KMZ Tair-29 500mm 1:8 prototipo

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; in questa sede voglio introdurre un argomento molto interessante a mio avviso mai sufficientemente sviluppato dai fabbricanti: gli obiettivi col percorso ottico non lineare: in altri termini, si tratta di obiettivi concepiti per ridurre l’ingombro del loro barilotto sfruttando degli espedienti per accorciare il tragitto dei light pencils, solitamente ricorrendo a specchi o prismi; nel caso specifico impareremo a conoscere il Tair-29 500mm 1:8, un rarissimo obiettivo anni ‘50 (esiste solo un prototipo) prodotto dal KMZ di Krasnogorsk con l’intenzione di produrre un’ottica di lunghezza inferiore a quella del classico 500mm a lungo fuoco derivato dal Fern Carl Zeiss Jena, pur mantenendone lunghezza focale ed apertura.

Tramite alcuni brevetti cerchiamo di capire cosa si può realizzare in questo settore.

 

 

Restando nell’ambito dell’ex-Unione Sovietica, il matematico Volosov (epigono del celebre professore che calcolò alcuni famosi obiettivi come l’Helios-40 85mm 1:1,5), assieme ad alcuni collaboratori, nel 1978 disegnò questo potente zoom tele nel quale due prismi con superficie argentata a specchio deviavano il percorso ottico prima degli ultimi elementi dello schema; queste lenti risultano molto distanziate da quelle precedenti e con questo espediente fu possibile ridurre l’ingombro del massiccio obiettivo, sebbene ora la coniugata immagine venga in realtà proiettata all’indietro, verso il soggetto.

 

 

Lo stesso team, due anni dopo, disegnò anche questo zoom, nel quale il percorso “folded” non interessava il sistema ottico (la lente dopo gli specchi a 45° è un filtro) ma serviva a compattare lo spazio retrofocale dell’obiettivo.

 

 

In tempi moderni questi concetti sono stati portati a conseguenze estreme per assecondare le esigenze delle piccole compatte digitali, nelle quali uno zoom di apprezzabile escursione scompare letteralmente, quasi per magia, all’interno del sottile scafo; questo brevetto di Keiki Yoshitsugu e Takakazu Bito per Matshushita (Panasonic), rilasciato nel 2007, rivela la tipica architettura interna di questi zoom “folded” applicati alle compatte tascabili; addirittura, in questo modello, il prisma con specchio a 45° posizionato dietro la quarta lente scorre verso destra, facendo addossare l’uno all’altro tutti gli elementi a seguire, per lasciare lo spazio necessario a collassare completamente il gruppo delle grandi lenti anteriori entro il profilo dello scafo; si tratta di soluzioni molto ingegnose che sono state sfruttante anche in vari zoom di primo equipaggiamento forniti a corredo con reflex digitali consumer di primo prezzo, nei quali esiste una posizione in cui tutti gli elementi ottici del sistema vengono accostati assieme (come una pila di piatti) per compattare al massimo l’obiettivo e facilitare il trasporto.

Annotando debitamente che gli obiettivi catadiottrici a specchio furono i primi a sfruttare questi espedienti per ridurre l’ingombro longitudinale, torniamo nell’Unione Sovietica degli anni ’50; a quei tempi molti teleobiettivi progettati in quell’area seguivano lo schema Tair ideato dal Prof. Volosov nel lontano 1944 e declinato in oltre 50 varianti, molte delle quali descritte in precedenza in un mio articolo dedicato a questa famiglia; negli anni ’60 e ’70 vennero predisposte alcune versioni di lunga focale e rispettabile luminosità dedicate al broadcasting televisivo su tubi tipo Plumbicon, tuttavia si trattava di mastodonti pesanti e ingombranti; in questo ambito, presso lo stabilimento di Krasnogorsk, già neglli anni ’50 si applicarono per realizzare un potente teleobiettivo da 500mm a rifrazione cercando di ridurre al minimo la lunghezza del barilotto; come schema ottico di base partirono da una versione Tair da 500mm 1:8 che, già in partenza, consentiva di limitare la lunghezza rispetto al classico 500mm 1:8 a lungo fuoco con semplice doppietto cromatico anteriore, perché nella sua architettura era presente anche un menisco compensatore plan-anastigmatico e divergente; vediamo quindi cosa avevano ideato i tecnici KMZ per arrivare al prototipo Tair-29, del quale vediamo illustrato l’unico prototipo noto grazie alla gentilissima collaborazione del caro amico Dr. Milos Paul Mladek di Wien, uno dei più eminenti esperti e collezionisti mondiali di materiale fotografico sovietico, che ringrazio di cuore.

