La foto sovietica alla luna del 1959 è un falso?

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; le missioni spaziali con obiettivo la Luna, ed il relativo corredo di immagini fotografiche, sono sempre state un bersaglio preferenziale per gli appassionati del complotto, convinti che le dichiarazioni ufficiali costituiscano disinformazione ordita ad arte e che le immagini fornite come prove a supporto delle imprese siano dei falsi, costruiti in studio per avallare conquiste in realtà mai concretizzate o, al meglio, effettivamente non documentate perché le fotografie scattate in tali circostanze sarebbero inservibili per problemi tecnici ed ambientali incontrati nel corso delle missioni che avrebbero irrimediabilmente danneggiato le emulsioni.

Il primi bersagli di questo scetticismo mirato sono state le missioni Apollo con allunaggio umano sul satellite, imprese eccezionali che diedero grande lustro alla NASA e sancirono la supremazia tecnologica statunitense ma che, a detta di molti, in realtà non sarebbero riuscite a portare effettivamente l’uomo sulla Luna, mentre un’ipotesi più diffusa ed accomodante suggerisce come l’allunaggio sia affettivamente avvenuto senza tuttavia il relativo corredo di storiche fotografie, rese inservibili da radiazioni cosmiche, sbalzi termici inauditi o altri fattori deleteri; in questo settore l’attenzione dei complottasti si è particolarmente focalizzata, analizzando le eventuali anomalie e incongruenze presenti nelle immagini (fonti di luce apparentemente multiple, ombre incongruenti, sfondo scuro e privo di stelle, etc.) e arrivando ad affermare che sarebbero state realizzate sulla Terra, in enormi hangar appositamente allestiti e addirittura scomodando il sommo Maestro Stanley Kubrick che, giusto l’anno prima, aveva presentato il suo celebre film “2001 Odissea nello spazio” e quindi poteva vantare un’ineguagliabile esperienza negli effetti speciali a tema “spaziale”.

Naturalmente non metto bocca sui termini della questione (ricordando però che Viktor Hasselblad, fornitore della fotocamera ufficialmente utilizzata dagli astronauti di Apollo 11 nella storia missione del primo allunaggio umano del 21 Luglio 1969, era sul posto per assistere personalmente al lancio e dopo il recupero degli astronauti e dei magazzini di pellicola esposta riportati dalla Luna poté tornare in Svezia in breve tempo con i duplicati delle immagini originali, fornitigli dalla NASA poco dopo il rientro del modulo sulla Terra: tempi stretti per accorgersi che i film originali fossero da buttare, organizzare un grande set e creare nuove immagini credibili); vorrei invece sottolineare come, una sessantina di anni fa, lo stesso scetticismo accomunò un’impresa parimenti leggendaria portata a termine dall’Agenzia Spaziale Sovietica: la prima fotografia della faccia nascosta della Luna.

 

 

Chi ha assistito alla conferenza dedicata alle attrezzature fotografiche spaziali organizzata da NOC per commemorare il 50° anniversario del primo uomo sulla Luna e ha visto il mio relativo intervento in video focalizzato sui materiali usati dall’Unione Sovietica, ricorderà come avessi accennato a questa immagine, diffusa nell’Ottobre del 1959 creando grande scalpore in tutto il mondo; le principali testate giornalistiche pubblicarono immediatamente in prima pagina questa storica fotografia che, per la prima volta, documentava l’emisfero del nostro satellite che risulta perennemente nascosto; fra i tanti giornali che condivisero l’immagine ci fu naturalmente anche l’Unità che, per ovvie affinità ideologiche, fu sicuramente orgogliosa di presentare ai lettori questo grande successo sovietico sul numero del 27 Ottobre 1959, introducendolo in prima pagina con un titolo di sicuro effetto: “L’altra faccia della Luna”.

 

 

Come avevo anticipato nella citata conferenza, questa immagine fu realizzata dalla sonda Lunik 3, comandato in remoto dalla Terra nel corso di una missione che ebbe luogo dal 4 al 18 Ottobre 1959; nella parte anteriore del Lunik 3 era presente un modulo fotografico denominato Yenesey-2, equipaggiato con 2 obiettivi di differente focale (200mm 1:5,6 e 500mm 1:9,5, la luminosità venne sacrificata a favore della compattezza) e un sistema di sviluppo e asciugatura automatica del film esposto; lo Yenesey-2, nel corso di 40 minuti primi, mentre la sonda Lunik 3 sorvolava la superficie della faccia nascosta, scattò 29 fotografie della superficie, ad intervalli tali da comporre successivamente un mosaico complessivo.

Il film in bobina, dopo essere stato esposto, venne sviluppato, asciugato e stoccato temporaneamente dal sistema; lo Yenesey-2 prevedeva anche un secondo settore nel quale il film sviluppato veniva trasportato, retro-illuminato e ripreso con un dispositivo televisivo attraverso un sistema di ottiche repro; le fotografie vennero pertanto trasformate in immagini televisive con risoluzione di 1.000 pixel lineari cadauna e quindi, dopo che la sonda ebbe raggiunto una posizione favorevole per le comunicazioni, vennero trasmesse a terra sotto forma, appunto, di segnale televisivo; in realtà questa fase comportò vari problemi perché, nonostante la risoluzione ridotta per gli standard moderni, ogni singola “scansione” richiedeva 30 minuti primi per la trasmissione, e l’operazione fu interrotta e ripresa ripetutamente perché la sonda raggiungeva nel frattempo una posizione non più favorevole per il segnale; al termine del complicato processo sembra che solamente 17 dei 29 fotogrammi esposti siano effettivamente arrivati sulla Terra.

