Un cordiale saluto a tutti i followers di Nocsensei; quest’anno si celebra il sessantesimo anniversario dall’introduzione dell’originale obiettivo Leitz Noctilux-M 50mm f/1,2 per Leica M, il primo ad offrire superfici asferiche nel suo schema ottico e a fregiarsi di un nome dal suono evocativo e destinato a diventare leggendario: Noctilux, appunto.

Tale schema era stato finalizzato nel 1964 dal Prof. Helmut Marx, utilizzando i più avanzati vetri ottici alle Terre Rare e avvalendosi di studi e sperimentazioni personali sulle superfici asferiche portati avanti senza interruzione dal 1958, scontando una faticosa fase adolescenziale fatta di lavorazioni difficili, sperimentazioni empiriche e una marea di scarti; dopo 6 decadi da questo primo esemplare, il 29 Gennaio 2026 Leica Camera ha formalizzato l’introduzione del nuovo Leica Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph., concretizzando una tripletta di Noctilux con le versioni leggero grandangolare (35mm f/1,2), normale (50mm f/0,95) e corto tele (75mm f/1,25) e portando per la prima volta l’opzione delle aperture estreme oltre la barriera angolare dell’obiettivo normale.

 

 

Il nuovo Noctilux-M 35mm f/1,2 arricchisce la scelta di obiettivi Leica M in questa focale, considerata la preferita dagli utenti di tali fotocamere; sebbene, come vedremo a seguire, un 35mm con apertura f/1,2 non costituisse una novità assoluta (anzi, ottiche con analoghe caratteristiche geometriche e formato sono in vendita dall’ormai lontano 2003), in questo caso l’allure aggiuntivo del know-how Leica rende il pezzo indubbiamente appetibile, con le brame degli appassionati frenate, come al solito, unicamente dal prezzo di listino selettivo (al momento del lancio circa 9.650,00 Dollari U.S.A. ovvero 8.950,00 Euro).

La caratteristica di spicco che si mette subito in evidenza è la notevole compattezza, tale da non pregiudicare il trasporto e l’utilizzo nonostante la rilevante apertura massima; questa specifica in realtà è stata forzatamente imposta dalla necessità di montare il nuovo Noctilux-M anche su corpi Leica dotati del tradizionale mirino ottico esterno sul lato sinistro, la cui copertura verrebbe parzialmente oscurata da un barilotto troppo voluminoso, e d’altro canto le dimensioni molto contenute sono state anche un limite oggettivo ad una libera progettazione ottica, impedendo di procedere su vie che avrebbero portato a schemi troppo complessi e ingombranti.

 

 

L’obiettivo è stato introdotto con la classica finitura nera e codice di identificazione 11635; il barilotto, dotato di un corto paraluce telescopico estraibile, misura 64,6mm di diametro per 50,2mm di lunghezza (dalla flangia di battuta e a infinito) con un peso di circa 416g; l’attacco filtri anteriore utilizza il comune passo a vite da 49×0,75mm (E49), il diaframma a 11 lamelle chiude da f/1,2 ad f/16 con stop anche sui mezzi valori e la messa a fuoco si avvale di un sistema flottante che, passando da infinito a coniugate minime, modifica lo spazio fra il modulo di lenti posteriori (specificamente le ultime 3) e il resto dello schema.

La distanza minima ammessa è pari a 0,5m, valore utilizzabile senza limitazioni su corpi digitali dotati di messa a fuoco diretta tramite live-view sul display o mirino elettronico ma da confermare a vista su scala metrica nei corpi M dotati di telemetro tradizionale, il cui accoppiamento si ferma a 0,7m.

L’attacco è naturalmente a baionetta Leica M con codifica a 6 bit e il telemetro del corpo viene azionato dall’anello rifinito in nero che si può osservare all’interno della baionetta; il complesso schema ottico a 10 lenti ha comportato un arretramento degli elementi posteriori leggermente superiore rispetto ad altri 35mm Leica più convenzionali.

 

 

Il rendering ufficiale con la sezione mostra il gruppo ottico interno e permette di apprezzare 3 differenti elicoidi, con accoppiamento ottone/alluminio, ciascuno delegato ad una specifica funzione: quello superiore esterno movimenta l’intero gruppo ottico, quello superiore interno sposta un cannotto sul quale sono incastonate le 3 lenti posteriore per il flottaggio indipendente e quello interiore, con passo opportunamente differenziato, sposta avanti e indietro l’anello coassiale al cilindro delle lenti posteriori, consentendo la messa a fuoco telemetrica.

Si tratta quindi di una meccanica sofisticata e l’accoppiamento alluminio/ottone è tradizionalmente ottimale per ottenere una rotazione fluida e al contempo senza giochi meccanici, usure eccessive o attriti reciproci delle parti.

Il Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph. del Gennaio 2026 costituisce l’epigono di una tradizione Leitz/Leica nei 35mm superluminosi che non ha eguali ed ebbe inizio nel lontano 1960.

 

 

Infatti il talentuoso Dr. Walter Mandler iniziò a sviluppare un 35mm superluminoso nel 1958 e nel 1960 venne presentato il primo Leitz Summilux-M 35mm f/1,4, obiettivo straordinariamente luminoso e compatto per i suoi tempi che fece epoca e venne amato anche per la particolare resa a tutta apertura legata a certe aberrazioni non completamente risolte.

Quest’obiettivo, venne prodotto fino al 1995 in svariate versioni (con o senza occhiali per M3), fra le quali 11870, 11871, 11869, 11872 e 11860; esso utilizzava uno schema ottico del tipo Doppio Gauss con 2 elementi esterni di grande diametro, 2 doppietti cementati interni e un settimo elemento correttore dietro il diaframma, una struttura che divenne iconica e che servì come base ideale per tutte le versioni successive, ivi compreso il nostro Noctilux f/1,2 del 2026.

Dopo un sublime immobilismo durato trent’anni, nel 1990 quest’obiettivo venne affiancato dalla versione Summilux-M 35mm f/1,4 Aspherical, codice 11873, un obiettivo di rottura che segnava idealmente il passaggio alle ottiche Leica di concezione moderna e offriva un drammatico incremento nella correzione ottica grazie ai 2 elementi divergenti aggiunti all’esterno e all’impiego di 2 superfici asferiche.

