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Le ottiche Carl Zeiss Jena utilizzate dallo STASI della DDR

Le ottiche Carl Zeiss Jena ad estrazione pupillare per periscopi di Eberhard Dietzsch utilizzate dallo STASI della DDR per sorveglianza e spionaggio attraverso porte e pareti.

 

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; se a qualche affezionato lettore ormai attempato è capitato di soggiornare in alberghi della ex-DDR negli anni ’70 e ’80 e provare la strana sensazione di essere osservato mentre si trovava nella sua camera, si rassicuri: in effetti c’è la remota tuttavia concreta possibilità che non stesse delirando e che il suo sesto senso facesse centro… L’argomento di oggi descrive infatti una particolarissima famiglia di sconosciuti obiettivi Carl Zeiss Jena che non vennero mai divulgati né messi in vendita al pubblico e che furono concepiti appositamente per effettuare operazioni di sorveglianza ed intelligence addirittura attraverso porte chiuse e pareti in muratura; questi obiettivi erano denominati “Front Stop” e sono caratterizzati da un’estrazione pupillare anteriore per cui la pupilla d’ingresso e la posizione di un teorico diaframma si trovano in una giacitura aerea posta davanti alla lente anteriore, e questo fornisce la possibilità di effettuare riprese fotografiche e video attraverso un piccolissimo foro coincidente col piano della pupilla d’ingresso.

Questa generazione di speciali obiettivi venne commissionata alla Carl Zeiss Jena su mandato del Ministerium fuer Staatssicherheit della ex-DDR, il famigerato STASI che, tramite il proprio dipartimento tecnico OTS (Operativ Technischer Sektor), negli ultimi anni della Guerra Fredda prima della caduta del muro stava mettendo a punto sofisticate attrezzature fotografiche di spionaggio e sorveglianza; uno dei filoni principali di questo settore prevedeva appunto lo sviluppo di particolari obiettivi in grado di fotografare attraverso l’apertura di un piccolo foro, ad esempio in una porta, sfruttando la particolare posizione avanzata della pupilla anteriore; alla Carl Zeiss Jena lo sviluppo di questa gamma fu presa in carico dal Dr. Eberhard Dietzsch, uno dei più talentuosi matematici nella storia dell’ottica che ha firmato numerosi obiettivi destinati agli utilizzi più disparati; l’intervento che segue è stato scritto da lui e nel testo spiega in prima persona le fasi che hanno caratterizzato lo sviluppo del primo esemplare, un grandangolare da 62° di campo ed apertura 1:2,8 che in azienda venne definito P-Flektogon.

Il Dr. Dietzsch ci spiega che tali obiettivi esistevano già per l’utilizzo in scanner e ottiche tandem, sottolineando che un limite di questo anomalo schema era costituito da un’elevata distorsione che li rendeva inadatti ad un utilizzo fotografico convenzionale, mentre i nuovi modelli da lui progettati riescono a contenerla.

Il documento contiene anche una interessante confessione: per il calcolo assistito al computer di questo nuovo P-Flektogon con estrazione pupillare anteriore, alla Carl Zeiss Jena partirono dallo schema ottico del grandangolare Carl Zeiss Oberkochen Distagon 25mm 1:2,8 progettato da Erhard Glatzel ed ampiamente utilizzato in vari sistemi 35mm, probabilmente per risparmiare tempo e risorse sfruttando un modello già ben corretto e collaudato (e del quale potevano conoscere le intime caratteristiche progettuali ricavandole dal relativo brevetto); lo schema seguente illustra in modo efficace i vari passaggi che consentirono all’ufficio di calcolo Carl Zeiss Jena di passare dallo schema originale del Distagon 25mm 1:2,8 di Oberkochen al Carl Zeiss Jena P-Flektogon 35mm 1:2,8 definitivo.

Il primo step di lavoro prevedeva l’eliminazione dei due elementi anteriori del Distagon e la fase preliminare di ottimizzazione al computer estrasse la pupilla anteriore e garantì lo spazio retrofocale necessario alla reflex di destinazione, arrivando al modello 3c; in seguito l’ottimizzazione ha unito la lente divergente L4 e il menisco L5 di 3c in un doppietto collato e ha convertito la lente posteriore convergente L6 in due elementi separati, arrivando alla configurazione provvisoria n° 4 con 55° di campo, apertura 1:2,8 e distorsione nell’ordine del 3,5% (elevata ma accettabile); l’ultima fase di rifinitura ha convertito la settima lente in un doppietto collato con raggio di contatto divergente, arrivando alla versione definitiva n° 5, un obiettivo “Front Stop” con apertura 1:2,8, angolo di campo di 63° e adeguato spazio retrofocale.

Questa configurazione verrà confermata e andrà a caratterizzare lo speciale Carl Zeiss Jena P-Flektogon 35mm 1:2,8, qui illustrato in uno schema dello Jenaer Jahrbuch 2002.

