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KERN AARAU: Ottiche svizzere per la NASA (prima parte)

KERN AARAU: il mitico brand svizzero produttore di grandi obiettivi cine e le sue ottiche destinate alla NASA e alle missioni APOLLO.

Prima parte: Dai compassi alle Alpa

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; solitamente, in ambiente fotografico, siamo abituati a disquisire di famosi brand la cui collocazione geografica è solitamente circoscritta a Germania e Giappone, mentre nel passato più o meno recente altre aziende si sono affacciate sulla ribalta europea con prodotti di primissima qualità e talvolta molto specializzati, come ad esempio la Kinoptik di Paris oppure, ed è protagonista assoluta in questa condivisione, la Kern di Aarau, azienda Svizzera universalmente nota per i suoi celebri 50mm Macro-Switar (destinati alle fotocamere Alpa prodotte dalla Pignons S.A.) e per i suoi obiettivi cinematografici che equipaggiavano le più famose cineprese 8mm e 16mm degli anni ’50, ’60 e ’70, Bolex in primis; quest’azienda elvetica può vantare una lusinghiera reputazione ma viene anche vista da molti come una piccola realtà destinata a produzioni di nicchia, conosciuta solamente agli iniziati cinefili e ai fanatici Alpa ma poco significativa in termini assoluti: una valutazione sicuramente affrettata che sarà facile confutare ripercorrendo le principali tappe della sua storia nel settore foto/cine e descrivendo anche alcuni obiettivi pressoché sconosciuti che vennero commissionati dalla NASA e che, in occasione del primo allunaggio umano del Luglio 1969, erano in dotazione ad una cinepresa che immortalava l’evento, rendendo nel contempo eterno anche il fabbricante!

L’azienda Kern è una delle più antiche realtà europee del settore; infatti venne fondata da Jakob Kern (1790-1867) nel lontano 1819 e proseguì nel suo glorioso cammino per ben 172 anni fino al 29 Gennaio 1991, quando venne rilevata dalla Wild Heerbrlugg, a sua volta confluita in seguito nella holding del brand Leica, assieme alle strutture Kern che sono tuttora attive nella confezione di strumenti tecnici, sebbene privati del marchio originale.

La produzione iniziale era dedicata ai compassi, strumenti la cui costruzione non fu mai abbandonata (ricordo ancora quando, nei primi anni ’80, suggerii alla mia ragazza, ora moglie, un compasso Kern per i suoi studi artistici, facendole svuotare il suo portafoglio di ragazzina ma dandole accesso ad un pezzo di eccellente qualità…), subito implementata con strumenti di misurazione, sestanti e teodoliti che per decenni furono il core-business dell’azienda; infatti l’offerta commerciale si estese anche ad obiettivi e fotocamere solo intorno al 1925, quindi per oltre un secolo la Kern di Aarau prosperò senza essere mai entrata direttamente nel settore foto/cine!

Infatti, nonostante il marchio Kern sia idealmente collegato alle ottiche Alpa e agli obiettivi cinematografici, in realtà anche in tempi moderni il settore fotografia/cinematografia/proiezione tipicamente rappresentava appena il 10% del suo fatturato, contro un buon 50% del settore geodetica e un 25% del settore militare (telemetri, mirini di puntamento, visori e telecamere notturne, etc.); per quanto riguarda le dimensioni aziendali, nel 1850 la Kern disponeva di 50 dipendenti, passati a 122 nel 1895 e a 500 nel 1945, per toccare poi un picco massimo di ben 1.200 persone impiegate: numeri di tutto rispetto per un’azienda in una piccola città di 20.000 abitanti del cantone di Argovia e che testimoniano il successo dei suoi prodotti.

Il primo impulso alla nascita del settore foto/cine prese avvio quando in azienda venne assunto il matematico Walther Zchokke, cognome impronunciabile per un soggetto veramente talentuoso, nato nel 1870, che si era già formato presso famose aziende ottiche come la Steinheil Muenchen (dal 1888) e la C. P. Goerz di Berlin (dal 1901), dove collaborò col celebre matematico Emil Von Hoegh, padre di famosissimi obiettivi come i Goerz Hypergon e Dagor; Herr Zchokke entrò alla Kern nel 1925 portando un consistente know-how e grazie ai suoi progetti prese vita una nuova gamma di obiettivi fotografici destinati alla fotografia tradizionale chiamati Kernar e Kernon, con luminosità 1:3,5, 1:4,5 ed 1:6,3 e focali da 80mm a 480mm, oltre ad una gamma di obiettivi da riproduzione con schema Dyalit a 4 lenti spaziate, analogo a quello del Rodenstock Apo-Ronar; queste ottiche, realizzate con la proverbiale meticolosità e precisione svizzera, fornivano risultati di qualità equivalente a quella dei più affermati concorrenti dell’epoca e andarono anche ad equipaggiare tutta una gamma di fotocamere marcate Kern come Rolka, Bijou, Simplo, Sport, Plattenkamera 502, e anche gli apparecchi in legno della Frey & Co. di Aarau, mentre le ottiche apocromatiche da riproduzione ed arti grafiche erano montate sulle fotocamere Alois; questa gamma copriva bene le esigenze interne di un mercato che, per sua tradizione, non prevedeva intensi scambi commerciali con l’estero.

