Come curiosità, il paraluce utilizzato dal Summicron 35mm 1:2 primo tipo e dall’Elmarit 35mm 1:2,8 secondo tipo prevede un brevetto specifico, richiesto il 12 Settembre 1969; infatti questo accessorio, a parte il sistema di innesto con incavi e molle per i pernetti dell’obiettivo, include un sistema per ruotare dall’esterno un filtro polarizzatore collocato nel paraluce, dettaglio appunto brevettato.
Il leggero grandangolare da 35mm è sempre stato un cavallo di battaglia per gli utilizzatori degli apparecchi Leica a telemetro, pertanto anche le versioni per Leicaflex e Leica R hanno polarizzato l’attenzione dei Leicisti e anche dell’editoria specializzata, che non mancò di testare tali ottiche; inoltre sono riuscito a collezionare varie misurazioni MTF provenienti da varie fonti, raccogliendo complessivamente 14 prove differenti relative ai modelli descritti nell’articolo; tali prove, per metodologia ed eventuali differenze di montaggio fra esemplari, non forniscono risultati univoci e le condividerò tutte a seguire anche come base per considerazioni sul valore assoluto spesso attribuito a questi test e sulla suggestione che possono produrre nel lettore, inducendolo o meno all’acquisto.
In senso generale tutte le prove e le misurazioni MTF che vedremo definiscono obiettivi di ottima qualità e vanno lette al di là dei valori assoluti ma osservate per individuare uno schema ricorrente nel comportamento dell’obiettivo che ne definisce la personalità.
Questa prima serie di curve MTF quantificano il trasferimento di contrasto residuo dopo il passaggio attraverso l’obiettivo; ogni coppia di curve misura dal centro (sinistra) ai bordi (a destra) e definisce i valori disponibili a 10, 20 e 40 cicli/mm di frequenza spaziale e con mire orientate in modo parallelo e perpendicolare alla semidiagonale del fotogramma (curva continua e curva tratteggiata), il tutto alla massima apertura 1:2,8 e con diaframma chiuso ad 1:8: questi schemi vennero realizzati e condivisi ad personam dal compianto Dr. Hubert Nasse nel laboratorio tecnico della Photoobjektive plant Zeiss di Oberkochen, quindi sono realizzati allo stato dell’arte.
Alla massima apertura notiamo un notevole picco nella parte centrale del fotogramma con un rapido degrado uscendo da questo sweet spot, tuttavia questo consente di produrre immagini con un notevole popping tridimensionale, posizionando il soggetto a fuoco in tale area; chiudendo ad 1:8 le prestazioni migliorano sul campo arrivando a valori complessivamente molto buoni, e il flesso a 2/3 di campo è un comportamento caratteristico legato alla scelta di accettare curvatura di campo per minimizzare l’astigmatismo, regolazione che penalizza su mire piane come in questo caso ma nell’uso pratico e con soggetti tridimensionali nello spazio offre immagini più brillanti rispetto ad un’ottica più astigmatica; il crollo delle curve tratteggiate in lettura tangenziale sui bordi, che non copiano il netto recupero della calotta sagittale che ritrova lo stesso piano di fuoco dell’asse, è invece probabilmente dovuto ad un residuo di aberrazione cromatica laterale, i cui fringings sfaldano le linee orientate perpendicolarmente alla semidiagonale e attenuano la differenza densitometrica nel netto passaggio bianco/nero, abbassando di conseguenza il trasferimento di contrasto residuo con tale orientamento (la “zebra” di linee chiare e scure in orientamento sagittale, poste parallelamente alla semidiagonale, non viene invece penalizzata da questo fenomeno, mantenendo quindi i valori consentiti dalla posizione di fuoco occupata nello spazio rispetto alla regolazione iniziale scelta).