Con la tecnologia del tempo questo schema era costoso da produrre e nel 1994 l’azienda lo sviluppò lanciando il Summilux-M 35mm f/1,4 Asph., con struttura simile alla precedente ma dotata di una singola superficie asferica; tale obiettivo venne commercializzato in varie finiture con i codici 11874, 11883 e 11859.

Questa versione rimase in produzione per anni, e avendo ormai raggiunto l’optimum della resa ottica a grandi distanze l’azienda introdusse nel gruppo ottico un flottaggio collegato agli elicoidi di messa a fuoco, in modo da migliorare il comportamento con i soggetti più ravvicinati; questo ulteriore modello venne introdotto nel 2010 e presentava la stessa denominazione del precedente, quindi per riconoscerlo fu aggiunta dagli appassionati la sigla FLE; il Summilux-M 35mm f/1,4 Asph. FLE fu commercializzato a sua volta con finiture differenti e codici 11663 e 11675, oltre a tirature speciali di pochi esemplari che non è utile indagare in questa sede; questa prima versione FLE uscì di scena nel 2022 e venne rimpiazzata da un modello molto simile che riduceva la distanza di messa a fuoco minima a 0,4m, passava ad un diaframma con 11 lamelle e sfruttava un paraluce incorporato.

Giunta ai giorni nostri, la gloriosa serie si arricchisce dunque col Leica Noctilux-M 35mm f/1,2, Asph. codice 11635 del Gennaio 2026, il cui schema a 10 lenti con numerosi elementi cementati ricorderà qualcosa ai Leicisti più tecnici e aggiornati.

 

 

Lo schema di questo Noctilux è stato calcolato da Stefan Roth, con richiesta prioritaria di brevetto tedesco a favore di Leica Camera AG depositata il 28 Febbraio 2024; i Leicisti appena citati ricorderanno che lo stesso Stefan Roth, coadiuvato in questo caso da Kathrin Keller, già oltre 5 anni prima aveva progettato anche il famoso e apprezzato Leica Apo-Summicron-M 35mm f/2 Asph., con richiesta prioritaria di brevetto tedesco a nome di Leica Camera AG formalizzata il 17 Dicembre 2018; questa illustrazione mostra proprio le intestazioni per la versione statunitense dei 2 brevetti citati, confermando la paternità comune dei 2 obiettivi.

Allo stato attuale delle cose è anche apprezzabile osservare come il nuovo e prestigioso Noctilux-M sia tutto un affare “made in Germany” gestito interamente da Leica Camera, dopo le evidenti influenze dei partner nipponici palesate con altre linee di prodotti; evidentemente per l’azienda il corredo di ottiche M deve rimanere una sorta di “fort Alamo” che preservi la storica identità teutonica di progettazione e produzione, sebbene sia ormai assodato che i vetri provengano comunque dalla vetreria giapponese Ohara, un colosso del settore che fornisce molti fabbricanti.

 

 

Nel brevetto citato sono presenti 3 differenti “embodiments”, e quello corrispondente alla versione di serie è il secondo, come confermato dall’illustrazione che abbina la seconda versione del documento allo schema ufficiale divulgato da Leica.

Nello schema del brevetto sono evidenziate le posizioni delle superfici asferiche (raggio anteriore della terza lente, raggio posteriore della settima lente, raggio posteriore della decina lente); il fabbricante non fornisce informazioni dettagliate sui metodi di produzione, tuttavia considerando la vistosa deformazione dell’ultima superficie asferica e anche la sua posizione su un profilo concavo potrei azzardare che almeno questo elemento sia realizzato col processo di glass-molding, pressando lo sbozzo di vetro rammollito a caldo in uno stampo con gli adeguati profili.

Lo schema del brevetto evidenzia anche il movimento differenziato degli ultimi 3 elementi L8, L9 ed L10 per finalizzare il flottaggio collegato alla messa a fuoco; specificamente, passando da infinito a soggetti ravvicinati lo spazio fra il modulo L8-L9-L10 e il resto dello schema aumenta, tornando poi minimo a infinito.

L’illustrazione dello schema ufficiale, in basso, mostra anche il sensore col relativo filtro anteposto; quest’ultimo è notoriamente fonte di problemi con obiettivi dal ridotto spazio retrofocale, a meno che – come in questo caso – tutto il sistema non sia concepito per una proiezione adeguatamente telecentrica, e soprattutto è lecito chiedersi come sia stato progettato questo nuovo Noctilux relativamente alla messa a fuoco, perché lo spessore del filtro proietta indietro il piano della coniugata immagine, quindi se tutto è calcolato e calibrato per funzionare e mettere a fuoco a dovere su una Leica M digitale, cosa succederebbe se montassimo lo stesso obiettivo su una Leica M tradizionale a pellicola, priva ovviamente di tale filtro e con gli strati fotosensibili dell’emulsione ad una certa profondità rispetto al piano di battuta del film?

Infatti ormai gli obiettivi moderni sono progettati come un abito sartoriale sulle esigenze del sensore presente nelle specifiche fotocamere di destinazione, sancendo un connubio esclusivo dal quale l’obiettivo non può affrancarsi, mentre nel caso di quest’ottica Leica M ci si trova in una situazione ambigua, dove l’obiettivo potrebbe teoricamente essere chiamato a lavorare, accoppato al telemetro, sia su corpi con sensore digitale e filtri di varia natura che su corpi analogici a pellicola; sarebbe davvero interessante avere tempo e modo di effettuare una serie di prove comparative in tal senso per verificare la corrispondenza o meno del fuoco con i vari tipi.

Ovviamente in digitale e con modelli dotati di display o mirini elettronici a visione diretta la questione della messa a fuoco precisa diviene pleonastica.

 

 

Questa tabella del brevetto riporta invece i dati grezzi di progetto, ovvero i raggi di curvatura delle superfici, gli spessori delle lenti in asse, gli spazi fra elementi, i valori rifrattivi e dispersivi dei vetri e anche i parametri di sfericità delle 3 superfici asferiche, identificate come K04, K11 e K16; purtroppo il progettista ha indicato gli indici di rifrazione Ne e il numero di Abbe per la dispersione cromatica Ve dei vari vetri con valori approssimati, e come vedremo per 3 lenti non è possibile individuare un vetro attualmente prodotto che corrisponda con precisione, rendendo imperfetta la ricostruzione.

