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Le ottiche di Bertele per Albert Schacht – retroscena

Chroniken von Bertele – Teil 1

 

 

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; con questo pezzo introduco una serie di articoli dedicati alla vita e alle opere di Ludwig Jackob Bertele, il più grande progettista di obiettivi del ‘900, nei quali descriverò dettagli, retroscena, aneddoti e situazioni molto spesso sconosciute o tratteggiate in modo molto succinto, aggiungendo informazioni inedite acquisite grazie all’amicizia fraterna che mi lega ai suoi familiari.

In questo caso l’argomento riguarda gli obiettivi fotografici e da proiezione progettati da Bertele per la ditta Schacht, una piccola firma indipendente che dalla fine degli anni ’40 ai primi anni ’70 ha commercializzato ottiche di fascia economica e prezzo competitivo, tuttavia questa produzione è solamente il pretesto per analizzare le relazioni personali di lunga data intercorse fra Ludwig Bertele ed Albert Schacht, titolare e fondatore dell’impresa, fornendo una spiegazione plausibile ad alcuni paradossi apparenti che andremo a descrivere.

 

 

Albert Schacht fondò la propria azienda per la produzione di ottiche nel 1948 a Monaco di Baviera, sua città di origine, spostando poi definitivamente la sede ad Ulm am Donau nel 1954; Schacht poteva vantare una grande esperienza personale nel settore fotografico perché già a fine anni ’20 faceva parte del team di progettisti della Zeiss Ikon Dresden che, sotto la supervisione dell’Ing. Heinz Kueppenbender, progettarono la celebre fotocamera Contax; in una fase immediatamente successiva Schacht tornò alla città natale e si occupò presso la Optische Werke C.A. Steinheil und Soehne G.m.b.H; nel frattempo il nazionalsocialismo era giunto al potere e Albert Schacht ne divenne rapidamente un entusiasta ed irriducibile sostenitore, palesando in ogni sede il suo orientamento ideologico.

I primi anni di guerra per il nostro protagonista furono esaltanti: la Steninheil di Monaco doveva soddisfare importanti commesse militari e quindi Schacht si trovò impegnato a progettare sistemi ottici destinati a sommergibili, blindati della Wehrmacht e aerei da guerra, tessendo nel frattempo importanti contatti con personaggi di primo piano della nomenklatura del Reich grazie anche al suo incrollabile amore per il nazionalsocialismo.

Proprio questa passione irriducibile fu la causa comune della sua ascesa e del suo rapido declino postbellico: infatti, dopo la resa incondizionata tedesca, tutti i personaggi di un certo rilievo dovettero abiurare i propri convincimenti ideologici, tuttavia Herr Schacht, come si suol dire in questi casi, preferì tirare dritto e non rinnegò mai la sua fede nazista.

Tale pertinacia lo trasformò in un personaggio impresentabile, con conseguenze immediate come il licenziamento in tronco dalla Steinheil; trovandosi improvvisamente disoccupato ma non sprovveduto, Albert Schacht decise di mettere a frutto le sue competenze tecniche e manageriali acquisite nel ventennio precedente e fondò la propria azienda; il manager bavarese coltivava notevoli ambizioni e nei suoi piani iniziali prevedeva addirittura di progettare direttamente le sue ottiche; dal momento che aveva scelto di posizionarsi nella fascia di mercato economica (una decisione anche sensata, considerando le condizioni disastrate nella Germania dell’immediato dopoguerra), una sua ossessione iniziale fu quella di realizzare gli obiettivi utilizzando i vetri più economici disponibili, dal momento che proprio i vetri ottici più sofisticati rappresentavano la voce di spesa più rilevante nella produzione di un obiettivo, e tentò addirittura di progettare e brevettare un’ottica realizzata con un singolo materiale, ovvero un semplice vetro Crown “Spiegelglas”: in parole povere, vetro da finestre!

