Continua dalla prima parte.

 

 

L’illustrazione generale presente nel documento indica il range di incrocio con le quantità dei 3 componenti principali all’interno del quale si collocano i vetri proposti, e il tipo 900/1 che entrò in produzione è definito dalla grafica aggiuntiva rossa.

Siano quindi giunti al termine di un processo evolutivo che dalla seconda metà degli anni ’50 si protrasse fino al 1966, quando il vetro 900/1 venne definitivamente concretizzato e avviato alla fusione per il successivo impiego negli obiettivi; come già ampiamente anticipato, la produzione di questo materiale presso la vetreria interna di Wetzlar venne interrotta intorno al 1978, forse per le difficoltà e i costi inerenti, imponendo di aggiornare il Noctilux-M 50mm 1:1 allora in commercio con un materiale analogo ma acquistato esternamente.

Per fortunata coincidenza, in questa fase la vetreria giapponese Ohara Kogaku stava mettendo a punto proprio un vetro Lanthanum Dense Flint con simili caratteristiche, e possiamo seguirne la genesi grazie al relativo brevetto che sono riuscito ad individuare.

 

 

Tale materiale venne sviluppato per la Ohara di Sagamihara dai chimici Fujio Komorita e Muneo Nakahara e la richiesta per questo brevetto statunitense venne depositata il 12 Dicembre 1977; il progetto si riprometteva di creare vetri con tali caratteristiche rifrattive/dispersive facendo a meno di sostanze tossiche o pericolose come ossido di torio, cadmio e berillio, mentre nella selezione dei Lantanidi effettuata dai tecnici spicca per originalità l’utilizzo di ossido di gadolinio in cospicua quantità, un materiale che a sua volta prevede in forma isolata un indice di rifrazione molto elevato e nell’intorno di 2,15 – 2,28.

 

 

Il documento sottende a sua volta un lungo e certosino lavoro e proprio l’ultima delle 31 mescole descritte, tutte relative a vetri con alta rifrazione/bassa dispersione, definisce valori rifrattivi e dispersivi congruenti al target di nostro interesse; questa formulazione verrà poi utilizzata per il Lanthanum Dense Flint che nel Noctilux-M 50mm 1:1 andò a sostituire il vetro Leitz 900403 a partire dal 1978.

 

 

Questo vetro, poi noto come Ohara LASF08 e S-LAH58, includeva il 4% di silice, il 13,5% di ossido di boro, il 32% di ossido di lantanio, il 27% di ossido di gadolinio, il 14% di ossido di tantalio, il 4,5% di ossido di tungsteno e il 5% di ossido di zirconio; Ohara è lo storico fornitore di vetri al brand Canon e vari obiettivi speciali e superluminosi da lui prodotti all’epoca includono lo stesso materiale.

 

 

Ripercorrendo quindi la storia e l’utilizzo di questa tipologia di vetri nel Noctilux-M, possiamo osservare come il vetro iniziale Leitz PKT 51 del 1958 offrisse già gli stessi valori rifrattivi e dispersivi del corrispondente PKT 58 – 900/1 – 900403 del 1966, ed anche i componenti sono in massima parte gli stessi e con differenze percentuali non significative; l’unica variazione percettibile è l’abbandono dell’ossido di alluminio, sostituito da una minima quantità di ossido di zinco.

Passando al vetro Ohara impiegato nel Noctilux dopo il materiale Leitz, anch’esso utilizza i 5 componenti principali presenti nelle 2 mescole create a Wetzlar, tuttavia riduce molto il quantitativo di ossido di lantanio, affiancandolo col 27% di ossido di gadolinio non presente negli altri 2 composti, e al posto dell’ossido di alluminio o zinco sfrutta invece il 4,5% di ossido di tungsteno.

Questa è quindi la storia complessa e per certi versi inaspettata che sta dietro i vetri utilizzati negli elementi L2 ed L5 del Noctilux-M 50mm 1:1; come anticipato, nelle 2 lenti posteriori del suo schema è presente un altro materiale a sua volta sviluppato inizialmente in casa Leitz, ovvero il tipo Le17, poi noto come Lanthanum Flint LAF21, un vetro già impiegato in precedenza da Otto Zimmermann nel suo Summilux 50mm 1:1,4 primo tipo e dallo stesso Walter Mandler per il Summilux-M 35mm 1:1,4.