Questo nuovo schema ottico dall’aspetto sconcertante (in pratica, abituati ad architetture convenzionali, osservandolo si ha quasi l’impressione che manchi un modulo anteriore…) venne brevettato a nome del Dr. Eberhard Dietzsch con richiesta di registrazione presentata nel Luglio 1976, poi riconfermata nel 1994 anche dall’ufficio brevetti della Germania riunificata, dopo la scomparsa della precedente DDR che garantiva il brevetto originale; il documento fa chiaro riferimento ad un obiettivo con pupilla d’ingresso esterna al gruppo ottico e angolo di campo grandangolare, superiore a 45°.

Le varianti di schema ottico discusse nel brevetto sono 4, delle quali 3 si riferiscono allo schema a 7 lenti provvisorio corrispondente all’illustrazione n° 4 dello schema visto in precedenza e una, l’ultima, corrisponde al modello di produzione, con 8 lenti e doppietto collato posteriore.

Osservando i parametri tecnici del gruppo ottico, si nota come il quarto esemplare – quello destinato alla produzione – non sia soltanto otticamente più complesso ma preveda anche l’uso di vetri ottici più sofisticati; in particolare, gli elementi L5, L6 ed L7 corrispondono ad un vetro ottico con alta rifrazione (nE= 1,7564) e bassa dispersione (vE= 52,9), un vetro il cui incrocio di parametri rifrattivi/dispersivi è al limite del fattibile e le cui caratteristiche corrispondono all’incirca a quelle del vetro lanthanum Crown tipo LaK33; in realtà la vetreria di Jena, vincolata all’isolazionismo politico/commerciale del Patto di Varsavia, nella sua fase DDR ha sempre sofferto per una cronica mancanza delle materie prime più sofisticate e pregiate (come appunto gli ossidi delle Terre Rare) e non era in grado di replicare questi vetri utilizzando gli stessi elementi, tipicamente ossidi di lantanio, tantalio o niobio; per questa ragione il vetro utilizzato per queste 3 lenti è un tipo J – SSK11, un Very Dense Crown che replica le caratteristiche del tipo lanthanum Crown appena citato ma ottiene questi parametri utilizzando invece l’ossido di torio, un materiale obsoleto e blandamente radioattivo che all’epoca non era più utilizzato dalle vetrerie di Giappone e Germania Occidentale; lo stesso Dr. Dietsch, sollecitato specificamente al riguardo di questo vetro discutendo di un altro obiettivo che lo utilizza, ha confermato la sua radioattività.

Questo speciale P-Flektogon 35mm 1:2,8 andò a completare una serie di 4 obiettivi creati da Carl Zeiss Jena per l’OTS del Ministerium fuer Staatssicherheit e destinata ad una fotocamera motorizzata di sorveglianza; questa e altre rare immagini di tali insoliti oggetti sono state gentilmente condivise dal caro amico tedesco Detlev Vreisleben, eminente collezionista ed esperto di apparecchiature ottiche utilizzate dalle agenzie di intelligence d’Oltre Cortina ed autore di vari contributi a tema sulla rivista specializzata PhotoDeal.

La linea di obiettivi speciali Carl Zeiss Jena creata per lo STASI ed utilizzata nelle sue operazioni di intelligence era definita dall’acronimo SO (Sonderobjektiv = obiettivo per impieghi speciali) seguito da un numero che indicava la relativa famiglia di ottiche; in questo caso si tratta del tipo SO-3, nel quale troviamo:

SO-3.1 = grandangolare da 35mm 1:2,8 con schema P-Flektogon

SO-3.2 = normale da 50mm 1:2,8 con schema Doppio Gauss tipo Biotar

SO-3.3 = corto teleobiettivo da 75mm 1:3,5 con schema tipo Tessar modificato

SO-3.4 = teleobiettivo da 135mm 1:3,5 a schema Sonnar

Lo schema ottico discusso in precedenza nei suoi dettagli è utilizzato nel modello SO-3.1; questi speciali obiettivi presentano una ghiera della messa a fuoco dotata di cremagliera per il controllo remoto e sono privi del diaframma; di recente alcuni SO-3 sono apparsi sul mercato, inutilizzati nell’imballo originale, ed è stato possibile visionare la dotazione a corredo, che comprendeva un iride a regolazione continua e vari diaframmi circolari calibrati su stop prefissati da applicare anteriormente come filtri, sfruttando un’apposita filettatura; questi diaframmi aggiuntivi si posizionano nel punto esatto che sarebbe previsto dal particolare calcolo ottico con estrazione pupillare anteriore, appunto davanti alla lente anteriore.

La speciale fotocamera utilizzata dallo STASI con questi obiettivi era definita GSK, acronimo di Geraeuscharme Spiegelreflexkamera, ed era allestita dal Pentacon Kombinat di Dresden su progetto speciale del dipartimento OTS; la base di partenza era una reflex monobiettivo Praktica, eventualmente anche il modello EE2 con esposizione automatica, profondamente modificata con l’applicazione di un motore di avanzamento e relativi comandi a distanza attivabili con varie modalità, ed era prevista anche l’eventuale applicazione di un dorso ad alta capacità per pellicola a metraggio.