Si nota comunque fin da subito la presenza di 4 lenti con vetri a rifrazione molto elevata, compresa fra 1,890 e 2,007, mentre appaiono completamente e curiosamente assenti vetri a bassa/bassissima dispersione o a dispersione parziale anomala, come se in questo progetto di grande apertura relativa un perfetto controllo dell’aberrazione cromatica non fosse prioritario rispetto ad altri parametri.

 

 

Altri dati generici forniti dal brevetto confermano un semiangolo di campo da 32° (corrispondenti ai 64° tipici di un obiettivo da 35mm), una focale effettiva da 34,75mm e un’apertura effettiva pari ad f/1,24.

Torniamo ora a parlare del progettista, Stefan Roth, e del precedente obiettivo Leica Apo-Summicron-M 35mm f/2 Asph. da lui parimenti progettato e quindi arrivato sugli scaffali nell’Aprile 2021.

 

 

In tal senso, il “family feeling” che qualcuno avrà avvertito osservando lo schema del Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph. non costituisce un abbaglio, perché anche l’architettura del precedente ed eccelso Apo-Summicron-M 35mm f/2 Asph. utilizzava uno schema concettualmente molto simile; pertanto il progettista ha messo a profitto gli studi già portati avanti ai tempi del 35mm f/2 Apo ed ha adattato tale modello alle mutate esigenze di un superluminoso f/1,2.

Valutando le 2 sezioni occorre ricordare che il precedente calcolo per l’Apo-Summicron-M 35mm f/2 Asph. era largamente focalizzato sulla massima correzione cromatica, ottenuta sfruttando 2 lenti in vetro ED ma soprattutto svariati elementi ottenuti con un vetro Special Short Flint KZFS a dispersione particolarmente anomala (un materiale che era già stato protagonista nelle correzione Apo del 180mm f/3,4 Apo-Telyt e nel 75mm f/2 Apo Elcan militare), e proprio l’utilizzo e le caratteristiche di questo vetro Special Short Flint imposero a Roth di alterare la sequenza rifrattiva nei 2 doppietti cementati anteriori così come era stata utilizzata fino ad allora nei Summilux-M 35mm f/1,4 asferici.

Pertanto nell’Apo-Summicron-M 35mm f/2 Asph. nel primo doppietto cementato abbiamo 2 lenti con sequenza convergente – divergente, e nel secondo doppietto una sequenza divergente – convergente, mentre nel Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph. i doppietti anteriori tornano alla sequenza tradizionale dei 35mm f/1,4 asferici che l’hanno preceduto, ovvero divergente – convergente e convergente – divergente, proprio perché lo speciale vetro KZFS a dispersione parziale anomala utilizzato nel 35mm f/2 Apo non è più presente nel 35mm Noctilux, quindi anche tale inversione nel segno rifrattivo delle lenti non era più necessaria.

In definitiva, Stefan Roth ha sicuramente utilizzato lo schema del  suo Apo-Summicron-M 35mm f/2 Asph. come base di partenza, rinunciando ad una correzione cromatica estrema per finalizzare un nuovo progetto di grande apertura.

 

 

Specificando meglio, come già descritto nel precedente articolo dedicato a tale obiettivo, nell’Apo-Summicron-M 35mm f/2 Asph. le 5 lenti di colore blu sono realizzate con un vetro Special Short Flint dai valori rifrattivi e dispersivi medi ma con una dispersione parziale anomala molto specifica e tale, in abbinamento con altri materiali, da correggere lo spettro secondario; questo approccio originale venne sviluppato da Leitz Canada da fine anni ’60 per obiettivi apocromatici militari e da allora è rimasto un retaggio tecnologico dell’azienda.

Inoltre, in questo specifico schema nel tripletto centrale abbiano 2 vetri ED a bassissima dispersione abbinati al citato KZFS a dispersione anomala, il tutto per finalizzare un’eccellente correzione Apo.

 

 

Passando al nuovo Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph. lo scenario diviene differente, e chiaramente lo stato di correzione dell’aberrazione cromatica non viene più finalizzato in modo tradizionale, sfruttando appunto vetri ED o a dispersione anomala; in questo caso Stefan Roth ha disegnato lo schema utilizzando 4 tipologie di vetri ottici: Flint (F), Lanthanum Dense Flint (LASF), Lanthanum Flint (LAF) e Dense Flint (SF).

Nessuno di questi materiali prevede una dispersione particolarmente ridotta o anomala, mentre 8 lenti dello schema su 10 complessive prevedono un indice di rifrazione molto elevato e compreso fra 1,732 e 2,007; notate anche la posizione delle 3 superfici asferiche, collocate diversamente rispetto al precedente Apo-Summicron-M 35mm f/2 e nel quale si trovavano sul raggio anteriore della lente frontale e su entrambi i lati della lente posteriore; inoltre, come consuetudine Leitz-Leica, i valori rifrattivi e dispersivi n e v non sono indicati con riferimento alla lunghezza d’onda della luce d-line bensì a quella e-line, pertanto identificando i vetri occorre tenere presente che in questo caso i valori n e v si discostano leggermente rispetto alla normale lettura nella frequenza luminosa d-line utilizzata nella stragrande maggioranza delle situazioni.

Vediamo quindi i vetri utilizzati nel Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph., ricordando nuovamente che per 3 lenti i dati arrotondati del brevetto, anche convertendo i parametri dalla frequenza luminosa e-line a quella d-line, non corrispondono direttamente ad alcun vetro commerciale, quindi ho indicato in colore rosso quelli dalle specifiche più vicine.

Procedendo dalla parte frontale abbiamo quindi un Flint tipo Ohara S-TIM5 in L1, un Lanthanum Dense Flint tipo Ohara S-LAH99 in L2, un Lanthanum Flint tipo Ohara S-LAM60 in L3 ed L7, un Dense Flint tipo Ohara S-TIH4 in L4, un Lanthanum Dense Flint tipo Ohara S-LAH58 in L5, un Dense Flint tipo Ohara S-NBH53 in L6, un Lanthanum Dense Flint tipo Ohara S-LAH98 in L8, un Dense Flint tipo Ohara S-TIM27 in L9 e un Lanthanum Dense Flint tipo Ohara S-LAH88 in L10.