 

 

Anche la progettazione di questo vetro si deve alle competenze dei chimici Heinz Brömer e Norbert Meinert (sul loro ruolo determinante ai fini dello sviluppo delle ottiche Leitz mi sono già espresso altrove), e il relativo brevetto a nome di Leitz Wetzlar venne depositato con richiesta prioritaria tedesca in data 7 Luglio 1956 (giusto in tempo per finire nel calcolo del primo Summilux, realizzato nel 1957).

Il documento propone 7 mescole diverse, la quinta delle quali è definita dal codice Le 17 e corrisponde al vetro LAF21 di produzione; questo vetro non include silice e come base e fluxing agent per l’amalgama prevede il 29,5% di ossido di boro, poi 49% di ossido di lantanio e 4% di ossido di tantalio come elementi attivi per definire elevata rifrazione con bassa dispersione e 13,5% di ossido di cadmio e 4% di ossido di zirconio per l’ormai nota funzione di “controllo” molecolare durante fusione e raffreddamento.

La rifrazione 1,7925 e il numero di Abbe 47,8 sono riferiti alla lunghezza d’onda e-line e anche ad una specifica fusione di riferimento (all’epoca i valori cambiavano ancora leggermente da una all’altra, richiedendo addirittura un “melt fit” e ricalcolando eventualmente lo schema in presenza di differenze troppo evidenti), quindi non deve stupire se in altri schemi tali valori risultano leggermente differenti, sia per quest’ultima ragione che perché magari riferiti alla lunghezza d’onda d-line.

Incidentalmente, in alcuni documenti questo vetro è chiamato Le  29, e casualmente nel brevetto la fusione Le 29 è quella immediatamente sopra alla Le 17 in questione, tuttavia nonostante questi 2 vetri siano molto simili la composizione corretta è quella presente in Le 17.

 

 

Infatti questo ritaglio è ricavato dal brevetto di Otto Zimmermann che descrive lo schema del Summilux 50mm 1:1,4, ed essendo la prima occasione in cui tale vetro veniva utilizzato il documento indicava anche la relativa composizione con elementi e quantità che corrispondono perfettamente alla mescola tipo Le 17 e non alla Le 29.

Ho evidenziano la presenza del 13,5% di ossido di cadmio perché questo elemento, tossico, viene qui utilizzato in notevole quantità, e probabilmente è questa la ragione che impose la riformulazione del vetro e il passaggio al tipo N-LAF21 quando entrarono in vigore le relative norme.

 

 

Entrambe le tipologie di vetro finora descritte sono presenti nella tabella di Abbe che raggruppa i vetri ottici di progettazione originale Leitz, a riprova della loro origine progettuale interna; il vero problema per l’azienda non era sviluppare tali vetri avanzati, quanto piuttosto riuscire a produrne direttamente le quantità necessarie, di volta in volta eccessive per le capacità della piccola vetreria o viceversa troppo esigue per le esigenze interne rispetto ai costi fissi.

Ora che abbiamo definito una cronologia nei vetri, cerchiamo di integrarla con le fasi di progettazione e introduzione dei relativi obiettivi.

 

 

La richiesta prioritaria di brevetto per lo schema del primo Noctilux-M 50mm 1:1,2 venne depositata in Germania il 25 Aprile 1964 e questo schema costituiva il punto d’arrivo di un lungo studio pionieristico del Prof. Helmut Marx sulle superfici asferiche applicate allo schema Doppio Gauss a 6 lenti, partendo dal prototipo Summaron 35mm 1:2,8 asferico del 1958 e passando anche attraverso la potenza di calcolo del nuovo elaboratore Elliott installato a Wetzlar.

Un dato nascosto in bella vista emerge chiaramente: se il brevetto completo era pronto ad Aprile 1964, il vetro con rifrazione nE= 1,900 e dispersione vE= 40,5 indicato nel documento per la seconda e quinta lente non povera essere il tipo 900/1 poi sfruttato nel modello di serie, dal momento che sarebbe stato pronto per la fusione non prima del 1966, quando venne consegnato il relativo brevetto.