Il montaggio di questi scatti diede vita alla storica immagine finale che venne subito diffusa alle agenzie di tutto il pianeta grazie ai sistemi di trasmissione a distanza del tempo, quindi a bassa risoluzione, e riempì tutte le prime pagine.

Per alcuni mesi l’evento tenne banco e la diffusa convinzione che l’Unione Sovietica fosse in possesso di una superiore tecnologia nel settore era condivisa persino dagli esperti e scienziati statunitensi, loro malgrado costretti ad ammettere di essere almeno 5 anni indietro in questo specifico campo.

 

 

Pero, nel volgere di alcuni mesi, questo compatto muro di unanime consenso iniziò a sgretolarsi, soprattutto ad opera di chi non si era limitato ad osservare le immagini stampate a bassa risoluzione sulle testate partendo da originali teletrasmessi ma aveva ordinato copie originali della famosa immagine; proprio osservando queste ultime gli esperti notarono incongruenze che venivano mascherate dal retino da rotocalco e dalla bassa risoluzione iniziale e qualche voce fuori dal coro iniziò ad esternare dubbi sull’autenticità della storica fotografia; uno dei primi specialisti convinti che l’exploit sovietico fosse un fake fu il Dr. Lloyd Mallan, divulgatore scientifico ed esperto di questioni spaziali; Mallan aveva richiesto una copia originale dell’immagine, analizzando la quale e sottoponendola al giudizio di una variegata teoria di esperti, mise assieme una serie di prove e considerazioni abbastanza convincenti; l’annichilimento da “I want to believe” della comunità scientifica mondiale inizialmente respinse le circostanziate considerazioni del Dr. Mallan, il quale trovò tuttavia una sponda in Bruce Downes, editore della prestigiosa rivista fotografica statunitense Popular Photography; Downes, convinto dalle evidenze che il ragionamento di Mallan fosse fondato, avvallò la pubblicazione di un suo ampio articolo su tale argomento sul numero di Aprile 1960, presentandolo con un titolo perentorio: “I Sovietici hanno falsificato le foto lunari?”, rincarando con il sottotitolo: “Dopo un’attenta analisi delle fotografie ufficiali c’è spazio per dubbi e scetticismo”.

 

 

Lo stesso editore ha introdotto personalmente l’articolo, che sicuramente avrebbe suscitato un certo scalpore, ribadendo che nonostante l’immagine fosse stata comunemente accettata come una grande conquista e fosse stata pubblicata anche su Life, le speculazioni di Mallan sollevavano dubbi ragionevoli, giustificando il semaforo verde alla pubblicazione.

 

 

Proprio l’analisi dell’immagine cartacea arrivata per via aerea direttamente dall’Unione Sovietica, grazie alla maggiore risoluzione, ha permesso a Mallan e agli esperti di astronomia e pittura da lui interpellati di evidenziare varie incongruenze, alcune anche ingenue e palesi, fra le quali la quasi totale assenza di avvallamenti sulla superficie, difetti di continuità ai bordi con il corrispondente settore delle faccia visibile, l’orientamento polare non corretto rispetto al supposto punto di ripresa, la curvatura lunare in alto a destra con profilo “accidentato” che normalmente non si registra, depressioni di forma allungata e irregolare incongruenti con la loro possibile formazione (solitamente si tratta di crateri di impatto, circolari) e, soprattutto, evidenti tracce di pittura e ritocco a pennello eseguiti con varie tecniche, come se la fotografia fosse in realtà un dipinto, successivamente riprodotto in studio per ottenere un’immagine su pellicola da stampare; al di là dell’ovvia intenzione di sminuire i conseguimenti sovietici (la Guerra Fredda era in atto e il Maccartismo un ricordo recente), effettivamente l’immagine può essere ragionevolmente considerata un falso o un artefatto, nonostante l’agenzia di stampa ufficiale sovietica la dichiarasse come “non ritoccata”; ad insospettire Mallan ci fu anche la totale assenza di informazioni tecniche sui dati di ripresa, solitamente condivise.

Quindi, par condicio, anche l’Unione Sovietica ha avuto i suoi detrattori maniaci del complotto per quanto riguarda i conseguimenti nelle imprese spaziali; volendo cercare una mediazione e una risposta razionale, forse la trasmissione solo parziale dei fotogrammi ripresi in origine ha consentito di produrre un mosaico incompleto, con la necessità di creare ex-novo settori mancanti; in ogni caso le attuali e dettagliatissime immagini della “dark side of the Moon” permetterebbero di definire inconfutabilmente se l’immagine è reale e soltanto ritoccata per aggiungere parti non documentate dalla mappatura oppure è opera della fantasia di un artista.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

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