 

 

La vista frontale del prototipo, rozzamente assemblato, mostra il logo KMZ, la denominazione Tair-29 1:8 f= 500mm e la relativa matricola prototipica; lo strano modulo assemblato sotto il barilotto principale lascia subito intendere che l’obiettivo nasconde qualcosa di particolare.

 

 

Infatti i tecnici, ispirandosi al concetto dei teleobiettivi catadiottrici, hanno spezzato in tre segmenti il percorso ottico all’interno dell’obiettivo, interponendo due specchi che producono un path a forma di “Z” e riducono drasticamente la lunghezza del sistema d’origine.

 

 

La fattura prototipica, quasi artigianale, appare evidente osservando la struttura esterna, nella quale la finitura disomogenea evidenzia la presenza di due tubi principali raccordati da lamierini e materiale di riempimento, senza preoccuparsi di assicurare un aspetto esterno preciso e rifinito; la foto mette nuovamente in evidenzia la matricola 0000001 ed anche uno dei coperchi smontabili che consentono di ispezionare gli specchi e pulire le superfici ottiche interne dell’obiettivo.

 

 

Il prototipo del Tair-29 500mm 1:8 non prevede un diaframma regolabile (forse, nella fretta evidente di assemblare il prototipo, il dettaglio venne considerato poco importante perché si tratta di una focale molto lunga che richiede tempi di posa rapidi e solitamente esclude il ricorso a diaframmi chiusi) e la spartana ghiera di messa a fuoco posteriore permette di regolare l’obiettivo da infinito a 10 metri; la vista di profilo consente di apprezzare l’inclinazione dei due specchi e anche la lunghezza complessiva molto favorevole, per un 500mm a rifrazione, sebbene la struttura analoga a quella di un autobus a due piani renda l’obiettivo comunque ingombrante.

 

 

Il caro amico Dr. Milos Paul Mladek, nella vita medico radiologo, ha provveduto anche a fornirmi le radiografie del Tair-29 con ghiera di messa a fuoco settata su infinito e a distanza minima; con qualche difficoltà si possono quindi osservare il doppietto anteriore, i due specchi ed il menisco posteriore, annegato nella meccanica della messa a fuoco.

 

 

Infatti la famiglia di obiettivi Tair si articola su uno schema base composto da un doppietto anteriore e un menisco divergente posteriore, come nel caso di questo massiccio Tair-46T da 500mm 1:5,6; il Tair-29 prevede una luminosità più contenuta, 1:8, ma può contare su un doppietto di diametro ridotto e su un menisco posteriore più sottile rispetto allo standard degli altri Tair, elementi che hanno consentito di creare il prototipo con coppia di specchi che riduce la lunghezza complessiva a circa 25cm e simultaneamente contiene anche il peso.

 

 

Nel Tair-29 500mm 1:8, del quale osservaimo lo schema approssimativo (dalla radiografia è difficile dedurre il profilo esatto del menisco correttore divergente), i due specchi hanno l’inclinazione opportuna per deviare il percorso ottico del minimo necessario a consentire di piazzare lo specchio secondario praticamente a contatto con il doppietto anteriore, finalizzando quindi la massima compattezza possibile.

Il Tair-29 non entrò mai in produzione; fotografie eseguite con l’unico prototipo esistente (immagini che ho potuto analizzare ma delle quali non possiedo files da condividere) dimostrano che il sistema era in grado di produrre scatti piuttosto nitidi, com’è consuetudine per le ottiche Tair, tuttavia le quote meccaniche e l’annerimento interno del barilotto sono approssimativi e quindi compare una vistosa vignettatura asimmetrica sul lato destro della fotografia, mentre il terzo superiore mostra un flare da interriflessioni; si tratta naturalmente di difetti veniali rilevati in un prototipo evidentemente assemblato alla garibaldina e che si sarebbero potuti facilmente risolvere nella produzione di serie, tuttavia questo modello non andò oltre, forse per le difficoltà aggiuntive nell’applicazione del diaframma ad iride oppure perché, sebbene molto più corto di un classico 500mm a lenti, specie se lungo fuoco, il Tair-29 risultava comunque massiccio e difficile da trasportare in borsa, rendendolo alla fine più un divertissement delle maestranze di Krasnogorsk che una proposta effettivamente industrializzabile; è comunque un cimelio storico, raro e molto interessante per le soluzioni applicate.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

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