Pertanto, giocoforza, nel brevetto preliminare del Noctilux-M 50mm 1:1,2 il vetro in questione era riferito alla precedente versione PKT 51 descritta sopra e presente nel brevetto del 19 Febbraio 1958; quando l’obiettivo entrò effettivamente in produzione, nel 1966, divenne invece disponibile il vetro 900/1 e quest’ultimo venne scelto in luogo della mescola del 1958 ipotizzata inizialmente.

In seguito fu necessario attendere una decade per vedere finalmente l’erede di tale modello, ovvero il Noctilux-M 50mm 1:1 protagonista di queste note, un annoso ritardo che si giustifica parzialmente con gli impegni che assorbirono Mandler a inizio anni ’70 per la serie ELCAN “Extended Spectral Range” dedicata alla U.S. Navy e con traversie economiche aziendali nello stesso periodo ma, a mio avviso, sottende anche un silente braccio di ferro fra l’acclamato decano Helmut Marx e l’astro nascente Walter Mandler, fra la casa madre di Wetzlar e il polo canadese per il prestigio della leadership progettuale nel settore delle ottiche.

Infatti, sebbene nel 1969 Mandler avesse di fatto già disegnato lo schema del nuovo Noctilux-M 50mm 1:1 a 7 lenti e senza superfici asferiche che sarebbe poi entrato in produzione con costi di fabbricazione più umani, contemporaneamente a Wetzlar il Prof. Marx tirò dritto per la sua strada, consacrando la vocazione di una vita allo schema Doppio Gauss simmetrico a 6 lenti in 4 gruppi visto come potenzialmente universale, e disegnò un analogo 50mm 1:1 sulla carta impossibile, utilizzando appunto solamente 6 lenti.

 

 

Il brevetto per questo schema venne depositato in Germania il 2 Maggio 1969 e a prima vista sembra replicare il classico Noctilux-M 50mm 1:1,2 sempre disegnato da Marx, semplicemente con gli elementi anteriori ampliati; in realtà questa struttura solo in apparenza semplice nasconde invece complicazioni tecniche quasi inimmaginabili.

(Osservate come in questo caso i valori del vetro “Noctilux” siano indicati come nE= 1,9006 e vE= 40,4, a ribadire che ogni fusione facesse storia a sé e quindi piccole differenze nei dati riportati non indicato materiali diversi).

 

 

Infatti questo prototipo di 50mm 1:1 ancora vincolato a 6 lenti in 4 gruppi non soltanto ripropone le 2 lenti in vetro “Noctilux”, un’impressionante batteria di altri vetri alle Terre Rare e 2 superfici asferiche esterne ma addirittura, per finalizzare la correzione con tale apertura più spinta, avrebbe richiesto una terza superficie asferica, questa volta sul raggio concavo interno della quarta lente, dietro il diaframma, un tipo di lavorazione che incrementa esponenzialmente la difficoltà rispetto alle già complicate superfici asferiche convesse, pertanto il progettista dovette ripiegare e simularne gli effetti trasformando la quarta lente in un elemento composito composto da 4 pezzi di vetro, con 3 settori anulari adeguatamente profilati e molati applicati con cemento ai bordi.

Questa combinazione di settori anulari esterni sovrapposti e ricavati da vetri a rifrazione e dispersione differente (e peraltro tutti esotici) avrebbe fornito ulteriori variabili di correzione ai bordi dell’elemento finale, tuttavia per realizzarla occorreva attivare una complicatissima prassi, nella quale ogni elemento andava incollato e poi molato più e più volte per profilarlo e promuovere il montaggio del successivo, come evidenziato dagli schemi nell’illustrazione.

Inutile dire che un obiettivo del genere risultava talmente costoso e complesso da produrre che non avrebbe mai ottenuto il via libera per la serie, tuttavia Marx volle mettere nero su bianco questo incredibile quanto formalmente inutile exploit, forse proprio per ribadire ai colleghi di Midland la supremazia tecnologica del polo di progettazione di Wetzlar, ormai insidiata dagli arrembanti Mandler & soci, che, tuttavia progettavano gli obiettivi con piglio manageriale, accettando compromessi a fronte di un’attenzione ai costi e alla semplificazione sulle linee di montaggio e ideando, in definitiva, obiettivi concretamente avviabili alla produzione e non offerte ideali al principio tecnico assoluto…

 

 

