Leica Vario-Elmar-M 28-75mm 1:3,4-5,6 prototipo

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; questo articolo è dedicato ad un interessantissimo prototipo di obiettivo zoom standard per Leica M concepito nel 2015, per discutere del quale serve un preambolo introduttivo.

Le caratteristiche tecniche intrinseche degli apparecchi fotografici a telemetro Leica M possono garantire alcuni vantaggi tecnici rispetto alle reflex: la precisione di messa a fuoco non dipende dalla lunghezza focale (la base di misurazione telemetrica rimane costante con qualsiasi obiettivo) e consente una regolazione molto accurata con i grandangolari,  mentre l’assenza di specchio reflex permette di costruire corpi molto compatti, ridurre drasticamente il rumore allo scatto, minimizzare le vibrazioni limitando il rischio di micro-mosso e creare obiettivi con uno spazio retrofocale più ridotto, facilitando la progettazione di ottimi grandangolari.

Per contro, la visione del campo inquadrato è delegata ad un’immagine ottica statica e di volta in volta inquartata da cornicette proiettate che definiscono il limite di visione con l’obiettivo montato in macchina; questa soluzione è oggettivamente foriera di limitazioni, fra le quali:

  • l’impossibilità di valutare riflessi parassiti prodotti dall’obiettivo, il corretto posizionamento di filtri digradanti lineari o polarizzatori (a meno di non utilizzare lo speciale modello originale con cornice ribaltabile, costoso e compatibile con un numero limitato di obiettivi) e, in generale, tutto ciò che dipende da una visione diretta attraverso l’obiettivo, arrivando fino alla cinghia di trasporto davanti all’ottica o addirittura al tappo frontale dimenticato in posizione;
  • l’incapacità delle cornicette di adattarsi alle variazioni nel diametro del cono di proiezione posteriore promossa dal diverso tiraggio meccanico utilizzato alle varie distanze, richiedendo di immaginare a infinito o a coniugate brevi una copertura leggermente superiore o inferiore rispetto al riferimento approssimativo delle cornicette, la cui sagoma incompleta, peraltro, obbliga anche ad immaginare i margini effettivi dell’inquadratura in certi settori del campo;
  • l’assenza di cornicette per le focali più corte, con visione delegata a mirini esterni la cui copertura è approssimativa e che non consentono la perfetta valutazione della messa in bolla spesso necessaria con grandangolari così spinti;
  • infine, e questo è rilevante nel contesto odierno, la presenza di cornicette fisse per alcune focali (e da posizionare nel campo di visione tramite l’azione meccanica di una camma nella baionetta di montaggio) ha sempre precluso a priori l’adozione di ottiche a focale variabile sui corpi Leica M.

Questa limitazione parve inizialmente irrilevante, tuttavia la progressiva diffusione degli zoom, ormai performanti e sdoganati in qualsiasi ambito d’impiego, negli anni ’90 riportò la questione all’ordine del giorno e i tecnici iniziarono a valutare i presupposti tecnici per applicare un obiettivo a focale variabile anche alla gamma a telemetro; in effetti, considerando il frequente impiego delle agili Leica M nel reportage in strada, la possibilità di cambiare rapidamente focale senza sostituire fisicamente l’obiettivo l’avrebbe resa ancora più pronta all’uso, eventualmente acquisendo immagini prima impossibili.

