I primi zoom tele per 35mm

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; oggi la possibilità di utilizzare obiettivi zoom con la relativa lunghezza focale variabile senza soluzione di continuità nell’ambito di un determinato intervallo è considerata una prassi normale e scontata, tuttavia non bisogna dimenticare che per molti anni la fotografia si è basata sull’impiego di focali fisse, spesso addirittura una soltanto, pertanto l’avvento dei primi zoom destinati agli apparecchi 35mm rappresentò una delle più importanti conquiste del settore, dal momento che il fotografo era improvvisamente in possesso di numerose focali differenti selezionabili in pochi istanti, e a parte i comprensibili vantaggi di peso, ingombro e costo complessivo rispetto ad una gamma di corrispondenti obiettivi a focale fissa era finalmente possibile fronteggiare improvvisi cambi di inquadratura in contesti mutevoli o con soggetti in movimento, mettendo in carniere immagini prima impossibili e portando al seguito una selezione di focali impraticabile con gli obiettivi convenzionali.

Il calcolo degli obiettivi zoom, specialmente quelli fotografici destinati a formati di negativo più ampi e soggetti alla valutazione critica delle stampe fortemente ingrandite, è particolarmente complesso perché occorre armonizzare le aberrazioni nell’ambito di una configurazione ottica largamente mutevole durante la messa in opera e richiede anche di affrontare problemi inediti come la parafocalità, ovvero la conservazione della stessa distanza di messa a fuoco preimpostata cambiando la lunghezza focale; queste problematiche vengono ulteriormente ingigantite se si vuole accedere a coperture grandangolari, quindi i primi obiettivi zoom fotografici di una certa diffusione, dopo il precursore Voigtlaender Zoomar 36-82mm f/2,8 del 1958 (fin troppo ambizioso per i tempi, proponendo un esordio grandangolare e un’apertura massima costante 1:2,8 che imposero evidenti compromessi sulla resa ottica effettiva), erano invariabilmente modelli con escursione tele-tele, fornendo solitamente la scelta fra un medio-tele da ritratti e un allungo decisamente superiore, ovviamente con tutte le focali intermedie.

In questo articolo passeremo in rassegna alcuni modelli della prima ora, ovvero il Nikon Nikkor Telephoto-Zoom 85-250mm 1:4-4,5 del 1959, l’Enna Muenchen Tele-Zoom 85-240mm 1:4 del 1960 e lo Schneider Tele-Variogon 80-240mm 1:4 del 1962; come potete osservare queste prime versioni garantivano una escursione di quasi 3x partendo dalla focale corta da ritratto, pertanto coprivano quasi interamente le esigenze generiche di un fotografo o fotoamatore nel campo dei teleobiettivi.

 

 

Il Nikon Auto Nikkor Telephoto-Zoom 1:4 f=8,5cm – 1:4,5 f=25cm (questa la sua complessa denominazione ufficiale) venne presentato nel 1959 assieme alla mitica Nikon F e costituiva un notevole elemento promozionale per il nuovo sistema 35mm della Nippon Kogaku, in grado di qualificarlo immediatamente come professionale; quest’obiettivo ebbe una lunga vita attiva e rimase a listino fino all’inizio del 1973, passando tuttavia attraverso aggiornamenti estetici, ottici e funzionali che descriveremo con calma.

 

 

Lo zoom 85-250mm si configurò immediatamente come una star del sistema e i responsabili della comunicazione non persero fin da subito l’occasione di sfruttarlo per promuovere il corredo F, come nel caso di questa inserzione pubblicitaria statunitense del 1960 che intelligentemente solletica l’immaginario del potenziali clienti sottolineando la caratteristica più eclatante: la possibilità di utilizzare qualsiasi focale compresa fra 85mm e 250mm, in pratica come avere 165 obiettivi diversi a disposizione, sottolineando anche il vantaggio del diaframma automatico che si chiude solamente al momento dello scatto per poi riaprirsi immediatamente; è invece disdicevole il fatto che venga omesso il dettaglio dell’apertura massima variabile da 1:4 ad 1:4,5, parlando invece genericamente di 1:4.

Le dimensioni e il peso dell’obiettivo sono rilevanti e mostrano come in questi zoom tele di prima generazione l’ipotesi di utilizzarli frequentemente a mano libera non aveva ancora sfiorato i progettisti.