La fase successiva nel faticoso avvicinamento al Noctilux-M 50mm 1:1 di serie passa per il disegno di una nuova montatura meccanica destinata ad accogliere il voluminoso nocciolo ottico; questo barilotto venne descritto in un brevetto con richiesta prioritaria tedesca in data 13 Agosto 1970 e fu disegnato da Gerhart Bechmann, tecnico del polo canadese, tuttavia nonostante il collega Mandler avesse a quel tempo già disegnato lo schema del suo Noctilux 1:1 a 7 lenti in 6 gruppi (il codice di progetto C 271 e inequivocabile al riguardo) il documento propone ancora come schema ipotizzato una variante ingrandita del Doppio Gauss a 6 lenti in 4 gruppi di Helmut Marx e già impiegato nel precedente Noctilux-M 50mm 1:1,2, una scelta curiosa che a mio avviso continua a suggerire una rivalità fra i 2 dipartimenti dell’azienda e i loro progettisti principali, con il Prof. Marx eventualmente intento a perorare la causa del suo progetto a discapito dello schema creato da Mandler in Canada.

 

 

L’antitesi fra i 2 grandi personaggi è solo il riflesso di concezioni di fondo differenti: se accostiamo le sezioni del Noctilux-M 50mm 1:1,2 di Marx e del Noctilux-M 50mm 1:1 di Mandler osserviamo come il primo rimanesse caparbiamente ancorato al semplice Doppio Gauss simmetrico 6-4 con doppietti cementati, anche davanti alla più ragionevole evidenza dei fatti, dovendo quindi ricorrere a 2 superfici asferiche (nel 1966!) e a vetri esotici e costosi, un test di abilità tecnica che portò tuttavia ad un obiettivo fallimentare sul piano commerciale, con listino altissimo e utili comunque azzerati dai costi di produzione ingenti.

Mandler invece parte da questo schema, sceglie la dolorosa rinuncia alle superfici asferiche ma spazia ad aria il doppietto frontale e la lente posteriore, ottenendo così 7 lenti con 14 superfici rifrangenti esposte ad aria tutte con raggio di curvatura differente che offrivano un numero ben superiore di variabili di calcolo generiche e gli permisero di creare un obiettivo 1:1 che accettava qualche compromesso sul piano della resa ma, in definitiva, era un modello concretamente realizzabile in serie.

 

 

Questa timeline complessiva riassume quindi i passaggi finora descritti, mostrando come l’evoluzione del famoso vetro Lanthanum Dense Flint sia intrecciata a quella dei Noctilux e abbia scandito la loro evoluzione, fino alle estreme e spregiudicate conseguenze del passaggio ad un vetro nipponico; considerando che nel 1970 era già disponibile sia il calcolo ottico che un progetto per la montatura, continua a stupire il ritardo di 6 anni per la commercializzazione del Noctilux-M 50mm 1:1, e anche considerando gli impegni militari di ELCAN, problemi economici aziendali, la join-venture con Minolta e crisi mondiali nulla mi toglie dalla testa che fra le cause ci sia stato anche un puntiglio d’orgoglio del Prof. Helmut Marx.

Per comprendere quali compromessi ottici siano stati accettati da Walter Mandler disegnando nel 1969 un obiettivo di apertura 1:1 senza superfici asferiche e prevedendo costi non eccessivi, ho pensato di abbinare schemi con aberrazioni prodotti dai dati di calcolo originali e misurazioni MTF relative al Noctilux-M 50mm 1:1 e al Summicron-M 50mm 1:2 ultima serie, a 6 lenti in 4 gruppi, per confrontare il comportamento di questi normali, disponibili simultaneamente a listino, e comprenderne le differenze di comportamento.

 

 

Gli schemi affiancati in scala col tracciato dei light pencils mostrano immediatamente come il nocciolo ottico del Summicron-M 50mm 1:2 prodotto dalla versione 11819 (progetto canadese C 368 del 1975) risulti molto più compatto rispetto al Noctilux; quest’ultimo deve sfruttare anche uno spazio retrofocale più ridotto (comunque disponibile) per finalizzare la sua struttura e trovare spazio per le 2 lenti separate posteriori.