Questa serie di curve MTF è stata misurata con la stessa metodologia, con un banco MTF Zeiss K8 ed esaminando sempre l’Elmarit 35mm 1:2,8 primo tipo, ovviamente impiegando un altro esemplare; il tipo di comportamento complessivo è analogo al precedente, mostrando un picco in asse a tutta apertura (che poi non migliora perché praticamente già al limite di diffrazione) e una curvatura di campo a diaframma chiuso che riporta a fuoco i bordi sullo stesso piano dell’asse ma con dettagli orientati perpendicolarmente alla semidiagonale che crollano agli angoli estremi per aberrazione cromatica; le eventuali discrepanze nei valori assoluti con le curve precedenti sono perfettamente giustificate dall’impiego di un banco MTF Zeiss di altro tipo e anche da differenze di rendimento intrinseche fra i 2 esemplari.
Con lo stesso hardware e l’identica procedura precedente è stato provato anche il secondo schema ottico dell’Elmarit 35mm 1:2,8, prodotto dal 1973 al 1996; anche in questo caso abbiamo valori eccellenti in asse già a tutta apertura e la scelta evidente di accettare una curvatura di campo (che comunque riporta a fuoco le zone più periferiche sullo stesso piano dell’asse) per mantenere un astigmatismo molto ridotto, come dimostrato dalla vicinanza della curva tratteggiata in lettura tangenziale a quella continua delle mire sagittali; anche nel nuovo schema notiamo ai bordi un flesso della curva tangenziale dovuto ad un residuo di aberrazione cromatica, quindi si può dire che il fingerprint complessivo sia simile, tuttavia il nuovo schema offre valori complessivamente ben superiori e soprattutto una sufficiente omogeneità anche ad 1:2,8 da renderlo perfettamente usabile e soddisfacente anche a tutta apertura, caratteristica per la quale è noto.
Sempre con le stesse attrezzature e nello stesso contesto è stato provato anche il Summicron 35mm 1:2 primo tipo, e le considerazioni precedenti su analogie e alleli in comune condivise riguardo all’architettura degli schemi ottici impiegati trova riscontro pratico anche in queste misurazioni, perché il comportamento generale del primo Summicron è praticamente sovrapponibile a quello dell’Elmarit 35mm 1:2,8 di seconda generazione, con asse eccellente a tutta apertura e curvatura di campo che sposta il fuoco nelle zone intermedie recuperando la corretta giacitura ai bordi e offre in cambio una valida correzione dell’astigmatismo; in questo modello, a diaframma chiuso, si nota anche una maggiore tenuta ai bordi delle mire in lettura tangenziale (curve tratteggiate), forse ad indicare una migliore correzione dell’aberrazione cromatica laterale.
Si tratta comunque di un eccellente obiettivo e i valori estremamente elevati in asse a diaframma tutto aperto combinati con la curvatura di campo e la moderata profondità di campo disponibile ad 1:2 garantiscono risultati estremamente tridimensionali per i quali il modello è famoso.
Queste serie di curve sono invece originali Leica e relative al secondo schema del Summicron 35mm 1:2, il modello a 6 lenti introdotto nel 1976; in questo caso abbiamo una coppia di curve aggiuntive, quelle più alte, relative a 5 cicli/mm di frequenza spaziale.
Anche in questo ennesimo schema troviamo il caratteristico fingerprint di comportamento, col centro del fotogramma molto valido già ad 1:2 e la vistosa curvatura di campo che porta fuori fuoco le zone intermedie tornando poi sul piano corretto ai bordi, elemento sempre scelto per controllare l’astigmatismo e fornire dettagli brillanti, mentre nuovamente il flesso ai bordi delle curve tratteggiate con mire perpendicolari alla semidiagonale di campo è probabilmente dovuto al residuo di aberrazione cromatica laterale; queste scelte, trasferite nel mondo reale e con soggetti tridimensionali, forniscono grande tridimensionalità a tutta apertura e immagini molto brillanti a diaframma chiuso.
Lo stesso modello di Summicron 35mm 1:2 secondo tipo venne testato nuovamente al laboratorio tecnico Carl Zeiss di Oberkochen, fornendo l’identico comportamento e valori solo leggermente inferiori, una differenza legata probabilmente alla metodologia di misurazione.