Purtroppo per L6, L8 ed L10 non esiste un materiale identico alle specifiche di brevetto, e sembra che tali dati approssimativi siano stati introdotti appositamente per non fornire un quadro assolutamente preciso di questo progetto.

L’assenza di vetri con dispersione molto ridotta o anomala incuriosisce ed è spontaneo chiedersi quale sia o stato dell’aberrazione cromatica in questo modello rispetto al precedente Apo-Summicron-M 35mm f/2 Asph. basato su un’architettura simile ma completamente asservita invece a tale correzione; purtroppo al momento in cui scrivo l’obiettivo è stato presentato da poche ore e non ho avuto modo di fare test accurati, tuttavia di norma, in ottiche con aberrazione cromatica laterale non perfettamente risolta, tipicamente le curve MTF con lettura tangenziale, quindi con mire perpendicolari alla semidiagonale che collega l’asse del fotogramma ai bordi del campo, prevedono valori percettibilmente più bassi verso gli angoli del formato rispetto alle corrispondenti letture sagittali, con mire parallele alla semidiagonale: questo avviene perché i fringings colorati che si producono nei passaggi ad alto contrasto attenuano il nettissimo salto densitometrico delle mire nel punto di passaggio fra linea bianca a nera, riducendo quindi il trasferimento di contrasto misurabile, mentre questo non crea problemi alle mire sagittali che sono ruotate di 90° sul piano.

Tali frangiature (“chromatic aberration of the magnification”) si possono spiegare immaginando la fotografia come una stampa offset con varie lastre sovrapposte, ciascuna con un singolo colore il cui contributo genera l’immagine finale: con aberrazione cromatica laterale la “maschera” monocromatica di ogni colore è proiettata con una scala d’ingrandimento leggermente differente, e quindi le varie “maschere” sovrapposte per produrre l’immagine finale nelle zone periferiche del campo non sono perfettamente a registro perché la differente scala di riproduzione le sfalsa fra loro, creando appunto queste frangiature di colori differenti attorno ai passaggi a contrasto; naturalmente in molti casi questo fenomeno è molto controllato e quasi inavvertibile nelle immagini finali ma basta per compromettere la lettura MTF tangenziale ai bordi e tradire la sua presenza.

Vediamo quindi i diagrammi del nuovo Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph. ufficialmente divulgati dal fabbricante.

 

 

Per tale modello abbiamo a disposizione diagrammi con curve di trasferimento del contrasto (MTF) a tutta apertura f/1,2, a f/2,8 e a f/5,6, oltre a schemi con la distorsione geometrica e la caduta di luce ai bordi; le curve MTF indicano il trasferimento di contrasto residuo dal centro (a sinistra) ai bordi del campo (a destra), misurandolo a 4 frequenze spaziali differenti e corrispondenti a 5, 10, 20 e 40 cicli/mm (con un naturale detrimento dei valori passando dalle prime alle ultime), parametri che quindi campionano varie scale di dettagli, da quelli macroscopici a quelli più piccoli; per ogni frequenza spaziale abbiamo una coppia di curve che definiscono i valori con mire orientate in modo parallelo (linea continua, sagittale) o perpendicolare (linea tratteggiata, tangenziale) alla semidiagonale, come già descritto in precedenza.

I valori espressi dal nuovo Noctilux sono eccellenti, specie alle massime aperture dove il progresso consentito dalle moderne tecnologie di progetto e dai nuovi vetri è evidentissimo; infatti ad f/1,2 troviamo valori che nei Leitz di 60 anni fa venivano offerti chiudendo fino ad aperture centali, e ad f/2,8 il trasferimento di contrasto risulta estremamente elevato, mettendo a disposizione un “mood” espressivo con immagine estremamente brillante e nitida sul piano di fuoco ma con profondità di campo ancora ridotta; ad f/5,6 il risultato è spettacolare e degno del lignaggio di quest’obiettivo.

Il bizzarro intreccio nelle coppie di curve sagittale/tangenziale evidenzia il lavoro svolto ottimizzando reciprocamente curvatura di campo e astigmatismo per arrivare al compromesso ottimale nonostante l’eccezionale apertura massima, tuttavia il dettaglio significativo, e forse l’unica obiezione in un obiettivo chiaramente eccellente, è il calo nelle curve tangenziali (tratteggiate) verso i bordi, che discuteremo successivamente.

Per quanto riguarda gli altri parametri, la distorsione prevede valori inferiori a 1,5% a barilotto, un comportamento analogo a quello di un 50mm e trascurabile nella pratica, mentre la caduta di luce ai bordi risulta invece molto evidente, come effetto combinato di grande apertura, focale grandangolare, struttura non retrofocus e montatura compatta con elementi ottici di diametro ridotto.

 

 

Scendendo meglio in dettaglio, ad f/1,2 sui bordi la trasmissione luminosa residua rispetto al centro è intorno al 15% e passa a meno di 40% ad f/2,8 e a meno del 45% ad f/5,6, valore quindi da considerarsi ormai fisiologico e non migliorabile; nello schema ho inserito riferimenti che definiscono una caduta di luce corrispondente ad 1, 2 e 3 f/stop (quindi, in pratica, come se in quella zona l’obiettivo lavorasse chiuso di 1, 2 o 3 valori di diaframma rispetto al centro) e si può apprezzare come ad f/1,2 la perdita sia effettivamente prossima ai 3 f/stop, in pratica con una luminosità sull’asse corrispondente ad f/1,2 e ai bordi ad f/3,5.

Chiudendo due valori e mezzo e passando ad f/2,8 la situazione migliora ma il divario rimane sempre nell’ordine di quasi 1,5 f/stop, quindi come se sull’asse lavorassimo ad f/2,8 e ai bordi ad f/4,5, e poco meglio troviamo ad f/5,6, nonostante il diaframma sia stato chiuso di ben 4,5 stop rispetto alla massima apertura.