L’apparecchio, accostato ad un piccolo foro in una porta o altro divisorio di analogo spessore, sfruttando l’estrazione pupillare degli speciali obiettivi SO-3 consentiva di immortalare la scena dall’altra parte dell’ostacolo; naturalmente la versione SO-3.1 da 35mm 1:2,8 con schema P-Flektogon era quella più ampiamente sfruttata, grazie alla sua copertura grandangolare.

Per la GSK era disponibile anche una borsa per il trasporto di aspetto anonimo e tale da non destare sospetti.

Questa scheda era nelle disponibilità dell’OTS e descrive succintamente le caratteristiche della famiglia SO-3, indicando che si tratta di obiettivi destinati a riprese attraverso piccole aperture, con diaframma applicabile anteriormente con attacco filettato da 36x1mm; la scheda specifica anche un cerchio di copertura da 40mm di diametro.

Il documento indica che erano disponibili adattatori per apparecchi Praktica convenzionali, cineprese in attacco C e fotocamere Robot-Star e Robot-Recorder; questi ultimi apparecchi sono stati ampiamente sfruttati da varie agenzie ai tempi della Guerra Fredda grazie alle ridotte dimensioni, il funzionamento meccanico e l’avanzamento con carica a molla che consentiva il comando remoto.

La tabella aggiunge alcuni dati riassuntivi, fra i quali il codice di catalogo Carl Zeiss Jena (da 14601 a 14605) e il prezzo al quale questi obiettivi SO-3 venivano forniti allo STASI, espressi in DM dell’epoca; curiosamente l’obiettivo di gran lunga più costoso non è l’SO-3.1 35mm 1:2,8 col suo complesso schema P-Flektogon bensi l’SO-3.2 50mm 1:2,8 di focale normale con schema Doppio Gauss tipo Biotar, il cui prezzo supera quello degli altri di un buon 50%.

Lo schema tipo P-Flektogon dell’SO-3.1 35mm 1:2,8 disegnato in bella copia evidenzia il virtuosismo progettale che ha consentito di proiettare la pupilla fuori dallo schema ottico, verso la coniugata oggetto, e mantenere nel contempo un ampio spazio retro focale; l’ultima lente è realizzata in vetro Phosphate Dense Crown a base di fluoruri e metafosfati, con media rifrazione  e ridotta dispersione, mentre la terza lente utilizza un vetro Flint al bario che non ha corrispondenza in alcun catalogo delle vetrerie Schott, Ohara, Sumita o Hikari, e probabilmente era una versione non standard creata a Jena, seppure con caratteristiche convenzionali; sono naturalmente confermate le 3 lenti in vetro SSK11, in pratica il materiale dalle caratteristiche rifrattive/dispersive più spinte che il Dr. Dietzsch ebbe a disposizione nella sua carriera alla Carl Zeiss Jena DDR.

L’obiettivo SO-3.3 da 75mm 1:3,5 utilizza invece uno schema tipo Tessar come questo, a sua volta riprogettato per posizionare la pupilla davanti alla lente anteriore mantenendo un ampio spazio retrofocale, tuttavia lo stesso Dr. Dietzsch ammetteva che a Jena, nonostante gli sforzi, non erano riusciti ad ottenere una resa ottica completamente soddisfacente perché questa modifica allo schema Tessar introduceva un’eccessiva curvatura di campo.

Alla Carl Zeiss Jena continuarono a progettare obiettivi “Front Stop” con estrazione pupillare fino agli ultimi anni in cui la compagnia ebbe vita autonoma, prima di essere assorbita dalla Carl Zeiss di Oberkochen ed integrata nelle sue fasi produttive, come confermato anche da questo ulteriore brevetto.

La richiesta di registrazione di questo calcolo fu depositata nel Luglio del 1987 ed è firmato da Eberhard Dietzsch assieme ad altri 4 colleghi.

Lo schema richiama in modo evidente quello del P-Flektogon ampiamente discusso e presentato oltre 10 anni prima, costituendone addirittura una semplificazione.

Ciò che rende interessante questo progetto, del quale ignoro un’eventuale applicazione pratica, consiste nell’utilizzo per le ultime due lenti di un vetro ED a bassissima dispersione con caratteristiche simili agli analoghi materiali utilizzati dalla concorrenza occidentale e giapponese, compreso il numero di Abbe superiore ad 80; analizzando tutti i brevetti di obiettivi Carl Zeiss Jena disponibili, sia per impieghi fotografici tradizionali che per realizzazioni speciali, questo è l’unico caso in qui ho riscontrato l’adozione di questo vetro, forse nemmeno disponibile nel catalogo di Jena ed eventualmente da acquistare all’esterno.