Come curiosità riporto anche una coppia di misurazioni MTF eseguite dall’amico progettista ottico che mi supporta nella serie di articoli Vintage Meter; queste letture riguardano i suoi esemplari personali di Elmarit 35mm 1:2,8 e Summicron 35mm 1:2 appartenenti all’ultima serie e vennero realizzate presso la Carl Zeiss di Oberkochen a fine anni ’90 durante una fase in cui era progettista per tale azienda.
Queste misurazioni MTF, sempre con coppie di curve per 10, 20 e 40 cicli/mm di frequenza spaziale, evidenziano ancora meglio come questi grandangolari fossero calcolati per coprire di stretta misura il formato di destinazione, con un crollo verticale e voluto agli angoli estremi del campo (spesso esclusi dal frame di stampa o coperti dal telaio per diapositive) che evidentemente agevolava l’arduo compito del progettista; queste letture sono eseguite con la massima perizia tecnica, non solo sfruttando i banchi MTF di Obekochen ma addirittura ruotando l’obiettivo per trovare la posizione radiale con i valori migliori e peggiori, tuttavia stupiscono per il comportamento rilevato e apparentemente differente: infatti in questa prova dell’Elmarit 35mm 1:2,8 ultimo tipo il flesso mediano per curvatura di campo a tutta apertura è appena accennato e addirittura con apertura 1:5,6 le aree che prima erano afflitte dal maggiore decadimento per tale curvatura sono ora quelle con risultati migliori, mentre la curva tangenziale risulta molto più staccata ma priva del crollo ai bordi che caratterizzava i diagrammi visti in precedenza per lo stesso obiettivo.
Queste curve sono realizzate con un banco Zeiss K6, leggermente differente dal K8 utilizzato negli schemi precedenti, tuttavia questo non basta a giustificare un’evidente differenza di comportamento caratteristico, e questo deve indurre a meditare sul valore assoluto spesso attribuito alle prove sugli obiettivi, sulle quali in molti casi si basa la decisione di acquisto o meno mentre invece tali test sono subordinati ad una miriade di variabili.
La stessa prova eseguita su un Summicron 35mm 1:2 secondo tipo mostra ad 1:2 un comportamento coerente con le misurazioni viste in precedenza, mentre a diaframma chiuso troviamo nuovamente la curva con mire in orientamento sagittale che migliora progressivamente procedendo verso i bordi, senza accenno alla curvatura di campo che invece storicamente è presente, mentre la lettura tangenziale degrada progressivamente fino agli angoli senza sussulti; si ripresenta quindi questa lettura anomala che probabilmente è proprio legata ai protocolli basilari del test.
Le prove che seguono vennero invece realizzate da riviste specializzate italiane dai primi anni ’80 ai primi anni ’90 e pertanto sono relative solamente alle seconde versioni di schema ottico di Summicron ed Elmarit.
Il primo test proposto venne realizzato dal Centro Studi Progresso Fotografico e pubblicato sul mensile Tutti Fotografi; questa generazione di prove era davvero notevole per la dovizia di informazioni tecniche offerte, a partire da una serie di curve MTF medie, richiedendo tuttavia una competenza non comune per comprenderne completamente il significato e le correlazioni con la riproduzione d’immagine nell’impiego reale.
Per inquadrare il comportamento dell’obiettivo, giudicato estremamente valido, osserviamo innanzitutto il riquadro “CURVATURA DI CAMPO”, nel quale notiamo come ad apertura 1:2 l’obiettivo mostri un’eccellente planarità anastigmatica del campo, con spostamenti di fuoco da centro a bordi e fra piano sagittale e tengenziale contenuto nell’ordine del 40 micron; chiudendo il diaframma ad 1:8, tuttavia, il piano dell’immagine si orienta con una forte curvatura di campo che per buona parte dell’immagine riesce a contenere l’astigmatismo, cedendo però ai bordi con una differenza nella giacitura dei piani ad orientamento sagittale e tangenziale pari a circa 100 micron sul piano focale.