 

 

Questo ritaglio dell’epoca di una famosa rivista fotografica statunitense riporta per la prima volta una scheda tecnica del modello e mostra il relativo schema ottico a 15 lenti composto quasi esclusivamente da doppietti collati, probabilmente per correggere meglio certe aberrazioni senza utilizzare vetri dalle caratteristiche speciali, non ancora disponibili oppure troppo costosi; dalla scheda apprendiamo che l’obiettivo può focheggiare fino a 4m (e, sfruttando una lente addizionale fornita a corredo con attacco Series IX, il campo si estende fino a 2,2m), la variazione di focale avviene per scorrimento di una ghiera indipendente e l’attacco per treppiedi è fisso, con 2 filettature posizionate a 90° per scatti in orizzontale e verticale; il prezzo di quasi 500 Dollari dell’epoca era naturalmente molto impegnativo ma proporzionato alle caratteristiche e al blasone.

 

 

Passando alle modifiche introdotte nella serie, occorre innanzitutto sottolineare un aggiornamento dello schema ottico che venne avvicendato nell’Aprile 1969, pertanto abbiamo un primo modello prodotto dal Novembre 1959 all’Aprile 1969 con schema originale e apertura variabile 1:4-4,5 e un secondo con schema evoluto prodotto dall’Aprile 1969 al Gennaio 1973 con apertura fissa 1:4 sull’intera escursione; in quest’ultimo tipo venne aggiornata anche la denominazione, che passò a Nikon Zoom-Nikkor Auto 1:4 f=85mm – f=250mm; la produzione di esemplari della prima serie ammonta a 5.424 pezzi e ad appena 1.552 esemplari quella della seconda, pertanto si tratta sicuramente di obiettivi realizzati in quantitativi limitati e non facili da reperire, specialmente parlando del modello ad apertura massima fissa.

 

 

Oltre ai 2 differenti schemi ottici questo zoom prevede anche varie modifiche estetiche e tecniche, come si può intuire da questa pubblicità del corredo Nikon F di qualche anno più tarda nel quale lo zoom 85-250mm esibisce un nuovo rivestimento gommato con finitura a losanghe romboidali; vediamo quindi passo per passo come si è evoluta la montatura dell’obiettivo.

 

 

Innanzitutto abbiamo 2 prototipi, con matricola 157.901 e 157.902, montati nell’Autunno 1959 per realizzare immagini promozionali e altro; questi prototipi includono molti dettagli presenti nel primo modello di produzione lanciato a Novembre 1959, fra i quali la ghiera di messa a fuoco anteriore con rilievi godronati a sbalzo alternati, una seconda ghiera per lo zoom che funziona a scorrimento e scendendo scopre gli indici colorati della profondità di campo alla corrispondente focale, un’asola forata sotto quest’ultima che individua la focale scelta in una scala nella parte alta del barilotto e la presenza di una lente addizionale a corredo che consente di ridurre la distanza di fuoco minima a 2,2m; gli elementi esclusivi del prototipo, evidenziati in rosso, sono invece il settore godronato della ghiera di messa a fuoco satinato in cromo e la porzione frontale del barilotto munita di sbalzi zigrinati in rilievo e rifinita in nero.

 

 

La scala delle distanze di quest’obiettivo è molto particolare perché, pur venendo fornito a scelta con riferimenti solamente in metri oppure in piedi, prevede comunque 2 serie di indici, la prima delle quali indica la distanza di fuoco effettiva nell’uso convenzionale e la seconda invece fornisce i dati corretti utilizzando la lente addizionale a corredo; per rendere intuitivo questo dettaglio la lente addizionale è rifinita con un filetto perimetrale di colore arancio e anche la seconda scala di distanze ad essa dedicata prevede lo stesso colore.

La prima versione prodotta in serie venne commercializzata dal Novembre 1959 all’Aprile 1961 e dal punto di vista meccanico e ottico è identica al prototipo visto in precedenza; gli elementi che caratterizzano questo primo tipo sono la ghiera di messa a fuoco anteriore di ridotta estensione con un sottile settore godronato come presa di forza (ora rifinita in nero anziché satinata cromo), una seconda ghiera a scorrimento lineare dietro la prima che gestisce la scelta di focali e prevede solamente un sottile bordo zigrinato per movimentarla, la sequenza di focali riportata nella parte superiore del barilotto e una feritoia nella ghiera scorrevole dello zoom che inquadra e definisce la focale selezionata col suo movimento; contestualmente, la ghiera dello zoom scorrendo verso le focali più lunghe trascina con sé un cannotto metallico sul quale sono riportati i classici indici colorati curvi di profondità di campo che troveremo in molti zoom-Nikkor successivi e i relativi settori che si trovano subito sotto il bordo della ghiera per la messa a fuoco ne definiscono i valori con quella focale alle varie aperture; oltre alla ghiera di messa a fuoco nera, un elemento modificato rispetto ai prototipi è la porzione frontale del barilotto, ora priva di rilievi a sbalzo e a sua volta satinata cromo, mentre nel prototipo era nera; è ovviamente presente la lente addizionale a corredo che verrà mantenuta per tutto l’arco della produzione.