Proprio per questo orientamento al reportage e alla street-photography che caratterizza tali apparecchi non venne ipotizzata la classica escursione tuttofare 35-70mm bensì una scelta più sbilanciata verso il grandangolare e compresa fra 28 e 50mm; lo schema ottico, semplice per esigenze di compattezza ma comunque asferico, venne progettato in tempi ragionevolmente brevi, tuttavia dovette rimanere congelato per lungo tempo perché i veri problemi erano posti dalla parte meccanica: infatti era necessario non soltanto disegnare un barilotto snello per non ostruire la visione nel mirino galileiano con le relative inquadrature ma anche fare i conti con le cornicette che definiscono le singole focali e che vanno alternate agendo meccanicamente sulla citata camma nella baionetta del corpo: questi dettagli imponevano pertanto di escludere un funzionamento zoom classico, con variazione continua, ripiegando sulla formula del varifocale, cioè un obiettivo sfruttabile solamente a certe focali predefinite, e richiese anche molta applicazione per mettere a punto la parte meccanica deputata a cambiare le cornicette nel mirino quando si impostava un’altra lunghezza focale; questo lavoro complesso ebbe termine solamente nel 1998, quando finalmente vide la luce il celebre Leica Tri-Elmar-M 28-35-50mm 1:4 Asph..

 

 

Il Leica Tri-Elmar 28-35-50 è un obiettivo che negli ingombri meccanici approssimativi di un Elmarit-M 90mm mette a disposizione queste tre focali, selezionabili solo individualmente e senza accesso a quelle intermedie per le ovvie limitazioni già descritte; l’osservazione di un esemplare schnitt permette di apprezzare come il nocciolo ottico risulti semplice e compatto per lasciare spazio alla complessa meccanica; la selezione di una focale aziona meccanicamente la corrispondente cornicetta del mirino e per semplificare la progettazione di questi componenti la sequenza delle focali sulla relativa ghiera risulta anomala e anziché la logica progressione 28 – 35 – 50mm troviamo invece 28 – 50 – 35mm; quest’obiettivo fu commercializzato nel 1998 e il modello 11615 qui illustrato, con alcune modifiche di dettaglio, arrivò nel 2000.

Nonostante l’apertura massima limitata ad 1;4 e la resa ottica brillante ma non all’altezza dei migliori fissi della gamma, il Tri-Elmar 28-35-50 riscosse un buon successo fra i clienti affezionati, al punto che in azienda si spinsero oltre, ideando un obiettivo multifocale orientato su focali super-grandangolari.

 

 

Lo schema ottico del nuovo obiettivo venne commissionato al free-lance Christoph Horneber di Norimberga e, sfruttando l’esperienza accumulata sul precedente modello, nel 2006 fu lanciato il nuovo Leica Tri-Elmar-M 16-18-21mm 1:4 Asph tipo 11626, un obiettivo di caratteristiche realmente interessanti per il fotografo votato alla foto grandangolare; in questo caso il problema dell’interfaccia meccanica per l’attivazione sincronizzata delle cornicette era risolto alla radice dall’adozione di focali non previste nel mirino, permettendo quindi di progettare una ghiera con la corretta progressione di focali 16 – 18 – 21mm, tuttavia questa insolita escursione impose la progettazione di un complesso mirino multifocale esterno, codice 12011, la cui struttura ottica zoom con cornicette proiettate non prevedeva solamente una ghiera per la correzione fine del parallasse da infinito a 0,5m ma anche la possibilità di selezionare ben 5 focali: 16, 18, 21, 24 e 28mm, una scelta voluta per la contemporanea introduzione della prima Leica M digitale, il modello M8, il cui sensore Kodak prevedeva un formato APS-H con fattore di crop 1,33x: pertanto, le focali 16, 18 e 21mm sul formato 24x36mm corrispondevano a 21, 24 e 28mm sul sensore della M8, e i progettisti concepirono quindi un complesso mirino polivalente che consentisse di sfruttare in nuovo Tri-Elmar grandangolare sia sulle Leica convenzionali che sulla nuovissima M8 a formato ridotto.

 

 

Questo complesso mirino fu progettato in corsa nel 2006 ed è interessante annotare che uno dei due progettisti è Kathrin Keller, tornata di recente alla ribalta per aver disegnato il nuovo e performante Leica Apo-Summicron-M 35mm 1:2 Asph.

 

 

Gli schemi del relativo brevetto fanno capire come il mirino multifocale 12011 sia un piccolo capolavoro di ottica e ingegneria, con la serie di cornici proiettate nel campo visivo e anche un complesso sistema di controllo dell’orientamento per il parallasse.