Questa serie di obiettivi SO-3 ad estrazione pupillare sono in realtà solamente una sorta di antipasto, la punta dell’iceberg di quello che lo STASI commissionò alla Carl Zeiss Jena: il passaggio successivo fu quello di aggiungere dietro all’obiettivo anteriore ad estrazione pupillare – ormai selezionato unicamente in versione grandangolare – un gruppo relay posteriore telecentrico, un modulo secondario che proiettava e focalizzava l’immagine del gruppo primario ad una distanza molto maggiore; in questo modo era possibile posizionare l’obiettivo ad estrazione pupillare all’estremità di un tubo metallico (con punta rastremata fino ad un piccolo foro, coincidente con la pupilla di entrata), proiettando la relativa immagine a fuoco all’opposta estremità del tubo, creando un vero e proprio periscopio fotografico di lunghezza variabile che permetteva di fotografare non soltanto grazie ad un foro praticato in un divisorio di ridotto spessore come una porta ma addirittura da una stanza all’altra, sfruttando un’apertura circolare forata nella parete e che la attraversa da parte a parte fino all’intonaco dell’altro vano, dov’è praticato un foro molto piccolo e poco visibile.

Questi sofisticati obiettivi/periscopio con la relativa fotocamera in allestimento speciale e completa di visore binoculare, avanzamento motorizzato ed eventualmente modulo video, vennero definiti dallo STASI come Beobachtungscomplex, abbreviato in BeKo; un esempio di BeKo a periscopio corto, adatto a pareti sottili, è quello illustrato in foto, allestito su una reflex 35mm Exa Ia ampiamente modificata e dotata di mirino speciale e relativa coppia di oculari probabilmente realizzati sfruttando componenti e competenze del settore microscopi.

Nel tempo furono realizzati diversi tipi di obiettivi/periscopio con modulo anteriore grandangolare ad estrazione pupillare e relay lens telecentrico all’interno del tubo, anch’essi calcolati da Eberhard Dietzsch, e si arrivò a modelli, come nel caso dell’obiettivo JO-1, acronimo di Justier Optik 1, assemblati all’interno di un tubo periscopico che poteva arrivare, grazie anche a prolunghe opzionali con un secondo sistema relay lens, ad un metro di lunghezza, in grado quindi di ficcanasare nell’altra stanza anche in caso di pareti molto spesse; nell’immagine sono riportati alcuni modelli di questa gamma: il JO-1 da 436,7mm per riprese fotografiche (con la relativa prolunga JO-5), il JO-3 da 521mm per riprese cinematografiche 16mm, il sottilissimo JO-8 nato per visione diretta e riprese video ed anche un oculare, dedicato al tipo JO-1, che serviva per la sorveglianza diretta quando non era necessario documentare fotograficamente il soggetto.

Naturalmente anche i sovietici non stavano a guardare e sebbene per i loro servizi attingessero a questa speciale produzione Carl Zeiss Jena, nel frattempo producevano internamente dispositivi di analoghe caratteristiche, come il modello C-215 “Krapiwa 4” illustrato nella foto in due diversi allestimenti

Questo schema riassume l’intera gamma conosciuta dei Justier Optik di Jena con i relativi accessori; in pratica gli obiettivi periscopio ad estrazione pupillare sono 5: JO-1, JO-3, JO-8, JO-9.2 e JO-11.1,a quali sono dedicati vari accessori: oculare e prolunga per il tipo JO-1 e prolunga, cassetta reflex binoculare, raccordo a 45° e raccordo a 90° per il tipo JO-3.

Le 11 versioni del tipo JO-4 sono relative ad un sistema di comunicazione ottico ad infrarossi basato su un visore analogo ad un binocolo che, in varie configurazioni e con diverse portate utili, consentiva di comunicare inviando un fascio di infrarossi fra due dispositivi abbinati e in possesso dei due soggetti che dovevano trasmettersi un messaggio; come si può osservare, questi dispositivi erano decisamente costosi, in certi casi il prezzo dell’epoca supera abbondantemente i 30.000 DM, una cifra importante.

Nella maggioranza dei casi gli obiettivi Carl Zeiss Jena Justier Optik erano utilizzati sui Beobachtungscomplex tipo BeKo; questi dispositivi venivano utilizzati dallo STASI per riprendere individui sospetti oppure agenti sotto copertura di altre agenzie ostili, magari – secondo il più trito stereotipo dei film di spionaggio – facendogli trovare qualche Fraulein avvenente e disponibile seduta al bar dell’hotel e successivamente fotografandolo o filmandolo nella sua camera, in atteggiamenti compromettenti, utilizzando poi il materiale a scopo di ricatto; naturalmente il Ministero, per completare l’ordito di questa complessa tela di ragno, aveva provveduto a “preparare” specifiche stanze in numerosi hotel, praticando il relativo foro cilindrico da 30mm di diametro nel muro di una camera attigua che veniva sempre tenuta a disposizione, eventualmente lasciando istruzioni affinchè l’albergo accogliesse determinati individui ritenuti “sospetti” proprio nella stanza allestita per il monitoraggio.