Questa caratteristica vignettatura dei grandangolari Leica M, specie se luminosi o di corta focale, da molti è ormai vista con indulgenza, come un vocabolo del loro comportamento e, anzi, apprezzabile perché si può sfruttare come cifra stilistica; per il mio gusto e le mie personalissime esigenze trovo la vignettatura molto fastidiosa, tuttavia in un 35mm f/1,2 con naturale vocazione a foto di reportage/street/ritratto ambientato comprendo che una vignettatura percettibile “incornici” il soggetto principale risultando meno sgradevole.

Torniamo quindi ai diagrammi MTF con le curve in lettura tangenziale che evidenziano un flesso ai bordi rispetto alle corrispondenti sagittali; per comprendere meglio le considerazioni già espresse metteremo a confronto i diaframmi del Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph. con quelli dell’Apo-Summicron-M 35mm f/2 Asph., progettato dallo stesso tecnico e con schema analogo ma focalizzato sulla correzione apocromatica, mentre il Noctilux doveva garantire elevate prestazioni generali a tutte le aperture nonostante lo spettacolare esordio ad f/1,2.

 

 

Nello schema abbiamo i diagrammi MTF ufficiali del Noctilux, in alto, e dell’Apo-Summicron, in basso, riferiti a tutta apertura, f/2,8 ed f/5,6; ovviamente la massima apertura risulta radicalmente differente, a vantaggio dell’Apo-Summicron che esordisce ad f/2, tuttavia il primo dettaglio che si nota è la notevole corrispondenza nel comportamento generale dei 2 obiettivi, a riprova della genesi da un modello comune sviluppato dallo stesso progettista in entrambi i casi, e anche i valori assoluti ad aperture confrontabili sono abbastanza simili fra loro, un risultato che premia in  nuovo Noctilux e definisce un obiettivo che non impone compromessi all’utente nonostante la luminosità eccezionale.

Il confronto mette però in evidenza come le coppie di curve MTF dell’Apo-Summicron-M siano sempre molto accostate fra loro, esprimendo valori molto simili a prescindere dall’orientamento della mira, mente nel Noctilux-M abbiamo un calo più vistoso ai bordi delle curve tangenziali tratteggiate, con mire perpendicolari alla semidiagonale, probabilmente ad indicare un residuo di aberrazione cromatica corretta solo a livelli “normali” e non azzerata come nell’Apo-Summicron-M, un modesto compromesso forse accettato dal progettista per scegliere tipologie di vetri necessarie a finalizzare l’apertura f/1,2 con lo stesso tipo di schema e senza compromettere la compattezza.

 

 

Per definire invece una prospettiva temporale, ecco le curve MTF a tutta apertura e con diaframma ottimale corrispondenti ai vari tipi di 35mm superluminosi per Leica M commercializzati dal fabbricante dal 1960 ad oggi e abbinati a quelli del nuovo Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph., tenendo conto che nei primi le serie di curve sono solo 3, riferite a 10, 20 e 40 cicli/mm mentre nel Noctilux è presente una quarta serie, per 5 cicli/mm (quella con i valori più elevati) che occorre omettere dalla valutazione.

Come anticipato, tutti gli schemi dei 35mm f/1,4 asferici (Aspherical, Asph./Asph FLE) derivano idealmente dal Doppio Gauss del primo Summilux-M 35mm f/1,4, quindi pur perfezionando la resa alla massima apertura ne replicano a grandi linee il comportamento caratteristico che mantiene una certa curvatura di campo per far quadrare le varie aberrazioni, mentre col nuovo Noctilux l’evoluzione dello schema, anche con un modulo posteriore differente per migliorare la proiezione telecentrica necessaria all’uso prevalente con sensori digitali, si assiste a un netto cambio di passo, con prestazioni superiori a tutta apertura e meno influenzate dalla curvatura di campo a diaframma chiuso.

Tutto questo naturalmente definisce solo una gerarchia tecnica teorica ma non racconta nulla sulla piacevolezza percepita dell’immagine, nella quale spesso certe aberrazioni irrisolte contribuiscono alla bellezza soggettiva pur penalizzando negli schemi tecnici.

Il Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph. è sicuramente un’aggiunta spettacolare al corredo Leica M ma, come affermato all’esordio, questa grande apertura abbinata alla focale 35mm non costituisce una novità assoluta, e l’introduzione del primo 35mm f/1,2 va retrodatata fino al 2003; per completare il quadro passiamo quindi in rassegna ai vari modelli che hanno preceduto il nuovo superluminoso Leica.

 

 

Prima del Noctilux vennero infatti presentati altri 2 obiettivi da 35mm f/1,2, declinati poi in varie versioni che portano a 5 modelli complessivi con 4 schemi ottici differenti.

Il primo in assoluto fu il Voigtlaender Nokton 35mm f/1,2 Aspherical tipo I, sviluppato da Cosina per il suo sistema a telemetro Bessa e lanciato nel Marzo 2003; curiosamente questo primo 35mm f/1,2, che all’epoca fece scalpore e costituisce forse l’obiettivo più significativo commercializzato per tale sistema, esordì quindi con un attacco compatibile con le Leica a telemetro, pertanto fin da allora i Leicisti potevano utilizzare sui propri corpi macchina un’ottica di tali caratteristiche geometriche, seppure prodotta da terzi.

Quest’obiettivo venne poi rivisto meccanicamente dando vita al Voigtlaender Nokton 35mm f/1,2 Aspherical tipo II, lanciato nel Giugno 2011.

Poco dopo, nel 2012, l’azienda nipponica Sigma varò un ambizioso piano per riposizionare verso l’alto la sua gamma di obiettivi introducendo la linea Sigma ART, ottiche caratterizzate da luminosità elevata, schemi moderni e complessi, elevate prestazioni e prezzo competitivo che immediatamente alzarono l’asticella del value for money; uno dei modelli più significativi fu proprio il Sigma ART 35mm f/1,2 DG DN tipo I, introdotto nel Luglio 2019 e che andò ad affiancare sul mercato il modello Voigtlaender Cosina, sebbene con dimensioni e peso drasticamente superiori.

Poco dopo anche Cosina mosse i pezzi sulla scacchiera e nel Febbraio 2020 introdusse sul mercato il Voigtlaender Nokton 35mm f/1,2 Aspherical tipo III, questa volta non soltanto aggiornato meccanicamente ma equipaggiato anche con un nuovo schema ottico la cui proiezione posteriore risulta più idonea all’uso con sensori digitali di quanto non fosse il disegno precedente, sviluppato nel 2002 col pensiero ancora rivolto ai corpi analogici a pellicola.