Passando al riguardo “ABERRAZIONE CROMATICA” lo spostamento di fuoco all’interno dello spettro visibile appare molto contenuto, nell’ordine dei 100 micron complessivi, tuttavia occorre considerare che stiamo parlando di aberrazione cromatica longitudinale, e lo schema non fornisce invece informazione su quella laterale, solitamente critica nei grandangoli retrofocus di vecchia generazione, che non è legata ad un differente piano di fuoco ma ad una diversa scala di riproduzione dell’immagine con i vari colori.
Il potere risolutivo a diaframma chiuso è comunque molto elevato, come si osserva nel riquadro “QUALITA’ IN ASSE Z. MEDIA E BORDI” che evidenzia valori ottimi in ogni zona del campo ad 1:8, ma in questo caso il piano di fuoco è stato ottimizzato di volta in volta nelle diverse zone, quindi non indica il risultato che avremmo su un soggetto piano bidimensionale, dove la forte curvatura di campo presente sarebbe critica, ma la massima nitidezza evidenziabile in un’immagine tridimensionale nei punti del soggetto che si trovano alla giusta distanza per trovarsi esattamente a fuoco in quella zona del campo e in funzione, appunto, della curvatura di campo.
Si tratta in ogni caso di un eccellente grandangolare luminoso e, come detto, la curvatura di campo in soggetti tridimensionali risulta meno critica e penalizzate di quanto i test lascino intendere.
Anche questo test venne prodotto a inizio anni ’80 e pubblicato dalla rivista Fotografare; i valori assoluti rispetto al fondo-scala dello schema non devono preoccupare, perché difficilmente con la metodologia impiegata anche i migliori obiettivi fornivano letture più elevate.
Quello che emerge da questa prova, eseguita fotografando su film delle mire piane e quindi identificando sui negativi la mira ottica più piccola ancora leggibile, è l’uniformità sul campo alle varie aperture centrali che definisce un obiettivo ampiamente sfruttabile in varie condizioni con la certezza di buoni risultati, e in particolare risulta rimarchevole il comportamento ad 1:8 quasi identico su tutto il campo.
La scelta di accettare curvatura di campo per contenere l’astigmatismo è ribadita anche in questa sede, con curvatura misurata in 0,06 diottrie e astigmatismo invece giudicato assente; viene anche ribadito l’eccellente contrasto offerto dall’obiettivo, dettaglio che in effetti è una sua caratteristica, favorito dai moderni rivestimenti antiriflesso e dalle accurate passivazioni del barilotto interno.
Infatti, nell’uso pratico, l’Elmarit 35mm 1:2,8 col secondo schema ottico non si distingue per un potere risolvente eccezionalmente elevato ma per la corposità del contrasto che diviene cifra, con ombre nette ed evidente vigore.
A inizio anni ’80 le ultime versioni di Elmarit 35mm 1:2,8 e Summicron 35mm 1:2 vennero sottoposte a test anche dal mensile Il Fotografo – Mondadori che, a sua volta, riprendeva mire piane e analizzava i fotogrammi ottenuti per definire la risolvenza massima leggibile in 4 zone (centro, 1/3 di campo, 2/3 di campo e bordi); come anticipato varie volte, questo tipo di prove (e anche quelle precedenti di Fotografare) forniscono solo un quadro parziale perché non indicano con quale contrasto sia leggibile l’ultima mira risolta, quindi ottiche con basso contrasto, alta risolvenza e ridotta curvatura di campo sono molto avvantaggiate nel giudizio finale, mentre altre con elevato contrasto a scapito della risoluzione e della curvatura di campo producono risultati apparentemente inferiori quando nell’uso pratico le loro immagini sono visivamente più piacevoli e “nitide” rispetto a quelle offerte dall’altra tipologia.