Naturalmente questa scelta radicale non consentiva un’adeguata correzione delle aberrazioni, specie quelle cromatiche, e il fallimento del progetto fu come un brusco risveglio alla realtà per Herr Schacht che, facendo un esame di coscienza, prese atto dei limiti tecnici della sua struttura e si rese conto che per realizzare obiettivi economici mantenendo una buona qualità ottica avrebbe dovuto rivolgersi ad un progettista molto più esperto; decise quindi di passare la patata bollente a Ludwig Bertele.

Siamo a fine anni ’40, l’azienda Schacht si è da poco insediata nella sede originale di Monaco e il suo titolare è ancora bollato come un nazi irriducibile; Bertele, d’altro canto, politicamente è sempre stato molto lontano all’ideologia nazionalsocialista e, anzi, in momenti di confidenza domestica raccontò al figlio maggiore che in gioventù, osservando la propria madre china dall’alba al tramonto sul suo tavolo da sarta, aveva maturato grande empatia per le condizioni dei lavoratori e addirittura accarezzato l’idea di aderire al partito comunista; quindi, dal punto di vista ideologico, i due uomini si potevano definire agli antipodi e, d’altro canto, Bertele dal 1946 si era ritagliato una nuova vita in Svizzera, come progettista di ottiche fotogrammetriche per la Wild di Heerbrugg, conducendo un’esistenza agiata anche grazie alle cospicue royalties derivanti da molti brevetti di obiettivi registrati a nome suo e poi concessi in usufrutto alle aziende, pertanto non aveva neppure motivazioni economiche che lo spingessero a collaborare con il nazista Schacht.

Eppure Bertele si turò il naso e accettò di progettare gli obiettivi necessari al fabbricante bavarese, una scelta apparentemente inspiegabile che cercheremo di giustificare in seguito.

 

 

Herr Schacht aveva iniziato la sua esperienza nel settore nel 1913, come supervisore di produzione alla Carl Zeiss Jena, passando poi nel 1919 alla Ica Werke e, dopo l’incorporamento di quest’ultima nel 1926, alla Zeiss Ikon Dresden, dove operò fino al 1939; in quell’anno abbandonò il gruppo Zeiss perché alla Optische Werke C.A. Steinheil und Soehne G.m.b.H gli avevano offerto la carica di direttore tecnico generale, ruolo che mantenne per tutto il periodo bellico; le sue irriducibili simpatie per il defunto Reich causarono nel 1946 il suo allontanamento forzato dall’azienda, portandolo alla decisione di mettersi in proprio e creare la propria manifattura di obiettivi; dalla nascita della Albert Schacht, fondata nel 1948, al contatto con Ludwig Bertele per chiedere la sua collaborazione nella progettazione delle ottiche trascorse il tempo strettamente necessario ai primi esperimenti poco felici per il calcolo autarchico: infatti, osservando queste illustrazioni pubblicitarie, possiamo notare come il brand fosse ancora insediato nella sede originale di Monaco di Baviera, quindi sono state divulgate sicuramente prima del 1954, anno del trasferimento ad Ulm am Donau con la relativa modificazione del marchio stesso, e assieme a due obiettivi preliminari basati su un semplice schema Tessar sono già presenti due modelli il cui gruppo ottico è frutto del progetto di Bertele, ovvero i Travenar 85mm 1:2,8 e 135mm 1:3,5.

 

La Albert Schacht ha realizzato nel tempo numerosi obiettivi con focali da 28mm a 200mm e attacchi diversificati quali Edixa, Exakta, Leica 39x1mm (con telemetro accoppiato), Leidorf Wetzlar, Praktina e a vite 42x1mm; erroneamente certe fonti attribuiscono a Bertele il disegno di tutti i gruppi ottici ma in realtà il grande progettista si limitò a firmare sostanzialmente tre schemi: uno destinato al grandangolare Travegon 35mm 1:3,5 ed S-Travegon 35mm 1:2,8, uno al medio-tele Travenar 85mm 1:2,8 e uno a teleobiettivo Travenar 135mm 1:3,5; nel caso dei due modelli di lunga focale Bertele si basò su modelli collaudati e derivati dai suoi celebri progetti Sonnar ed Ernostar, mentre per il 35mm creò ex-novo uno schema di tipo retrofocus basato su 3 gruppi principali di lenti che costituiva per lui un’esperienza nuova e rende questi modelli storicamente interessanti perché si tratta degli unici grandangolari di tipo retrofocale disegnati da Bertele nella sua lunga carriera nel corso della quale ha firmato innumerevoli obiettivi ad ampio angolo di campo, alcuni molto famosi.