Per finire, anche Sigma si rese conto che le dimensioni del suo modello ART tipo I erano eccessive e nel Settembre 2025 ha introdotto il Sigma ART 35mm f/1,2 DG DN tipo II; caratterizzato da un nuovo schema ottico che consente di ridurre gli ingombri e il diametro dei filtri, sia pure solo parzialmente.

 

 

Il Nokton 35mm f/1,2 Aspherical disegnato da Cosina fu quindi il modello che creò dal nulla questa nicchia di mercato; il tipo I prevedeva un barilotto rastremato con caratteristico paraluce dotato di fermo a vite e verniciatura raggrinzente; questo tipo fu commercializzato con barilotto nero o satinato cromo, seguito poi dal tipo II con estetica rivista e inedita baionetta cromata anteriore; infine, il tipo III risulta più tozzo e si avvale del nuovo gruppo ottico.

 

 

Osservando le 2 generazioni di schemi ottici, il primo si distingue per compattezza, grazie ad una progettazione competente e alla possibilità di arretrare a piacimento l’ultima lente riducendo lo spazio retrofocale; il secondo schema invece è completamente rivisto per ottimizzare il comportamento ai bordi in digitale, dato che la prima versione non era impeccabile in tal senso.

 

 

Lo schema del primo, storico Nokton 35mm f/1,2 venne calcolato da Yoshihisa Yomogida, un tecnico che ebbe un ruolo di primaria importanza nello sviluppo dell’originale lotto di obiettivi per Voigtlaender Bessa, a partire dai primissimi esemplari calcolati a fine anni ’90; questa pagina è l’intestazione del brevetto nipponico la cui richiesta venne depositata il 10 Settembre 2002.

 

 

Tale schema iniziale si basa sul palinsesto del Summilux-M 35mm f/1,4 poi pesantemente modificato aggiungendo un ulteriore elemento divergente posteriore e trasformando la lente frontale in un modulo di 3 elementi con significativi richiami storici al famoso Rapid-Plasmat di Paul Rudolph; l’obiettivo impiega 3 superfici asferiche (nel raggio anteriore di L6 e su entrambi i lati di L9) e prevede 5 lenti in vetro Lanthanum Dense Flint ad alta rifrazione e dispersione proporzionalmente contenuta; come anticipato, questo schema è relativamente compatto ma l’incidenza della sua proiezione ai bordi non è ottimale per i sensori full-frame.

 

 

Passando a Sigma, il più recente modello ART 35mm f/1,2 DG DN tipo II esibisce ancora dimensioni notevoli, sebbene risulti comunque più compatto della versione I che discuteremo a seguire e preveda un passo filtri ridotto da 82mm (!) a 72mm.

 

 

L’approccio progettuale di Sigma con questi 35mm f/1,2 ART è stato radicalmente differente rispetto a Cosina e Leica: infatti questi ultimi dovevano offrire un obiettivo che fosse proporzionato ai compatti corpi a telemetro Bessa e Leica M e non impedisse la visione del campo col mirino esterno, mentre per Sigma la destinazione d’uso per apparecchi mirrorless con inquadratura tramite display o mirino elettronico non ha posto alcuna pregiudiziale in tal senso, pertanto l’azienda ha profuso tutto il suo notevole know-how creando questi schemi estremamente sofisticati e chiaramente basati su 2 moduli sequenziali, secondo un archetipo introdotto dal Dr. Glatzel di Zeiss nei primi anni ’70 con i suoi obiettivi cinematografici superluminosi.

Come si può osservare la struttura del tipo II è stata sviluppata essenzialmente per ridurre il diametro e l’ingombro del sistema, pur mantenendo un’architettura sofisticata e molto più complessa rispetto agli schemi Cosina Voigtlaender e Leica.

 

 

Questa esibizione muscolare di tecnologia ha naturalmente un rovescio della medaglia: in questa illustrazione possiamo apprezzare il Leica Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph. assieme ai Sigma ART 35mm f/1,2 DG DN tipo II e tipo I con barilotti e schemi ottici in esatta scala reciproca, e il confronto non richiede commenti; peraltro la necessità di contenere le dimensioni ha imposto a Stefan Roth di rimanere nell’ambito dello schema già usato nell’Apo-Summicron-M, senza tentare voli pindarici e accedere a maggiori sofisticazioni che troviamo, ad esempio, nelle ottiche Leica SL, per le quali il diktat delle dimensioni molto contenute non vige; questo naturalmente ha posto limiti progettuali che invece Sigma non ha dovuto affrontare, potendo operare da subito nell’ambito degli schemi a moduli multipli e senza limiti specifici di diametro e ingombro, una maggiore sofisticazione che si percepisce anche nella profusione di superfici asferiche, 6 nel Sigma tipo I e addirittura 8 nel tipo II.

Vediamo quindi di approfondire i segreti tecnici nella progettazione di questi impressionanti modelli ART, partendo dal più recente tipo II.

 

 

Il relativo brevetto venne firmato da Ryosuke Sato e la richiesta per il documento prioritario nipponico fu consegnata il 26 Aprile 2024; per il tipo II esiste un “embodiment” esattamente corrispondente al modello di serie mentre, come vedremo, col tipo I lo schema del corrispondente brevetto è stato ulteriormente modificato e affinatp prima della produzione.

 

 

Nell’illustrazione possiamo apprezzare il secondo embodiment del brevetto appena visto affiancato allo schema del Sigma ART 35mm f/1,2 DG DN tipo II di produzione; la grafica del brevetto mostra come la messa a fuoco sia interna e chiami in causa solamente i 2 sottogruppi costituiti dal L2-L3 ed L12-L13, una scelta che rende la messa a fuoco automatica molto veloce mentre sarebbe stato quasi impensabile operare in modo tradizionale, avanzando l’intero gruppo da 17 elementi.