Un altro elemento che emerge, evidenziato dalle frecce nere, è la vignettatura ai bordi molto vistosa che caratterizza lo schema del Noctilux; il corrispondente e marcato annerimento agli angoli del fotogramma ad 1:1, quasi surreale su sfondi uniformi, da molti è apprezzato a scopo compositivo, personalmente sono invece un fan dell’illuminazione uniforme e quindi l’ho sempre considerato un difetto.

 

 

Analizziamo ora curvatura di campo, astigmatismo e distorsione, riferendoci a dati di progetto relativi al Noctilux modello E60 di produzione recente, con vetri moderni; il più semplice e meno luminoso Summicron-M 50mm 1:2 (a destra) prevede una curvatura di campo modesta e le giaciture dei piani in orientamento sagittale e tangenziale si separano per astigmatismo in modo leggero solo negli ultimi millimetri di semidiagonale, indicando un’elevata correzione; anche la distorsione è praticamente inesistente e questi risultati sono promossi non soltanto dall’apertura contenuta in 1:2 ma anche dalla possibilità di disegnare lo schema arretrando liberamente per quanto necessario, prerogativa dei corpi macchina a telemetro; tale rendimento va comunque molto apprezzato considerando che, per economizzare sui costi, nello schema 5 superfici esterne su 12 sono piatte e riducono significativamente le opzioni di correzione.

 

 

Nel Noctilux-M 50mm 1:1 abbiamo invece una curvatura di campo più accentuata e un comportamento verso i bordi marcatamente più astigmatico, con i piani sagittale e tangenziale agli angoli che distano fra loro circa 600 micron rispetto al piano focale, mentre la distorsione è superiore rispetto al Summicron-M ma ancora nella norma dei 50mm convenzionali, intorno a 1,5% a barilotto.

 

 

Anche le transverse ray aberrations misurate dal centro (in basso) ai bordi (in alto) mostrano nel Summicron-M 50mm 1:2 tipo C 368 un’eccellente correzione complessiva fino ai bordi; nel Noctilux-M 50mm 1:1 procedendo verso le zone marginali abbiamo invece un comportamento meno controllato, e la ridotta sezione delle curve agli angoli (in alto nello schema) chiama nuovamente in causa la vistosa vignettatura che caratterizza lo schema a tutta apertura.

 

 

Queste curve di trasferimento di modulazione del contrasto (MTF) definiscono il contrasto residuo nell’immagine finale espresso in percentili dopo aver ripreso mire che chiamano in causa frequenze spaziali da 5, 10, 20 e 40 cicli/mm (rispettivamente dalle curve più elevate a quelle più scarse), procedendo dal centro (a sinistra dello schema) verso i bordi (a destra dello schema) e misurando ad ogni frequenza spaziale con duplice orientamento: sagittale (linee di mira parallele alla semidiagonale del formato, curva continua) e tangenziale (linee di mira perpendicolari alla semidiagonale del formato, curva tratteggiata).

Nello schema vediamo nella parte sinistra le curve MTF per il Noctilux-M 50mm 1:1 e nella destra quelle relative al Summicron-M 50mm 1:2 tipo C 368, utilizzato come eccellente termine di riferimento, e ogni ottica è testata a tutta apertura, ad 1:2,8 e a 1:5,6; ovviamente a tutta apertura avremo 1:1 con il Noctilux e 1:2 con il Summicron, quindi i valori non sono direttamente confrontabili.

Il Noctilux-M 50mm 1:1 è noto per uno sweet-spot con elevato contrasto sull’asse anche ad 1:1, con successivo drop evidente verso i bordi, e per un apprezzabile focus-shift chiudendo il diaframma, comportamento che sposta il piano di fuoco selezionato penalizzando il rendimento teoricamente disponibile (l’area di fuoco effettivo è nitida ma non si trova più sul piano scelto), situazione dalla quale si recupera solo chiudendo di più il diaframma ed acquisendo profondità di campo.

In effetti il Noctilux a tutta apertura 1:1 presenta ottimi valori di contrasto nello spot centrale a tutte le frequenze spaziali, degradando poi decisamente sul campo, e l’interazione complessa fra vari tipi di aberrazione genera anche la curva tormentata che osserviamo a 40 cicli/mm verso gli angoli; il Summicron  ad 1:2 non offre valori palesemente superiori a quelli del Noctilux ad 1:1, confermando il valore in asse di quest’ultimo, ma avvantaggiandosi dell’apertura decisamente inferiore e di uno schema più semplice e facile mantiene un comportamento molto più uniforme ed affidabile sul campo, privilegiato su mire piane anche da un migliore controllo di curvatura di campo e astigmatismo.