Negli anni ’30 alla gamma di ottiche generiche da ripresa fu affiancata anche una linea di obiettivi cinematografici con focali da 35mm a 75mm ed aperture 1:4,5, 1:3,5, 1:2,5, fino ad 1:1,8 per il modello di punta, il cui schema su 4 lenti è chiaramente ispirato ad un analogo brevetto di Bielicke anni ’20 per la Astro Berlin; simultaneamente venne anche concepita una serie di obiettivi da proiezione, con focali da 35mm a 90mm e aperture comprese fra 1:3,2 ed 1:1,6.

Walther Zchokke fu in carico alla Kern di Aarau fino al 1937 e creò i presupposti perché tutta una nuova generazione di ottici crescesse all’ombra dell’azienda, diventando nel tempo i suoi validi epigoni e mantenendo invariabilmente un livello progettuale e qualitativo eccellente, una continuità favorita anche dalla sostanziale estraneità elvetica alle vicende del Secondo Conflitto Mondiale; questo schema sintetizza questa genealogia di progettisti ottici Kern con le ottiche da loro calcolate.

I primi personaggi a raccogliere il testimone da Zchokke furono Walter Lotmar (attivo dal 1942 al 1960) e Hans Schlumpf (in Kern dal 1942 al 1978), artefici della gamma Kern Switar cinematografica progettata negli anni ’50 e divenuta famosa; Schlumpf calcolò anche il classico Switar grandangolare a 10 lenti da 65° e il luminosissimo Macro-Switar 13mm 1:0,9 sul quale dettaglieremo in seguito, oltre ai celeberrimi Switar/Macro-Switar 50mm 1:1,8 e 50mm 1:1,9 per fotocamere Alpa; Raimond Stettler, nel decennio 1949-1959, impostò il progetto del primo zoom Vario-Switar mentre il nuovo leader fu individuato nella figura di Walter Zuercher che, fra il 1951 e il 1991, ebbe modo di soprintendere a praticamente tutti i progetti, calcolando anche ottiche cine più economiche come gli Yvar e Vario-Yvar, alcuni Macro-Switar cinematografici e coronando il tutto con la collaborazione allo straordinario 18mm 1:0,9 calcolato per la NASA nel 1968; l’ultimo grande nome è quello di Ludvik Canzek, un matematico di origini slovene che subentrò alla Kern a fine anni ’60, in tempo per calcolare assieme a Zuercher il 18mm 1:0,9 per la NASA e anche il 180mm 1:4,5 parimenti destinato all’Ente Spaziale americano (quest’ultimo calcolato individualmente); Canzek in seguito fu artefice di molti progetti ottici Kern per uso militare (obiettivi catadiottrici superluminosi per infrarossi, visori notturni ad intensificazione, etc.) e quando l’azienda venne assorbita dalla Wild, nel 1991, creò una propria azienda che progettava e commercializzava dispositivi endoscopici.

Gli intrecci umani ed aziendali, come in un grande affresco romantico, sono resi ancora più suggestivi anche dall’interazione fra la Kern Aarau e la figura del Dr. Heinrich Wild (1877-1951); Herr Wild fu dapprima un dipendente della Carl Zeiss Jena (dal 1908 al 1919, come consulente esterno fino al 1921), responsabile del calcolo di strumenti geodetici come sestanti e teodoliti; nel 1920 ad Heerbrugg, in Svizzera, fondò l’azienda Wild, pressò la quale replicò fino al 1932 (e come consulente esterno fino al 1935) lo stesso ruolo ricoperto alla Zeiss Jena; nel 1935 entrò alla Kern Aarau e fino alla sua morte, nel 1951, disegnò per tale azienda lo stesso tipo di strumenti che aveva progettato per tutta la vita; 40 anni dopo la sua dipartita, l’azienda Wild Heerbrugg da lui  fondata incorporò la Kern, in un loop spazio/temporale da vertigini…

La transizione senza soluzione di continuità fra generazioni di progettisti Kern è sottolineata anche da questo schema, dove l’obiettivo cinematografico 1:1,8 anni ’30 calcolato da Zchokke fu evoluto, senza stravolgimenti di concetto, da Walter Lotmar nel 1945, sdoppiando gli elementi per aumentare la correzione cromatica e portando la luminosità massima ad 1:1,4.