 

 

Questi advertising di metà anni ’50 illustrano i due 35mm Travegon ed S-Travegon con i relativi schemi ottici di Bertele; come si può notare entrambi condividono un’architettura comune e caratteristica basata su 3 gruppi di lenti cementate, nella quale per il modello più luminoso il doppietto centrale si trasforma in un tripletto, aggiungendo un ulteriore raggio di contatto.

 

 

Come si può anche intuire dagli attacchi selezionati per la produzione, molti dedicati ad abbordabili apparecchi prodotti nella DDR (caso più unico che raro di obiettivi prodotti in DFR e destinati ad apparecchi nati oltre Cortina), Schacht aveva scelto di posizionarsi su una linea di obiettivi dal prezzo abbordabile, offrendo un’alternativa per un vasto bacino di apparecchi economici di larga diffusione; un altro target sul quale a fine anni ’50 nutriva molte speranze era anche quello dei possessori di Leica a vite: dopo l’introduzione del sistema Leica M l’azienda di Wetzlar ridusse e poi sospese la produzione di ottiche originali in attacco 39x1mm, quindi Schacht si proponeva come possibile alternativa, offrendo ai Leicisti muniti di corpi a vite ed orfani delle ottiche originali il suo tris d’assi progettato da Bertele e munito di regolare interfaccia telemetrica; questa rèclame d’epoca in lingua italiana cristallizza proprio questa situazione, sebbene col senno di poi sembri un po’ velleitario offrire ad un Leicista abituato al meglio le modeste ed abbordabili ottiche Schacht, per quanto in grado di fornire buoni risultati grazie alle nobili origini.

Inizialmente Schacht chiese anche a Bertele di progettare obiettivi da proiezione, sfruttando lo schema Ernostar da lui inventato negli anni ’20 e particolarmente adatto a queste esigenze perché, sacrificando l’angolo di campo (qui non necessario) garantiva in cambio elevata luminosità e nitidezza; una specifica inderogabile imponeva di contenere il più possibile i costi di fabbricazione e, come argutamente ha sottolineato suo figlio Erhard in una chiacchierata sull’argomento, Bertele si trovò ad affrontare una nuova prospettiva: non più progettare l’obiettivo migliore possibile, indipendentemente dai costi e dalla complessità, ma trovare il miglior compromesso qualitativo compatibile con la massima economia.

Immediatamente si rese conto che, nelle voci di spesa, quella più significativa riguardava i vetri ottici particolari; come anticipato, lo stesso Schacht aveva tentato di progettare obiettivi utilizzando solamente lo “Spiegelglas” Crown da finestre e, stimolato in tal senso dal titolare dell’azienda, anche Bertele riuscì a disegnare uno schema Ernostar da proiezione a 4 lenti che garantiva un’elevata resa ottica utilizzando l’economico “Spiegelglas” nelle 3 lenti convergenti, lasciando un vetro ottico più pregiato e costoso solamente per la lente divergente; quest’architettura riuscì a soddisfare Bertele perché permetteva di mantenere una qualità ottica elevata con un significativo risparmio nei costi di produzione e addirittura decise di depositare un brevetto per registrarla, tuttavia gli esaminatori rifiutarono di ratificarlo, ravvisando come l’innovazione tecnica introdotta non fosse abbastanza significativa per meritare un brevetto indipendente.