Nella serie di obiettivi di questo tipo progettati da Dietzsch uno dei modelli significativi è il Justier Optik 1, abbreviato in JO-1: si tratta di una complessa ed ingegnosa architettura a 16 lenti in 10 gruppi chiaramente suddivisa in due moduli: un obiettivo anteriore ad estrazione pupillare da 14mm di focale ed apertura 1:14 e un complicato relay-lens telecentrico secondario basato su un modulo gaussiano simmetrico centrale che acquisiva l’immagine primaria e la proiettava a grande distanza, fino al piano focale, il tutto contenuto in un tubo metallico da 436,7mm di lunghezza e 30mm di diametro; nonostante l’arditezza della sua struttura, il JO-1 consentiva comunque un angolo di campo di 102°, molto elevato, e grazie alla pupilla dell’obiettivo primario posta 2mm davanti alla lente anteriore era possibile rastremare conicamente il foto nel muro, in modo tale che l’apertura effettivamente aperta sulla stanza da monitorare fosse piccolissima e quindi non rilevabile.

Il sistema ottico proiettava un fascio molto telecentrico (sarebbe perfetto anche con le digitali odierne!) da 24mm di diametro che produceva, sulla pellicola 35mm, un’immagine circolare inscritta di misura all’interno delle perforazioni; il potere risolvente era decisamente elevato, se consideriamo la complessità de sistema: si passava da 105 l/mm sull’asse a 60 l/mm ai bordi, con 50° di semiangolo di campo, e grazie alla proiezione telecentrica anche la vignettatura era eccezionalmente contenuta per un grandangolare così spinto, al punto che all’estremità del formato l’illuminazione era ancora il 55% di quella disponibile in asse.

Il JO-1, catalogato presso la Carl Zeiss Jena col codice 12201, era destinato al Beobachtungscomplex tipo BeKo II e pesava 400g; applicando il relativo oculare per visione diretta, dotato a sua volta di 3 lenti in 2 gruppi, la lunghezza passava a 551,2mm e il peso a 675g; era anche disponibile una prolunga denominata JO-5 che portava la lunghezza a circa un metro: questo tipo di applicazione era possibile perché il relay lens secondario garantiva una proiezione tele centrica sulle due coniugate e quindi era possibile applicarne un secondo esemplare in tandem dietro al primo, acquisire la sua proiezione telecentrica e trasferirla ancora più lontano grazie al secondo sistema ottico relay incorporato nella prolunga.

Questa immagine illustra un BeKo II abbinato al periscopio JO-1 appena descritto ed appare evidente come in questa seconda versione il Beobachtungscomplex non derivi più direttamente da una fotocamera di serie prodotta da qualche Kombinat DDR e poi adattata ma nasca da una progettazione specifica che abbandona le forme e i comandi tipici di una reflex 35mm per assecondare meglio le specifiche esigenze di sorveglianza.

Un progetto analogo, seppure di complessità leggermente inferiore, fu portato a termine dal Dr. Dietzsch per il Beobachtungscomplex Beko I; quest’obiettivo periscopico venne catalogato nella serie SO, corrisponde alla denominazione SO-3.5 ed è caratterizzato da un tubo periscopico di minore lunghezza, come si può notare nell’immagine seguente, che illustra un SO-3.5 applicato ad un BeKo I, chiaramente derivato da una fotocamera Exa di serie.

Nel caso dell’obiettivo periscopico SO-3.5  l’angolo di campo è limitato ad 80° e sono previsti due modelli distinti, rubricati rispettivamente con il codice Carl Zeiss Jena 14606 e 14607.

Il primo tipo, con 13 lenti in 9 gruppi, era catalogato dalla STASI come SO-3.5, con una focale da 17mm ed apertura 1:5; esisteva una duplice esecuzione, senza diaframma (SO-3.5 / 14606) e con diaframma ad iride (SO-3.5.1 / 14606-1) ed impressionava il fotogramma con un cerchio immagine da 24mm di diametro; il secondo tipo, definito SO-3.5.2, con 14 lenti in 10 gruppi, replicava l’architettura del primo modello ma era destinato alle riprese video, quindi il cerchio d’immagine ha un diametro inferiore (16mm), adatto alle esigenze della relativa telecamera; il sistema ha una focale di 11mm e per raggiungere il necessario spazio retrofocale il progettista ha aggiunto un grosso sbozzo di vetro piano parallelo dietro al gruppo ottico che sposta la proiezione della coniugata immagine; per facilitare le riprese con i primitivi dispositivi video dell’epoca, l’apertura massima era stata portata ad f/3,5; in entrambi i casi il periscopio viene fissato tramite un attacco filettato da 28mm di diametro.