Gli anni ’50 e ’60 furono sicuramente il periodo aureo per l’azienda ed i suoi obiettivi cinematografici, piccoli, ingegnosamente progettati e di alta qualità ottica, diventarono uno standard di riferimento per i costruttori di cineprese 8mm e 16mm; Questo schema riassume le principali famiglie di obiettivi Kern di quel tempo, nomi che in una certa misura rispecchiano anche specifici schemi ottici; la gamma Switar (una crasi fra SWiTzerland ed aARau) comprende i modelli di punta, fra i quali una versione grandangolare 1:1,6 da 65° orizzontali composto da 10 lenti in 5 doppietti collati, tuttavia lo schema Switar più tipico è quello incarnato dal classico Switar 25mm 1:1,4 a listino fin dalla fine anni ‘40, un tipo Ernostar a 6 lenti con 2 doppietti collati, ed è presente anche una configurazione teleobiettivo con schema Ernostar a 6 lenti spaziate utilizzato per lo Switar 75mm 1:1,9.

Un’altra gamma piuttosto corposa è quella dei Kern Yvar, obiettivi più economici che utilizzano uno schema a tripletto oppure, eccezionalmente, un tipo Ernostar a 4 lenti spaziate; in questo contesto va rilevato che i Tele-Ivar calcolati da Hans Schlumpf, sebbene articolati su un semplice tripletto spaziato, presentano un’elevata correzione grazie all’impiego di un elemento divergente centrale molto spesso; altre denominazioni poco frequenti per ottiche cine sono Pizar e Lythar mentre va rilevato anche un luminoso Cinor 25mm 1:0,95 con schema Gauss e modulo concentratore posteriore.

Le altissime specifiche richieste dal piccolo formato cinematografico (spesso destinato ad essere ingrandito in proiezione anche 1000 volte, rendendo ogni tolleranza di montaggio o aberrazione residua più facilmente rilevabile) indirizzarono subito i matematici della Kern verso un livello di correzione ottica assolutamente superiore alla media, specialmente per quanto concerne l’aberrazione cromatica, l’aberrazione sferica e lo sferocromatismo (combinazione di aberrazione cromatica ed aberrazione sferica di ordine superiore); questo schema, ricavato da una brochure, sottolinea orgogliosamente l’elevato livello di correzione raggiunto da uno Switar 1:1,4 nonostante l’elevata apertura massima; infatti praticamente tutti gli obiettivi Kern possono essere catalogati come apocromatici, con spostamenti di fuoco fra le varie frequenze dello spettro visibile ridotto a pochi micron e in grado di riprodurre immagini ad alto contrasto senza fringing cromatici apprezzabili; questo livello di correzione, negli anni ’50 o ’60, era garantita da ben pochi costruttori e risultati ottenuti sul campo fecero crescere rapidamente un alone leggendario attorno a questi obiettivi.

Un classico esempio di questi piccoli gioielli Kern del periodo classico è questo Switar 25mm 1:1,4 per formato 16mm; come abbiamo visto in precedenza, gli obiettivi Kern utilizzano schemi abbastanza conservativi, senza particolari voli pindarici, peraltro non necessari in quanto le ottiche cine presentano di solito un angolo di campo molto più ridotto rispetto a quelle da ripresa, facilitando la correzione complessiva; si nota invece spesso il ricorso allo sdoppiamento degli elementi, alla continua ricerca di una maggiore correzione cromatica (alcuni obiettivi sono in pratica composti solamente da serie di doppietti acromatici collati).