 

 

Fra i numerosi brevetti registrati da Bertele ce ne sono invece due direttamente riconducibili ad ottiche da ripresa progettate per Albert Schacht, il primo relativo ad uno schema Sonnar a 4 lenti in 3 gruppi che diede vita al Travenar 85mm 1:2,8 e il secondo che originò il grandangolare Travegon 35mm 1:3,5; in quest’ultimo caso, rispetto al brevetto originale, per la produzione lo schema venne ulteriormente semplificato, trasformando il raggio d’incollaggio R5 del doppietto centrale da negativo ad infinito, ottenendo quindi 2 superfici piatte e molto più economiche da molare rispetto a quelle previste all’origine (notate come, per la stessa ragione, il raggio d’incollaggio del doppietto anteriore fosse piatto già nel brevetto preliminare); nel Travenar 85mm 1:2,8 non sono previsti vetri ottici particolari mentre nel Travegon 35mm 1:3,5, probabilmente per garantire l’adeguata correzione con un numero minimo di lenti, Bertele dovette fare uno strappo alla regola e la terza lente prevede il vetro Crown al lantanio LaK9.

(foto 11)

Proprio questo grandangolare si può considerare l’ottica più interessante commercializzata da Schacht, sia per la progettazione di Bertele sia per l’adozione di questo particolare schema a 3 doppietti collati.

Non approfondisco oltre la tematica strettamente tecnica sugli obiettivi Schacht perché l’argomento principale dell’articolo restano gli uomini, le relazioni e le motivazioni.

Come abbiamo già sottolineato, Albert Schacht nel dopoguerra divenne un personaggio non gradito ed emarginato per le sue credenze naziste mai sopite, mentre Ludwig Bertele aveva sempre utilizzato tutta la sua influenza e abilità diplomatica per rimanere estraneo alle dinamiche del Dritten Reich, per quanto possibile ad un responsabile della progettazione ottica di una grossa azienda pesantemente coinvolta nelle forniture militari, rivendicando un ruolo indipendente di scienziato; Bertele, scottato negli anni giovanili dalle norme che consentivano alle aziende di registrare la proprietà intellettuale dei progetti a proprio nome, escludendo dai relativi diritti il legittimo progettista, aveva sempre provveduto a registrare i brevetti delle proprie idee a proprio nome, innescando un copioso gettito di royalties che gli garantivano una solida posizione economica, a prescindere dalla nuova e prestigiosa posizione in seno all’azienda svizzera Wild Heerbrugg.

Alla luce di tutto questo, Ludwig Bertele non avrebbe avuto alcuna ragione ideale o esigenza economica per assecondare il nazista impenitente Schacht, peraltro in un momento in cui, fra gli impegnativi progetti Aviotar ed Aviogon per Wild e le richieste Zeiss per il parco ottiche Contax Stuttgart, non stava certo inoperoso con le mani in mano, e pur tuttavia accettò di buon grado di calcolare gli obiettivi descritti, una scelta apparentemente illogica; per comprendere le ragioni della scelta e metterle nella giusta prospettiva occorre completare il puzzle e tornare agli anni di guerra, dipanando le fila di un complesso affresco che chiama in causa personaggi famigerati e sembra quasi la trama di un film.

Vediamo quindi cos’è successo in realtà.

Ludwig Jackob Bertele non era un accademico tout court, in realtà non era nemmeno laureato, e nel suo lavoro di progettista era riuscito a mantenere una rassicurante stabilità, continuando a lavorare al tavolo del suo ufficio nella torre Ernemann di Dresda anche dopo il passaggio alla Zeiss Ikon, senza mai trasferirsi a Jena per lavorare gomito a gomito con gli illustri colleghi che, in virtù dei loro titoli, già in passato lo avevano trattato in modo spocchioso; Bertele voleva quindi evitare questo tipo di interazione diretta, mantenendo la sua routine a Dresda, dove nel 1937 aveva acquistato un importante immobile nel quale abitava con la famiglia e dove gestiva il proprio lavoro assieme ai fidati collaboratori del suo team.