La versione 3.5.2 da 11mm 1:3,5 fu largamente impiegata per le riprese di videosorveglianza attraverso le specifiche aperture e in questa foto vediamo un allestimento dell’epoca, con l’obiettivo SO-3.5.2 applicato ad una videocamera ungherese TV11-22; notate come la ghiera per regolare in diaframma sia molto avanzata, il che limitava la profondità alla quale il periscopio poteva accedere; il tappo anteriore svolge varie funzioni: da un lato protegge la lente anteriore durante il trasporto e lo stoccaggio e dall’altra presenta una struttura conica con un foro centrale posto esattamente sul piano della pupilla d’ingresso e caratterizzato dal corretto diametro per la ripresa, quindi veniva mantenuto in posizione durante il servizio e andava a posizionarsi direttamente dietro ad un sottilissimo diaframma di materiale sintetico applicato nella camera da sorvegliare, all’estremità del foro, camuffato con la stessa finitura della parete.

Il brevetto alla base degli obiettivi telescopici SO-3.5 fu presentato da Eberhard Dietzsch, Klaus Krueger e Juergen Lonschinski nell’Ottobre 1983 e preconizza in modo chiaro lo schema che poi verrà effettivamente utilizzato; sono ben riconoscibili l’obiettivo primario anteriore ad estrazione pupillare e il relay lens gaussiano tele centrico posteriore che raccoglie l’immagine aerea dell’ottica primaria proiettandola sul piano focale.

Nel brevetto del 1983 sono presenti due embodiments preliminari; la prima versione corrisponde allo schema definitivo, con un modulo gaussiano simmetrico ad 8 lenti e 2 doppietti collati centrali ed apertura 1:5,6, poi portata ad 1:5 nell’SO-3.5, mentre la seconda versione – non illustrata graficamente ma descritta in una tabella di parametri – prevede un’apertura ridotta ad 1:9 e il suo gruppo gaussiano posteriore ad 8 elementi diviene asimmetrico ed è composto in sequenza da 3 lenti singole, 2 doppietti e 1 lente singola.

E’ stato possibile illustrare graficamente gli schemi ottici di questi periscopi per BeKo ed i relativi percorsi ottici con estrema precisione e dettaglio perché il loro progettista è stato così gentile e disponibile da inviare la scansione di stampe ottenute dai files originali del suo archivio computerizzato; gli schemi in questa immagine sono quelli originali condivisi dal Dr. Eberhard Dietzsch che ringrazio nuovamente per la gentilissima collaborazione.

Anche in questo caso è stato possibile ottenere ulteriori informazioni su questi misteriosi obiettivi per attività di sorveglianza accedendo alle relative “Kurzinformation”, succinte schede riassuntive con diffusione riservata nell’ambito della relativa agenzia di intelligence; questa scheda è riferita all’obiettivo SO-3.5 del Beobachtungscomplex BeKo I con focale di17mm ed apertura 1:5 e il documento ci informa che l’obiettivo ha una focale di 17mm ed un angolo di campo di 80°, che la pupilla di ingresso ha un diametro di 3mm ed è posizionata 5mm davanti al vertice della lente anteriore, che il diametro dell’immagine utile sul piano focale è di 24mm e che il potere risolvente è compreso fra 120 l/mm in asse e 80 l/mm al limite esterno del campo.

L’ultima informazione fornita è molto interessante e ci fa comprendere l’efficacia del dispositivo BeKo nell’attività di spionaggio da una camera all’altra: infatti viene specificato che per ottenere un’immagine di qualità adeguata è sufficiente posizionare la pupilla anteriore in coincidenza di un foro da appena 1mm di diametro: quindi nella parete appositamente attrezzata l’apertura prevedeva un diametro standard di 30mm per quasi tutta la lunghezza e poi, approssimandosi all’altra superficie del muro, il foro si restringeva, seguendo la forma tronco-conica all’estremità del periscopio, fermandosi a pochi mm dallo sfondamento e lasciando nell’ultimo, sottile diaframma un’apertura minuscola e pressoché invisibile; da testimonianze che ho raccolto, sembra che questi fori nelle camere d’albergo attrezzate venissero invariabilmente predisposti in modo da inquadrare il letto, evidentemente con l’intenzione di documentare qualcosa di pruriginoso e imbarazzante per il soggetto, la cui unica via di scampo era quella di spegnere pudicamente la luce prima di abbandonarsi ad effusioni…

Questa seconda scheda, tenuta secretata durante quegli anni di Guerra Fredda in archivi gestiti dallo STASI, enuncia le caratteristiche dell’obiettivo JO-1 destinato al Beobachtungscomplex BeKo II; in questo caso le informazioni sono più dettagliate e indicano la focale di 14mm, l’apertura 1:14, l’angolo di campo effettivo di 102°, la posizione della pupilla d’ingresso (2mm davanti al vertice della prima lente), il potere risolvente da centro a bordi del campo, l’illuminazione a varie distanze dal centro e addirittura la distorsione, i cui valori a barilotto sono di 1,68% per un semiangolo di 41° e circa 3% per un semiangolo di 50°, cioè corrispondenti a quelli deli più corretti obiettivi retrofocus per reflex di analoga copertura, un risultato che fa onore al progettista, considerando la particolarità della struttura ottica; sono anche fornite informazioni dettagliate su come realizzare il piccolo foro di visione, anche in questo caso limitato ad appena 1mm di diametro.

