 ad 1:11 superano i valori misurati a 2/3 di campo, mentre nell’Elmarit-R della prova questo non avviene e le zone marginali rimangono su valori modesti e ben lontani da quelli centrali.

Ribadendo che in teoria i gruppi ottici utilizzati sono identici ed usciti dalla stessa linea di produzione, la spiegazione di questo comportamento potrebbe eventualmente risiedere in una diversa regolazione della curvatura di campo, con il piano di fuoco ai bordi del Minolta VFC più vicino a quello del centro utilizzato per la focalizzazione iniziale rispetto a quanto non avvenga nel Leitz; premesso che comunque il Minolta venne testato con VFC a zero, sappiamo che la gestione dello spazio d’aria fra i 2 moduli di lenti principali modifica la curvatura del piano di fuoco (infatti è il principio di funzionamento del VFC), ed ipotizzo che magari nell’Elmarit-R assemblato a Wezlar i 2 moduli di lenti arrivati dal Giappone siano stati spaziati in modo leggermente diverso rispetto a quanto troviamo in questo esemplare di VFC Rokkor con relativa ghiera in posizione zero di campo piatto, giustificando un piano di fuoco ai bordi a distanze diverse che su mire piane portano a queste letture.

Il comportamento dell’Elmarit-R con gruppi ottici Minolta può sembrare non all’altezza del blasone ma occorre innanzitutto considerare l’anzianità del modello e in ogni caso anche altri wide spinti del corredo Leicaflex d’epoca, come l’autarchico Elmarit-R 19mm 1:2,8 o il Super-Angulon-R 21mm 1:4 by Schneider, sottoposti a queste prove fornivano risultati dello stesso tipo, con zone centrali eccelse e bordi invece fatalmente indietro.

Le differenze qui visibili in prove su 2 gruppi ottici teoricamente gemelli inducono altresì a ragionare sugli effetti delle tolleranze di produzione e di regolazione individuale dell’obiettivo assemblato, rafforzando la mia convinzione che ogni esemplare faccia storia a sé e che nell’acquisto sia sempre necessaria anche un po’ di fortuna.

 

 

Infine, Leica produsse diagrammi MTF (trasferimento di modulazione del contrasto) relativi all’Elmarit-R 24mm 1:2,8 di ultima generazione, quello teoricamente prodotto in casa al 100%, misurando il contrasto residuo con lo standard Zeiss, quindi a tutta apertura e con 2 f/stop di chiusura del diaframma (1:2,8 e 1:5,6), dal centro (sinistra) ai bordi (destra) e definendolo a 4 differenti frequenze spaziali di riferimento (5, 10, 20 e 40 cicli/mm); ad ogni frequenza spaziale sono generate 2 curve gemelle, una che misura il contrasto delle mire con linee parallele alla semidiagonale (lettura sagittale, linea continua) e l’altra con linee perpendicolari alla stessa semidiagonale (lettura tangenziale, linea tratteggiata); naturalmente la curva con appena 5 cicli/mm è quella più alta, e via a seguire con le altre.

A tutta apertura 1:2,8 le curve indicano un’evidente differenza fra il centro del fotogramma, già eccellente, e il resto del campo, che degrada vistosamente e regolarmente fino ai bordi estremi; sembra un comportamento deludente ma è analogo a quello di altri famosi wide dell’epoca come il Carl Zeiss Distagon 25mm 1:2,8; passando ad 1:5,6 si può notare come la curva in lettura sagittale preveda un’impennata ai bordi rispetto alle aree a 2/3 di campo (la lettura più scarsa della corrispondente curva tangenziale è eventualmente dovuta al citato astigmatismo, che mette fuori fuoco il piano delle mire ad orientamento perpendicolare alla semidiagonale, dando vita a tale aberrazione), ed il comportamento crea quindi la sovracorrezione dei bordi che abbiamo notato nel VFC Rokkor del precedente test, confermando come in teoria il comportamento dell’Elmarit-R dovrebbe essere analogo a quello del Minolta e i bordi più fiacchi dell’esemplare provato forse dipendevano dalla messa a punto degli spazi in fase di produzione.

Il VFC Rokkor 24mm 1:2,8 è stata un’altra pietra miliare della produzione Minolta nell’epoca d’oro della fotografia reflex 35mm, e costituiva un modello versatile e utile non soltanto per fotografi creativi ma anche in molte situazioni spicciole per foto ravvicinate o di interni dove il controllo della curvatura di campo facesse la differenza, senza contare l’impiego convenzionale come grandangolare medio-spinto e VFC disabilitato; la sua valenza storica è ulteriormente amplificata dal trapianto del suo nocciolo ottico in montatura Leitz, da momento che il relativo Elmarit-R 24mm 1:2,8 ha rappresentato un elemento fondamentale e molto diffuso del corredo Leicaflex – Leica R fino alla sua scomparsa dal mercato, dettaglio che ha prolungato idealmente la vita utile dello schema “9/7” di Ogura-San per molti anni dopo l’uscita di produzione della versione Minolta, valicando di slancio le 3 decadi; è quindi un pezzo sicuramente assai interessante per il collezionista del brand di Osaka ma anche per fotografi moderni che vogliano e sappiano sfruttare l’esclusivo sistema VFC (lo ricordo, presente anche nel Rokkor 35mm 1:2,8 Shift CA) per immagini con insolita manipolazione dei piani di fuoco e della profondità di campo.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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