Il vero cimento per le ottiche cinematografiche è la ricerca di una elevata luminosità, necessaria perché la cadenza di ripresa non consente di utilizzare tempi di posa lunghi come nelle fotografie statiche (se, ad esempio, riprendiamo a 24 fotogrammi al secondo, ovviamente la posa per ciascun frame non potrà essere inferiore ad 1/25” oppure 1/30” effettivo) e in condizioni di luce scarsa è necessario compensare con l’ampia apertura di diaframma, anche perché le pellicole cine solitamente prevedono sensibilità medio-basse per garantire una grana finissima e non percettibile col forte ingrandimento in proiezione; infatti la maggioranza delle ottiche Kern del periodo classico utilizza obiettivi derivati dal concetto Ernostar di Ludwig Jackob Bertele, dove l’intero sistema è come un gruppo concentratore che riduce progressivamente il diametro della coniugata, aumentando l’intensità luminosa sul piano focale a scapito dell’angolo di campo più ridotto, una limitazione poco influente nel cinema, dove il concetto di copertura è tutto ridisegnato su inquadrature più ristrette.

La gamma Kern si è poi evoluta con nuovi barilotti, fascinosi come piccoli vestiti da gran sera ed arricchiti con soluzioni intelligenti e pratiche per l’utente; per alcune serie di ottiche Switar venne predisposto un elicoide di messa a fuoco esteso che compiva alcuni giri, raggiungendo distanze di messa a fuoco eccezionalmente ravvicinate (il “range macro” era evidenziato da un settore di colore rosso che veniva scoperto dall’elicoide esteso) e fu creata una nuova denominazione, Macro-Switar, che ormai appartiene al mito; vennero anche proposti modelli particolarmente luminosi, come questo Macro-Switar 26mm 1:1,1 per il formato cine 16mm che presenta anche una miglioria al pivot di azionamento del diaframma (regolarmente brevettata da Arnold Grosjean della Paillard S.A. il 29 Marzo 1960) che consentiva di preselezionare un valore di apertura e poi aprire e chiudere liberamente il diaframma fra tale valore e la massima apertura, agevolando le dissolvenze, un dispositivo che, dopo molti anni e con i lubrificanti deteriorati, sta producendo indurimenti sistematici su molti esemplari residui.

La neutralità svizzera nella WW2 non ha garantito soltanto continuità nell’evoluzione dei progetti ma anche l’acquisizione di un vantaggio tecnologico, garantito dai fruttiferi anni del conflitto trascorsi tranquillamente a migliorare e raffinare i prodotti mentre la concorrenza coinvolta negli eventi bellici dovette giocoforza sospendere lo sviluppo degli articoli per il mercato civile, lasciando tutto in sospeso per molto tempo e in seguito fare i conti con i danni subiti alle infrastrutture, spesso devastanti; il lavoro sotterraneo svolto alla Kern Aarau negli anni ’40 appare evidente in questo brevetto firmato da Fritz Hinden, padre di tutte le montature meccaniche utilizzate nelle ottiche cinematografiche Kern degli anni ’50: non soltanto il barilotto prevede soluzioni decisamente moderne ma il gruppo ottico abbozzato nei disegni (stilizzato nascondendo l’incollaggio interno dei due doppietti centrali) lascia capire che anche il classico schema Switar a 6 lenti utilizzato nel 25mm 1:1,4 (già descritto e al cui barilotto si riferisce questo brevetto) era disponibile al momento della consegna per la registrazione, 12 Marzo 1948: pertanto nella seconda metà degli anni ’40 alla Kern avevano già pronto questo famoso obiettivo che sarebbe stato un cavallo di battaglia fino agli anni ’70.

Le ottiche cinematografiche per i piccoli formati come 8mm e 16mm costituiscono un grande cimento progettuale e produttivo proprio perché, riducendo tutto in scala, occorre lavorare su tolleranze e dimensioni dei componenti molto ridotte, con un’accuratezza critica che chiama in causa l’analoga precisione richiesta nella produzione di calibri per orologi, per i quali la Svizzera è famosa; e infatti molte maestranze e anche alcuni progettisti provengono da questo retaggio e costituiscono un atout invidiabile quando si devono produrre obiettivi il cui diametro della coniugata/immagine è inferiore al centimetro e che devono giocoforza garantire centinaia di linee al millimetro di potere risolutivo, una situazione in cui anche un decentramento di pochi micron o una infinitesimale tolleranza nella molatura di una lente o fresatura di una sede può avere risultati disastrosi sul risultato finale; in certi casi il richiamo all’orologeria non è solo ideale: ad esempio, questo ulteriore brevetto di Fritz Hinden richiesto per Kern il 17 Febbraio 1951, descrive un originale sistema per gestire una serie di filtri incorporati all’ottica, soluzione poi adottata su alcuni obiettivi cinematografici Kern di produzione; le dimensioni estremamente ridotte del barilotto non consentivano di montare la classica torretta girevole con fulcro eccentrico, quindi Hinden ha previsto una serie di braccetti imperniati che reggono un filtro all’estremità e che, tramite la rotazione di una ghiera, viene di volta in volta messo sul percorso ottico movimentando il relativo braccetto: se osservate la foggia del componente e l’aspetto generale nel disegno al centro, il richiamo ad un cronografo da polso con i relativi rinvii per attivare le sfere cronografiche è molto forte!