Passando ad 1:2,8 il Noctilux dovrebbe essere avvantaggiato, visto che nel suo caso abbiamo ben 3 f/stop di chiusura rispetto al singolo f/stop del Summicron, tuttavia l’effetto deleterio del focus shift si fa sentire, come evidenziato dal centro immagine a 40 cicli/mm che troviamo su valori addirittura peggiori rispetto ad 1:1, e a parte un evidente picco a 5mm dall’asse (dove probabilmente l’interazione reciproca fra curvatura di campo variabile e focus shift in progress centra casualmente il piano di fuoco scelto in precedenza) il resto del campo appare fiacco per tale apertura; il Summicron-M mostra invece un comportamento “sano”, con un naturale incremento in tutto il campo e specialmente sull’asse, che acquisisce circa il 15% in un solo f/stop ad indicare uno spostamento di fuoco legato all’andamento dell’aberrazione sferica molto contenuto, mentre correggere tale aberrazione in un obiettivo 1:1 come il Noctilux e con elementi di grande diametro privi di superfici asferiche risulta sicuramente più complesso.

Chiudendo al diaframma ottimale 1:5,6 entrambi gli obiettivi raggiungono l’eccellenza, sebbene il Summicron rimanga complessivamente più omogeneo sul campo; a queste note va aggiunta anche una considerazione sul blend cromatico, che è neutro nel Summicron (viene usato come metro di riferimento per gli altri modelli della casa) mentre nel Noctilux risulta caldo, probabilmente a causa dei particolari vetri utilizzati.

A favore del Noctilux-M va comunque aggiunto che nei primi anni di produzione non doveva confrontarsi con questo modello di Summicron-M disegno C 368, commercializzato solo nel 1979, ma col modello precedente 11817, introdotto nel 1969 e caratterizzato da una spaziatura ad aria nel doppietto posteriore; quest’ultimo obiettivo ottimizzava il contrasto ma accettava una maggiore curvatura di campo rispetto al tipo successivo, fornendo risultati inferiori nelle zone mediane e quindi minimizzando le differenze rispetto al Noctilux.

Naturalmente è chiaro che confrontare alla pari un 50mm 1:1 con un 50mm 1:2 non è sportivo né sensato ma il riferimento con un obiettivo di eccellente correzione mi serviva solo per sottolineare i compromessi accettati da Mandler per creare uno schema 1:1 senza superfici asferiche e fattibile evitando costi astronomici; in realtà il campo di utilizzo naturale del Noctilux-M 50mm 1:1 minimizza molti di tali problemi e la ridottissima profondità di campo combinata con la curvatura del piano immagine, l’elevato contrasto nell’area di fuoco in asse e la vignettatura tipiche del comportamento a diaframma spalancato offrono immagini di grande atmosfera interfacciandoci con la figura umana.

 

 

Il Noctilux-M 50mm 1:1 di Walter Mandler è stato quindi un obiettivo storico e leggendario sotto vari punti di vista, approdando a questa luminosità estrema pur accettando come principio informatore del progetto un contemporaneo contenimento dei costi e una semplificazione produttiva, dettagli difficilmente conciliabili senza compromessi che vennero accettati dal progettista scegliendo però cum grano salis cosa cedere e cosa mantenere, offrendo complessivamente un bilanciamento di aberrazioni irrisolte che costituiva il migliore compromesso ottenibile con le carte a disposizione; questo equilibrio fra esigenza di grande apertura e prestazioni e la semplificazione produttiva è stato sicuramente apprezzato anche dall’azienda, che ha mantenuto a listino tale modello per decenni prima di offrire un più avanzato e performante sostituto, e proprio questa carriera insolitamente dilatata fece approdare il Noctilux-M 50mm 1:1 a nuove fasi, con normative più stringenti sui materiali che imposero la sostituzione dei vetri e il loro silenzioso turnover che abbiamo appena descritto, ulteriore tassello nella storia di un pezzo indimenticabile.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 


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