Quest’area di confort vacillò improvvisamente all’inizio del 1940, quando l’ing. Heinz Kueppenbender lo informò che il management aveva deciso di trasferire tutta la progettazione ottica a Jena; questo, alla luce anche delle nuove ed impegnative commesse militari, doveva permettere ai matematici di confrontarsi continuamente sui progressi delle loro ricerche, evitando che più soggetti disperdessero potenziale lavorando in parallelo sulla stessa proposta; Bertele fu molto contrariato all’idea di abbandonare Dresda e trasferirsi con la famiglia a Jena in un ambiente di lavoro ansiogeno, si trovò quindi in una situazione spinosa.

Proprio in questa fase entra in scena Albert Schacht; essendo entrambi originari di Monaco e avendo condiviso molti anni in seno alla Zeiss Ikon, Schacht e Bertele si conoscevano bene e quest’ultimo mise l’altro al corrente della situazione; Schacht, come direttore tecnico della Steinheil, lo raccomandò presso Ludwig Franz, manager del dipartimento di calcolo ottico, e in breve fu in grado di offrirgli un posto di progettista nell’azienda di Monaco; Bertele, confortato da questa proposta, il 14 Febbraio 1940 propose di rassegnare le proprie dimissioni al management della Zeiss Ikon.

Ovviamente l’azienda di Dresda era ben cosciente del valore di Bertele e non aveva alcuna intenzione di perdere un progettista di tale livello, pertanto cercò in tutti i modi di opporsi a questa richiesta.

 

Franz Seldte

 

I Manager Zeiss Ikon, forti del loro ampio coinvolgimento nelle forniture governative a fini bellici, sollecitarono addirittura in gabinetto del Ministro del Lavoro del Reich, Franz Seldte; come reazione, il 19 Aprile 1940 Bertele ricevette una lettera formale dal responsabile del Ministero del Lavoro a Dresda e, grazie alla testimonianza diretta del figlio Erhard, è possibile conoscere il suo contenuto: “considerando la grande importanza politica degli incarichi svolti (da Bertele, ndr) alla Zeiss Ikon, e la loro rilevante importanza per la difesa del Reich, in questo caso si deve imporre un rigido obbligo formale di lealtà nel confronto dell’azienda”

Traducendo dal burocratese, la richiesta di dimissioni di Bertele dalla Zeiss Ikon veniva invalidata e respinta; il progettista era realmente in una situazione difficile perché, a quei tempi e in quei contesti politici, non era possibile impugnare o disattendere un perentorio ordine formale che proveniva dall’alto, poteva solo essere corretto o annullato da un contrordine di autorità ancora superiore, cosa non facile trattandosi di un diktat del Ministero del Lavoro…

 

Hermann Goering

 

Anche in questo caso Albert Schacht venne nuovamente in aiuto; infatti, alla Steinheil di Monaco, progettando dispositivi ottici per mezzi e velivoli militari e coltivando l’ardente fede nazionalsocialista della quale abbiamo già parlato, Schacht era in rapporti confidenziali con altissimi papaveri del Reich, e in questa situazione perorò la causa di Bertele addirittura presso il Reichsmarschall Hermann Goering, al tempo Presidente del Consiglio Ministeriale per la Difesa del Reich, Ministro del Reich per l’Aviazione e le Foreste e comandante in capo della Luftwaffe; grazie all’amicizia personale e ai servigi aziendali, dopo i tempi tecnici e burocratici necessari, Schacht convinse Goering ad agire in suo favore e il 18 Ottobre 1941 quest’ultimo inviò una lettera al Ministro del Lavoro nella quale si ordinava che il trasferimento del progettista ottico Bertele dalla Zeiss Ikon AG alla Optische Werke C.A. Steinheil und Soehne G.m.b.H doveva avere luogo.

Con questa perentoria direttiva in suo supporto, Ludwig Bertele compose finalmente la lettera ufficiale di dimissioni dalla Zeiss Ikon, formalizzate il 31 Dicembre 1941.