Nel caso del JO-1 la pupilla si trovava ad appena 2mm dalla lente frontale quindi nell’allestimento era necessaria più attenzione perché risultava difficile praticare un foto da 1mm in una parete e collocare la lente all’interno, ad appena 2mm da esso; pertanto gli specialisti inviati a predisporre il sistema foravano completamente la parete con punta da 30mm e poi applicavano un sottile disco di materiale sintetico con apertura da 1mm all’imboccatura del foro principale, camuffando poi il disco con la stessa finitura della parete circostante: in questo modo era possibile avvicinare in sicurezza la lente del JO-1 fino ai 2mm previsti dal foro di visione; vedremo in seguito cosa veniva utilizzato per predisporre il foro al corretto utilizzo.

Per le altre 3 versioni di obiettivo periscopico Justier Optik non sono disponibili molte informazioni; il modello JO-3 presentava un periscopio da 521mm di lunghezza ed il suo sistema ottico con obiettivo anteriore da 9,3mm ed apertura 1:9 era concepito per riprese cinematografiche su pellicola 16mm ed il suo cerchio d’immagine aveva un diametro di 12,8mm.

Quest’obiettivo, identificato dal codice 12202, era concepito per un utilizzo versatile e, come detto, disponeva di vari accessori; nell’immagine l’obiettivo è abbinato ad una cinepresa Beaulieu R16 modificata e accanto ad essi sono presenti i due raccordi angolari a 45° (12202.1) e 90° (12202.2); per utilizzi critici era possibile applicare davanti alla cinepresa una scatola reflex con grossi oculari stereo (12202.4).

Per quanto riguarda i due modelli rimanenti, il tipo JO-9.2 era estremamente sofisticato perché, pur mantenendo il classico periscopio da appena 30mm di diametro, prevedeva addirittura un obiettivo zoom ad escursione 3x (11-33mm) ed apertura fissa 1:10; il suo cerchio di copertura era limitato a 12,8mm perché venne concepito per riprese video o, al limite, su pellicola cinematografica 16mm; del modello JO-9.1 si ignorano le caratteristiche tecniche ed era destinato a riprese di videosorveglianza con camuffamenti inconsueti, come in un portabandiera.

Dagli archivi del Ministerium fuer Staatsicherheit emergono anche documenti relativi a periscopi sovietici come il tipo KEDR, a testimonianza di un flusso biunivoco di materiali e informazioni fra i servizi DDR e sovietici; il periscopio KEDR garantiva un angolo di campo da 80° e richiedeva un’apertura di servizio da appena 0,8mm di diametro; la lunghezza standard era pari a 639mm e poteva passare a ben 935mm applicando un’apposita prolunga con relay lens supplementare; nei documenti STASI/BStU è presente anche un’immagine che illustra un kit utilizzato per allestire la parete all’uso con il periscopio.

Le informazioni ricavate da questi archivi dimostrano che gli obiettivi periscopici di origine sovietica arrivarono addirittura ad un angolo di campo da ben 140°; considerando le limitazioni geometriche del sistema, è lecito pensare che i trattasse di un’immagine fisheye, senza correzione della distorsione.

L’interesse che il Ministero manifestava per questo tipo di periscopi ad estrazione pupillare e il relativo utilizzo nello spionaggio si può dedurre considerando che tali obiettivi vennero commissionati alla Carl Zeiss Jena praticamente fino al crollo del muro; infatti questo brevetto, sempre firmato da Eberhard Dietzsch assieme a Doris Trebitz e Manfred Wagner, è stato presentato nel Settembre 1988 e rappresenta un’ulteriore evoluzione di questa tipologia e permette una visione grandangolare spinta da 97° con apertura 1:5, decisamente più favorevole rispetto al valore 1:14 che caratterizzava il JO-1 da 102°

A rendere ancora più interessante questo progetto (le cui applicazioni pratiche sono ignote, considerando il precipitare degli eventi e il relativo, drastico riassetto politico) c’è anche una finezza tecnica, ovvero la superficie asferica prevista sul raggio posteriore della seconda lente: evidentemente a Jena cercavano di mettersi al passo con la tecnologia del tempo, purtroppo la gestione manageriale era fallimentare e la riunificazione delle due Germanie diede solo il colpo di grazia ad un’azienda che versava già in gravi difficoltà economiche e commerciali e che non era in grado da tempo di sostenere gli investimenti necessari per essere competitiva sul libero mercato, dopo decenni di gestione socialista volta soprattutto a soddisfare il mercato interno.