 

 

Il nuovo Tri-Elmar-M 16-18-21mm 1:4 Asph. (spesso denominato dagli appassionati WATE: Wide Angle Tri-Elmar) è a sua volta un piccolo capolavoro di ottica, perché è stato possibile garantire la copertura da 107° diagonali della focale 16mm mantenendo comunque una montatura di sezione eccezionalmente ridotta, nonostante in questo caso l’utilizzo di un mirino esterno sul top della fotocamera non avrebbe posto limitazioni al diametro della montatura anteriore; lo schema utilizzato sfrutta 10 lenti con 2 superfici asferiche e più che un vero zoom tout court sembra configurato come una focale fissa supergrandangolare nella quale opportune variazioni degli spazi configurano la variazione di focale prevista.

 

 

Lo schema ottico venne progettato da Christoph Horneber più o meno in contemporanea con il disegno del complesso mirino dedicato; purtroppo il relativo brevetto descrive sommariamente i concetti relativi allo schema ma non contiene le consuete tabelle con i dati grezzi di progetto (caratteristiche geometriche delle lenti e rifrazione/dispersione dei vetri utilizzati), quindi le informazioni che possiamo ricavarne solo solamente generiche.

 

 

I diagrammi MTF ufficiali per i 2 Tri-Elmar mostrano il primo modello 28-35-50mm un po’ in affanno a replicare le prestazioni dei corrispondenti e validissimi fissi della gamma, mentre il WATE è realmente un eccellente obiettivo e con 2 f/stop di chiusura la sua qualità è ottima su tutto il campo; come nota a margine, il 16-18-21 garantisce una proiezione leggermente più telecentrica rispetto all’ottica fissa Super-Elmar-M 18mm 1:3,8 Asph. di apertura quasi omologa, rendendo il WATE preferibile per l’uso con sensori digitali full-frame.

Nel frattempo la linea di fotocamere digitali Leica M si evolve approdando al full-frame 24x36mm, tuttavia inizialmente l’assenza di una visione diretta live-view dell’immagine letta dal sensore impone di persistere col classico mirino ottico e relative cornicette, impedendo di ipotizzare un’evoluzione del Tri-Elmar varifocale verso uno zoom vero e proprio a variazione continua.

Questo stallo venne meno nel 2012 quando arrivò sul mercato la Leica M Typ 240 con sensore CMOS e inquadratura live-view: quest’ultima miglioria permetteva in pratica una visione TTL dell’immagine effettivamente proiettata dall’obiettivo, svincolando l’utente dall’uso delle cornicette fisse nel mirino ottico e aprendo di fatto la via alla progettazione di un vero zoom in attacco Leica M che consentisse lo sfruttamento completo di tutte le focali disponibili; a questo punto, finalmente, entra in campo il nostro protagonista.

 

 

Infatti l’azienda disegnò una terza versione con pratica escursione focale 28-75mm e diede vita a questo prototipo di Vario-Elmar-M 28-75mm 1:3,4-5,6 Asph. che venne concretizzato nel 2015; notate come sia stata utilizzata la denominazione Vario-Elmar e non l’eventuale Quadri-Elmar proprio perché in questo caso l’escursione di focali è continua mentre nei modelli precedenti la qualità ottica era garantita solamente alle specifiche e singole focali predefinite.