 

 

Questa dettagliata tabella riporta i parametri grezzi del progetto ottico, quindi, come di consueto: raggi di curvatura per le superfici, spessore delle lenti in asse più spazi fra gli elementi e valori per l’indice di rifrazione e la dispersione dei vetri utilizzati; le 8 superfici asferiche sono indicate da un asterisco e si può apprezzare come siano tutte distribuite su entrambi i lati di 4 lenti, che sono quindi bi-asferiche.

 

 

Il documento comprende anche i parametri matematici delle 8 lavorazioni asferiche, distribuite sulle superfici 5-6, 13-14, 23-24, 30-31.

 

 

Altri dati contenuti nel brevetto indicano una focale effettiva di 34,6mm e un’apertura massima effettiva pari a f/1,24; in queste informazioni sono indicati anche gli spazi fra i gruppi mobili con obiettivo focheggiato a infinito a a circa 1,5m di distanza, e si può apprezzare come in questo intervallo la corsa dei moduli mobili sia davvero esigua, circa 0,5mm quello anteriore e circa 0,7mm il posteriore, lasciando intendere quanto possa essere fulminea la corrispondente regolazione in autofocus.

 

 

Il documento contempla anche i diagrammi con lo stato di aberrazione sferica, curvatura di campo/astigmatismo e distorsione con l’obiettivo regolato su infinito (in alto) e a distanza ravvicinata (in basso); purtroppo per generare diagrammi spettacolari il relativo fondo-scala è abbastanza permissivo ma l’obiettivo appare ottimamente corretto a qualsiasi distanza e, in particolare, la correzione ottica della distorsione risulta eccellente e praticamente trascurabile nonostante le specifiche geometriche spinte; questo evita di dover ricorrere alla correzione on camera all’insaputa dell’utente, procedura ormai molto diffusa nella progettazione moderna.

 

 

Anche con gli schemi di transverse ray aberration, nuovamente a infinito e distanza minima, la correzione risulta elevata e con un degrado modesto passando a coniugate brevi; in sostanza questo modello appare in grado di fornire le alte prestazioni che ci si aspetta da un modello della serie professionale ART.

 

 

Lo schema ottico di Ryosuke Sato è certamente molto complesso e le 4 lenti bi-asferiche, con un totale di 8 superfici speciali, contribuiscono alla correzione finale; notate come abbia descritto in rosso i vetri utilizzati in queste 4 lenti, (L3, L7, L13, L17) perché in tutti i casi si tratta di materiali specificamente adattati al glass-molding degli sbozzi in appositi stampi e caratterizzati da una temperatura di rammollimento inferiore rispetto ai vetri più tradizionali, dettaglio che semplifica l’operazione; il glass-molding è molto usato in situazioni come questa, con lenti dotati di superficie asferica da ambo i lati, perché riduce i costi e i tempi di produzione rispetto ad altre procedure.

Per questa struttura il progettista si è avvalso di 7 famiglie di vetri ottici: Dense Flint SF, Very Light Flint LLF, Lanthanum Dense Flint LASF, Fluor Crown FK, Lanthanum Flint LAF, Lanthanum Crown LAK e Phosphate Dense Crown PSK, con 14 lenti ad alta o altissima rifrazione delle quali 5 agli ossidi delle Terre Rare ma nessun elemento in vetro ED a bassissima dispersione o fluorite.

Inoltre non abbiamo alcuna informazione precisa riguardo a quali siano effettivamente i fornitori di vetro a Sigma per questa realizzazione, e in 11 lenti su 17 non esiste una tipologia univoca ma sono disponibili 2 versioni dello stesso identico materiale prodotte da vetrerie differenti (Ohara e Hoya, oppure Ohara e Hikari), mentre per le altre 6 lenti il vetro utilizzato è realizzato unicamente da Hoya, quindi nel caso specifico non esistono dubbi; pertanto, nella altre lenti, ho indicato per ciascun elemento entrambe le tipologie di vetro prodotte dalle 2 aziende che lo mettono a disposizione, non potendo indicare con certezza l’una o l’altra come effettivo fornitore.

Analizzando lo schema troviamo quindi in L1 un Dense Flint corrispondente ai tipi Ohara S.NPH1 e Hoya FD226, in L2 un Very Light Flint corrispondente ai tipi Ohara S-TIL2 e Hoya FEL2, in L3 un Lanthanum Dense Flint corrispondente ai tipi Ohara S-LAH53V e Hoya M-NBFD13, in L4 un FLuor Crown corrispondente ai tipi Ohara S-FSL5 e Hoya FC5, in L5 ed L12 un Dense Flint corrispondente ai tipi Ohara S-TIM35 e Hoya E-FD15, in L6 un Dense Flint corrispondente al tipo Hoya FDS18, in L7 un Lanthanum Flint corrispondente al tipo Hoya M-TAF401, in L8 ed L16 un Dense Flint corrispondente ai tipo Ohara S-NBH58 e Hikari J-KZFH10, in L9 ed L14 un Lanthanum Crown corrispondente ai tipo Ohara S-LAH97 e Hoya TAC6, in L10 un Dense Flint corrispondente ai tipi Ohara S-NBH56 e Hoya NBFD25, in L11 un Phosphate Dense Crown corrispondente al tipo Hoya FCD505, in L13 un Lanthanum Flint corrispondente al tipo Ohara L-LAH91, in L15 un Dense Flint corrispondente al tipo Hoya FDS-16W e in L17 un Lanthanum Dense Flint tipo Hoya TAFD305.

Si tratta di un progetto più complesso rispetto a quello del Noctilux ma la maggiore semplicità del modello Leica M è sostanzialmente imposta dalle dimensioni massime ammissibili, mentre nel caso del Sigma esse non sono nemmeno paragonabili e hanno lasciato ampia libertà fin dalla prima fase di impostazione dello schema.

Come anticipato, questi dati sono relativi al secondo modello di Sigma ART 35mm f/1,2 DG DN, quello coevo al Noctilux-M, mentre fin dal luglio 2019 era disponibile in commercio la prima versione, ancora più ingombrante.

 

 

Questo primo modello è stato apparentemente calcolato da Kenta Fujita ed esiste un relativo brevetto, con richiesta prioritaria nipponica in data 9 Maggio 2018, nel quale dopo ipotesi da 50mm f/1,2 e 40mm f/1,2 compaiono anche 3 “embodiments” da 35mm f/1,2, il primo dei quali è simile al modello di serie ma non conforme, quindi fra questo brevetto e lo schema effettivamente in produzione si è interposta un’ultima fase di messa a punto fine che non risulta documentata.