Premesso questo, entrambi gli obiettivi hanno prodotto risultati molto buoni, specie alle grandi aperture (il valore 80 l/mm è un po’ il limite superiore di questa metodologia, raggiunto ma difficilmente superato anche dai migliori obiettivi provati nel corso degli anni) ed evidenziano una notevole uniformità in tutte le zone del campo, con l’Elmarit 35mm 1:2,8 che curiosamente mostra una sottocorrezione del centro rispetto alle altre zone che forse lascia intendere l’uso di un esemplare non perfettamente a punto.
Questo ulteriore test venne eseguito sempre da Centro Studi Progresso Fotografico ma negli anni ’90, utilizzando una nuova metodologia che offriva schemi più semplificati e un indice di qualità medio basato soprattutto sulla percezione reale e soggettiva di qualità di fronte all’immagine, indicando la differenza fra centro e bordi col settore più scuro accanto alla curva di qualità media; l’obiettivo in prova è nuovamente un Summicron 35mm 1:2 secondo tipo e, tornando a rivedere la precedente prova eseguita dallo stesso Centro con la vecchia metodologia, si osserva come ora l’indice di qualità medio risulti più permissivo e meno ansiogeno rispetto al precedente, indicando un rendimento già molto buono in asse ad 1:2 ed omogeneo a tutte le aperture, offrendo quindi la possibilità di giocare con esposizione e profondità di campo senza pregiudicare il risultato.
Lo stesso tipo di prove venne eseguito contestualmente anche sull’Elmarit 35mm 1:2,8 ultimo tipo e anche in questo caso la nuova metodologia basata sull’impressione di qualità fornì risultati uniformi ed eccellenti, specie alle massime aperture.
Questa nuova generazione di 35mm retrofocus per Leicaflex e Leica R ha saputo quindi offire eccellenti obiettivi che hanno confermato la nomea del marchio nonostante le difficoltà supplementari legate alla progettazione retrofocus, un compito ostico che peraltro Leitz delegò spesso e volentieri a terzi (Schneider per il Super-Elmarit 15mm 1:2,8 Asph., il Super-Angulon 21mm 1:4 e il PA-Curtagon 35mm 1:4, Carl Zeiss per il Super-Elmar 15mm 1:3,5 e Minolta per il Fisheye-Elmarit 16mm 1:2,8 e l’Elmarit 24mm 1:2,8), tuttavia i 35mm realizzati internamente dall’azienda sono davvero soddisfacenti e soprattutto le scelte prioritarie legate alla loro progettazione hanno dato vita ad un comportamento caratteristico, riconoscibile ed apprezzato, che fa parte del loro DNA e consente ad un utente esperto e consapevole di ottenere risultati mozzafiato.
Un abbraccio a tutti; Marco chiude.
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Marco, fantastic! Very thought provoking and enlightening. I have an Elmarit R 35/2.8 E55/last version second last batch from 1990. This lens was by far the biggest surprise while building my set testing and owning 10 Leica R lenses in the process. Incredibly beautiful performance from F2.8 to F8 from infinity to 0.2m (yes, 0.2m, whereas the Contax Zeiss counterpart offers 0.5m and MTF values two leagues below according to Zeiss’ own data…). The Elmarit – medium format tonality, extremely high contrast down to the finest details, and an amazing deep rendering of space, from infinity to macro. Your analysis sheds some light on all that. Perfect landscape lens, true sleeper lens, both contrary to the Summicron. How on earth did they pull this performance off? And how can a lens design from 1973 technically be almost as good as the legendary R28 E55 from 1994 (and aesthetically even more pleasing)?
Here your published MTFs may shed some light. And it might be interesting to have the serial numbers/production years of the two samples Elmarit II.
The MTF from Nasse is basically identical to what Puts published in his book in 2009 which is reasssuring on many levels. Already surprisingly good and not too far from the 28V2. But the second MTF from your Zeiss friend from end of 1990s is so different. Was his sample a late one? Has Leica made some quiet but substantial changes in the production of this lens?
Which would help to explain why this Elmarit is such a marvel and may be the best first exposure to the Leica R virus. I find it so much more satisfying then the crazy expensive Lux 35 and the insanely overrated Lux 80 which definitely have some embarrassingly better Japanese counterparts…