Un altro elemento di grande originalità introdotto nel disegno dei barilotti Kern è il sistema per visualizzare la profondità di campo, solitamente delegata ad indici smaltati fissi per alcune aperture di riferimento; nel caso della Kern furono ideate due soluzioni più sofisticate che permettono di apprezzare l’entità della profondità di campo a qualsiasi apertura disponibile, denominate Compass e Visifocus.

Il Kern Switar 25mm 1:1,4 è un classico esempio di scala della profondità di campo tipo Compass: quando ruotiamo la ghiera delle aperture per chiudere il diaframma, il relativo cannotto fuoriesce su un elicoide scoprendo una porzione progressivamente maggiore di barilotto sul quale sono riportati due indici smaltati ad andamento diagonale che delimitano sulla scala delle distanze la corrispondente profondità di campo a tale apertura; in modelli più recenti l’area è più visibile perché l’intero settore è smaltato in arancio fluorescente.

Un sistema più moderno e complesso è definito Visifokus-Skala o semplicemente Visifocus e, per renderne comprensibile il funzionamento, ho disegnato questo schema che replica la scala delle distanze di messa a fuoco e il sottostante barilotto con ghiera del diaframma annessa; nel barilotto interiore, su fondo nero, è riportato un complesso disegno in colore rosso mentre nella ghiera superiore, sopra le distanze di messa a fuoco, sono presenti dei fori circolari nel metallo, opportunamente dislocati, che consentono di visualizzare il colore del cannotto sottostante; il movimento combinato della ghiera di messa a fuoco e della ghiera del diaframma posiziona il settore forato e il relativo cannotto nero con sagoma rossa in modo tale per cui la profondità di campo disponibile con la corrente accoppiata distanza/apertura risulta indicata dalla serie di fori in grado di mostrare lo smalto di colore rosso, prendendo i due più distanti e proiettando idealmente la loro posizione sulla scala delle distanze; ad esempio, nel modello funzionale in basso, con messa a fuoco su 0,3m ed apertura 1:4, la profondità di campo si estende da infinito a circa 0,2m.

A inizio anni ’50, dopo un decennio trascorso a produrre ottiche cinematografiche, la Kern di Aarau ebbe l’occasione di rientrare nel settore della fotografia grazie all’azienda Pignons S.A., manifattura di orologeria che da qualche anno aveva coraggiosamente diversificato la gamma immettendo sul mercato le fotocamere Alpa, afflitte inizialmente da qualche problema di ingenuità progettuale negli otturatori per mancanza di esperienze specifiche ma costruite con estrema precisione e, addirittura, con pernerie “jewelled”, come i calibri da orologio che l’azienda era solita realizzare; la Pignons, per il parco ottiche Alpa, si forniva già presso alcuni grandi produttori europei ma, probabilmente in un impeto di orgoglioso nazionalismo, desiderò che l’obiettivo standard delle sue fotocamere, il più venduto, fosse anch’esso Made in Switzerland e incaricò la Kern di Aarau di provvedere in tal senso.

Nacque quindi un obiettivo davvero speciale perché venne concepito con gli stessi criteri di precisione e qualità delle ottiche Kern cinematografiche, a partire dalla correzione virtualmente apocromatica; il normale per Alpa prodotto da Kern fu lanciato nel 1951 col nome di Switar 50mm 1:1,8 ed utilizzava un complesso schema Gauss a 7 lenti con due elementi singoli anteriori e due doppietti adiacenti al diaframma, una soluzione ad alta risolvenza poi utilizzata anche da Zeiss per l’80mm 1:2,8 Hasselblad o da Voigtlaender per i Septon 50mm 1:2; in seguito l’elicoide di messa a fuoco fu ridisegnato, incorporando un sistema di verifica della profondità di campo Visifocus, e nel 1958 l’obiettivo venne ribattezzato Macro-Switar 50mm 1:1,8, restando in produzione fino al 1969, in breve overlap col modello che lo andò a sostituire, il Macro-Switar 50mm 1:1,9 ad 8 lenti, lanciato a sua volta nel 1968; la versione 1:1,9 utilizza tre doppietti collati, secondo una consuetudine Kern, ed è anch’esso virtualmente apocromatico.