Il nuovo obiettivo si caratterizza per il consueto diametro ridotto delle precedenti versioni ma risulta molto allungato, negando ormai apertamente i presupposti di compattezza che per molti anni sono stati il principio informatore del sistema M; il Vario-Elmar-M prevede una ghiera anteriore rimuovibile con attacco filettato per i filtri e per lo specifico paraluce 12469, una ghiera del diaframma con ben 4 punti di fede per l’apertura massima e relativi codice-colore abbinati alle varie focali, una ghiera per la variazione di focale con i valori 28, 35, 50 e 75mm riportati in colori diversi per ricordare all’utente la relativa apertura massima disponibile (variabile, lo ricordiamo, da 1:3,4 a 1:5,6) e una ghiera di messa a fuoco di ridotta sezione, con scale in metri (fino a 0,7m) e piedi e presa di forza a sbalzo per la regolazione; nella parte inferiore della montatura troviamo il classico pallino rosso di allineamento, gli indici di riferimento per la profondità di campo alle 4 focali principali e la classica baionetta di montaggio Leica M, equipaggiata con camma mobile che movimenta le cornicette nel mirino con i corpi Leica tradizionali; ovviamente, sfruttando l’obiettivo con corpi digitali dotati di visione live-view, l’obiettivo può essere impiegato anche alle focali intermedie fra quelle indicate.

 

 

La vista posteriore mostra il codice 14651 sulla ghiera frontale rimuovibile e una scritta che rivela come l’obiettivo sia stato progettato da Leica ma effettivamente assemblato in Giappone da un partner appaltato, mentre il codice interno dell’obiettivo risulta essere 11669.

 

 

Osservando il prototipo in dettaglio possiamo notare come la complessa architettura meccanica abbia imposto di rinunciare ad un punto di fede per le focali impostate, pertanto occorre fare affidamento sull’indice posto più in basso che serve la messa a fuoco; anche la concezione degli indici per la profondità di campo è ingegnosa ma un’esatta valutazione dei valori risulta difficile.

 

 

Osservando in dettaglio la ghiera del diaframma si possono apprezzare meglio i 4 indici di riferimento colorati che definiscono la progressiva riduzione dell’apertura massima passando dalla focale più corta a quella più lunga, pertanto l’obiettivo è 1:3,4 a 28mm, 1:4 a 35mm, 1:4,5 a 50mm e addirittura 1:5,6 a 75mm; pertanto con le focali più lunghe i valori iniziali riportati sulla ghiera non sono effettivamente funzionali e quest’apertura massima così ampiamente variabile sull’escursione sarà stata utile per contenere le dimensioni del gruppo ottico ma sicuramente pone limiti pratici di utilizzo, come in un ritratto a 75mm con l’impossibilità di staccare il soggetto dallo sfondo a causa dell’apertura massima a ben 1:5,6.

 

 

La vista frontale mostra la presenza di una matricola Leica standard, conforme alle normali sequenze di produzione dell’epoca, la denominazione Vario-Elmar-M che sottende un utilizzo illimitato delle focali, la presenza di elementi asferici sottolineati dalla denominazione Asph. e un diaframma ad iride con ben 11 lamelle (o almeno così si intende osservando gli elementi meccanici visibili); è anche interessante notare che qualsiasi fabbricante avrebbe eventualmente creato un obiettivo 28-70mm 1:3,5-5,6 o 28-80mm 1:3,5-5,6 mentre Leica ha voluto mantenere  i suoi classici standard, optando per l’apertura 1:3,4 e per la caratteristica focale 75mm (in questo caso anche per garantire il corretto accoppiamento alle cornicette del mirino nelle Leica M tradizionali).

Di quest’obiettivo nel 2015 vennero assemblati 3 prototipi e l’esemplare qui illustrato è stato battuto all’asta per ben 240.000€; in seguito l’azienda decise di non procedere alla produzione di serie, per ragioni come al solito solo opinabili; personalmente ipotizzo una responsabilità condivisa fra apertura massima troppo ridotta alle focali superiori, eccessiva lunghezza per un corpo M e le valutazioni di mercato che mostravano il prevalente interesse degli utenti M per ottiche molto luminose, la cui gamma peraltro veniva continuamente arricchita; qualunque siano state le ragioni, resta il fatto che il terzo obiettivo a focale variabile per M, e l’unico con escursione continua liberamente sfruttabile, non arrivò mai ad allietare le escursioni del facoltoso ed ipotetico proprietario, eventualmente costretto ad adattare sulla sua M digitale con live-view un ben più corpulento zoom Leica R.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

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