Questo fotomontaggio illustra chiaramente come funzionava il dispositivo BeKo realizzato per lo STASI: il foro da 30mm di diametro praticato nella camera adiacente permetteva di introdurre il periscopio e all’estremità opposta l’apertura sulla parete era di appena 1mm, quindi praticamente invisibile anche ad un’osservazione non superficiale; col BeKo in posizione l’operatore poteva vedere e documentare ciò che avveniva nell’altra stanza con angoli di campo compresi fra 80° e 102°, fornendo allo STASI una delle quattro leve solitamente sfruttate dai servizi per convincere un agente straniero a defezionare e passare dalla loro parte, cioè il ricatto (le altre tre sono la blandizie dell’ego, la convinzione ideologica e il vile denaro).

La preparazione dell’apertura di accesso prevedeva la realizzazione di un foro di diametro maggiore nel quale veniva inserito un tubo di PVC, all’interno del quale il periscopio Justier Optik poteva scorrere facilmente senza danni, preservato da eventuale umidità o da detriti staccatisi in seguito che potevano bloccare lo scorrimento; all’estremità anteriore del tubo (costituito da vari settori avvitati uno sull’altro per adeguare la lunghezza alle varie esigenze) veniva applicato un tappo conico che calzava perfettamente sul tubo di PVC e prevedeva un foro centrale di diametro opportuno; la sezione conica accoglieva la parte terminale del periscopio JO e, mandandolo in appoggio a fondo-corsa, la pupilla del sistema ottico coincideva perfettamente col foro del tappo; l’abilità degli operatori consisteva nel mascherare perfettamente la presenza del tappo, la cui punta – nella stanza oggetto di sorveglianza – arrivava praticamente a filo della parete interna.

Il Justier Optik veniva quindi fissato ad una flangia che prevedeva un sistema di montaggio rapido tramite una vite di fermo, e l’attacco per il BeKo sull’altro lato, e il periscopio veniva poi inserito nel tubo di PVC, all’interno del quale scorreva di misura, fino ad arrivare in battuta nel tappo anteriore.

Questa rara e storica immagine venne scattata alla Carl Zeiss Jena: essa rappresenta un test funzionale realizzato impressionando la fotografia con un Justier Optik JO-1 da 102° di campo e ci fornisce una chiara indicazione dei risultati forniti dal BeKo II con quest’obiettivo periscopico, fotografando attraverso il foro ricavato nella parete; considerando la copertura supegrandangolare, il lungo periscopio da quasi 44cm e il foro di servizio da appena 1mm di diametro, la qualità d’immagine è sorprendente, sia per nitidezza che per uniformità d’illuminazione; soltanto la distorsione appare evidentemente più marcata rispetto all’ottimistico valore massimo del 3% dichiarato nelle specifiche; il risultato desta comunque meraviglia, anche dopo tanti anni dalla concezione di questo sistema ottico.

Pertanto, in quegli anni di guerra fredda in cui il sistema si stava ormai deteriorando e correva a tutto vapore verso un punto di non ritorno ormai irreversibile, i Servizi della DDR, con la controparte sovietica nel ruolo di spettatore molto interessato, commissionarono alla Carl Zeiss Jena una cospicua serie di sistemi ottici destinati alla sorveglianza nei più svariati contesti, molti dei quali vedremo dettagliatamente in futuro; nell’ambito di queste commesse governative molto particolari, la serie di ottiche “Front Stop” ad estrazione pupillare e la relativa evoluzione “tandem” da periscopio costituisce sicuramente l’esempio più interessante perché ha permesso al Dr. Eberhard Dietzch e ai suoi collaboratori di sviluppare un concetto insolito che difficilmente ha la priorità negli uffici di calcolo delle aziende coinvolte nella produzione di sistemi ottici, creando obiettivi di eccezionale interesse ed ingegnosità, al di là del discutibile utilizzo pratico per il quale erano stati richiesti, con prestazioni specifiche che tuttora lasciano stupefatti.

Bisogna quindi riconoscere al Dr. Dietzsch tutti i suoi talenti e prendere atto di cosa abbia saputo progettare e realizzare in un contesto tutt’altro che favorevole e in evidente scarsità di mezzi e materiali; questa generazione di obiettivi, con le loro particolari caratteristiche, avrebbe trovato sicuramente applicazione in molti altri ambiti ed è un peccato che il volgere degli eventi abbia di fatto azzerato ogni futura opzione; oggi queste ottiche Carl Zeiss Jena / STASI tipo SO e JO sono anche mute testimoni di momenti politici e condizioni sociali non propriamente felici (è risaputo che questi e molti altri sofisticati dispositivi di sorveglianza e monitoraggio erano utilizzati anche per controllare privati ed ignari cittadini, in un delirio di controllo) e all’indubbio valore tecnico è bene ascrivere loro anche quello di documento storico e magari riflettere un po’ su uno degli impulsi più primordiali e radicati della natura umana, quell’homo homini lupus così icasticamente descritto da Plauto.

Un abbraccio a tutti – Marco chiude.

 

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