 

 

Questo è lo schema presente nel brevetto che risulta più simile al successivo Sigma ART 35mm f/1,2  DG DN tipo I; nel brevetto la messa a fuoco interna è delegata ai gruppi di lenti L2 ed L3 posizionate prima e dopo il diaframma e questa soluzione non rende solo possibile e veloce l’autofocus ma previene anche il degrado di rendimento alle distanze più brevi, solitamente sensibile in grandangolari complessi e di grande apertura; infatti gli annessi diagrammi con aberrazione sferica a diverse frequenze dello spettro luminoso, curvatura di campo/astigmatismo e distorsione geometrica sono proprio riferiti a infinito (a sinistra) e distanze brevi (a destra) e pur col solito fondo-scala molto ampio che toglie risoluzione alle curve si può apprezzare la costanza di comportamento nelle diverse circostanze; contrariamente a quanto visto nel Sigma ART tipo II discusso in precedenza, la cui deformazione geometrica dell’immagine era trascurabile, nell’esemplare di questo brevetto la distorsione a infinito si spinge fino al 6% a barilotto, valore che decresce a circa 4% a distanze brevi grazie ai flottaggi, livelli certo eccessivi per un 35mm da 64° di campo ed evidentemente da correggere via firmware; forse la destinazione di questi obiettivi a corpi di differente generazione e fabbricanti ha palesato la difficoltà insita in una distorsione residua da correggere on-camera, suggerendo per il tipo II di provvedere direttamente nel progetto iniziale.

 

 

In questa illustrazione troviamo lo schema ottico del Sigma ART tipo I di produzione e il primo “embodiment” 35mm f/1,2 dal brevetto di Fujita-San del Maggio 2018, con i vari elementi colorati simmetricamente per visualizzare meglio similitudini e differenze; gli obiettivi appaiono strettamente correlati e nella versione finale per la serie le differenze più visibili sono rappresentate dal profilo della prima lente, comunque divergente in entrambi i casi, e dalla scomparsa della quarta lente visibile nello schema del brevetto, ovvero l’elemento singolo di colore arancio davanti al relativo doppietto cementato.

Purtroppo non esiste un brevetto o documentazione interna per la versione finale.

 

 

Rimarcando nuovamente l’attenzione alla qualità a distanze ravvicinate, nel brevetto sono presenti anche schemi per la transverse ray aberration ad infinito e coniugate brevi, e anche in questo caso il degrado sugli elementi più vicini appare molto contenuto; sembra quindi palese che i progettisti avessero individuato nella ripresa di soggetti a distanza ravvicinata e da staccare nettamente dallo sfondo uno dei settori d’impiego privilegiati per il modello, preoccupandosi quindi di garantire una buona qualità anche in quel campo di esercizio.

 

 

Questa tabella contiene i dati grezzi di progetto per l’ “embodiment” visto in precedenza; non corrispondendo esattamente alla serie non ha senso analizzare in dettaglio tutti i vetri impiegati nelle 17 lenti, tuttavia nuovamente molti elementi prevedono una rifrazione elevata e diversi sono agli ossidi delle Terre Rare; in questo primo progetto troviamo anche 2 lenti in vetro ED a bassissima dispersione e una terza, in posizione frontale, ricavata da un materiale Phosphate Dense Crown di progettazione molto moderna e con un rapporto fra indice di rifrazione e bassa dispersione al limite del fattibile.

La successiva versione II di quest’obiettivo conferma quindi una recentissima tendenza che ho notato anche in altri progetti e che vede la progressiva riduzione delle lenti a bassa/bassissima dispersione e dispersione anomala in progetti ad alta luminosità, probabilmente finalizzando la correzione cromatica con equilibrismi di altra natura.

 

 

Nel modello ricavato dal brevetto sono presenti 6 superfici asferiche, nuovamente distribuite soltanto su lenti che le prevedono da ambo i lati, e quindi tre; in questa illustrazione osserviamo i relativi parametri matematici e anche altri dati generici, con focale effettiva da 35,99mm e apertura effettiva f/1,26, mentre l’angolo di campo reale è pari a 64,62°.

 

 

Infine, questa immagine mostra i 3 “embodiments” da 35mm f/1,2 presenti nel citato brevetto, dei quali il primo è quello discusso e anche il più vicino al modello di produzione.

 

 

Questi sono dunque i segreti del nuovo Leica Noctilux-M 35mm f/1,2 Asph. e dei relativi “colleghi” che l’hanno preceduto condividendone le notevoli caratteristiche geometriche; quest’obiettivo offre mezzo f/stop di apertura rispetto al Summilux 35mm f/1,4 e sulla carta espande ulteriormente il campo operativo verso le tenebre, con qualità d’immagine molto elevata e progettazione teutonica doc, un dettaglio che al giorno d’oggi non è così scontato; per una visione d’insieme complessiva occorre però considerare, a parte il prezzo di acquisto 6 volte superiore ad un Sigma ART tipo II, il fatto che altri modelli si possono eventualmente applicare su corpi macchina dotati di stabilizzatore d’immagine incorporato sul sensore, e oggi in grado di offrire un recupero di svariati f/stop, senza trascurare l’accesso eventuale a valori ISO superiori a quelli permessi da un corpo M digitale o il relativo comportamento del file in tali condizioni: sono dettagli che mettono l’utente del Noctilux in una lieve condizione di handicap iniziale, qualora non si concentri solamente su riprese di figura ambientata con evidente stacco plastico dallo sfondo ma cerchi proprio il limite a mano libera scattando quasi al buio,

Naturalmente stiamo parlando di condizioni estreme, quasi cercate per il puro gusto della sfida, mentre nella stragrande maggioranza delle situazioni fotografiche reali l’accoppiata Leica serie M + Noctilux 35mm è perfettamente in grado di soddisfare le esigenze del fortunato utente in grado di sostenere la relativa spesa, risparmiando comunque in seguito sui servizi di uno sherpa grazie alle dimensioni e al peso effettivamente molto contenuti dell’ultimo gioiellino Leica.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 


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