Un altro dettaglio esclusivo di questo zoom, mantenuto in ogni serie fino al 1973, è la ghiera dei diaframmi in posizione molto avanzata, una caratteristica insolita che ha imposto la realizzazione di una prolunga metallica a sagoma triangolare collegata alla ghiera stessa e che scende verso la baionetta posizionando la forchetta di interfaccia all’esposimetro del corpo macchina nella posizione consueta.

 

 

Questo advertising giapponese del tempo consente di comprendere meglio il meccanismo per visualizzare la profondità di campo alle varie focali: infatti la ghiera dello zoom e il cannotto scorrevole che passa sotto quella di messa a fuoco costituiscono un singolo elemento, e quando facciamo scorrere la ghiera zoom verso la fotocamera, passando a focali più lunghe, anche l’altro dettaglio solidale esce dalla sua sede sotto la ghiera di fuoco, esponendo progressivamente gli indici corrispondenti alla focale impostata e definiti, appunto, dal bordo inferiore della ghiera di messa a fuoco.

 

 

Dopo una sede vacante di 4 mesi, nell’Agosto del 1961 la Nippon Kogaku commercializzò una seconda versione che manteneva lo schema ottico originale ma prevedeva consistenti aggiornamenti meccanici; questo modello venne prodotto fino all’Aprile 1969 e la principale differenza consiste nel passaggio ad una ghiera singola per la messa a fuoco e la regolazione della focale, il cosiddetto sistema one touch ideato da Nikon e poi largamente utilizzato per i suoi zoom fino ad oggi, così come da molti modelli della concorrenza; questa seconda versione mantiene il settore frontale del barilotto con finitura satinata cromo e priva di sbalzi che caratterizzava il primo modello, modificando però radicalmente il resto della struttura con l’arrivo di una ghiera di messa a fuoco molto più estesa e ampiamente rivestita in gomma “ a diamante” (com’era in uso con i protocolli aziendali dell’epoca); questa grande ghiera provvede alla messa a fuoco sfruttando la propria rotazione e anche alla variazione di focale grazie al relativo scorrimento longitudinale; in questo nuovo modello la scala delle focali è spostata sul fianco del barilotto mentre gli indici di profondità di campo si trovano ora più in basso, a fianco dei precedenti, e il bordo inferiore della ghiera principale definisce simultaneamente la focale impostata e la relativa profondità di campo sui riferimenti colorati; questa nuova soluzione ha fatto sparire l’asola metallica che in precedenza definiva il valore selezionato, dando vita alla classica estetica degli Zoom-Nikkor “one-touch”.

 

 

Questa scheda relativa alla seconda versione è ricavata da una documentazione realizzata negli anni ’60 dalla Amphoto di Garden City, distributore statunitense Nikon, e fornisce utili informazioni; le dimensioni dell’obiettivo sono notevoli (ben 322,5mm di lunghezza fuori tutto per 89mm di diametro massimo e circa 2kg di peso) e sicuramente rendevano difficile ipotizzare un utilizzo sereno a mano libera anche perché la mano sinistra che gestiva rotazione e scorrimento della ghiera multifunzione doveva contemporaneamente sostenere anche la massa dell’ottica, rendendo difficile l’operazione; il diaframma chiude da 1:4 ad 1:16 con chiusura ed apertura automatiche e alla massima apertura il valore 1:4 è garantito da 85mm a 150mm, passando poi a 1:4,1 a 180mm, 1:4,3 a 200mm e 1:4,5 a 250mm: si tratta di un comportamento onesto che mantiene l’apertura più favorevole su un buon intervallo di focali e sicuramente migliore di quello fornito da altri zoom ad apertura variabile moderni, nei quali una perdita progressiva si registra fin dai primi millimetri di escursione.

Le focali indicate sul barilotto sono 85mm, 105mm, 135mm, 150mm, 180mm, 200mm e 250mm mentre il passo filtri è da ben 82×0,75mm ed è anche possibile applicare filtri Series IX sfruttando l’apposita sede del paraluce in dotazione; osservando l’obiettivo si nota che la lente addizionale fornita in dotazione è calibrata in modo da fornire un overlap di fuoco perfetto, per cui con lente montata e ghiera su infinito la distanza effettiva dal soggetto è di 4m, esattamente come con l’obiettivo senza lente regolato al valore minimo, e questo consente una regolazione continua da infinito a 2,2m, sebbene a 4m sia necessario applicare l’accessorio.

 

 

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Questi zoom oggi ovviamente superati ed obsoleti vanno quindi tenuti in grande considerazione perché dal punto di vista tecnico e commerciale hanno rappresentato la prima fiammella di una grande rivoluzione nelle ottiche da ripresa che ha cambiato il modo di fotografare e coinvolge anche oggi tutti noi.

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 

 

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