Questi schemi originali Kern evidenziano l’accuratezza progettuale del Macro-Switar 50mm 1:1,8; questi due obiettivi sono avvolti da un alone di leggenda e sono generalmente accreditati di prestazioni straordinarie; in realtà occorre considerare gli anni di progetto e presentazione (1951 e 1968) e le limitazioni tecniche del tempo: si tratta sicuramente di ottimi obiettivi, versatili e dall’elevata correzione cromatica, tuttavia considerarli dei campioni assoluti fuori dal tempo ed imbattibili a priori è più un excursus romantico che una valutazione razionale.

Il dettaglio nello schema di progetto del Macro-Switar 50mm 1:1,8 è interessante perché indica anche le massime tolleranze ammesse nel posizionamento delle lenti, valori minimi ma che consentivano agli esperti tecnici di “mettere a punto” ogni singolo esemplare, adattando eventualmente gli spazi in modo micrometrico per compensare minime ma possibili disomogeneità delle lenti rispetto al modello standard.

Il Macro-Switar 50mm 1:1,9 del 1968 costituisce una logica evoluzione dell’ormai anziano modello 1:1,8, migliorato soprattutto nella soppressione del flare grazie ad antiriflessi più moderni e ad annerimenti del barilotto più efficaci; lo schema ad 8 lenti in 5 gruppi è sofisticato ma non prevedendo un elemento flottante risulta giocoforza ottimizzato ad una coniugata fissa e le distanze di ripresa diverse da essa, maggiori o minori, presentano una certa curvatura di campo introdotta dalla variazione di tiraggio.

Quest’obiettivo ha equipaggiato gli ultimi modelli Alpa e, nell’immaginario collettivo, è stato un po’ il canto del cigno della Kern prima di perdere la propria identità aziendale quando venne assorbita dalla Wild Heerbrugg; entrambe le versioni di 50mm per Alpa vennero calcolare da Hans Schlumpf.

Questa breve storia della Kern che ho anticipato serviva a restituire in prospettiva la reale dimensione tecnica e aziendale di un brand molto spesso sottostimato dagli appassionati e che, in realtà, ha fornito un contributo ideale e commerciale di alto profilo; dopo la formale scomparsa dell’azienda, nel 1991, gran parte del materiale tecnico e di documentazione è stato preso in carico dallo Stadtmuseum di Aarau, dove è allestita una esposizione specifica e nei cui archivi sono conservati i carteggi; questa immagine, ricavata da un pamphlet dello Stadtmuseu Aarau dedicata all’esposizione Kern, esemplifica efficacemente la versatilità dell’azienda, in grado di realizzare gamme di prodotti diversificate e sempre eccellenti.

Un dettaglio di questo display ci introduce il vero argomento di questa chiacchierata: noterete infatti, in basso, una coppia di obiettivi dalla foggia particolare con un contenitore che riporta l’inconfondibile logo della NASA, l’Ente Spaziale americano: infatti una delle commesse più prestigiose e al contempo poco conosciute della Kern prevedeva proprio la concezione, produzione e fornitura di alcuni obiettivi per le missioni spaziali Apollo, destinati ad una cinepresa 16mm realizzata dalla Maurer, un’azienda americana con molti appalti governativi.

In particolare, queste speciali ottiche Kern dovevano equipaggiare la cinepresa Maurer 16mm DAC Camera (Data Acquisition Camera) e inizialmente la commessa, come si può vedere da questo schema originale NASA, prevedeva un grandangolare da 10mm 1:1,6, un superluminoso da 18mm 1:0,9 e un tele da 75mm 1:2,2, in seguito affiancati da un 180mm 1:4,5 non presente in questa illustrazione, relativa alla dotazione dell’Apollo 11; con certezza queste ottiche Kern furono utilizzate sulla Maurer 16mm DAC Camera in dotazione ad Apollo 10, Apollo 11 e Apollo 12 e questo è molto interessante perché si tratta della missione corrispondente al primo allunaggio umano (Apollo 11, Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla superficie) e quella immediatamente precedente (Apollo 10), con le simulazioni di allunaggio, eventi storici ripresi dal Lunar Module grazie a questi obiettivi arrivati dal Nord della Svizzera, a testimonianza della reputazione ormai acquisita da questo brand!

La seconda parte verrà pubblicata venerdì 1 febbraio 2019

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