Schacht aveva quindi risolto a Bertele un grosso problema, evitandogli il trasferimento a Jena con famiglia, armi e bagagli a collaborare in un team di soggetti con i quali non si sarebbe sentito a suo agio; naturalmente il nuovo datore di lavoro era a Monaco di Baviera e inizialmente fu ventilata l’ipotesi di un trasferimento al domicilio in cui in gioventù risiedeva, però l’edificio era stato distrutto da un bombardamento e il progettista ottenne di rimanere a Dresda, mantenendo intatte le sue abitudini di vita e tenendo i contatti con Steinheil tramite posta o con trasferte occasionali.

Queste sono dunque le ragioni per le quali Ludwig Bertele sentiva di avere un debito di riconoscenza con Albert Schacht e decise di aiutarlo, progettando per lui alcuni obiettivi in una fase in cui era stato ostracizzato da tutti.

Bertele non aveva alcuna simpatia per il Reich e, da scienziato mite dedito completamente ai suoi studi, paventava anche la concreta possibilità di dover abbandonare tutto, indossare un’uniforme militare e trovarsi al fronte; in questo senso l’occupazione offerta da Schacht alla Steinheil gli tolse nuovamente le castagne dal fuoco perché, trovandosi a progettare dispositivi ottici direttamente destinati allo sforzo bellico, era automaticamente esentato dall’obbligo di precetto, un’ulteriore ragione per essere grato ad Albert Schacht.

Naturalmente Bertele, nella sua fase alla Steinheil, temporaneamente non progettò più obiettivi fotografici, tuttavia la freschezza delle sue idee rimase intatta anche quando applicate ad altri dispositivi; vediamo alcuni brevetti di questo periodo firmati da lui.

 

 

Il primo brevetto di Bertele per Steinheil è datato 5 Aprile 1942 ed è relativo ad un sofisticato periscopio che incorpora un prisma raddrizzatore nel sistema ottico e nel quale il progettista ha profuso le sue esperienze pregresse nel campo dei grandangolari, garantendo al dispositivo un angolo di visione da ben 90°, sicuramente utilissimo in molte circostanze; nel brevetto non si fa cenno a trattamenti antiriflesso ma, trattandosi di un sistema con 17 passaggi ad aria, è possibile che la nuova tecnologia, al tempo ancora coperta da segreto militare e già sperimentata da Bertele alla Zeiss, fosse applicata anche a questo periscopio.

 

 

Un altro brevetto, datato 8 Maggio 1943, è relativo ad un perfezionamento del celebre oculare grandangolare che Bertele aveva già sviluppato anni prima per la Zeiss Ikon, in questo caso evoluto usando 6 lenti con un tripletto collato posteriore.

 

 

L’ultimo brevetto di Bertele per Steinheil risale al 3 Giugno 1943, è molto stringato e privo di illustrazioni e riguarda un perfezionamento nel sistema ottico di una visiera per bombardamento destinata a velivoli da guerra.

Abbiamo dunque chiarito perché Ludwig Bertele, all’apice della carriera in Zeiss, inopinatamente scelse di lasciare l’azienda il 31 Dicembre 1941 per approdare alla Steinheil di Monaco di Baviera (scelta che ha sempre suscitato curiosità e perplessità fra gli storici e gli appassionati) e soprattutto perché, nel Dopoguerra, decise di aiutare un Albert Schacht ormai isolato (la sua scelta di produrre obiettivi con attacchi destinati prevalentemente ad apparecchi DDR riflette l’impossibilità di relazionarsi adeguatamente nella Germania Federale); è sicuramente una significativa pagina di storia che descrive uno dei momenti più critici nell’esperienza lavorativa ed esistenziale del grandissimo progettista e che è stato possibile ricostruire grazie al contributo e ai ricordi del caro amico Erhard Bertele, figlio primogenito di Ludwig, che ringrazio di cuore per aver condiviso con me questi toccanti ricordi.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

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